Malcom uno mezzo Gandalf

Faccio schifo – sono una merda – devo morire. Subito.

Questo pensiero ormai è come inspirare ed inspirare, normalizzato, come dicono … alcune persone.

Non era così.

Questa merda è nuova. Forse dell’ultimo anno? Forse due? Non lo so più.

Subito no, non puoi – arriva la “logica” – poi subito un senso di rimprovero e sfottò che dice “wow, è arrivato il professor logiconi, il Dawkins dell’onniscienza, ma leviamo il cappello lorsignore e lorsignori!” – ossia subito no, perché esistono, davvero, alcune piccole cose da fare “perché si”. Oltre a quello, non puoi morire subito, anche se ci riuscissi, cosa che non hai nelle tue mani, perché se sparisci restano solo X e Y a stare dietro a mamma e papà. Non che non ne siano capaci, ma se il tuo personale egoismo produce freddezza e distacco, quello di X produce inaffidabilità e negligenza, quello di Y produce sovraccarico e caos perché non ce la fa, ha altro da fare ed è l’unica che fa qualcosa di normale per conformarsi e farcela, non come me e X che siamo disadattati del cazzo.

Così va nel silenzio, nella solitudine della “mente”. Così va a volte anche mentre ascolto contenuti o musica. È difficile distrarsi.

A volte – privilegiato – posso distendermi rannicchiato come un infante, nel mio shutdown, nel mio freeze, gli occhi si chiudono, la nebbia mi aiuta. A volte l’ondata arriva tra le 4 e le 5 di notte, altre al pomeriggio.

Questa roba è nuova, tutta mia, tutta generata solo dalla mia testa, chiaramente. Non sono il peggiore, non posso esserlo: sono un mediocre, mi è preclusa la via di qualsiasi primato. Quindi non sono né la peggio merda del mondo, né il più crudele, il più stronzo, il più niente. Una nullità. Consolante a volte.

Malcom uno mezzo gaudì. Si, penso che darò questo titolo idiota al post. Saltando naturalmente di palo in frasca: per la TERZA volta nella mia seconda vita (no, non parlo di reincarnazione, tranquilli, il mio è un genere diverso di follia, senza esoterismo e religione) mal comune mezzo gaudio ha cambiato status.

Pieno di rabbia per l’insulsa idea che trovarsi tutti in una condizione miserabile non producesse gaudio di alcuna misura, anzi, che sapere che il male mio lo hai anche tu mi disperasse, ero al capitolo “Mal comune vaffanculo” e una pietra sopra, chiuso, fine, non dite niente, non ci sono scuse.

Credo verso i 50 realizzo questo: sapere che non sei l’unico coglione in quella tal condizione ti fa sentire meno solo, rende meno colpevole la tua situazione, meno assurda, meno “solo tu hai il mirino per la merda”… capita ad altri, che non è una bella cosa, sia chiaro, per nessuno: né per te, né per gli altri; tuttavia tu non ti trovi ad essere il detentore del record della coglionaggine, non sei il più stupido, non sei il più distratto, “non succede solo a te” significa qualcosa che quelle parole non trasportano con ovvietà: non sei il peggiore, è nella distribuzione delle possibilità normali.

Ieri (52, ma non nel senso che fosse il mio compleanno) realizzo: no, esiste una terza forma di questa consolazione, quella più basilare, quella da gruppo di scimmie, da cuccioli, da branco. Ho immaginato – sapete qui un minimo di vita di montagna capita di farla anche a chi se ne sbatte, specie quando i tuoi sono di una certa generazione e ti obbligano, quantomeno fai esperienze – una persona che si trova nel bel mezzo di una traversata in montagna: arriva la grandine, un acquazzone, una tempesta e quella persona si mette nel rifugio e aspetta. Freddo, umido, pensieri. Arriva tutto affannato un gruppo di altre 3 persone e lo sapete cosa succede, no? Chiunque siano, di qualsiasi nazionalità e non solo zona geografica, etnia, qualsiasi cosa: voi inizierete, tra le tre mura o anche quattro, del rifugio … a parlare. Qualcosa, qualsiasi cosa… racconti, small talk, cose dei vostri paesi. Ed eccolo lì il mal comune mezzo gaudio. Nessun gaudio in realtà, ma quella specie di tepore, di consolazione, di “comunanza ancestrale” … che anche se vi sareste tenuti a 20 metri di distanza col bel tempo… dopo essere stati li forse condividerete una parte di cammino. Questo per il mal comune. È quello: al buio da solo, al buio in due. Attraversare da soli una merda o farlo in due. Essere in cella di isolamento non è un caso: lo sanno perfettamente cosa fa la solitudine ad una testina umana.

Io non sono solo: B vive con me e ogni tanto di sicuro sopporta qualche mio inutile bla, non particolarmente gradito, evitabile. A volte mi racconta di una serie. A volte mi racconta di suo padre o ci diciamo qualcosa. Qualcosa. Non è bello per lei essersi incastrata con me. Ma “siamo piccolini” come siamo soliti dire… e così subiamo meno la pressione fisica, prosaica, basilare della sopravvivenza: affitto eccetera. Quel peso è dimezzato e quindi almeno possibile, affrontabile. Non ignoro affatto tutte le recriminazioni dei millennial e gen-z professionalmente esposte nei social: è solo che si dimenticano che gli X c’erano prima, erano già in quella situazione e forse, alcuni, sono riusciti a mettere l’ultimo piede sul predellino del tram quasi imprendibile di alcune cose come la casa, un mutuo, una macchina. Per carità, mutuo trentennale con la tua ex. Per carità io una macchina nuova non posso più prenderla, lo sapevo quando ho preso quella, nel 2015. Però ho un condizionatore, oggi, a casa, nel 2026. Nel 2003 lo avevamo preso: magari un giorno vi descriverò cosa significava portarlo in casa e cosa significava spostarlo dalla camera al resto della casa; era “portatile”. Un fisso non aveva senso: non era casa nostra.

Sono un privilegiato? Sono in una condizione migliore di altri, sicuramente. E peggiore di altri, anche. Non dimentichiamolo mai.

Un anno fa ero esattamante allo stesso punto, mi aiuta a dire il buon wordpress, demo compreso. E 9 anni fa pensavo più a morire e basta che a morire ma prima lasciare una inutile goccia di rumore nel mare di rumore. Non sono migliorato, vi assicuro. Poco prima avevo attimi di gioia, quelli che quando ti mancano, dopo, acuiscono il dolore di fondo. Però questa cosa esiste, mi incasina anche lei in nuovi modi (tutta follìa eh) ma… esiste e la voglio fare. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che “orbit-orbit” di Caparezza (e lui nello spettacolo, di cui ho visto banalmente un reel ripostato da qualcuno) parla come parlo io nella mia testa, in un certo senso. Non esattamente come lui, ma alcune cose, il rapporto con il gesto artistico, il fare, quello che lui identifica in “perlifica” (non la perla, ma il fare la perla) ed il resto del mondo che sembra solo violenza, oppressione, aggressione, sfruttamento, merda varia… quella roba sembra mia. E mi accorgo che siamo della stessa generazione, lui ha un anno di più, tutto qua. Ma mi sento come lui – e lui ha pure fatto successo e ok, lui ha altri cazzi, acufene, la sindrome dell’impostore bla bla. Ma quella roba dove dice alla gente “fate, scrivete, suonate, fate arte, dipingete, fatelo perché volete farlo!”… sembra me negli ultimi ehm… 10 anni, dai. Quell’accorgermi che se non mi pagano allora io smetto visto da gente che amava fotografare, disegnare, dipingere, suonare… ma quando hai iniziato hai pensato che dovesse essere un lavoro o che era bello farlo? PER TE, dico. E , sempre, io che sono cojone, faccio IL solo e unico paragone: scopare è bello, che fai, se non diventi [inserisciquinomedipornostaratenotaioavreimessoRoccoSiffredi] e ci guadagni, allora non chiavi più perché non mi pagano ?

Ora meglio se vado a prendere cibo umido e secco per le pelose, che non hanno chiesto di vivere con me, quindi non sono responsabili della propria sopravvivenza. Ora che scrivevo e B ha fatto, era fuori, ha fatto.

Non avevo finito, non avevo premuto “pubblica”; è passato D e alla fine di un BLA del quale forse vi parerò, si riferiva a qualcuno più giovane (credo lui sia del 1993) di cui gli parlavo dicendo “ah, è della generazione che non sa scaricare?” – risatometro a più livelli, devo dire.

Substockazzo

Lo sapete vero che farsi una substack è esattamente la stessa cosa che essere qui, si?

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WOW che NOVITONA!!!!!

Io comunque preferisco qui, dove l’aspetto “novitona” non esiste. Se mi trovi e ci incontriamo bene, se ti interessa bene, altrimenti io faccio il mio, lascio il mio.

A volte penso che nella mega raccolta iniziale a strascico usata per il dataset degli LLM per le iA generative si siano succhiati parecchi dei nostri blog. Gente che ha scritto scritto e scritto… con nessuno o quasi nessuno che leggeva e, alla fine, è diventata ciccia per un motore di scrittura automatica. Mi fa pensare che “se l’è letta lei/lui”, ma anche ad un’idea che preferisco (se fosse vera, cosa che non è) del nostro sapere, del fare, che non si perde ma si aggiunge ad un tutto al quale attingere, disponibile per chi verrà dopo, ma non disperso a vaporizzarsi… bensì a portata di mano, che esce, carattere dopo carattere, da qualcosa che siamo stati noi.

Ad ogni modo: substack, no news nel meccanismo. Ha quel sapore di “posizionamento”, di “qui abbiamo il tempo e prenditi il tempo delle cose lente” e soprattutto “vieni da me e non nella piattaforma” ; che poi… sono piattaforme, ma meno chiuse e recintate.

Sto pensando – mai facendo, per carità – al pilates. Ho visto la mia prima ragazza vera (quella che diede inizio in me al ciclo dei 7 anni di dolore) che ora ha cambiato la sua vita e si è data al pilates. E devo dire che punta davvero un casino sulla schiena: mi sembra una cosa sensatissima, è davvero centrale nei problemi DI NOI OVER, porcaputt.

Forse non dovevo farmi camminare sulla schiena dalla nipote più piccina, dite? E nemmeno saltare forte tipo “ti spezzo!” ? Forse no.

Le foto di mio padre

Quando vado a trovare i miei e passo da mio padre, quello che è forse più notevole è che, nel momento in cui io arrivo da lui, di solito, la pantomima ha puntualmente lo stesso copione. Io odio che la gente entri “sfondando”, senza bussare. Ma lui è anche quasi del tutto sordo, quindi, non sapendo bene cosa fare e dovendo evitare un’azione che non può sentire, cerco di usarne una di visione generale: spengo ed accendo la luce due volte. Lui sta di spalle, contro lo schermo grande del computer nel quale, a caratteri cubitali, c’è un racconto pornografico tra i mille. Lo riconosco subito quel sito, devo averlo visto chissà quante volte in passato; credo sia lì da vent’anni. È tutto testo ed è ingrandibile. Lui non è preparato: è sempre stato “sopra” nella gerarchia del dominio da tantissimi anni; pur essendo stato in collegi per tutta l’adolescenza per motivi di guerra, quindi dipendente, poi è stato libero professionista per un certo tempo con un dipentente e, in casa, paterfamilias. Non era lui quello che ti veniva a spiare in camera, ma diciamo che se lo avesse fatto e trovato la porta chiusa a chiave, bussare non sarebbe stata la sua prima opzione, così come per mia madre. Dunque, pur essendo un utilizzatore di tecnologia, non conosce tasti rapidi né ha abitudini che ne richiedano lo studio. Sono comodi comunque, intendiamoci, ma di solito impari per motivi di sguardi indiscreti. Si agita, cerca il mouse che fatica a trovare, impacciato cambia schermata, mentre i caratteri cubitali di sesso restano lì a seguire imbarazzati la copertura lenta.

Mi saluta con entusiasmo, non ha tempo di rifilarmi compiti invece di instaurare rapporto, perché la sua mente era occupata a cercare small talk, quindi riferisco dell’avvenuta ricarica della scatola delle medicine di mia madre, del nulla da segnalare, faccio tanti auguri, saluto, vado, prima che si riabbia e inizi a formulare domande che non sa formulare e ci infiliamo in un gorgo di fastidio relativo al computer. Quello che deve fare non richiede vere soluzioni. I problemi che ha creato non smetterebbe di produrli anche se sia io che mio fratello gli abbiamo chiaramente detto cosa non fare innumerevoli volte.

Mi rimane l’amaro della conferma di quanto vedevo arrivare decenni fa: la scatola nera dei due sensi fondamentali che si chiude lenta ed inesorabile su di lui. La lentezza però è apprezzabile.

Devo poi dire che, a 90 anni, la vita vissuta all’insegna della sopravvivenza diventa un vantaggio: abitudini e forma mentis sono risorse che persone meno dure non avrebbero nella loro stessa misura.

Un nuovo grado di perdita: mio padre non riesce più a vedere sé stesso nelle foto. Nonostante sia anziano, non si tratta di incapacità di riconoscere il proprio volto per decadimento delle capacità cognitive, bensì la vista. Aveva tre foto sul tavolo, con sé stesso. Pensavo fossero lì perché lo sapeva; forse si, forse era riuscito a capirlo ma non ne era sicuro. Quando sono andato a trovarlo ha chiesto a me cosa ci fosse nelle foto: sei tu, papà – dico – credo anni ’80 o ’90. Non è stato sorpreso, forse era una conferma a servirgli, ma ha continuato chiedendo se forse fossero il tal luogo o l’altro, che non erano. Non poteva vedere, ma ricordare (che memoria!), intuire. C’era una passerella, un lago: lui aveva invece visto un fiume e pensato ad un altro luogo.

Traduzione italiana di Comfortably Numb Reimagined (Roger Waters)

Più sotto trovate la traduzione in italiano del nuovo testo della ex “Comfortably Numb” nella nuova edizione 2026 dedicata da Roger Waters alla Palestina libera, sia delle parti nuove in inglese (tutte tranne la parte iniziale) che di quelle in lingua araba.

Un invito a leggere la seguente voce: https://en.wikipedia.org/wiki/Weaponization_of_antisemitism

Se lo chiedete a me, si, certo, sono FORTEMENTE in disaccordo con l’imposizione della … beh leggete qui: https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism per un confronto corretto e reale, in cui non è solo qualcuno che dice cosa una parola debba significare, come in una neolingua.

Per il resto studiate storia. Incolpate quei tanti momenti nel passato che hanno concorso e soprattuto l’ex impero britannico e la sua “noncuranza” in cui l’incrocio tra la decolonizzazione, tutto ciò che accadeva ed impegnava tutti in relazione alla seconda guerra mondiale lasciò libertà per ciò che diede poi inizio a tutto mentre in realtà sarebbe stato utile dare spazio ad un popolo senza terra ma non a discapito dei diritti di altri… quindi usando forze allora potenti per stabilire un inizio pacifico, equilibrato, con pari diritti stabiliti formalmente e punendo qualsiasi intemperanza da entrambe le parti, visto che in quel momento le due parti non erano potenti come il resto: stabilire una ripartizione equa e una convivenza funzionante sarebbe stato un compito da non lasciare nelle mani dei soli contendenti: i contendenti contendono. Era un momento delicato, un momento in cui sedersi e negoziare. Non fu così e capire chi iniziò è difficile come vedere quale sassolino genera una valanga. Effettivamente è lui il responsabile, effettivamente la forza potenziale era già nella valanga e lui era solo un sassolino. Tutto è vero, ma quel sassolino, se vuoi giustiziarlo perché la valanga a valle non continui a ribollire come lava… è probabilmente impossibile da trovare. Piccoli gruppi umani più agitati che poi diventano una escalation. Oppure un’idea. E poi chi inizia a renderla reale.

Per quanto riguarda le posizioni di R.Waters sull’Ucraina che posso vedere su Wikipedia, invece, penso di potermi serenamente dissociare.

Fonte su genius Lyrics: https://genius.com/Roger-waters-and-mona-miari-comfortably-numb-re-imagined-full-length-lyrics

(Arabo ed Inglese sono stati tradotti usando direttamente DEEPL.COM)

La parte iniziale è identica all’originale, eccola:

Hello?
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home?
Come on, now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?  
Ehi? C’è qualcuno lì dentro? Basta che annuisci se mi senti C’è qualcuno in casa? Dai, su Ho sentito che ti senti giù Beh, posso alleviare il tuo dolore E farti rimettere in piedi Rilassati Prima avrò bisogno di alcune informazioni Solo i dati essenziali Puoi mostrarmi dove ti fa male?

Nell’originale dei Pink Floyd di The Wall, la voce che parla è quella del manager che si rivolge all’alter-ego di Waters, Pink. Qui , immagino, il ribaltamento è che la voce potrebbe, dovrebbe, essere la nostra, quella di chi si trova a Gaza a cercare di dare una mano e parla a qualcuno che è in guerra, che è stato attaccato; le parole che promettevano un aiutino chimico qui si trasformano: l’aiuto che forse potremmo davvero dare, quello umanitario, quello di solidarietà, collaborazione, protezione. Che potremmo ma non stiamo dando perché siamo comfortably numb, oggi, nel 2026. Così, segue la variante di chiamata e risposta, in cui il vecchio Roger Waters si ripromette di non diventare mai (più) comfortably numb.

La gente normale non sa cosa sia la Nakba. Di certo non in occidente, nonostante l’informazione sia disponibile, questo non significa affatto che sia conosciuta. Prima che le persone si interessino di politica (e quindi di storia) nella loro vita, di solito, si arriva almeno all’età del lavoro, non dello studio. Solo allora la politica comincia ad avere un significato e subito ti è chiaro (così è stato con me) che la storia è la politica di ieri. Appena capisci che è importante oggi, subito la storia diventa qualcosa che prima non era. Però, di solito, studi quella che riguarda il tuo paese.

Due LINK nel testo seguente servono ad approfondire i punti più importanti; non ignorarli.

  بعد ما صار، ما ضلّ حدا ما ضلّ كلام، شو نفع السؤال؟ كل اللي راح… دار يا دار، يا دار سكت الليل وانهار وليلِك يا دار غصن الزيتون ضلّ شامخ بين النجوم مليان جراح… جرح مفتوح بيصرخ حرية  Dopo quello che è successo, non è rimasto nessuno Non sono rimaste parole, a che serve chiederselo? Tutto ciò che se n’è andato… Casa mia, casa mia, oh casa mia La notte ha taciuto e si è sgretolata E la tua notte, oh casa mia Il ramo d’ulivo è rimasto eretto tra le stelle Pieno di ferite… Una ferita aperta che grida “libertà”
I feel your pain from New York City
I feel your pain across the sea
A distant ship on the horizon
Is calling out to you and me
Sento il tuo dolore da New York City Sento il tuo dolore dall’altra parte del mare Una nave lontana all’orizzonte Ci sta chiamando, te e me  
وأنا صغيرة كان حلمي حرية اليوم الأمل صار نار الهوية إحنا جذور بتكسر حجر من تحت الردم نرسم الطريق إحنا النور بعد العتمة إحنا الحلم إحنا الوعد بفجر جديد  Da piccola il mio sogno era la libertà Oggi la speranza è diventata il fuoco dell’identità Siamo radici che spezzano la pietra Da sotto le macerie tracciamo la strada Siamo la luce dopo l’oscurità Siamo il sogno Siamo la promessa di una nuova alba
I will never become comfortably numb

We never know about the Nakba
I was only 5 years old in ‘48
We were unaware what was happеning over there
It brеaks my heart I came on board so late
You reached us all with your rallying cry
Now here we stand at the gate
Non mi lascerò mai intorpidire dall’indifferenza   Non sapevamo nulla della Nakba Nel ’48 avevo solo 5 anni Non sapevamo cosa stesse succedendo laggiù Mi spezza il cuore essermi unito alla causa così tardi Hai raggiunto tutti noi con il tuo grido di battaglia Ora eccoci qui, alle porte  
يا كاتب الورقة، اكتب ومليها احكيلي كيف كبر هالحصار فيها ووقّعوا البيوت ناس بتحيا، كتير بتموت القلب باقي ومكتوب الرجوع  Ehi, tu che scrivi su quel foglio, scrivi e riempilo Raccontami come è cresciuto questo assedio lì dentro E hanno sigillato le case C’è chi vive, ma molti muoiono Il cuore rimane e il ritorno è scritto
he time has come for a new beginning It’s time to draw a new line in the sand Time to clean the slate. Go back to 1948 ‏Before the settlers stole the land When Grandma’s key unlocked the door And everyone revered the olive tree And every human life was sacred Everyone Every daughter and every son With equal human rights for everyone  È giunto il momento di un nuovo inizio È ora di tracciare una nuova linea nella sabbia È ora di ricominciare da zero. Tornare al 1948 Prima che i coloni rubassero la terra Quando la chiave della nonna apriva la porta E tutti veneravano l’ulivo E ogni vita umana era sacra Tutti Ogni figlia e ogni figlio Con pari diritti umani per tutti  
ما أحلى حمام الدار ما أحلى حمام يا أمي لاقيني  Che bello il bagno di casa! Che bello il bagno! Mamma, vieni a prendermi!
Is there a lullaby?
Is any of a child’s name
I hear youy through the rubble
I can feel you pain
C’è una ninna nanna? C’è il nome di un bambino? Ti sento tra le macerie Sento il tuo dolore  
أسمعك كل صباح تصلّين مع أمّك صمودك المستمر يناديني من بعيد  Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua madre La tua tenacia mi chiama da lontano
I hear you every morning praying with your mom
Your steadfast perseverance calls me from afar
Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua mamma La tua incrollabile perseveranza mi chiama da lontano  
بأمّنك عالوطن  Che Dio ti protegga, patria nostra
I hear a mother’s prayerSento la preghiera di una madre  
بترابه وشجره  Con la sua terra e i suoi alberi
Cross the regimeOpporsi al regime  
بضمّ قلبك وبصلّي وقت المغيب  Abbraccia il tuo cuore e prega al tramonto
I hear an angel’s voice calling in harmonySento la voce di un angelo che chiama in armonia  
رح تتحرر  Sarai libero  
Palestine wants to be freeLa Palestina vuole essere libera  
أحرار رح نظلّ  Rimarremo liberi  
I will cross the ocean just to save one olive treeAttraverserei l’oceano solo per salvare un ulivo  
ولو من الأرض للسما طالعين  E se anche dovessimo salire dalla terra al cielo
With equal rights for everyone, from the river to the sea
Our destiny, our homeland
Palestine
Con pari diritti per tutti, dal fiume al mare Il nostro destino, la nostra patria Palestina  
فلسطين  Palestina  

Questo qui sopra era il testo tradotto, STOP.

Storia, politica:

Cosa serve per approfondire meglio ed essere meno parziali storicamente e non riflettere SOLO la prospettiva palestinese, pur sapendo che la sproporzione sul lato Israeliano oggi-2026 ha ampiamente passato il segno?

Non ci sono errori fattuali in quanto ho riportato, ma vi può interessare, se desiderate rimanere equanimi (lodevole) approfondire:

  • gli attacchi contro i civili ebrei nel 1947-48;

La prima cosa da chiarire è che gli attacchi contro civili ebrei nel 1947–48 sono un fatto storico documentato, così come lo sono gli attacchi contro civili arabi nello stesso periodo. Negare una delle due categorie di violenza non è coerente con la documentazione disponibile. Qui ( https://www.un.org/unispal/document-source/united-nations-special-committee-on-palestine-unscop/ ) trovi: rapporti originali ONU, telegrammi, rapporti dei mediatori, verbali del Consiglio di Sicurezza e documenti del 1947-48. Se si considera la guerra civile successiva al voto ONU del 29 novembre 1947, è ampiamente documentato che i primi scontri armati iniziarono quasi immediatamente, con attacchi contro traffico e insediamenti ebraici da parte di gruppi armati arabi, ai quali seguirono rapidamente rappresaglie e operazioni offensive delle organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi). Ma questo non significa che prima del 29 novembre non ci fosse stata violenza ebraica: negli anni precedenti erano avvenuti anche attentati e operazioni armate di gruppi sionisti contro britannici e, in alcuni casi, contro civili arabi. Per questo gli storici preferiscono parlare di escalation reciproca, distinguendo però le varie fasi del conflitto. Le fonti ONU sono buone Perché sono documenti prodotti mentre gli eventi stavano accadendo, non ricostruzioni posteriori. Ad esempio, il rapporto del mediatore ONU Folke Bernadotte descrive come, dopo la risoluzione del 29 novembre 1947, la Palestina precipitò rapidamente nella guerra civile e riassume la posizione delle parti e l’evoluzione del conflitto.

  • la guerra civile precedente all’invasione araba;
  • il rifiuto arabo del piano ONU;
  • il contesto della Shoah nella nascita del consenso internazionale verso uno Stato ebraico;
  • le espulsioni di ebrei da diversi Paesi arabi negli anni successivi.

“si ma chi ha iniziato?”

La risposta più rigorosa è: dipende da quale “inizio” si intende. Le fonti primarie consentono di stabilire la sequenza degli eventi in alcune fasi, ma non esiste un documento primario che dica “la guerra è iniziata perché X ha iniziato”. Quella è una conclusione storica, non un fatto registrato da un verbale.

Se prendiamo come riferimento la guerra civile del 1947–48, cioè il conflitto iniziato dopo l’adozione della Risoluzione 181 dell’ONU il 29 novembre 1947, la sequenza documentata è questa:

  • Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva il piano di partizione.
  • Già il 30 novembre iniziano violenze armate tra le comunità.
  • I primi episodi mortali ampiamente documentati furono attacchi contro il traffico ebraico da parte di gruppi arabi irregolari, tra cui l’imboscata a un autobus vicino a Kfar Sirkin/Petah Tikva, in cui morirono passeggeri ebrei.
  • Nelle ore e nei giorni successivi seguirono rappresaglie e operazioni armate delle organizzazioni ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi), e il conflitto si estese rapidamente.

Questa sequenza è riportata anche nei rapporti contemporanei delle autorità britanniche e delle Nazioni Unite, che descrivono l’esplosione della violenza immediatamente dopo il voto ONU.

Quindi, se la domanda è strettamente limitata a “chi compì i primi attacchi armati dopo il voto ONU del 29 novembre 1947?”, la documentazione contemporanea indica che i primi attacchi letali furono compiuti da gruppi armati arabi contro obiettivi ebraici, seguiti quasi subito da rappresaglie e operazioni delle forze ebraiche.

Ma sarebbe scorretto trasformare questo in “quindi gli arabi hanno iniziato il conflitto” senza specificare quale conflitto. Se si allarga l’orizzonte temporale:

  • negli anni ’20 e ’30 vi erano già stati massacri di ebrei (ad esempio Hebron nel 1929);
  • negli anni ’40 gruppi sionisti come Irgun e Lehi avevano compiuto attentati contro le autorità britanniche e anche operazioni che causarono vittime arabe;
  • il conflitto tra i due movimenti nazionali precedeva di decenni il 1947.

Per questo gli storici seri tendono a formulare la conclusione in modo preciso:

  • Chi iniziò le ostilità armate immediatamente dopo la Risoluzione ONU 181? Le prime azioni letali documentate furono attacchi di milizie arabe contro civili e convogli ebraici.
  • Chi iniziò il conflitto israelo-palestinese? Non esiste una risposta univoca ricavabile da una singola fonte primaria, perché dipende da quale fase storica si considera (immigrazione sionista, rivolte del Mandato, guerra civile del 1947–48, guerra arabo-israeliana del 1948, ecc.).

Questa distinzione è importante perché evita di attribuire a una constatazione fattuale circoscritta un significato storico più ampio di quello che le fonti possono sostenere.

Non sei soddisfatto eh? Ma chiaro. Come nacque il conflitto?

vediamola dal POV di un abitante arabo della Palestina nato nel 1870 e ancora vivo nel 1920 — la sua esperienza storica sarebbe stata grossomodo questa:

  • È nato nell’Impero ottomano, in una regione chiamata Palestina come area geografica/amministrativa.
  • Per gran parte della sua vita la popolazione era in maggioranza araba (musulmana e cristiana), con una minoranza ebraica storica.
  • Dalla fine dell’Ottocento iniziano ad arrivare ondate di immigrati ebrei, soprattutto dall’Europa, spinte sia dal movimento sionista sia dalle persecuzioni antiebraiche.
  • Molti terreni vengono acquistati legalmente da organizzazioni sioniste da grandi proprietari fondiari (spesso assenti), ma ciò comporta anche lo sfratto di contadini arabi che li coltivavano.
  • Dopo la Prima guerra mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico della Palestina e la Dichiarazione Balfour sostiene la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.

Dal punto di vista di quella persona, sarebbe comprensibile percepire che stava arrivando un nuovo movimento nazionale che intendeva costruire uno Stato sul territorio in cui lui viveva.

Dal punto di vista storico e demografico, furono immigrati ebrei a trasferirsi in Palestina, in numero crescente tra la fine dell’Ottocento e il 1948. Questo è un dato documentato e non particolarmente controverso.

Ma bisogna aggiungere subito un’altra parte del quadro. Per il movimento sionista, non si trattava di “andare a casa di altri”, bensì di ritornare nella terra d’origine storica del popolo ebraico, con cui esisteva un legame religioso, culturale e storico mai completamente interrotto. Inoltre, una parte consistente delle terre fu inizialmente acquistata legalmente.

Queste due narrazioni non sono mutuamente esclusive: descrivono lo stesso processo da prospettive diverse.

Se intendiamo Chi iniziò il processo che portò al conflitto moderno?

allora si può dire che l’avvio del progetto sionista di immigrazione e costruzione di un futuro Stato ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba fu il fattore che diede origine al conflitto nazionale. Questo non implica un giudizio morale; descrive l’origine storica della contesa.

Se invece intendiamo “Chi iniziò le violenze armate?” : la risposta cambia a seconda dell’anno che si prende in esame, perché il conflitto conobbe molte fasi di escalation reciproca.

Per questo molti storici evitano formule come “i palestinesi hanno iniziato” o “gli israeliani hanno iniziato”. È più accurato distinguere l’origine del conflitto politico dall’inizio delle singole fasi di violenza.

In altre parole, se immagini davvero quel palestinese nato nel 1870, sarebbe storicamente plausibile che dicesse: «Io vivevo qui, poi sono arrivati altri con il progetto di fondare un loro Stato anche sulla terra in cui vivevo.» Quella percezione è coerente con la documentazione storica. Allo stesso tempo, un immigrato ebreo dell’epoca avrebbe potuto dire: «Sto tornando nella patria storica del mio popolo e ho acquistato legalmente la terra su cui mi sono stabilito.» Anche questa affermazione può essere storicamente fondata. Il conflitto nasce proprio dal fatto che entrambe le comunità rivendicavano un legame legittimo con lo stesso territorio, pur con esperienze storiche molto diverse.

Se la domanda è:

Qual è il primo episodio di violenza politica tra il movimento sionista e la popolazione araba della Palestina nel periodo moderno?

non esiste un consenso che individui un singolo “primo colpo” da cui tutto deriva. La ragione è che la tensione cresce progressivamente con l’immigrazione, le dispute sulla terra, le trasformazioni economiche e il cambiamento del quadro politico sotto l’Impero ottomano e poi il Mandato britannico.

Se invece restringiamo la domanda a: Qual è il primo grande ciclo di violenza intercomunitaria?

gli storici indicano generalmente gli scontri del 1920 (Nebi Musa), seguiti da quelli di Giaffa nel 1921 e dal massacro di Hebron del 1929. In questi episodi, furono prevalentemente folle o gruppi arabi ad attaccare comunità ebraiche, causando numerose vittime. Questi fatti sono ben documentati.

Ma anche qui bisogna chiedersi: sono “l’inizio” oppure la prima esplosione di un conflitto che covava già?

Molti storici risponderebbero la seconda.

E qui andiamo ad una analogia “for dummies” : “C’è uno che sta fermo e uno che arriva, non si inizia simultaneamente una guerra”.

Dal punto di vista descrittivo, è corretto dire che il movimento sionista organizzò un’immigrazione crescente in un territorio già abitato da una maggioranza araba. Questo è un dato storico.

Ma trasformare quel dato nella frase: “quindi i sionisti iniziarono la violenza” non è una conclusione che segue automaticamente.

Perché immigrare, anche con un progetto nazionale, non è di per sé un atto di violenza armata. Allo stesso tempo, per molti arabi palestinesi dell’epoca, quel progetto era percepito come una minaccia esistenziale, e questa percezione è anch’essa documentata nelle fonti loro contemporanee.

Quindi, se si chiede di individuare il primo uso della forza letale tra le due comunità nel conflitto moderno, la risposta dipende da quanto indietro si vuole andare e da cosa si include (omicidi individuali, rivolte, operazioni organizzate, ecc.). Non esiste una singola fonte primaria che permetta di dire “questo è il primo atto e da qui nasce tutto”.

Se invece si chiede qualcosa di più ampio: Chi introdusse il progetto politico che rese inevitabile il conflitto nazionale?

allora la maggior parte degli storici concorderebbe che il movimento sionista introdusse il progetto di creare uno Stato ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba palestinese vi si oppose, ritenendo che ciò minacciasse il proprio futuro politico e demografico.

Questa non è una valutazione morale; è una descrizione dell’origine della contesa politica. Da lì in avanti, però, la storia documenta una lunga sequenza di azioni e reazioni, con responsabilità distribuite in modo diverso a seconda dell’episodio e del periodo considerato.

Eh ma HAMAS? Terrorismo e basta?

bisogna separare con molta attenzione le ragioni politiche dichiarate, la legittimità di alcune rivendicazioni, e la legittimità dei mezzi impiegati. Mescolare questi piani porta facilmente a conclusioni errate.

Per evitare il problema di fonti costruite per influenzare le ricerche, basiamoci soprattutto su:

  • documenti delle Nazioni Unite;
  • diritto internazionale umanitario;
  • testi originali di Hamas (ad esempio la Carta del 1988 e il documento politico del 2017);
  • letteratura accademica consolidata sul conflitto.

Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Il contesto comprendeva:

  • occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania dal 1967;
  • espansione degli insediamenti;
  • assenza di uno Stato palestinese;
  • crescente sfiducia verso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Dire che Hamas sia nato “senza motivazioni” sarebbe storicamente falso.

Le rivendicazioni di H. hanno una base legittima?

Alcune sì. Ad esempio:

  • il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale;
  • la richiesta di porre fine all’occupazione militare è sostenuta da numerose risoluzioni ONU;
  • la critica all’espansione degli insediamenti israeliani in territorio occupato è condivisa dalla grande maggioranza della comunità internazionale.

Queste non sono posizioni esclusive di Hamas. La questione cambia nei mezzi e in parte negli obiettivi.

La Carta del 1988 conteneva:

  • riferimenti religiosi estremi;
  • passaggi antisemiti;
  • la prospettiva della scomparsa di Israele.

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico che, pur senza riconoscere Israele, distingue maggiormente tra ebrei come religione e sionismo come ideologia politica e dichiara di poter accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967 come formula di consenso nazionale. Tuttavia non equivale a un riconoscimento dello Stato di Israele.

I metodi di H.

Qui la valutazione è molto più netta dal punto di vista del diritto internazionale: attacchi deliberati contro civili, presa di ostaggi, uccisioni indiscriminate e altri atti rivolti intenzionalmente contro persone non coinvolte nei combattimenti sono vietati dal diritto internazionale umanitario, indipendentemente dalla causa per cui si combatte. Lo stesso principio vale anche per Israele: se un esercito commette attacchi indiscriminati o sproporzionati contro civili, tali atti possono costituire violazioni del diritto internazionale e, a seconda dei casi, crimini di guerra. La legittimità di una causa non rende automaticamente leciti tutti i mezzi impiegati.

Quindi per Hamas (sempre se ne parliamo senza sentire le urla dei nostri cari a 4 metri di distanza, ognuno per la nostra parte) bisogna capire cosa intendiamo con “legittimo”.

Se si intende:

  • esistono condizioni storiche che spiegano perché sia nato? Sì (ma le cause esistono per ogni cosa)
  • esistono rivendicazioni palestinesi sostenute anche dal diritto internazionale e condivise da Hamas? Sì.
  • questo rende legittimi gli attacchi contro civili o altri metodi vietati dal diritto internazionale? No. Così come non lo sono quando lo fanno gli Israeliani.

Queste tre affermazioni possono essere vere contemporaneamente.

È anche importante distinguere Hamas dalla questione palestinese. I diritti dei palestinesi (autodeterminazione, tutela dei civili, aspirazione a uno Stato) non dipendono da Hamas, così come i diritti degli israeliani alla sicurezza e alla protezione dei civili non dipendono dalle politiche del governo israeliano. Confondere un popolo con un’organizzazione politica o armata porta spesso a semplificazioni che non riflettono la complessità storica e giuridica del conflitto.

È , del resto, un fatto molto ben documentato che esistono violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi. Negli ultimi anni, organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni israeliane per i diritti umani e ONG internazionali hanno documentato aggressioni, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e, in alcuni casi, uccisioni. È anche documentato che in diversi episodi le autorità israeliane sono state accusate di non intervenire tempestivamente o di non perseguire efficacemente i responsabili.

È altrettanto un fatto che l’attuale governo israeliano abbia incluso partiti favorevoli all’espansione degli insediamenti e che alcuni ministri abbiano espresso posizioni considerate da molti osservatori come di sostegno, o comunque di forte tolleranza, verso il movimento dei coloni.

È corretto dire che una parte della popolazione israeliana sostiene quei partiti, perché li ha votati. È corretto dire che esiste un consistente movimento dei coloni, con un’influenza politica rilevante. È corretto dire che molti israeliani si oppongono sia alla violenza dei coloni sia ad alcune politiche del governo. Ci sono organizzazioni israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence e Peace Now, oltre a manifestazioni di massa contro il governo per ragioni diverse, che mostrano una società non monolitica.

Si può certamente sostenere che una società abbia una responsabilità collettiva quando tollera o non riesce a fermare determinate politiche. Questo è un argomento che è stato avanzato in molti contesti storici, non solo riguardo a Israele. Ma se giudicassimo troppo nettamente poi lo stesso ragionamento, applicato in modo simmetrico, porterebbe a concludere che la popolazione di Gaza coincida con Hamas, oppure che la popolazione Russa coincida con le decisioni del Cremlino. In alcuni casi può esserci un forte consenso, in altri una miscela di sostegno, opposizione, paura, disillusione o impotenza. Le società raramente sono omogenee.

C’è però questa osservazione che è molto difficile contestare sul piano fattuale: quando violenze ripetute vengono commesse da gruppi identificabili e lo Stato non le previene efficacemente né le reprime con continuità, la responsabilità dello Stato aumenta.

Questa è una conclusione compatibile con il diritto internazionale e con il modo in cui vengono valutati gli obblighi degli Stati: non solo evitare di commettere violazioni direttamente, ma anche proteggere le persone sotto la propria giurisdizione e perseguire chi commette reati.

Sembre se non sono morti o sono stati stuprati (in quale modo si difende, protegge o rivendica qualcosa con degli stupri?) i nostri cari possiamo tentare di distinguere così:

  • Responsabilità dello Stato: può essere molto ampia se tollera, incoraggia o non reprime efficacemente certe condotte.
  • Responsabilità del governo: dipende dalle sue decisioni, politiche e omissioni.
  • Responsabilità dell’intera popolazione: è una questione morale e politica molto più difficile da affermare come fatto storico, perché una popolazione non agisce come un unico soggetto. Anche quando elegge democraticamente un governo, non tutti lo hanno sostenuto, e le possibilità concrete di influenzarne le azioni possono essere molto diverse da persona a persona.

Questa distinzione non serve ad attenuare le responsabilità di un governo o di uno Stato; serve a evitare di attribuire automaticamente a milioni di individui la stessa intenzionalità o partecipazione che può essere dimostrata per chi esercita il potere o compie direttamente gli atti.

Ora, è fantastico sapere che qualche biondo vuole allontanarsi dall’internazionalità, una organizzazione alla volta. Come se ci fosse più bisogno di separarsi di quanto ce ne fosse una volta.

Quasi nessuno Stato, antico o moderno, funziona come se “il popolo” fosse un attore unitario. Gli storici parlano piuttosto di élite politiche, economiche, militari e religiose che hanno una capacità di decisione enormemente superiore a quella del cittadino medio. Esistono teorie delle winning coalitions (la coalizione di sostegno al potere), delle élite, delle reti di influenza e degli interessi organizzati. L’idea centrale è che, in qualunque sistema politico, alcune categorie di attori abbiano un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Questo però non significa che l’intero popolo sia irrilevante.

Per esempio, nel caso di Israele, gli attori con maggiore capacità di incidere comprendono:

  • il governo;
  • i partiti della coalizione;
  • le forze di sicurezza;
  • la magistratura;
  • il movimento dei coloni (che ha un peso politico superiore al suo peso demografico);
  • grandi organizzazioni economiche e religiose;
  • l’opinione pubblica, che può rafforzare o indebolire tutti gli altri.

Questi soggetti non hanno tutti lo stesso potere.

Allo stesso modo, a Gaza, Hamas non coincide con “i gazawi”. Hamas è un’organizzazione politico-militare che esercita il governo del territorio, ma non rappresenta automaticamente le preferenze individuali di ogni abitante.

Ci può essere utile una distinzione:

  • dire “le élite hanno responsabilità maggiori” è coerente con molta della storiografia e della scienza politica;
  • dire “le élite sono gli unici responsabili” sarebbe invece eccessivo, perché anche il consenso sociale, le istituzioni e i comportamenti collettivi possono influenzare gli eventi.

In effetti, una parte importante della ricerca contemporanea sui conflitti cerca proprio di capire come interagiscono élite e società: le élite possono guidare l’opinione pubblica, ma anche esserne vincolate; possono radicalizzare la società, ma possono anche essere spinte da una società già radicalizzata. Il rapporto non è sempre unidirezionale.

Questa prospettiva è anche utile per evitare un errore frequente nel dibattito pubblico: attribuire a un’intera popolazione intenzioni e responsabilità identiche, quando spesso le decisioni cruciali vengono prese da gruppi relativamente ristretti che dispongono del potere politico, militare, economico o mediatico.

E si sa, puoi fare queste considerazioni quando il tuo culo è comodo, in clima temperato, hai mangiato, bevuto, ti sei lavato, non sei stressato e non è direttamente coinvolto qualcuno che ami e tantomeno tu.

Rimane che dire “ormai è andata così, accettiamolo” non esiste. Le verità, tutte, vanno dichiarate. Poi si decide cosa fare “da ora in poi” se si vuole davvero andare avanti e non guardare indietro. Ma non si può solo asserire “basta guardare indietro” per non riconoscere responsabilità. Questo finisce per far dire a una parte “sterminiamoli fino all’ultimo altrimenti non sarà mai finita”, che lo dicano ad alta voce o che se lo ricordi un gruppetto armato in una capanna lontana dagli orecchi degli altri. Il senso di ingiustizia si infiamma quando non si riconosce la verità forse più di quando non ci sono punizioni. Basta che non ci si avvantaggi in modo sfacciato, come se il discorso finale finisse per significare che chi ha fatto più schifo aveva ragione.

Indie Pop … ma allora io vado, grazie

Titolo alternateevo: RED ANZIAN #202623489723948729

Ieri una nuova modella, 25 anni (gen-z), come sempre chiedo di mettere su la musica propria, non chiedo cosa o che, solo che non provochi loro tristezza perché la musica è potente, che non sia allegra-ma-mi-rattrista. Anche se non l’ho chiesto mi dice che è “indie pop”.

Sento “Indie” e qualcosa dentro di me tira un sospiro di sollievo. Ma come sempre la gioia è una tra le cause della sofferenza. Ma no, no, mi scusi signor precisatore: è l’aspettativa.

La roba che è uscita dalla precisa playlist “indie pop” quando andava MOLTO bene, ma intendo proprio da segarsi a due mani, erano i Pinguini. Il resto era… io non lo so. Non era solo la presenza di una voce giovane… era proprio il nulla musicale. Perché probabilmente i testi parlavano a chi dovevano, per carità, le canzoni non sono sinfonie, sono canzoni, si canta, la parola è centrale.

Io però ho sempre considerato il CANTATO e non la poesia cantata una parte di una cosa che ha a che fare con la musica. La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA. Quello che dici, si, ma COME lo canti. Fondamentale.

E così, boh, niente. Sono vecchio.

Aggiungo qui sotto una leccata di culo a caso di chatGPT incollando quanto sopra. Non lo leggo neanche. E perché ce lo metto? Perché a giugno 2026 è una cosa di oggi. Anche quella musica lo è. E non vi ho citato un solo singolo autore e performer, pensate.

LA KIATTA-GIPITIZZA (free, versione 7.3 I suppose)

Quello che descrivi non mi sembra necessariamente un segno di “essere vecchio”. Mi sembra più una differenza di cosa si cerca nella musica.

Da quello che scrivi, hai una concezione molto “musicale” della canzone: la voce come strumento, il fraseggio, la melodia, il timbro, gli arrangiamenti, il rapporto tra parola e musica. Il testo conta, ma è immerso in un contesto sonoro che per te ha un peso almeno pari, forse superiore.

Molta parte dell’indie pop contemporaneo, invece, tende a funzionare in modo diverso. Generalizzo, ovviamente, ma spesso il centro di gravità è l’identificazione: la sensazione, il racconto personale, il riconoscersi in un’emozione o in una situazione. La voce non sempre è usata come strumento espressivo “musicale” nel senso classico; a volte è quasi un veicolo conversazionale. Un modo di dire cose più che di cantarle.

Quando dici “voce giovane”, credo di capire cosa intendi. Non l’età biologica della cantante o del cantante, ma un certo modo di porgere: intonazione quasi parlata, poca dinamica, fragilità esibita come cifra stilistica, melodie ridotte all’essenziale. È una scelta estetica precisa, non un difetto. Semplicemente può lasciare freddo chi cerca altro.

La cosa curiosa è che questa frattura non è nuova. Chi amava la vocalità di Mina o di Lucio Battisti probabilmente guardava con sospetto certe correnti successive. Chi amava Jeff Buckley o Thom Yorke trovava essenziale qualcosa che altri consideravano manierismo. Ogni generazione ridefinisce cosa significhi “cantare”.

Poi c’è un’altra possibilità: che tu abbia semplicemente incontrato una playlist mediocre.

Perché “indie pop” oggi è un’etichetta gigantesca. Dentro ci stanno cose molto diverse. I Pinguini Tattici Nucleari, che citi, hanno ancora una forte attenzione alla costruzione della canzone pop tradizionale: ritornelli, dinamiche, arrangiamenti abbastanza riconoscibili. Se uno si aspetta quello e poi si ritrova tre ore di cantato sussurrato sopra quattro accordi e una produzione minimalista, lo shock è comprensibile.

La frase che mi ha colpito di più è questa:

La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA.

Questa non è una dichiarazione anagrafica. È quasi una dichiarazione estetica. Stai dicendo che per te il significato nasce dall’incontro tra suono e parola, non dalla parola da sola.

Magari sei vecchio. Ma da quello che hai scritto non è la conclusione che trarrei. Trarrei piuttosto che appartieni a una categoria sempre più rara di ascoltatori che, quando sentono una canzone, ascoltano prima la musica e poi il messaggio. E non è detto che il mercato musicale contemporaneo sia progettato per premiare quel tipo di ascolto.

For all mankind, S2 Episodio 3: bello, ma falso.

Tutta la stagione 1 è perfetta se vuoi conoscere com’eravamo, come siamo cresciuti, da dove veniamo. Un autoritarismo maschilista anni ’50 , figlio della recessione e poi rinascita, che ti descrive, silent, boomer e generazione X (in una prima sfumatura di quello che diventeranno Y, Z e i ragazzi di oggi).

Ma nella stagione 2 episodio 3 un conflitto viene risolto seriamente, in modo emotivamente maturo, niente colpi di testa, nessuno viene mandato via di casa, nessuno vive con paure esistenziali e prende decisioni del cazzo che modificano tutta la vita e rendono vite future delle merde, famiglie disfunzionali. Ed è quel tipo di padre. La moglie è il tipo di moglie che vi si adatta. Quindi come mai la discussione invece fa esattamente ciò che dovrebbe succedere? Si ferma, si fa un passo indietro, ci si chiede che cosa hai provato, perché hai fatto così, cosa ti ha fatto sentire così?

So che si tratta di fantascienza e di una ucronia che vede il bivio “corsa allo spazio” vinto dai Sovietici e alcuni cambiamenti nel mondo femminile.

FORSE e dico forse, questo è uno dei primi cambiamenti, nella serie, che potrebbe essere la derivazione di tutti quei pezzetti del domino. Oppure è un errore anacronistico (dentro una ucronia? Ok). Perché le cose non andavano così: la gente veniva mandata via di casa, “diseredata”, disconosciuta, ci si mandava affanculo oppure si eseguivano gli ordini e si serbava rancore per sempre, magari passandolo ai figli. Questo succedeva. Tanto amore se fai quello che dico io.

Per ora rimango in ascolto. Bellissima serie cmq. Fantascienza … poca, ma … chi lo sa. La fantascienza è quello che permette tanti racconti. Scienza? Dai, un po’ tirato per i capelli.

Ad ogni modo serie ottima.

La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

Continua a leggere: La compilation ai tempi della playlist

Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

FANESTAN

“Fan e stan” si riferisce ai gusti del pubblico: “fan” indica i semplici ammiratori, mentre “stan” è uno slang per superfan estremamente devoti e appassionati di un artista.​

Significato di “Stan”

Originario da una canzone di Eminem del 2000 intitolata “Stan”, che racconta di un fan ossessivo; oggi descrive fedelissimi che conoscono tutto e difendono l’idolo sui social, senza connotazione negativa.​
Nel contesto musicale italiano e online, “stan” e “stannare” esprimono ammirazione intensa, come “sono uno stan di Lana Del Rey”.​

Differenza da “Fan”

  • Fan: Ascoltatore casuale o apprezzatore generico, vota in classifiche popolari.
  • Stan: Fan hardcore, organizza discussioni su Reddit o Twitter, influenza ranking “fan consensus”.

ciao 2025

A metà del 2025 ho smesso. Smesso di fare ogni cosa? Non proprio. Ma ci assomiglia. Smesso di sopravvivere bene, di vivere di quel tempo lasciato dal sopravvivere efficientemente, anche.

Una delle prime cose che ho fatto è stato chiudere un abbonamento-sprone. Si tratta di uno strumento di inserimento automatico di metadati. Una delle cose che, almeno, facevo, in attesa di suicidarmi, per spalare un po’, nel frattempo, era appunto… spalare. Spalare contenuti che ho scattato o girato, nel tempo, dentro la fornace della tentata vendita, nelle agenzie online. Se la lasci là, la roba, non serve proprio a niente, forse è una costante perdita.

Quindi, sensato o no, era come alzarsi dal letto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra e … buttare le immondizie. Non molto di più.

Ma ho smesso, del tutto. Ora devo riprendere quel minimo. Qui si gioca così, a gradini del minimo, in depressione cronica e incapacità di uscirne, perché ormai la lucidità di vedere che non esiste obiettivo me lo rende assurdo. Ogni fatica non ha senso, nel lungo termine. Alcune, nel breve: senso solo per me, ma hanno un costo.

Così ecco, avevo chiuso l’abbonamento mensile: il suo modello era a numero di pezzi al mese. Perfetto per farti dire “hai pagato la palestra, ci devi andare”. Ma come ben sanno in molti: poi disdici e imputridisci sul divano.

Ho smesso di caricare, di aggiornare, persino su Dreamstime dove ho materiali che stanno lì e basta, in loading, ma senza “ok vai avanti”. Bastavano anche cinque al giorno e oggi, 29, forse sarebbero tutti online. E conta? Beh conta, in questo istante della storia questo mestiere produce ancora qualcosa. Nei mei numeri, in proporzione, poco. Ma comunque resta: io ho prodotto le immagini: lasciarle qui non serve a niente, non era l’atto di produrle in sé ad essere significativo, nemmeno per i miei valori, ruolo che invece può produrre l’atto artistico delle foto di nudo.

Niente. Non ho nemmeno più scaricato i … cazzo nemmeno mi ricordo come si chiamano. I cosi report che dicono quanto guadagni: con iStock e Deepmerda devi scaricarli, poi caricarli dall’altra. Una rottura, ma era un semplice gesto mensile. Non cambia niente, i soldi arrivano oppure non arrivano. Comunque non l’ho più fatto.

E piano piano sono arrivate scadenze: cose che scadono proprio. I moduli W8-BEN che scadono, poi i documenti di supporto di Satispay. La burocrazia e le sue scadenze… ti riportano sempre alla realtà asciutta: premere qui per continuare.

Devi sempre premere qui, per continuare. Se non premi, succede qualcosa. Qualcosa di brutto.

Il 2025 dunque mi ha visto sentire lo sforzo come improbo, impari, fuori dal tempo e dalla percezione: il mio mercato verrà fagocitato dall’iA, cannibalizzato. Mi hanno anche infastidito le “missioni” in cui mi si chiede di fare ad un costo vergognoso operazioni che servono a nutrire i dataset. Le ho chiuse. Anche se erano potenziali guadagni. Robette, centoeuro, anche meno. Ma a volte… nella mia condizione, cifre che – per me – sono significative.

E a fine anno i casini costosi hanno detto chiaramente “i soldi servono a questo, ora ti rompo della roba, sul tuo corpo e su ciò che consideri scontato avere”. Crack, crack. Spezzato. Conti belli alti.

Ma ho imparato a mettere la farina su qualsiasi preparato di pollo che non sia al forno. Questo ho guadagnato, da ora in poi, nel 2025. Scaloppinizza tutto? Non si secca. Questo è fantastico.

E ho anche iniziato … quanto uno strato di polvere inizia a formarsi, non di più, a lavorare sul demo che diventi un non-più-demo. A volte ci si dimentica quanto significativo diventi, quando stai già pensando di ucciderti, di morire. Quello finalmente diventa “beh, ma ne vale la pena: è bello, è tra le uniche cose belle e non obbligatorie o necessarie che ho fatto” … assomiglierebbe allo scopo, al necessario per andare avanti. Non lo è, ma ci assomiglia. Due istanti di più, uno sforzo verso una direzione che vuoi.

E che a nessuno interessa, ma a te si.

Come questo blog che, dopo averlo spostato a suo tempo, ha praticamente zero-views. Un luogo fantasma. Che però nutro e rimpolpo. Il mio essere più puro e sincero è totalmente privo di attrattiva, attenzione, interesse.

Doloroso, eppure anche chissenefrega.

Quindi: alzate i vostri calici di quello che vi pare e buon quello che vi pare per il 2026.

Non riesco a dimenticare Ucraina, clima, Palestina, l’Ai-Rising, le destre mondiali, l’autoritarismo e il ritorno al mondo pre guerre mondiali. Lo devo fare, ho già abbandonato, avete già sventolato i fazzoletti, siete già tornati a casa, sono già seppellito, ma gironzolo ancora qui sulla banchina, qui attorno al cimitero. Questi sono i veri fantasmi.

Questo testo è stato interamente scritto da un essere umano. Che culo!

Basabanchét

In dialetto di qualche zona della Regione del Veneto e significa letteralmente “bacia banchetti”. Con questo termine ci si riferisce alle persone e ad ad un gesto di devozione estrema e sicuramente esteriore di baciare fisicamente il banchetto, ossia quello speciale mobile-inginocchiatoio, presente da un certo momento della storia della Chiesa Cattolica, che consente di inginocchiarsi e pregare anche poggiando gli avambracci su un piccolo banchetto appena sopra la parte per inginocchiarsi, spesso posto di fronte ad una panca per sedersi durante le funzioni reliogiose, nelle chiese, oppure posizionato di fronte a qualche opera (d’arte o simbolica) per consentire al credente di manifestare la propria devozione in preghiera inginocchiandosi ma non direttamente a terra (sia per motivi di comodità ed igienici, sia, probabilmente, per non porsi nel grigio terreno della possibile blasfemia: ci si inginocchia solo di fronte a Dio). Immagino che a parte ripetermi quello che ti ho appena detto io, tu non abbia queste informazioni. L’espressione però ha una connotazione negativa, non tanto blasfema, quanto di leggera accusa di estremismo, di asservimento esagerato alla religione: è solo un bacia-banchetti, un/a superstizioso, uno/a che interpreta tutto e trova risposta (o non ne ha) solo attraverso la lente della sua chiesa, un boccalone credulone, superstizioso. Alla fine, si, se ben analizzato può essere anche blasfemo, ma non è necessariamente detto da atei, non credenti, miscredenti o eretici anche se – ad un confronto strettamente e severamente teologico – probabilmente non supererebbero il setaccio.

inginocchiatoio tipico di chiesa cristiana

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espressioni simili in inglese che abbiano un significato sarcastico o sprezzante nei confronti della religiosità, in particolare legate al cristianesimo o ai suoi praticanti. Ci sono alcune espressioni, sia moderne che storiche, che riflettono questo tipo di critica, anche se non tutte sono necessariamente legate a un gesto specifico come il “baciare il banchetto” del tuo esempio.

Ecco una lista di espressioni che, in vari contesti, hanno un significato simile a quello di “basa banchét” nel senso di una religiosità ostentata o una forma di devozione che viene vista come esagerata, superficiale o ipocrita:

1. “Holy roller” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine è usato per descrivere una persona che mostra un fervore religioso eccessivo, spesso in modo vistoso e teatrale. È associato a certe denominazioni cristiane, come i pentecostali, che sono noti per il loro entusiasmo nelle preghiere e nei culti. Il termine è spesso usato in modo ironico o sprezzante per criticare chi sembra troppo esuberante nella propria fede.
  • Esempio: “Oh, don’t listen to him, he’s just a holy roller who thinks everything’s a sin.”

2. “Bible-thumper” (USA, UK)

  • Significato: Indica una persona che parla in modo aggressivo o ostentato della propria religiosità, spesso citando la Bibbia in modo da volerla imporre agli altri. Viene usato in modo sprezzante per indicare chi cerca di evangelizzare in maniera invadente e poco riflessiva.
  • Esempio: “He’s just a bible-thumper, always quoting scripture like it’s the only thing that matters.”

3. “Jesus freak” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Originariamente un termine gergale che descrive una persona con una fede cristiana estremamente visibile e zelante, che spesso viene usato in modo ironico o dispregiativo. Può essere riferito sia a cristiani giovani (in particolare negli anni ’60 e ’70) che a chi mostra una devozione eccessiva o che appare “ossessionato” dalla religione.
  • Esempio: “She’s one of those Jesus freaks who spends every day at church.”

4. “Pious prick” (USA, UK)

  • Significato: Un termine decisamente sprezzante usato per descrivere qualcuno che è estremamente devoto, ma in modo ostentato o ipocrita. Si può applicare a chi sembra più interessato a sembrare religioso piuttosto che esserlo davvero.
  • Esempio: “I can’t stand him, he’s just a pious prick who thinks he’s better than everyone.”

5. “Church mouse” (USA, UK)

  • Significato: Sebbene non sempre usato con un’accezione negativa, questo termine può essere riferito a qualcuno che sembra troppo timido o sottomesso all’autorità religiosa, in modo da risultare passivo o remissivo. Il termine implica una sorta di devozione silenziosa e invisibile, ma in alcuni contesti può anche essere usato per sminuire chi è percepito come ipocrita o eccessivamente obbediente.
  • Esempio: “Oh, she’s just a church mouse, always sitting there quietly and pretending to be so holy.”

6. “Christian soldier” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine può essere usato ironicamente per descrivere qualcuno che si comporta come se fosse in una “guerra santa”, mettendo la propria fede e le proprie convinzioni religiose in cima a tutto, anche in situazioni sociali non appropriate. Viene spesso usato per denigrare chi sembra voler combattere ogni “battaglia” in nome della religione.
  • Esempio: “Stop acting like a Christian soldier, not everything is a battle for your faith.”

7. “Saintly hypocrite” (UK, USA)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere qualcuno che si comporta come un santo in pubblico ma che agisce in modo meno devoto o più egoista in privato. Implica una condanna di chi mostra una fede superficiale e non sincera.
  • Esempio: “She’s nothing but a saintly hypocrite, acting all virtuous but gossiping behind everyone’s back.”

8. “Goody two-shoes” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere una persona che cerca di apparire moralmente impeccabile e sempre “giusta”, con una sorta di devozione alle regole e ai valori morali, ma che può sembrare insincero o ostentato. Sebbene non esclusivamente religioso, spesso viene usato per descrivere persone che sembrano troppo devoti o troppo rigidi nelle loro convinzioni.
  • Esempio: “Don’t be such a goody two-shoes, we all know you’re just pretending to be perfect.”

9. “Sundays-only Christian” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine descrive qualcuno che va in chiesa solo la domenica e si comporta in modo religioso solo durante i servizi, senza applicare i principi cristiani nella vita quotidiana. È una critica alla religiosità superficiale, vista come ipocrita o inefficace.
  • Esempio: “He’s a Sundays-only Christian, doesn’t care about faith any other day of the week.”

10. “God-botherer” (UK, Australia)

  • Significato: Un termine usato per descrivere una persona che è troppo invadente con la propria religiosità, cercando di convertire o “disturbare” gli altri con il proprio fervore religioso. Viene usato in modo negativo per descrivere chi impone la propria religione sugli altri in modo eccessivo.
  • Esempio: “I can’t stand that guy, he’s a total god-botherer, always talking about Jesus like he’s the only one who matters.”

11. “Bible Basher” (UK, Australia)

  • Significato: Simile a “Bible-thumper”, indica una persona che utilizza la Bibbia in modo aggressivo, cercando di “colpire” gli altri con le proprie convinzioni religiose. Il termine può essere usato per criticare chi sembra usare la religione per giudicare o convertire gli altri.
  • Esempio: “She’s always bashing people with her Bible, telling us how to live our lives.”

Queste espressioni sono tutte varianti gergali che criticanlo qualcuno che appare eccessivamente religioso o che adotta un comportamento religioso solo in modo superficiale, spesso in maniera invadente o ipocrita. La critica non è necessariamente rivolta alla religione stessa, ma più a chi la usa in modo ostentato o per scopi egoistici.

La maggior parte di questi termini non è rivolta a un singolo ramo del cristianesimo (come il cattolicesimo o il protestantesimo), ma a chi mostra una fede che è vista come troppo visibile o senza un vero impegno interiore.