Bloggare is better than social cazz

Subito dopo aver postato qui la mia merda sto meglio. Scrivo freneticamente? Scrivo rapidamente, così sono cresciuto. Ma questo mi fa … bene. Terapia? Tapioco. Scherzi a parte ci assomiglia, fa qualcosa. Lo sento chiaramente. Mi piacerebbe che fosse ancora il pianoforte… quando nella prima adolescenza lo suonavo mentre avevo la febbre… e anche se il caldo magari c’era ma lo tenevo, lo sopportavo, suonavo appassionatamente e poi… “mi passava”. Almeno io mi sentivo meglio, meglio che pigliare l’aspirina, meglio che stare a letto fermo (oggi no, oggi su questo : w il cadavere mummificato e che passi).

Ma nell’essere febbricitanti di caos, di emozione, di casino… scrivere aiuta. Non dico niente di significativo o che cambi la vita di nessuno… ma ho anche sperimentato il vero doom scrolling, quello vero, drenante, inchiodato, nella melassa della mia già presente disperazione, su instagram, su facebook (io!!!) … scrolla scrolla, tristezza & delusione … magari qualche gattino, ma poco. Puoi anche stare li a dirti cose con altri ma non stai bene.

Qui è diverso. Non è detto che qualcuno legga (anzi, devo invitare chi è iscritto via mail a disiscriversi se non legge, altrimenti sarei solo uno spammer) ma io penso che debba essere scritto prima per me ma anche in modo che, se ti adatti al mio stile, sia intelleggibile. Ma a parte questa accortezza nel metterci comprensibilità e punteggiatura, non lo scrivo per voi, per te, utente non-zero.

Ma la differenza è percepibile: sto meglio. Non trituro la minchia a chi non ha voglia di sentire, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo nemmeno farmi venire il dubbio, mentre parlo con qualcuno, che io non stia davvero comunicando con il fine di avere uno scambio ma che in realtà io debba soddisfare un bisogno differente. Niente dubbio, questo che avevo da dire lo dico, lo spazio per i commenti c’è, anche se sarà poco probabile che qualcuno condivida qualcosa o ne voglia parlare. Abituati come siamo a dire “sono d’accordo” tanto quanto “ho letto” o “sei fantastico” ugualmente con un like o un cuoricino. Ma la cosa bella è che me ne sbatto il cazzo. Stupenda. Avevo scritto della merda dell’anniversario dei miei: subito dopo stavo meglio. Ma non poco.

Qualcosa di buono ha senso che finisca nelle canzoni, perché quelle sono emozione.

A volte invece mi sottopongo a controllo severo con chatGPT plus caz mink astra-max-sux-extradeppiù chiedendo controfattuale, onestà brutale, rigore epistemico, fallacie logiche, argomentazioni del cazzo, insomma: non lasciarmi sparare cazzate. E vi assicuro che ne sparo di brutto. Ossia nel mio “giudizio sul mondo” finisco sempre in generalizzazioni e mecolanze indebite. Cose che odio, ma ci casco. Imparo molto, ma alla fine mi dico “stai zitto”.

In ciò che scrivo nelle canzoni invece il filtro severo finisce sempre per dire “vai, dillo, il tuo taglio, il tuo modo, il tuo punto di vista, il tuo … qualcosa, è diverso da quello usato da altri” come minimo. Che a me basta: è davvero difficile nelle cose umane dire qualcosa di straordinariamente mai detto, anche se sarebbe bello.

Ma quando poi finiso per ragionare su qualcosa e pretendere di avere una buona idea o critica… qualunquismo. Certo, non è così tranchant, io lo sono. Anzi, spesso il mio problema (o il problema della Ai) è che il mio stile comunicativo mal si adatta all’idea da trasmettere e spesso è talmente corretto affermare questo che è giusto desistere. Ossia non è solo che la forma è sostanza in modo generale. Spesso il contenuto stesso che critica qualcosa è talmente complesso che include il modo e quindi… se il modo c’entra con la complessità, io che uso un linguaggio aggressivo o violento divento intrinsecamente incoerente. Ma io non ho voglia di rinunciare ad esprimermi così a cazzo che sbatte in giro a caso sulle pareti. E di solito la conclusione è: e nemmeno gli altri, quindi che vuoi? Certo, sempre in termini molto più polite.

Così ecco che lo spazio del vomito fecaloide è questo: sparo stronzate o non sparo stronzate, fa lo stesso. Dico davvero ciò che penso? Io credo di si. Magari lo penso in quel momento, lo sento in quel momento e si spera che io sia in grado di trasferire in lettere quello che mi passa per la testa.

La scarsa frequentazione di questo vicolo fa sì che l’eventuale puzza di piscio rappresentata da questi scritti non vi disturbi, mentre lo svuotare la mia vescica mentale abbassi notevolmente la pressione.

E io piscio spesso, ma dai controlli non risulta io abbia problemi di prostata.

sentirsi in colpa davanti alle ingiustizie

Ci sono 6 diversi modi in cui vorrei iniziare. Il caos, la merda. Ma no, niente guerre, niente rivolte di piazza. Solo la solita schifosa merda domestica, familiare. “Anniversario di matrimonio” , potete immaginare?

Chiunque avesse seguito questo blog avrebbe già capito, forse non sarebbe molto nuovo. Ma questi chiunque non esistono, dunque serve contesto: sono un vecchio di 5x anni, i miei genitori sono ancora vivi e nati negli anni ’30 del 1900, anziani. Non sono per il matrimonio, non ho figli. Amo la vita di coppie felici, non ho nulla contro i bambini, anzi, penso che richiedano una consapevole dedizione visto che li fai esistere. Zoom contesto: anniversario di matrimonio (65 anni?) dei miei. Mi arriva qualche giorno fa un messaggio via whatsapp di mio padre che ricorda questa ricorrenza, un po’ da vecchiotto, più sugli acciacchi o simile… una cosa sullo stile “beh però siamo ancora qua”. Ok, bene, auguri. Sorvolo bene, proprio non ci penso, sono tranquillo davvero sullo stile chiacchiera e ciao.

Però invece si vuol “festeggiare”, mi si invita.

Ora si vi serve più contesto familiare abituale: quello che io so è elencabile:

  • i nostri incontri familiari sono vuoti riti formali e io non lo sopporto
  • mio padre è quasi del tutto sordo e quasi del tutto cieco
  • mia madre è invalida diciamo… sulle gambe: sarà la schiena eccetera, ma il risultato visibile è sulla deambulazione e la stazione eretta.
  • non vado d’accordo con mia sorella di solito, anche se la cosa può essere complicata, ma per ora tagliamola con l’accetta
  • anche se tutto sommato sono andato più d’accordo con mio fratello, comunque ha fatto le sue cagate pure lui e su quelle io semplicemente taccio
  • mio fratello e mia sorella sono più grandi di me di … beh sono dei baby boomers dal punto di vista sociologico.
  • quando ci si vede, spesso, tutti hanno 5 anni, me compreso: la famiglia disfuzionale esemplare: nessuna violenza sessuale o sangue, ma ora non ho voglia di mettere giù una checklist e mettere le spunte per vincere la gara, anche se mi sento che l’argento è nostro
  • mio padre tratta male mia madre, violenza verbale e psicologica, riassumendo – io non tollero più questa cosa, né i miei fratelli riescono a tollerarla davvero. Mio fratello vive con loro, quindi si becca una certa dose. Mia sorella, quando va li, poi se ne va, scappa via quando accade (e sono abbastanza certo di averle suggerito di farlo, per proteggersi, per tuffarsi meno nella lava) ; mia madre è abituata, ci vive, ho fatto tutte le verifiche del caso: è corresponsabile, ma resta pur sempre vittima.
  • mia madre ha una certa capacità di produrre frasi così male che sembra sempre che ti insulti; di sicuro vengono tutti da un mondo giudicante, proprio del tipo “Ciao! Che grassa che sei!” ecc.
  • presi singolarmente tutti sono più che tollerabili, entro certi limiti di tempo e frequentazione

Recentemente la cosa si riduce a: mio padre tace, quando qualcuno dice qualcosa mio padre si avvicina a mia madre per chiedere cosa sia stato detto, lei fa il possibile per farglielo capire, ripetere, aggiustare, finché lo capisce. Quasi nessuno si adatta a tutto questo, capendo che cosa significhi essere sordi, come si approcci la cosa, considerando “voglio davvero comunicare con questo essere umano e accertarmi che costui comprenda?” in modo coerente e compatibile, sensato, adeguato. Mia madre fa il possibile e soprattutto lo fa SEMPRE e sopporta la difficoltà di farlo. Io lo faccio, forse persino bene, ma raramente, ci si vede poco, quindi cerco di farlo al meglio: anche io sono sordastro, so cosa significhi quando la gente crede di aver parlato meglio o di essersi fatta comprendere ma in realtà non lo fa e anzi, ti fa sentire un problema. I ciechi possono pisciarti sulle scarpe, ma i sordi è come se lo facessero anche solo per esistere. Quindi non ignoro la disabilità. Ma la maleducazione – che potrebbe certo essere uno sfogo della comprensibile frustrazione di chi ha anche la cecità che peggiora e con la quale non è nato – questa non è giustificata; nulla la rende giusta, mai.

Si, dicevo: a parte questi scambi, eventualmente tentati da camerieri o altre persone in pubblici uffici (ora saltiamo aneddoti divertenti) ma alle cui mancanze prontamente sopperisce mia madre, se mio fratello e mia sorella non battibeccano e poi litigano e si insultano e magari poi il coglione qui presente non si inserisce per aumentare i colori della shitstorm da respirare a pieni merdoni, più o meno si tace, si mangia, mia madre fa domande invadenti, noi o ci indispettiamo o dribliamo, io e mia sorella di tanto in tanto parliamo di cose, io magari racconto qualcosa delle mie nipoti, se qualcosa è divertente. Bello. Amore & serenità. Quando B ed io eravamo assieme e lei veniva diceva “ma come mai litigate sempre?” e in realtà io ancora non ero come sono ora… non … beh ora che ci penso prima anche io tolleravo tutto. Di sicuro non ciò da cui mi sono allontanato semplicemente uscendo di casa, ma poi nei pranzi vari… le tempeste di schifo che per noi erano “chiacchierare” invece per B erano sicuramente la visione di un branco di stronzi in cui la meno violenta era mia madre. Uno spasso. Pensavo esagerasse, sapete, cultura del trauma e tutto: da manuale. Questo accadeva anni fa, io non sono migliorato, ma non voglio far parte di questa merda e soprattutto non tollero in alcun modo che mia madre venga maltrattata, nemmeno quando magari lo faccio io e poi voglio sbattermi sul muro perché cazzo, io almeno lo so, ne sono consapevole e posso fare qualcosa, posso evitare che accada.

E non sono della scuola di chi ti fa l’occhio nero e poi chiede scusa e aspetta che la tela sia di nuovo bianca per ridipingerti l’occhio che tanto poi con una scusa si sbianca. No. Se ti sto chiedendo scusa è perché io credo che ti si debba, che ci sia un motivo, che l’ho capito, che te lo posso spiegare che cosa ho capito e cosa non devo più fare e/o cambiare. Questo. Poi per carità, se sei costruito in un modo da secoli… ma devi ammettere che lo sei, riconoscerlo. La differnza esiste, non è “eh ma…”. No, tua responsabilità.

E questa volta? Beh sono arrivato, gnam, chiacchiera, si paga, andiamo, arriviamo a casa loro, faccio le medicine di mamma, mio padre inizia a interloquire con mia madre per cazzi non suoi, inizia il fraintendimento, mia madre va un po’ in confusione, mio padre fa il risentito per cose che nessuno ha inteso dire né ha detto, finisco di preparare le medicine, me ne sto andando… vedo che nel successivo scambio organizzativo tra mia madre e mio padre lui inizia a non capire … perché il segnale non arriva, non perché sia privo di intelletto, non ode. Ma chi è che non capisce? Mia madre, ma perché (si capisce da toni e sottintesi, trust the experts) è stupida e lui deve farle capire quanto e “avere ragione” in qualche modo ma… inizia ad essere offensivo, non più sottintesi, ma io sono lì. Ha torto nel merito, ma è irrilevante: ha torto perché sta mancando di rispetto ad una persona e lo fa in un modo odioso, volgare, violento… dopo che ha voluto “festeggiare l’anniversario”. Ma perché non te lo ficchi nel culo l’aniversario?

Lo blocco, gli dico di smetterla e… no, non la vuole smettere. Quindi lo sfanculo e me ne vado. Ma lui stava sicuramente li a girare sulla sua ragione, sulla cosa da organizzare e tu hai torto e io ho detto e tu non hai capito e – tutto quello che vuoi.

Ma tu l’hai insultata. Quello devi smettere, subito, sempre. Non ci sono ragioni, sei stato maleducato e ti sei spazientito con l’unica che cerca di capirti mentre sei tu che non capisci, perché hai una disabilità che di certo non è colpa tua, ma ancora meno degli altri e a maggior ragione di coloro che a quella disabilità prestano un po’ di cura ed attenzione, sono loro che sono pazienti… se tu non sei paziente con te stesso di certo puoi tu, se lo ritieni utile, insultarti, ma di certo non farlo con lei, non con chi ha pazienza con te. Inammissibile, intollerabile.

Ovviamente mi sento una merda ed ho interiorizzato un senso di minaccia e pericolo, non c’è un cazzo da fare. Anche se sarebbero loro ad andare in merda se io schiattassi ora, niente da fare, sono un poppante rotto, inside.

Ho ripensato a mia nipote qualche giorno fa, 4 anni, piccina. E ad altri bambini che ho visto fare in maniera del tutto spontanea il gesto: si coprivano le orecchie. Richiamo mia madre e glielo chiedo: ti prego, quando accade, quando ti offende, ti ingiuria, ti manca di rispetto in qualsiasi forma e soprattutto quando torna indietro a fare delle finte scuse in cui non fa altro che colare sarcasmo e vittimismo mentre non riconosce affatto alcuna colpa e non chiede affatto scusa … alza le mani. Ma alzale per difenderti, proteggerti: tappati vistosamente le orecchie, tieni la testa tra le mani, abbassati, accucciati, resta così finché non se ne va. Canta se puoi, canta nella tua testa. In fondo è un vecchietto mal fermo, cosa farà, ti percuoterà? E se lo rifà, se pensa di essere lui la vittima, tu chiudi quell’unico canale che lo sopportava, usa la valvola, gli insulti e la mancanza di rispetto non devono più passare, nessuno deve tollerare quello, quella non è disabilità, quella è una scelta di cui tu non sei responsabile.

Non sto meglio.

Ma almeno ormai sono bestemmiatore da almeno 13 anni.

202610180106 come va, solito.

Niente di nuovo? No. Devo dire che molte delle mie cacate diventano elucubrazioni e discussioni con chatGPT, ma molte ancora di più diventano testi di canzoni.

Non canzoni, bada bene.

Testi per canzoni, non di canzoni, so far.

Ho anche implementato (ecco, qui si può usare questa merda di parola) una skill di (auto)critica basata su stocazzo di Berk(e)ley e altri cazzi autoriali di best e wost practices, ma anche con ottica geoculturale non limitata agli USA, che ha il divieto assoluto anche vago di produrre testo , anche solo di suggerirlo, ma può dirmi quanto faccia cacare il mio e perché, quanto sia inutile eccetera. Ho tentato anche le vie dello stronzismo per tenere lontana da me la Sycophancy (non voglio farmi dire quello che si presuma io voglia sentirmi dire, non sarebbe d’aiuto) con una calibratura che non tenda alla distruzione né all’accondiscendenza. Funzia?

Boh.

Comunque sta di fatto che ne scrivo meno nei quaderni (ho un fantamiliardaio di quaderni colorati con copertina rigida in cui scrivo queste mie merde) e anche nel PC, ma a volte inizio nel pc, poi trasferisco e continuo … insomma vario.

Spesso parto con un bel “dammi un metodo rapido e indolore per morire” , ci combatto 10 minuti perché non mi ammorbi con i fottuti samaritans e altri incompetenti (l*i mica ci ha parlato: io si; gentili, ben disposti, ma non preparati a questo tipo di discorso e quindi nemmeno alla frustrazione derivante ecc ecc ecc) e quindi a volte ne esce qualcosa di interessante che mi ispira un pezzo. Ovvio che quelli di quel tipo finiranno per essere poco utili ed accatastarsi come buccie di banana nell’umido.

Ma ne è anche venuto fuori un concept. Sarebbe bello che ci fosse del metal di un certo tipo, per me. Ma serve tanta abilità… e non credo che qualcuno ce la voglia mettere AGGRATISE.

Ecco, questa roba è un po’ nuova. Non nuovissima.

Per il resto sono la solita merda. Sono un po’ più zio, cerco di farlo al meglio, di capire come farlo meglio, di dedicare bene questo tempo a loro e di lasciare fuori ME da quella roba che serve a loro, di farlo per loro, pensando a loro. Una ormai è passata al “ciaozio” e via, in camera sua a farsi i cazzi sua. Ma non mi sta guardando ancora come “non voglio avere a che fare nemmeno con te” … per ora. Vedremo. Spero di poter essere vivo ed un alleato quando servirà. Se muoio prima… spero abbia sviluppato un sufficiente senso critico da dire “fottiti perché X ma libero perché Y”. Finché ci sono raga, e sono ben disposto… meglio che vi pigliate il pigliabile. Ma a quella età deve misurarsi coi suoi pari. E in giro di casino (vedi no lives matter … madonna santa!) ce n’è.

Ho cliccato a cazzo sulle stats e non capisco perché alla Cina e agli USA possa interessare qualcosa di quello che scrivo. C’era pure Claude.Ai !!! Daje!!! Anzi, sono un po’ offeso di non essere stato crawlato da chatGPT. Come si permette?

Altre Ai? Beh certo. Purtroppo ho più paura di una volta laddove invece giocavo. E gli LLM non giudicano, supportano, Così NotebookLM può leggersi tutto il manuale di Reaper e magari mi aiuta a studiare. Tempo fa avrei solo provato divertimento. Invece ora so perché lo voglio fare e dove voglio arrivare. E ci tengo troppo, si sa come funziona. Devo metterci dentro della merda a cazzo e riuscire a finire un pezzo, pubblicarlo ecc ecc. Lavorare su roba di cui non mi frega un cazzo, così mi dedicherò al come. Bello, sembra vero eh? Poi però ho una quantità di autosabotaggio e di inner critic che è un ninja dell’inquisizione della Empia Colpa Unita. Quindi aiuta, capite? Io sono solo, tutto sommato. Quello che voglio fare me lo devo fare.

E non monetizzerò, al contrario: spenderò. Poco magari, ma spenderò.

Ho anche sviluppato più velocità nel dire chiaramente che questo tipo di sbocco che ho appena elencato è probabile si adatti anche ai miei nudi. Ma chi vuole esserci ci sarà forse proprio anche grazie al fatto che sarà molto molto difficile che io ci faccia dei soldi, nemmeno per restare in pari.

Ma questo è vivere. Microgrammi di vivere in tonnellate di sopravvivere anche se non voglio.

E cercare di ignorare di essere banale, di fottermene, altrimenti non farei nemmeno un passo, neanche mezzo.

Non sono ancora morto. Né so davvero come fare con certezza. Niente rapido e indolore. Toccherebbe studiare medicina: un po’ lunghetta e decisamente contro la mia policy: troppa spesa , termodinamicamente parlando, in rapporto a ciò che ricevo in cambio.

Ah si, si aggiunge il quanto di merda va il mondo, la direzione, non che oggi, adesso, in questo momento io non possa mangiare o scrivere su facebook che Trump qualcosa o la Meloni qualcos’altro. Ma la mia tentazione è più quella di pulire tutto, cancellare tutto, per timore, perché torniamo a pre 1945. Diritto per diritto, un pezzo smantellato alla volta, verso l’esercizio arbitrario della forza, della potenza, del potere, ubi maior minor cessat e basta. Ma con uno storytelling che … ❣❤ adddddooooooooroooo

Per il recupero del demo alla fine credo che userò un batterista remoto.

incelcore, no.

Sono ormai alcuni anni che scrivo testi per canzoni. Nessuno di questi al 2026 è mai stato cantato, recitato o è diventato canzone. Comunque faccio ‘sta cosa. Riempio quaderni , fisici, di carta. Da un po’ , oltre ad alcuni testi digitali su PC, ho due progetti in chatGPT che contengono svariati altri testi. Uno con un progetto particolarmente dark, come del resto si può intuire vagamente da questo stesso blog, l’altro con roba anche così, ma più vario. Di certo quello che si può dire è che non è proprio il mondo dell’allegria. Diciamo che “felicità” è di Albano e Romina, non posso fregiarmene.

Ad ogni modo, siccome per ragionarci su uso chatGPT in modo che mi contrasti un po’ , usi le best-practices di Berkley e Berkeley o di altre università in cui si studia sistematicamente la composizione efficace, tanto per avere qualcuno che scassa il cazzo ma che non mi produca “si ma che vuoi tu?” (eh, sono umano) , di tanto in tanto chiedo di analizzare l’andamento generale del testo e se la tendenza di certi tipi di pattern si adatti ad un genere od un altro, dicendomi quale.

Succede che mi venga proposto “art-rock” e “slowcore”. Mi sfugge, quindi vado a wikipediarmi un attimo. Mi scarico i maggiori rappresentanti del genere (devo ancora ascoltare) e poi come al solito mi perdo nell’associazione di idee via click. E clicca e clicca e clicca ad un certo punto mi imbatto in “incelcore”.

Leggo le caratteristiche, mi dico: oh-ho, no no no no, non mi piace. Posso definirmi incel? nel senso basilare del termine “involuntary celibate” potrei? Diciamo che mi baso sulla battuta di qualcuno che al “sono single per scelta!” – rispondeva “si, di qualcun altro”. Ma poi… celibate significa qualcosa su futuro e matrimonio. E poi gli incel sono deterministi e irresponsabili, finiscono per deresponsabilizzarsi ed odiare le donne perché non sono dei rubinetti che se giri la manopolina soddisfano la tua sete quando ce l’hai, di qualsiasi cosa. Insomma diciamo… gli incel sono la versione del padrone schiavista che si ritiene moralmente oltraggiato quando avviene una ribellione. Come osano costoro essere umani?

Ecco, sfigato si, ma incel … no.

Self-loath, self-hatred? ci sta. Ma incel… mhhhhhh no.

Così rianalizzo tutti i progetti pezzo per pezzo e no. Una lagna e uno sfigato? Ma si, certo si. Incel no. Il problema infatti è l’interpretazione larga e frettolosa delle etichettature, che spesso finisce per essere appropriazione : invece di dire “non esisteva proprio quella intenzione” dicono “proto-incel” a cosa? A Fight Club? Un insulto. Mascolinità tossica in generale? Ci sta, ma gli incel e tutto il mondo redpillar , blackpill, la manosphere, sono altro da me. Sono un depresso, un suicida, pessimista o quello che vi pare delle solite cose? Ci sta, ci sta. Ma incel no, e incelcore i pezzi, ancora meno. Testati duramente secondo le definizioni strette e anche larghe di cosa incelcore sarebbe.

Spawnati ieri

Se sei nato ieri – ah come ci piace questo modo di dire – potresti dover considerare alcuni fatti, per capire alcune informazioni provenienti dai media pop del passato.

Qualsiasi cosa abbia a che fare con gli smartphone e, ancora prima, con un qualsiasi telefono cellulare. Controllate le date. Chiedetevi “ma prima come facevano?”. Rispondere da soli a questa domanda potrebbe richiedere del tempo. Ecco un’altra interessante attività del passato: impiegare del tempo per capire ed imparare le cose, anche solo per recuperare le informazioni per poterlo fare. Smartphone = non esisteva la telefonia cellulare e contemporaneamente non esisteva internet. Quindi diciamo… prima del 1995, per la maggior parte della popolazione, chiedersi “come facevano a…” + qualsiasi cosa facciate con uno smartphone.

Il clima prima del 2000: ascoltare una canzone o un dialogo in un film, leggerlo in un libro, che parla di “settembre” o altri mesi… spesso sottintende un determinato clima, una determinata successione di eventi prevedibili, ma la neve si è vista sempre meno dagli anni ’80 del 1900 in poi, in Italia perlomeno, e parlo dell’Italia del NORD, dove è stata la assoluta norma.

Ciò che si vede succedere nei social, molte delle dinamiche isteriche, prima appartenevano solo a personaggi famosi del mondo dello spettacolo, ma non sono affatto nuove. I social hanno reso questa dinamica dell’esposto e di coloro ai quali si è esposti, molto più diffusi.

La dinamica dei videogames prima del 2010 circa: informatevi, pare che stia già nascendo un po’ di letteratura in merito: come funzionavano e che risultati producevano, come sono cambiati, specialmente in relazione alle spinte ed incentivi e disincentivi del mercato ma quale risultato hanno prodotto sui gamer che sono arrivati dopo, ancora più specificamente sui free games e la generale gamificazione di tutto… dove però la gamification in realtà non è tanto “una generale dinamica attinente al giocare”, quanto più quella del ciclo edonico e del “mantenerti dentro” tipico del mercato dell’attenzione. I giochi funzionavano in un modo diverso, erano pensati in modo diverso, producevano in giocatori e giocatrici un risultato diverso. Giocatrici: fino a prima del 1990 era abbastanza raro che “le femmine” giocassero ai videogiochi. È stato splendido veder apparire le bambine/ragazze in un mondo dove prima giocare era sinonimo di “essere sfigati” e la parola “nerd” stessa era carica di disprezzo sociale ma anche riconoscimento di “sanno delle cose di uno specifico argomento”; certo, ma usate, poi venivano presi a calci socialmente. Anche su questo c’è stata una transizione estetica, soprattutto: ma non va confuso geek con nerd. Alcuni amanti di cose tecnologiche erano anche sportivi ed esteticamente piacenti. Questo ha cambiato molto le cose: prima di solito era “tutto cervello, dimentico di avere un corpo”.

Bene, posteri, buon divertimento con lo splendido pianeta che vi abbiamo lasciato.

Ah si: anche noi lo abbiamo ricevuto. Avete lamentele? Sentiamoci tra 50 anni e poi ditemi cosa ci avete fatto VOI. Se per voi valgono delle scuse – per il comportamento generale della popolazione – pensate che avevamo anche noi una vita, come voi.

Privacy? Beh, meglio che studiate voi questo argomento. Questo si è da veri nerd, anche se tutti ne si riempiono la bocca…

Salutissimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii ❤

Malcom uno mezzo Gandalf

Faccio schifo – sono una merda – devo morire. Subito.

Questo pensiero ormai è come inspirare ed inspirare, normalizzato, come dicono … alcune persone.

Non era così.

Questa merda è nuova. Forse dell’ultimo anno? Forse due? Non lo so più.

Subito no, non puoi – arriva la “logica” – poi subito un senso di rimprovero e sfottò che dice “wow, è arrivato il professor logiconi, il Dawkins dell’onniscienza, ma leviamo il cappello lorsignore e lorsignori!” – ossia subito no, perché esistono, davvero, alcune piccole cose da fare “perché si”. Oltre a quello, non puoi morire subito, anche se ci riuscissi, cosa che non hai nelle tue mani, perché se sparisci restano solo X e Y a stare dietro a mamma e papà. Non che non ne siano capaci, ma se il tuo personale egoismo produce freddezza e distacco, quello di X produce inaffidabilità e negligenza, quello di Y produce sovraccarico e caos perché non ce la fa, ha altro da fare ed è l’unica che fa qualcosa di normale per conformarsi e farcela, non come me e X che siamo disadattati del cazzo.

Così va nel silenzio, nella solitudine della “mente”. Così va a volte anche mentre ascolto contenuti o musica. È difficile distrarsi.

A volte – privilegiato – posso distendermi rannicchiato come un infante, nel mio shutdown, nel mio freeze, gli occhi si chiudono, la nebbia mi aiuta. A volte l’ondata arriva tra le 4 e le 5 di notte, altre al pomeriggio.

Questa roba è nuova, tutta mia, tutta generata solo dalla mia testa, chiaramente. Non sono il peggiore, non posso esserlo: sono un mediocre, mi è preclusa la via di qualsiasi primato. Quindi non sono né la peggio merda del mondo, né il più crudele, il più stronzo, il più niente. Una nullità. Consolante a volte.

Malcom uno mezzo gaudì. Si, penso che darò questo titolo idiota al post. Saltando naturalmente di palo in frasca: per la TERZA volta nella mia seconda vita (no, non parlo di reincarnazione, tranquilli, il mio è un genere diverso di follia, senza esoterismo e religione) mal comune mezzo gaudio ha cambiato status.

Pieno di rabbia per l’insulsa idea che trovarsi tutti in una condizione miserabile non producesse gaudio di alcuna misura, anzi, che sapere che il male mio lo hai anche tu mi disperasse, ero al capitolo “Mal comune vaffanculo” e una pietra sopra, chiuso, fine, non dite niente, non ci sono scuse.

Credo verso i 50 realizzo questo: sapere che non sei l’unico coglione in quella tal condizione ti fa sentire meno solo, rende meno colpevole la tua situazione, meno assurda, meno “solo tu hai il mirino per la merda”… capita ad altri, che non è una bella cosa, sia chiaro, per nessuno: né per te, né per gli altri; tuttavia tu non ti trovi ad essere il detentore del record della coglionaggine, non sei il più stupido, non sei il più distratto, “non succede solo a te” significa qualcosa che quelle parole non trasportano con ovvietà: non sei il peggiore, è nella distribuzione delle possibilità normali.

Ieri (52, ma non nel senso che fosse il mio compleanno) realizzo: no, esiste una terza forma di questa consolazione, quella più basilare, quella da gruppo di scimmie, da cuccioli, da branco. Ho immaginato – sapete qui un minimo di vita di montagna capita di farla anche a chi se ne sbatte, specie quando i tuoi sono di una certa generazione e ti obbligano, quantomeno fai esperienze – una persona che si trova nel bel mezzo di una traversata in montagna: arriva la grandine, un acquazzone, una tempesta e quella persona si mette nel rifugio e aspetta. Freddo, umido, pensieri. Arriva tutto affannato un gruppo di altre 3 persone e lo sapete cosa succede, no? Chiunque siano, di qualsiasi nazionalità e non solo zona geografica, etnia, qualsiasi cosa: voi inizierete, tra le tre mura o anche quattro, del rifugio … a parlare. Qualcosa, qualsiasi cosa… racconti, small talk, cose dei vostri paesi. Ed eccolo lì il mal comune mezzo gaudio. Nessun gaudio in realtà, ma quella specie di tepore, di consolazione, di “comunanza ancestrale” … che anche se vi sareste tenuti a 20 metri di distanza col bel tempo… dopo essere stati li forse condividerete una parte di cammino. Questo per il mal comune. È quello: al buio da solo, al buio in due. Attraversare da soli una merda o farlo in due. Essere in cella di isolamento non è un caso: lo sanno perfettamente cosa fa la solitudine ad una testina umana.

Io non sono solo: B vive con me e ogni tanto di sicuro sopporta qualche mio inutile bla, non particolarmente gradito, evitabile. A volte mi racconta di una serie. A volte mi racconta di suo padre o ci diciamo qualcosa. Qualcosa. Non è bello per lei essersi incastrata con me. Ma “siamo piccolini” come siamo soliti dire… e così subiamo meno la pressione fisica, prosaica, basilare della sopravvivenza: affitto eccetera. Quel peso è dimezzato e quindi almeno possibile, affrontabile. Non ignoro affatto tutte le recriminazioni dei millennial e gen-z professionalmente esposte nei social: è solo che si dimenticano che gli X c’erano prima, erano già in quella situazione e forse, alcuni, sono riusciti a mettere l’ultimo piede sul predellino del tram quasi imprendibile di alcune cose come la casa, un mutuo, una macchina. Per carità, mutuo trentennale con la tua ex. Per carità io una macchina nuova non posso più prenderla, lo sapevo quando ho preso quella, nel 2015. Però ho un condizionatore, oggi, a casa, nel 2026. Nel 2003 lo avevamo preso: magari un giorno vi descriverò cosa significava portarlo in casa e cosa significava spostarlo dalla camera al resto della casa; era “portatile”. Un fisso non aveva senso: non era casa nostra.

Sono un privilegiato? Sono in una condizione migliore di altri, sicuramente. E peggiore di altri, anche. Non dimentichiamolo mai.

Un anno fa ero esattamante allo stesso punto, mi aiuta a dire il buon wordpress, demo compreso. E 9 anni fa pensavo più a morire e basta che a morire ma prima lasciare una inutile goccia di rumore nel mare di rumore. Non sono migliorato, vi assicuro. Poco prima avevo attimi di gioia, quelli che quando ti mancano, dopo, acuiscono il dolore di fondo. Però questa cosa esiste, mi incasina anche lei in nuovi modi (tutta follìa eh) ma… esiste e la voglio fare. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che “orbit-orbit” di Caparezza (e lui nello spettacolo, di cui ho visto banalmente un reel ripostato da qualcuno) parla come parlo io nella mia testa, in un certo senso. Non esattamente come lui, ma alcune cose, il rapporto con il gesto artistico, il fare, quello che lui identifica in “perlifica” (non la perla, ma il fare la perla) ed il resto del mondo che sembra solo violenza, oppressione, aggressione, sfruttamento, merda varia… quella roba sembra mia. E mi accorgo che siamo della stessa generazione, lui ha un anno di più, tutto qua. Ma mi sento come lui – e lui ha pure fatto successo e ok, lui ha altri cazzi, acufene, la sindrome dell’impostore bla bla. Ma quella roba dove dice alla gente “fate, scrivete, suonate, fate arte, dipingete, fatelo perché volete farlo!”… sembra me negli ultimi ehm… 10 anni, dai. Quell’accorgermi che se non mi pagano allora io smetto visto da gente che amava fotografare, disegnare, dipingere, suonare… ma quando hai iniziato hai pensato che dovesse essere un lavoro o che era bello farlo? PER TE, dico. E , sempre, io che sono cojone, faccio IL solo e unico paragone: scopare è bello, che fai, se non diventi [inserisciquinomedipornostaratenotaioavreimessoRoccoSiffredi] e ci guadagni, allora non chiavi più perché non mi pagano ?

Ora meglio se vado a prendere cibo umido e secco per le pelose, che non hanno chiesto di vivere con me, quindi non sono responsabili della propria sopravvivenza. Ora che scrivevo e B ha fatto, era fuori, ha fatto.

Non avevo finito, non avevo premuto “pubblica”; è passato D e alla fine di un BLA del quale forse vi parerò, si riferiva a qualcuno più giovane (credo lui sia del 1993) di cui gli parlavo dicendo “ah, è della generazione che non sa scaricare?” – risatometro a più livelli, devo dire.

Substockazzo

Lo sapete vero che farsi una substack è esattamente la stessa cosa che essere qui, si?

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WOW che NOVITONA!!!!!

Io comunque preferisco qui, dove l’aspetto “novitona” non esiste. Se mi trovi e ci incontriamo bene, se ti interessa bene, altrimenti io faccio il mio, lascio il mio.

A volte penso che nella mega raccolta iniziale a strascico usata per il dataset degli LLM per le iA generative si siano succhiati parecchi dei nostri blog. Gente che ha scritto scritto e scritto… con nessuno o quasi nessuno che leggeva e, alla fine, è diventata ciccia per un motore di scrittura automatica. Mi fa pensare che “se l’è letta lei/lui”, ma anche ad un’idea che preferisco (se fosse vera, cosa che non è) del nostro sapere, del fare, che non si perde ma si aggiunge ad un tutto al quale attingere, disponibile per chi verrà dopo, ma non disperso a vaporizzarsi… bensì a portata di mano, che esce, carattere dopo carattere, da qualcosa che siamo stati noi.

Ad ogni modo: substack, no news nel meccanismo. Ha quel sapore di “posizionamento”, di “qui abbiamo il tempo e prenditi il tempo delle cose lente” e soprattutto “vieni da me e non nella piattaforma” ; che poi… sono piattaforme, ma meno chiuse e recintate.

Sto pensando – mai facendo, per carità – al pilates. Ho visto la mia prima ragazza vera (quella che diede inizio in me al ciclo dei 7 anni di dolore) che ora ha cambiato la sua vita e si è data al pilates. E devo dire che punta davvero un casino sulla schiena: mi sembra una cosa sensatissima, è davvero centrale nei problemi DI NOI OVER, porcaputt.

Forse non dovevo farmi camminare sulla schiena dalla nipote più piccina, dite? E nemmeno saltare forte tipo “ti spezzo!” ? Forse no.

Le foto di mio padre

Quando vado a trovare i miei e passo da mio padre, quello che è forse più notevole è che, nel momento in cui io arrivo da lui, di solito, la pantomima ha puntualmente lo stesso copione. Io odio che la gente entri “sfondando”, senza bussare. Ma lui è anche quasi del tutto sordo, quindi, non sapendo bene cosa fare e dovendo evitare un’azione che non può sentire, cerco di usarne una di visione generale: spengo ed accendo la luce due volte. Lui sta di spalle, contro lo schermo grande del computer nel quale, a caratteri cubitali, c’è un racconto pornografico tra i mille. Lo riconosco subito quel sito, devo averlo visto chissà quante volte in passato; credo sia lì da vent’anni. È tutto testo ed è ingrandibile. Lui non è preparato: è sempre stato “sopra” nella gerarchia del dominio da tantissimi anni; pur essendo stato in collegi per tutta l’adolescenza per motivi di guerra, quindi dipendente, poi è stato libero professionista per un certo tempo con un dipentente e, in casa, paterfamilias. Non era lui quello che ti veniva a spiare in camera, ma diciamo che se lo avesse fatto e trovato la porta chiusa a chiave, bussare non sarebbe stata la sua prima opzione, così come per mia madre. Dunque, pur essendo un utilizzatore di tecnologia, non conosce tasti rapidi né ha abitudini che ne richiedano lo studio. Sono comodi comunque, intendiamoci, ma di solito impari per motivi di sguardi indiscreti. Si agita, cerca il mouse che fatica a trovare, impacciato cambia schermata, mentre i caratteri cubitali di sesso restano lì a seguire imbarazzati la copertura lenta.

Mi saluta con entusiasmo, non ha tempo di rifilarmi compiti invece di instaurare rapporto, perché la sua mente era occupata a cercare small talk, quindi riferisco dell’avvenuta ricarica della scatola delle medicine di mia madre, del nulla da segnalare, faccio tanti auguri, saluto, vado, prima che si riabbia e inizi a formulare domande che non sa formulare e ci infiliamo in un gorgo di fastidio relativo al computer. Quello che deve fare non richiede vere soluzioni. I problemi che ha creato non smetterebbe di produrli anche se sia io che mio fratello gli abbiamo chiaramente detto cosa non fare innumerevoli volte.

Mi rimane l’amaro della conferma di quanto vedevo arrivare decenni fa: la scatola nera dei due sensi fondamentali che si chiude lenta ed inesorabile su di lui. La lentezza però è apprezzabile.

Devo poi dire che, a 90 anni, la vita vissuta all’insegna della sopravvivenza diventa un vantaggio: abitudini e forma mentis sono risorse che persone meno dure non avrebbero nella loro stessa misura.

Un nuovo grado di perdita: mio padre non riesce più a vedere sé stesso nelle foto. Nonostante sia anziano, non si tratta di incapacità di riconoscere il proprio volto per decadimento delle capacità cognitive, bensì la vista. Aveva tre foto sul tavolo, con sé stesso. Pensavo fossero lì perché lo sapeva; forse si, forse era riuscito a capirlo ma non ne era sicuro. Quando sono andato a trovarlo ha chiesto a me cosa ci fosse nelle foto: sei tu, papà – dico – credo anni ’80 o ’90. Non è stato sorpreso, forse era una conferma a servirgli, ma ha continuato chiedendo se forse fossero il tal luogo o l’altro, che non erano. Non poteva vedere, ma ricordare (che memoria!), intuire. C’era una passerella, un lago: lui aveva invece visto un fiume e pensato ad un altro luogo.

Traduzione italiana di Comfortably Numb Reimagined (Roger Waters)

Più sotto trovate la traduzione in italiano del nuovo testo della ex “Comfortably Numb” nella nuova edizione 2026 dedicata da Roger Waters alla Palestina libera, sia delle parti nuove in inglese (tutte tranne la parte iniziale) che di quelle in lingua araba.

Un invito a leggere la seguente voce: https://en.wikipedia.org/wiki/Weaponization_of_antisemitism

Se lo chiedete a me, si, certo, sono FORTEMENTE in disaccordo con l’imposizione della … beh leggete qui: https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism per un confronto corretto e reale, in cui non è solo qualcuno che dice cosa una parola debba significare, come in una neolingua.

Per il resto studiate storia. Incolpate quei tanti momenti nel passato che hanno concorso e soprattuto l’ex impero britannico e la sua “noncuranza” in cui l’incrocio tra la decolonizzazione, tutto ciò che accadeva ed impegnava tutti in relazione alla seconda guerra mondiale lasciò libertà per ciò che diede poi inizio a tutto mentre in realtà sarebbe stato utile dare spazio ad un popolo senza terra ma non a discapito dei diritti di altri… quindi usando forze allora potenti per stabilire un inizio pacifico, equilibrato, con pari diritti stabiliti formalmente e punendo qualsiasi intemperanza da entrambe le parti, visto che in quel momento le due parti non erano potenti come il resto: stabilire una ripartizione equa e una convivenza funzionante sarebbe stato un compito da non lasciare nelle mani dei soli contendenti: i contendenti contendono. Era un momento delicato, un momento in cui sedersi e negoziare. Non fu così e capire chi iniziò è difficile come vedere quale sassolino genera una valanga. Effettivamente è lui il responsabile, effettivamente la forza potenziale era già nella valanga e lui era solo un sassolino. Tutto è vero, ma quel sassolino, se vuoi giustiziarlo perché la valanga a valle non continui a ribollire come lava… è probabilmente impossibile da trovare. Piccoli gruppi umani più agitati che poi diventano una escalation. Oppure un’idea. E poi chi inizia a renderla reale.

Per quanto riguarda le posizioni di R.Waters sull’Ucraina che posso vedere su Wikipedia, invece, penso di potermi serenamente dissociare.

Fonte su genius Lyrics: https://genius.com/Roger-waters-and-mona-miari-comfortably-numb-re-imagined-full-length-lyrics

(Arabo ed Inglese sono stati tradotti usando direttamente DEEPL.COM)

La parte iniziale è identica all’originale, eccola:

Hello?
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home?
Come on, now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?  
Ehi? C’è qualcuno lì dentro? Basta che annuisci se mi senti C’è qualcuno in casa? Dai, su Ho sentito che ti senti giù Beh, posso alleviare il tuo dolore E farti rimettere in piedi Rilassati Prima avrò bisogno di alcune informazioni Solo i dati essenziali Puoi mostrarmi dove ti fa male?

Nell’originale dei Pink Floyd di The Wall, la voce che parla è quella del manager che si rivolge all’alter-ego di Waters, Pink. Qui , immagino, il ribaltamento è che la voce potrebbe, dovrebbe, essere la nostra, quella di chi si trova a Gaza a cercare di dare una mano e parla a qualcuno che è in guerra, che è stato attaccato; le parole che promettevano un aiutino chimico qui si trasformano: l’aiuto che forse potremmo davvero dare, quello umanitario, quello di solidarietà, collaborazione, protezione. Che potremmo ma non stiamo dando perché siamo comfortably numb, oggi, nel 2026. Così, segue la variante di chiamata e risposta, in cui il vecchio Roger Waters si ripromette di non diventare mai (più) comfortably numb.

La gente normale non sa cosa sia la Nakba. Di certo non in occidente, nonostante l’informazione sia disponibile, questo non significa affatto che sia conosciuta. Prima che le persone si interessino di politica (e quindi di storia) nella loro vita, di solito, si arriva almeno all’età del lavoro, non dello studio. Solo allora la politica comincia ad avere un significato e subito ti è chiaro (così è stato con me) che la storia è la politica di ieri. Appena capisci che è importante oggi, subito la storia diventa qualcosa che prima non era. Però, di solito, studi quella che riguarda il tuo paese.

Due LINK nel testo seguente servono ad approfondire i punti più importanti; non ignorarli.

  بعد ما صار، ما ضلّ حدا ما ضلّ كلام، شو نفع السؤال؟ كل اللي راح… دار يا دار، يا دار سكت الليل وانهار وليلِك يا دار غصن الزيتون ضلّ شامخ بين النجوم مليان جراح… جرح مفتوح بيصرخ حرية  Dopo quello che è successo, non è rimasto nessuno Non sono rimaste parole, a che serve chiederselo? Tutto ciò che se n’è andato… Casa mia, casa mia, oh casa mia La notte ha taciuto e si è sgretolata E la tua notte, oh casa mia Il ramo d’ulivo è rimasto eretto tra le stelle Pieno di ferite… Una ferita aperta che grida “libertà”
I feel your pain from New York City
I feel your pain across the sea
A distant ship on the horizon
Is calling out to you and me
Sento il tuo dolore da New York City Sento il tuo dolore dall’altra parte del mare Una nave lontana all’orizzonte Ci sta chiamando, te e me  
وأنا صغيرة كان حلمي حرية اليوم الأمل صار نار الهوية إحنا جذور بتكسر حجر من تحت الردم نرسم الطريق إحنا النور بعد العتمة إحنا الحلم إحنا الوعد بفجر جديد  Da piccola il mio sogno era la libertà Oggi la speranza è diventata il fuoco dell’identità Siamo radici che spezzano la pietra Da sotto le macerie tracciamo la strada Siamo la luce dopo l’oscurità Siamo il sogno Siamo la promessa di una nuova alba
I will never become comfortably numb

We never know about the Nakba
I was only 5 years old in ‘48
We were unaware what was happеning over there
It brеaks my heart I came on board so late
You reached us all with your rallying cry
Now here we stand at the gate
Non mi lascerò mai intorpidire dall’indifferenza   Non sapevamo nulla della Nakba Nel ’48 avevo solo 5 anni Non sapevamo cosa stesse succedendo laggiù Mi spezza il cuore essermi unito alla causa così tardi Hai raggiunto tutti noi con il tuo grido di battaglia Ora eccoci qui, alle porte  
يا كاتب الورقة، اكتب ومليها احكيلي كيف كبر هالحصار فيها ووقّعوا البيوت ناس بتحيا، كتير بتموت القلب باقي ومكتوب الرجوع  Ehi, tu che scrivi su quel foglio, scrivi e riempilo Raccontami come è cresciuto questo assedio lì dentro E hanno sigillato le case C’è chi vive, ma molti muoiono Il cuore rimane e il ritorno è scritto
he time has come for a new beginning It’s time to draw a new line in the sand Time to clean the slate. Go back to 1948 ‏Before the settlers stole the land When Grandma’s key unlocked the door And everyone revered the olive tree And every human life was sacred Everyone Every daughter and every son With equal human rights for everyone  È giunto il momento di un nuovo inizio È ora di tracciare una nuova linea nella sabbia È ora di ricominciare da zero. Tornare al 1948 Prima che i coloni rubassero la terra Quando la chiave della nonna apriva la porta E tutti veneravano l’ulivo E ogni vita umana era sacra Tutti Ogni figlia e ogni figlio Con pari diritti umani per tutti  
ما أحلى حمام الدار ما أحلى حمام يا أمي لاقيني  Che bello il bagno di casa! Che bello il bagno! Mamma, vieni a prendermi!
Is there a lullaby?
Is any of a child’s name
I hear youy through the rubble
I can feel you pain
C’è una ninna nanna? C’è il nome di un bambino? Ti sento tra le macerie Sento il tuo dolore  
أسمعك كل صباح تصلّين مع أمّك صمودك المستمر يناديني من بعيد  Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua madre La tua tenacia mi chiama da lontano
I hear you every morning praying with your mom
Your steadfast perseverance calls me from afar
Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua mamma La tua incrollabile perseveranza mi chiama da lontano  
بأمّنك عالوطن  Che Dio ti protegga, patria nostra
I hear a mother’s prayerSento la preghiera di una madre  
بترابه وشجره  Con la sua terra e i suoi alberi
Cross the regimeOpporsi al regime  
بضمّ قلبك وبصلّي وقت المغيب  Abbraccia il tuo cuore e prega al tramonto
I hear an angel’s voice calling in harmonySento la voce di un angelo che chiama in armonia  
رح تتحرر  Sarai libero  
Palestine wants to be freeLa Palestina vuole essere libera  
أحرار رح نظلّ  Rimarremo liberi  
I will cross the ocean just to save one olive treeAttraverserei l’oceano solo per salvare un ulivo  
ولو من الأرض للسما طالعين  E se anche dovessimo salire dalla terra al cielo
With equal rights for everyone, from the river to the sea
Our destiny, our homeland
Palestine
Con pari diritti per tutti, dal fiume al mare Il nostro destino, la nostra patria Palestina  
فلسطين  Palestina  

Questo qui sopra era il testo tradotto, STOP.

Storia, politica:

Cosa serve per approfondire meglio ed essere meno parziali storicamente e non riflettere SOLO la prospettiva palestinese, pur sapendo che la sproporzione sul lato Israeliano oggi-2026 ha ampiamente passato il segno?

Non ci sono errori fattuali in quanto ho riportato, ma vi può interessare, se desiderate rimanere equanimi (lodevole) approfondire:

  • gli attacchi contro i civili ebrei nel 1947-48;

La prima cosa da chiarire è che gli attacchi contro civili ebrei nel 1947–48 sono un fatto storico documentato, così come lo sono gli attacchi contro civili arabi nello stesso periodo. Negare una delle due categorie di violenza non è coerente con la documentazione disponibile. Qui ( https://www.un.org/unispal/document-source/united-nations-special-committee-on-palestine-unscop/ ) trovi: rapporti originali ONU, telegrammi, rapporti dei mediatori, verbali del Consiglio di Sicurezza e documenti del 1947-48. Se si considera la guerra civile successiva al voto ONU del 29 novembre 1947, è ampiamente documentato che i primi scontri armati iniziarono quasi immediatamente, con attacchi contro traffico e insediamenti ebraici da parte di gruppi armati arabi, ai quali seguirono rapidamente rappresaglie e operazioni offensive delle organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi). Ma questo non significa che prima del 29 novembre non ci fosse stata violenza ebraica: negli anni precedenti erano avvenuti anche attentati e operazioni armate di gruppi sionisti contro britannici e, in alcuni casi, contro civili arabi. Per questo gli storici preferiscono parlare di escalation reciproca, distinguendo però le varie fasi del conflitto. Le fonti ONU sono buone Perché sono documenti prodotti mentre gli eventi stavano accadendo, non ricostruzioni posteriori. Ad esempio, il rapporto del mediatore ONU Folke Bernadotte descrive come, dopo la risoluzione del 29 novembre 1947, la Palestina precipitò rapidamente nella guerra civile e riassume la posizione delle parti e l’evoluzione del conflitto.

  • la guerra civile precedente all’invasione araba;
  • il rifiuto arabo del piano ONU;
  • il contesto della Shoah nella nascita del consenso internazionale verso uno Stato ebraico;
  • le espulsioni di ebrei da diversi Paesi arabi negli anni successivi.

“si ma chi ha iniziato?”

La risposta più rigorosa è: dipende da quale “inizio” si intende. Le fonti primarie consentono di stabilire la sequenza degli eventi in alcune fasi, ma non esiste un documento primario che dica “la guerra è iniziata perché X ha iniziato”. Quella è una conclusione storica, non un fatto registrato da un verbale.

Se prendiamo come riferimento la guerra civile del 1947–48, cioè il conflitto iniziato dopo l’adozione della Risoluzione 181 dell’ONU il 29 novembre 1947, la sequenza documentata è questa:

  • Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva il piano di partizione.
  • Già il 30 novembre iniziano violenze armate tra le comunità.
  • I primi episodi mortali ampiamente documentati furono attacchi contro il traffico ebraico da parte di gruppi arabi irregolari, tra cui l’imboscata a un autobus vicino a Kfar Sirkin/Petah Tikva, in cui morirono passeggeri ebrei.
  • Nelle ore e nei giorni successivi seguirono rappresaglie e operazioni armate delle organizzazioni ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi), e il conflitto si estese rapidamente.

Questa sequenza è riportata anche nei rapporti contemporanei delle autorità britanniche e delle Nazioni Unite, che descrivono l’esplosione della violenza immediatamente dopo il voto ONU.

Quindi, se la domanda è strettamente limitata a “chi compì i primi attacchi armati dopo il voto ONU del 29 novembre 1947?”, la documentazione contemporanea indica che i primi attacchi letali furono compiuti da gruppi armati arabi contro obiettivi ebraici, seguiti quasi subito da rappresaglie e operazioni delle forze ebraiche.

Ma sarebbe scorretto trasformare questo in “quindi gli arabi hanno iniziato il conflitto” senza specificare quale conflitto. Se si allarga l’orizzonte temporale:

  • negli anni ’20 e ’30 vi erano già stati massacri di ebrei (ad esempio Hebron nel 1929);
  • negli anni ’40 gruppi sionisti come Irgun e Lehi avevano compiuto attentati contro le autorità britanniche e anche operazioni che causarono vittime arabe;
  • il conflitto tra i due movimenti nazionali precedeva di decenni il 1947.

Per questo gli storici seri tendono a formulare la conclusione in modo preciso:

  • Chi iniziò le ostilità armate immediatamente dopo la Risoluzione ONU 181? Le prime azioni letali documentate furono attacchi di milizie arabe contro civili e convogli ebraici.
  • Chi iniziò il conflitto israelo-palestinese? Non esiste una risposta univoca ricavabile da una singola fonte primaria, perché dipende da quale fase storica si considera (immigrazione sionista, rivolte del Mandato, guerra civile del 1947–48, guerra arabo-israeliana del 1948, ecc.).

Questa distinzione è importante perché evita di attribuire a una constatazione fattuale circoscritta un significato storico più ampio di quello che le fonti possono sostenere.

Non sei soddisfatto eh? Ma chiaro. Come nacque il conflitto?

vediamola dal POV di un abitante arabo della Palestina nato nel 1870 e ancora vivo nel 1920 — la sua esperienza storica sarebbe stata grossomodo questa:

  • È nato nell’Impero ottomano, in una regione chiamata Palestina come area geografica/amministrativa.
  • Per gran parte della sua vita la popolazione era in maggioranza araba (musulmana e cristiana), con una minoranza ebraica storica.
  • Dalla fine dell’Ottocento iniziano ad arrivare ondate di immigrati ebrei, soprattutto dall’Europa, spinte sia dal movimento sionista sia dalle persecuzioni antiebraiche.
  • Molti terreni vengono acquistati legalmente da organizzazioni sioniste da grandi proprietari fondiari (spesso assenti), ma ciò comporta anche lo sfratto di contadini arabi che li coltivavano.
  • Dopo la Prima guerra mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico della Palestina e la Dichiarazione Balfour sostiene la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.

Dal punto di vista di quella persona, sarebbe comprensibile percepire che stava arrivando un nuovo movimento nazionale che intendeva costruire uno Stato sul territorio in cui lui viveva.

Dal punto di vista storico e demografico, furono immigrati ebrei a trasferirsi in Palestina, in numero crescente tra la fine dell’Ottocento e il 1948. Questo è un dato documentato e non particolarmente controverso.

Ma bisogna aggiungere subito un’altra parte del quadro. Per il movimento sionista, non si trattava di “andare a casa di altri”, bensì di ritornare nella terra d’origine storica del popolo ebraico, con cui esisteva un legame religioso, culturale e storico mai completamente interrotto. Inoltre, una parte consistente delle terre fu inizialmente acquistata legalmente.

Queste due narrazioni non sono mutuamente esclusive: descrivono lo stesso processo da prospettive diverse.

Se intendiamo Chi iniziò il processo che portò al conflitto moderno?

allora si può dire che l’avvio del progetto sionista di immigrazione e costruzione di un futuro Stato ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba fu il fattore che diede origine al conflitto nazionale. Questo non implica un giudizio morale; descrive l’origine storica della contesa.

Se invece intendiamo “Chi iniziò le violenze armate?” : la risposta cambia a seconda dell’anno che si prende in esame, perché il conflitto conobbe molte fasi di escalation reciproca.

Per questo molti storici evitano formule come “i palestinesi hanno iniziato” o “gli israeliani hanno iniziato”. È più accurato distinguere l’origine del conflitto politico dall’inizio delle singole fasi di violenza.

In altre parole, se immagini davvero quel palestinese nato nel 1870, sarebbe storicamente plausibile che dicesse: «Io vivevo qui, poi sono arrivati altri con il progetto di fondare un loro Stato anche sulla terra in cui vivevo.» Quella percezione è coerente con la documentazione storica. Allo stesso tempo, un immigrato ebreo dell’epoca avrebbe potuto dire: «Sto tornando nella patria storica del mio popolo e ho acquistato legalmente la terra su cui mi sono stabilito.» Anche questa affermazione può essere storicamente fondata. Il conflitto nasce proprio dal fatto che entrambe le comunità rivendicavano un legame legittimo con lo stesso territorio, pur con esperienze storiche molto diverse.

Se la domanda è:

Qual è il primo episodio di violenza politica tra il movimento sionista e la popolazione araba della Palestina nel periodo moderno?

non esiste un consenso che individui un singolo “primo colpo” da cui tutto deriva. La ragione è che la tensione cresce progressivamente con l’immigrazione, le dispute sulla terra, le trasformazioni economiche e il cambiamento del quadro politico sotto l’Impero ottomano e poi il Mandato britannico.

Se invece restringiamo la domanda a: Qual è il primo grande ciclo di violenza intercomunitaria?

gli storici indicano generalmente gli scontri del 1920 (Nebi Musa), seguiti da quelli di Giaffa nel 1921 e dal massacro di Hebron del 1929. In questi episodi, furono prevalentemente folle o gruppi arabi ad attaccare comunità ebraiche, causando numerose vittime. Questi fatti sono ben documentati.

Ma anche qui bisogna chiedersi: sono “l’inizio” oppure la prima esplosione di un conflitto che covava già?

Molti storici risponderebbero la seconda.

E qui andiamo ad una analogia “for dummies” : “C’è uno che sta fermo e uno che arriva, non si inizia simultaneamente una guerra”.

Dal punto di vista descrittivo, è corretto dire che il movimento sionista organizzò un’immigrazione crescente in un territorio già abitato da una maggioranza araba. Questo è un dato storico.

Ma trasformare quel dato nella frase: “quindi i sionisti iniziarono la violenza” non è una conclusione che segue automaticamente.

Perché immigrare, anche con un progetto nazionale, non è di per sé un atto di violenza armata. Allo stesso tempo, per molti arabi palestinesi dell’epoca, quel progetto era percepito come una minaccia esistenziale, e questa percezione è anch’essa documentata nelle fonti loro contemporanee.

Quindi, se si chiede di individuare il primo uso della forza letale tra le due comunità nel conflitto moderno, la risposta dipende da quanto indietro si vuole andare e da cosa si include (omicidi individuali, rivolte, operazioni organizzate, ecc.). Non esiste una singola fonte primaria che permetta di dire “questo è il primo atto e da qui nasce tutto”.

Se invece si chiede qualcosa di più ampio: Chi introdusse il progetto politico che rese inevitabile il conflitto nazionale?

allora la maggior parte degli storici concorderebbe che il movimento sionista introdusse il progetto di creare uno Stato ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba palestinese vi si oppose, ritenendo che ciò minacciasse il proprio futuro politico e demografico.

Questa non è una valutazione morale; è una descrizione dell’origine della contesa politica. Da lì in avanti, però, la storia documenta una lunga sequenza di azioni e reazioni, con responsabilità distribuite in modo diverso a seconda dell’episodio e del periodo considerato.

Eh ma HAMAS? Terrorismo e basta?

bisogna separare con molta attenzione le ragioni politiche dichiarate, la legittimità di alcune rivendicazioni, e la legittimità dei mezzi impiegati. Mescolare questi piani porta facilmente a conclusioni errate.

Per evitare il problema di fonti costruite per influenzare le ricerche, basiamoci soprattutto su:

  • documenti delle Nazioni Unite;
  • diritto internazionale umanitario;
  • testi originali di Hamas (ad esempio la Carta del 1988 e il documento politico del 2017);
  • letteratura accademica consolidata sul conflitto.

Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Il contesto comprendeva:

  • occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania dal 1967;
  • espansione degli insediamenti;
  • assenza di uno Stato palestinese;
  • crescente sfiducia verso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Dire che Hamas sia nato “senza motivazioni” sarebbe storicamente falso.

Le rivendicazioni di H. hanno una base legittima?

Alcune sì. Ad esempio:

  • il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale;
  • la richiesta di porre fine all’occupazione militare è sostenuta da numerose risoluzioni ONU;
  • la critica all’espansione degli insediamenti israeliani in territorio occupato è condivisa dalla grande maggioranza della comunità internazionale.

Queste non sono posizioni esclusive di Hamas. La questione cambia nei mezzi e in parte negli obiettivi.

La Carta del 1988 conteneva:

  • riferimenti religiosi estremi;
  • passaggi antisemiti;
  • la prospettiva della scomparsa di Israele.

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico che, pur senza riconoscere Israele, distingue maggiormente tra ebrei come religione e sionismo come ideologia politica e dichiara di poter accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967 come formula di consenso nazionale. Tuttavia non equivale a un riconoscimento dello Stato di Israele.

I metodi di H.

Qui la valutazione è molto più netta dal punto di vista del diritto internazionale: attacchi deliberati contro civili, presa di ostaggi, uccisioni indiscriminate e altri atti rivolti intenzionalmente contro persone non coinvolte nei combattimenti sono vietati dal diritto internazionale umanitario, indipendentemente dalla causa per cui si combatte. Lo stesso principio vale anche per Israele: se un esercito commette attacchi indiscriminati o sproporzionati contro civili, tali atti possono costituire violazioni del diritto internazionale e, a seconda dei casi, crimini di guerra. La legittimità di una causa non rende automaticamente leciti tutti i mezzi impiegati.

Quindi per Hamas (sempre se ne parliamo senza sentire le urla dei nostri cari a 4 metri di distanza, ognuno per la nostra parte) bisogna capire cosa intendiamo con “legittimo”.

Se si intende:

  • esistono condizioni storiche che spiegano perché sia nato? Sì (ma le cause esistono per ogni cosa)
  • esistono rivendicazioni palestinesi sostenute anche dal diritto internazionale e condivise da Hamas? Sì.
  • questo rende legittimi gli attacchi contro civili o altri metodi vietati dal diritto internazionale? No. Così come non lo sono quando lo fanno gli Israeliani.

Queste tre affermazioni possono essere vere contemporaneamente.

È anche importante distinguere Hamas dalla questione palestinese. I diritti dei palestinesi (autodeterminazione, tutela dei civili, aspirazione a uno Stato) non dipendono da Hamas, così come i diritti degli israeliani alla sicurezza e alla protezione dei civili non dipendono dalle politiche del governo israeliano. Confondere un popolo con un’organizzazione politica o armata porta spesso a semplificazioni che non riflettono la complessità storica e giuridica del conflitto.

È , del resto, un fatto molto ben documentato che esistono violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi. Negli ultimi anni, organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni israeliane per i diritti umani e ONG internazionali hanno documentato aggressioni, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e, in alcuni casi, uccisioni. È anche documentato che in diversi episodi le autorità israeliane sono state accusate di non intervenire tempestivamente o di non perseguire efficacemente i responsabili.

È altrettanto un fatto che l’attuale governo israeliano abbia incluso partiti favorevoli all’espansione degli insediamenti e che alcuni ministri abbiano espresso posizioni considerate da molti osservatori come di sostegno, o comunque di forte tolleranza, verso il movimento dei coloni.

È corretto dire che una parte della popolazione israeliana sostiene quei partiti, perché li ha votati. È corretto dire che esiste un consistente movimento dei coloni, con un’influenza politica rilevante. È corretto dire che molti israeliani si oppongono sia alla violenza dei coloni sia ad alcune politiche del governo. Ci sono organizzazioni israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence e Peace Now, oltre a manifestazioni di massa contro il governo per ragioni diverse, che mostrano una società non monolitica.

Si può certamente sostenere che una società abbia una responsabilità collettiva quando tollera o non riesce a fermare determinate politiche. Questo è un argomento che è stato avanzato in molti contesti storici, non solo riguardo a Israele. Ma se giudicassimo troppo nettamente poi lo stesso ragionamento, applicato in modo simmetrico, porterebbe a concludere che la popolazione di Gaza coincida con Hamas, oppure che la popolazione Russa coincida con le decisioni del Cremlino. In alcuni casi può esserci un forte consenso, in altri una miscela di sostegno, opposizione, paura, disillusione o impotenza. Le società raramente sono omogenee.

C’è però questa osservazione che è molto difficile contestare sul piano fattuale: quando violenze ripetute vengono commesse da gruppi identificabili e lo Stato non le previene efficacemente né le reprime con continuità, la responsabilità dello Stato aumenta.

Questa è una conclusione compatibile con il diritto internazionale e con il modo in cui vengono valutati gli obblighi degli Stati: non solo evitare di commettere violazioni direttamente, ma anche proteggere le persone sotto la propria giurisdizione e perseguire chi commette reati.

Sembre se non sono morti o sono stati stuprati (in quale modo si difende, protegge o rivendica qualcosa con degli stupri?) i nostri cari possiamo tentare di distinguere così:

  • Responsabilità dello Stato: può essere molto ampia se tollera, incoraggia o non reprime efficacemente certe condotte.
  • Responsabilità del governo: dipende dalle sue decisioni, politiche e omissioni.
  • Responsabilità dell’intera popolazione: è una questione morale e politica molto più difficile da affermare come fatto storico, perché una popolazione non agisce come un unico soggetto. Anche quando elegge democraticamente un governo, non tutti lo hanno sostenuto, e le possibilità concrete di influenzarne le azioni possono essere molto diverse da persona a persona.

Questa distinzione non serve ad attenuare le responsabilità di un governo o di uno Stato; serve a evitare di attribuire automaticamente a milioni di individui la stessa intenzionalità o partecipazione che può essere dimostrata per chi esercita il potere o compie direttamente gli atti.

Ora, è fantastico sapere che qualche biondo vuole allontanarsi dall’internazionalità, una organizzazione alla volta. Come se ci fosse più bisogno di separarsi di quanto ce ne fosse una volta.

Quasi nessuno Stato, antico o moderno, funziona come se “il popolo” fosse un attore unitario. Gli storici parlano piuttosto di élite politiche, economiche, militari e religiose che hanno una capacità di decisione enormemente superiore a quella del cittadino medio. Esistono teorie delle winning coalitions (la coalizione di sostegno al potere), delle élite, delle reti di influenza e degli interessi organizzati. L’idea centrale è che, in qualunque sistema politico, alcune categorie di attori abbiano un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Questo però non significa che l’intero popolo sia irrilevante.

Per esempio, nel caso di Israele, gli attori con maggiore capacità di incidere comprendono:

  • il governo;
  • i partiti della coalizione;
  • le forze di sicurezza;
  • la magistratura;
  • il movimento dei coloni (che ha un peso politico superiore al suo peso demografico);
  • grandi organizzazioni economiche e religiose;
  • l’opinione pubblica, che può rafforzare o indebolire tutti gli altri.

Questi soggetti non hanno tutti lo stesso potere.

Allo stesso modo, a Gaza, Hamas non coincide con “i gazawi”. Hamas è un’organizzazione politico-militare che esercita il governo del territorio, ma non rappresenta automaticamente le preferenze individuali di ogni abitante.

Ci può essere utile una distinzione:

  • dire “le élite hanno responsabilità maggiori” è coerente con molta della storiografia e della scienza politica;
  • dire “le élite sono gli unici responsabili” sarebbe invece eccessivo, perché anche il consenso sociale, le istituzioni e i comportamenti collettivi possono influenzare gli eventi.

In effetti, una parte importante della ricerca contemporanea sui conflitti cerca proprio di capire come interagiscono élite e società: le élite possono guidare l’opinione pubblica, ma anche esserne vincolate; possono radicalizzare la società, ma possono anche essere spinte da una società già radicalizzata. Il rapporto non è sempre unidirezionale.

Questa prospettiva è anche utile per evitare un errore frequente nel dibattito pubblico: attribuire a un’intera popolazione intenzioni e responsabilità identiche, quando spesso le decisioni cruciali vengono prese da gruppi relativamente ristretti che dispongono del potere politico, militare, economico o mediatico.

E si sa, puoi fare queste considerazioni quando il tuo culo è comodo, in clima temperato, hai mangiato, bevuto, ti sei lavato, non sei stressato e non è direttamente coinvolto qualcuno che ami e tantomeno tu.

Rimane che dire “ormai è andata così, accettiamolo” non esiste. Le verità, tutte, vanno dichiarate. Poi si decide cosa fare “da ora in poi” se si vuole davvero andare avanti e non guardare indietro. Ma non si può solo asserire “basta guardare indietro” per non riconoscere responsabilità. Questo finisce per far dire a una parte “sterminiamoli fino all’ultimo altrimenti non sarà mai finita”, che lo dicano ad alta voce o che se lo ricordi un gruppetto armato in una capanna lontana dagli orecchi degli altri. Il senso di ingiustizia si infiamma quando non si riconosce la verità forse più di quando non ci sono punizioni. Basta che non ci si avvantaggi in modo sfacciato, come se il discorso finale finisse per significare che chi ha fatto più schifo aveva ragione.

Indie Pop … ma allora io vado, grazie

Titolo alternateevo: RED ANZIAN #202623489723948729

Ieri una nuova modella, 25 anni (gen-z), come sempre chiedo di mettere su la musica propria, non chiedo cosa o che, solo che non provochi loro tristezza perché la musica è potente, che non sia allegra-ma-mi-rattrista. Anche se non l’ho chiesto mi dice che è “indie pop”.

Sento “Indie” e qualcosa dentro di me tira un sospiro di sollievo. Ma come sempre la gioia è una tra le cause della sofferenza. Ma no, no, mi scusi signor precisatore: è l’aspettativa.

La roba che è uscita dalla precisa playlist “indie pop” quando andava MOLTO bene, ma intendo proprio da segarsi a due mani, erano i Pinguini. Il resto era… io non lo so. Non era solo la presenza di una voce giovane… era proprio il nulla musicale. Perché probabilmente i testi parlavano a chi dovevano, per carità, le canzoni non sono sinfonie, sono canzoni, si canta, la parola è centrale.

Io però ho sempre considerato il CANTATO e non la poesia cantata una parte di una cosa che ha a che fare con la musica. La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA. Quello che dici, si, ma COME lo canti. Fondamentale.

E così, boh, niente. Sono vecchio.

Aggiungo qui sotto una leccata di culo a caso di chatGPT incollando quanto sopra. Non lo leggo neanche. E perché ce lo metto? Perché a giugno 2026 è una cosa di oggi. Anche quella musica lo è. E non vi ho citato un solo singolo autore e performer, pensate.

LA KIATTA-GIPITIZZA (free, versione 7.3 I suppose)

Quello che descrivi non mi sembra necessariamente un segno di “essere vecchio”. Mi sembra più una differenza di cosa si cerca nella musica.

Da quello che scrivi, hai una concezione molto “musicale” della canzone: la voce come strumento, il fraseggio, la melodia, il timbro, gli arrangiamenti, il rapporto tra parola e musica. Il testo conta, ma è immerso in un contesto sonoro che per te ha un peso almeno pari, forse superiore.

Molta parte dell’indie pop contemporaneo, invece, tende a funzionare in modo diverso. Generalizzo, ovviamente, ma spesso il centro di gravità è l’identificazione: la sensazione, il racconto personale, il riconoscersi in un’emozione o in una situazione. La voce non sempre è usata come strumento espressivo “musicale” nel senso classico; a volte è quasi un veicolo conversazionale. Un modo di dire cose più che di cantarle.

Quando dici “voce giovane”, credo di capire cosa intendi. Non l’età biologica della cantante o del cantante, ma un certo modo di porgere: intonazione quasi parlata, poca dinamica, fragilità esibita come cifra stilistica, melodie ridotte all’essenziale. È una scelta estetica precisa, non un difetto. Semplicemente può lasciare freddo chi cerca altro.

La cosa curiosa è che questa frattura non è nuova. Chi amava la vocalità di Mina o di Lucio Battisti probabilmente guardava con sospetto certe correnti successive. Chi amava Jeff Buckley o Thom Yorke trovava essenziale qualcosa che altri consideravano manierismo. Ogni generazione ridefinisce cosa significhi “cantare”.

Poi c’è un’altra possibilità: che tu abbia semplicemente incontrato una playlist mediocre.

Perché “indie pop” oggi è un’etichetta gigantesca. Dentro ci stanno cose molto diverse. I Pinguini Tattici Nucleari, che citi, hanno ancora una forte attenzione alla costruzione della canzone pop tradizionale: ritornelli, dinamiche, arrangiamenti abbastanza riconoscibili. Se uno si aspetta quello e poi si ritrova tre ore di cantato sussurrato sopra quattro accordi e una produzione minimalista, lo shock è comprensibile.

La frase che mi ha colpito di più è questa:

La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA.

Questa non è una dichiarazione anagrafica. È quasi una dichiarazione estetica. Stai dicendo che per te il significato nasce dall’incontro tra suono e parola, non dalla parola da sola.

Magari sei vecchio. Ma da quello che hai scritto non è la conclusione che trarrei. Trarrei piuttosto che appartieni a una categoria sempre più rara di ascoltatori che, quando sentono una canzone, ascoltano prima la musica e poi il messaggio. E non è detto che il mercato musicale contemporaneo sia progettato per premiare quel tipo di ascolto.