For all mankind, S2 Episodio 3: bello, ma falso.

Tutta la stagione 1 è perfetta se vuoi conoscere com’eravamo, come siamo cresciuti, da dove veniamo. Un autoritarismo maschilista anni ’50 , figlio della recessione e poi rinascita, che ti descrive, silent, boomer e generazione X (in una prima sfumatura di quello che diventeranno Y, Z e i ragazzi di oggi).

Ma nella stagione 2 episodio 3 un conflitto viene risolto seriamente, in modo emotivamente maturo, niente colpi di testa, nessuno viene mandato via di casa, nessuno vive con paure esistenziali e prende decisioni del cazzo che modificano tutta la vita e rendono vite future delle merde, famiglie disfunzionali. Ed è quel tipo di padre. La moglie è il tipo di moglie che vi si adatta. Quindi come mai la discussione invece fa esattamente ciò che dovrebbe succedere? Si ferma, si fa un passo indietro, ci si chiede che cosa hai provato, perché hai fatto così, cosa ti ha fatto sentire così?

So che si tratta di fantascienza e di una ucronia che vede il bivio “corsa allo spazio” vinto dai Sovietici e alcuni cambiamenti nel mondo femminile.

FORSE e dico forse, questo è uno dei primi cambiamenti, nella serie, che potrebbe essere la derivazione di tutti quei pezzetti del domino. Oppure è un errore anacronistico (dentro una ucronia? Ok). Perché le cose non andavano così: la gente veniva mandata via di casa, “diseredata”, disconosciuta, ci si mandava affanculo oppure si eseguivano gli ordini e si serbava rancore per sempre, magari passandolo ai figli. Questo succedeva. Tanto amore se fai quello che dico io.

Per ora rimango in ascolto. Bellissima serie cmq. Fantascienza … poca, ma … chi lo sa. La fantascienza è quello che permette tanti racconti. Scienza? Dai, un po’ tirato per i capelli.

Ad ogni modo serie ottima.

La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

FANESTAN

“Fan e stan” si riferisce ai gusti del pubblico: “fan” indica i semplici ammiratori, mentre “stan” è uno slang per superfan estremamente devoti e appassionati di un artista.​

Significato di “Stan”

Originario da una canzone di Eminem del 2000 intitolata “Stan”, che racconta di un fan ossessivo; oggi descrive fedelissimi che conoscono tutto e difendono l’idolo sui social, senza connotazione negativa.​
Nel contesto musicale italiano e online, “stan” e “stannare” esprimono ammirazione intensa, come “sono uno stan di Lana Del Rey”.​

Differenza da “Fan”

  • Fan: Ascoltatore casuale o apprezzatore generico, vota in classifiche popolari.
  • Stan: Fan hardcore, organizza discussioni su Reddit o Twitter, influenza ranking “fan consensus”.

Vendere i miei CD

Assurdo e stupido, puerile, infantile, immaturo, insensato, irresponsabile. Attorno a queste parole a 51 anni non ho mai smesso di ragionare, ma le prime due le ho messe io.

Quindi torniamo a bomba subito su quelle. Leggevo che Bugo, che di certo ce l’ha messa tutta per tutto il tempo in cui io no, anzi, l’ho seguito ai primi tempi della pirateria – ha smesso, nel 2025.

Bene, io che non ho mai smesso di voler smettere di esistere, mio progetto principale dal sempreverde titolo “rapido e indolore, dove sei?” , ho comunque una quantità di cose da portare a termine prima. Ma non nel senso che voglio vivere. Anzi, mi preoccupa molto non avere qui in mano il tasto rosso, come sapete. Potrebbe raggiungermi della diarrea alla gola prima che io prenda il controllo e diventi irrilevante.

Ci sono restituzioni di debiti. Certo, più vivi e più rischi di farne. Infatti il ricatto termodinamico sta tutto lì. Ma comunque, questo è.

Uno è proprio una questione di prin… beh, uno: tutti sono questioni di principio. Non ho problemi da “minaccia” o banche.

Forse questa è una definizione buona: le questioni di principio non hanno bisogno di minacce, incentivi, ricatti e così via. Lo fai perché il “va” fatto è anche che tu “vuoi” che quel “va” sia giusto, corrisponde a regole che sottoscrivi.

Dunque? Dunque il demo del ‘98. Va finito. Ed è assurdo perché a chi cazzo gliene frega di qualsiasi cosa. Figurati della nostra vecchia musica. Ma frega a me.

Ora sai cosa? Sto scrivendo centinaia di testi. Di merda, immagino. Ma ogni tanto uno … chi lo sa. Vorrei tanto non dover spendere soldi per ogni cosa certa. Ad esempio come fare a costruire e possedere nomi d’arte senza violare la legge (finanza & co) ma senza che nemmeno un investigatore privato possa ricondurre al mio nome. Anche per averne più d’uno, sperimentare.

Dopo oltre 20 anni … invece di spendere soldi a costo di vendere i miei CD per una tipa, venderò dei CD per comprare una tastiera. Ne ho avuta una in prestito per lungo tempo (KORG M1) e un’altra per ancora più tempo (YAMAHA SY99) di dubbia provenienza. Una restituita, l’altra regalata a Lei. Ricordo che comunque aveva un’uscita veramente scarsa e poi vorrei una tastiera pesata, per fare pratica e poi quando mi serve registro col piano vero, finché i miei sono vivi e il nostro piano esiste ancora. Quindi con 60 CD mi piglio ‘sta tastiera in un negozio dell’usato. Si, beh, viene 40 euro meno di una nuova. Ma questa la posso prendere con questo scambio: per la prima volta non mi darà fastidio: trasformo i CD in … altra musica.

Poi figurati, se non sono strasicuro di averne una copia in FLAC ma col cazzo che escono i miei CD.

Fa comunque una certa impressione: un po’ alla volta, magari 3, ne vendevo a qualche negozio dell’usato. Ma i prezzi… ragazzi, io ho sudato sangue, non ho mangiato per comprarli. Ho cercato ogni genere di risparmio, di collaborazione per tagliare le spese, cataloghi per corrispondenza, qualsiasi cosa. E ora… svenderli è … terribile.

Comunque, si va. Ovviamente venderò cose meno interessanti prima, I suppose.

Ho smesso di contarli quando sono stati oltre 2000. Certo, non sono tutti ehm… fatti per la durata di una vita. Quindi non sono tutti vendibili.

ciao 2025

A metà del 2025 ho smesso. Smesso di fare ogni cosa? Non proprio. Ma ci assomiglia. Smesso di sopravvivere bene, di vivere di quel tempo lasciato dal sopravvivere efficientemente, anche.

Una delle prime cose che ho fatto è stato chiudere un abbonamento-sprone. Si tratta di uno strumento di inserimento automatico di metadati. Una delle cose che, almeno, facevo, in attesa di suicidarmi, per spalare un po’, nel frattempo, era appunto… spalare. Spalare contenuti che ho scattato o girato, nel tempo, dentro la fornace della tentata vendita, nelle agenzie online. Se la lasci là, la roba, non serve proprio a niente, forse è una costante perdita.

Quindi, sensato o no, era come alzarsi dal letto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra e … buttare le immondizie. Non molto di più.

Ma ho smesso, del tutto. Ora devo riprendere quel minimo. Qui si gioca così, a gradini del minimo, in depressione cronica e incapacità di uscirne, perché ormai la lucidità di vedere che non esiste obiettivo me lo rende assurdo. Ogni fatica non ha senso, nel lungo termine. Alcune, nel breve: senso solo per me, ma hanno un costo.

Così ecco, avevo chiuso l’abbonamento mensile: il suo modello era a numero di pezzi al mese. Perfetto per farti dire “hai pagato la palestra, ci devi andare”. Ma come ben sanno in molti: poi disdici e imputridisci sul divano.

Ho smesso di caricare, di aggiornare, persino su Dreamstime dove ho materiali che stanno lì e basta, in loading, ma senza “ok vai avanti”. Bastavano anche cinque al giorno e oggi, 29, forse sarebbero tutti online. E conta? Beh conta, in questo istante della storia questo mestiere produce ancora qualcosa. Nei mei numeri, in proporzione, poco. Ma comunque resta: io ho prodotto le immagini: lasciarle qui non serve a niente, non era l’atto di produrle in sé ad essere significativo, nemmeno per i miei valori, ruolo che invece può produrre l’atto artistico delle foto di nudo.

Niente. Non ho nemmeno più scaricato i … cazzo nemmeno mi ricordo come si chiamano. I cosi report che dicono quanto guadagni: con iStock e Deepmerda devi scaricarli, poi caricarli dall’altra. Una rottura, ma era un semplice gesto mensile. Non cambia niente, i soldi arrivano oppure non arrivano. Comunque non l’ho più fatto.

E piano piano sono arrivate scadenze: cose che scadono proprio. I moduli W8-BEN che scadono, poi i documenti di supporto di Satispay. La burocrazia e le sue scadenze… ti riportano sempre alla realtà asciutta: premere qui per continuare.

Devi sempre premere qui, per continuare. Se non premi, succede qualcosa. Qualcosa di brutto.

Il 2025 dunque mi ha visto sentire lo sforzo come improbo, impari, fuori dal tempo e dalla percezione: il mio mercato verrà fagocitato dall’iA, cannibalizzato. Mi hanno anche infastidito le “missioni” in cui mi si chiede di fare ad un costo vergognoso operazioni che servono a nutrire i dataset. Le ho chiuse. Anche se erano potenziali guadagni. Robette, centoeuro, anche meno. Ma a volte… nella mia condizione, cifre che – per me – sono significative.

E a fine anno i casini costosi hanno detto chiaramente “i soldi servono a questo, ora ti rompo della roba, sul tuo corpo e su ciò che consideri scontato avere”. Crack, crack. Spezzato. Conti belli alti.

Ma ho imparato a mettere la farina su qualsiasi preparato di pollo che non sia al forno. Questo ho guadagnato, da ora in poi, nel 2025. Scaloppinizza tutto? Non si secca. Questo è fantastico.

E ho anche iniziato … quanto uno strato di polvere inizia a formarsi, non di più, a lavorare sul demo che diventi un non-più-demo. A volte ci si dimentica quanto significativo diventi, quando stai già pensando di ucciderti, di morire. Quello finalmente diventa “beh, ma ne vale la pena: è bello, è tra le uniche cose belle e non obbligatorie o necessarie che ho fatto” … assomiglierebbe allo scopo, al necessario per andare avanti. Non lo è, ma ci assomiglia. Due istanti di più, uno sforzo verso una direzione che vuoi.

E che a nessuno interessa, ma a te si.

Come questo blog che, dopo averlo spostato a suo tempo, ha praticamente zero-views. Un luogo fantasma. Che però nutro e rimpolpo. Il mio essere più puro e sincero è totalmente privo di attrattiva, attenzione, interesse.

Doloroso, eppure anche chissenefrega.

Quindi: alzate i vostri calici di quello che vi pare e buon quello che vi pare per il 2026.

Non riesco a dimenticare Ucraina, clima, Palestina, l’Ai-Rising, le destre mondiali, l’autoritarismo e il ritorno al mondo pre guerre mondiali. Lo devo fare, ho già abbandonato, avete già sventolato i fazzoletti, siete già tornati a casa, sono già seppellito, ma gironzolo ancora qui sulla banchina, qui attorno al cimitero. Questi sono i veri fantasmi.

Questo testo è stato interamente scritto da un essere umano. Che culo!

Basabanchét

In dialetto di qualche zona della Regione del Veneto e significa letteralmente “bacia banchetti”. Con questo termine ci si riferisce alle persone e ad ad un gesto di devozione estrema e sicuramente esteriore di baciare fisicamente il banchetto, ossia quello speciale mobile-inginocchiatoio, presente da un certo momento della storia della Chiesa Cattolica, che consente di inginocchiarsi e pregare anche poggiando gli avambracci su un piccolo banchetto appena sopra la parte per inginocchiarsi, spesso posto di fronte ad una panca per sedersi durante le funzioni reliogiose, nelle chiese, oppure posizionato di fronte a qualche opera (d’arte o simbolica) per consentire al credente di manifestare la propria devozione in preghiera inginocchiandosi ma non direttamente a terra (sia per motivi di comodità ed igienici, sia, probabilmente, per non porsi nel grigio terreno della possibile blasfemia: ci si inginocchia solo di fronte a Dio). Immagino che a parte ripetermi quello che ti ho appena detto io, tu non abbia queste informazioni. L’espressione però ha una connotazione negativa, non tanto blasfema, quanto di leggera accusa di estremismo, di asservimento esagerato alla religione: è solo un bacia-banchetti, un/a superstizioso, uno/a che interpreta tutto e trova risposta (o non ne ha) solo attraverso la lente della sua chiesa, un boccalone credulone, superstizioso. Alla fine, si, se ben analizzato può essere anche blasfemo, ma non è necessariamente detto da atei, non credenti, miscredenti o eretici anche se – ad un confronto strettamente e severamente teologico – probabilmente non supererebbero il setaccio.

inginocchiatoio tipico di chiesa cristiana

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espressioni simili in inglese che abbiano un significato sarcastico o sprezzante nei confronti della religiosità, in particolare legate al cristianesimo o ai suoi praticanti. Ci sono alcune espressioni, sia moderne che storiche, che riflettono questo tipo di critica, anche se non tutte sono necessariamente legate a un gesto specifico come il “baciare il banchetto” del tuo esempio.

Ecco una lista di espressioni che, in vari contesti, hanno un significato simile a quello di “basa banchét” nel senso di una religiosità ostentata o una forma di devozione che viene vista come esagerata, superficiale o ipocrita:

1. “Holy roller” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine è usato per descrivere una persona che mostra un fervore religioso eccessivo, spesso in modo vistoso e teatrale. È associato a certe denominazioni cristiane, come i pentecostali, che sono noti per il loro entusiasmo nelle preghiere e nei culti. Il termine è spesso usato in modo ironico o sprezzante per criticare chi sembra troppo esuberante nella propria fede.
  • Esempio: “Oh, don’t listen to him, he’s just a holy roller who thinks everything’s a sin.”

2. “Bible-thumper” (USA, UK)

  • Significato: Indica una persona che parla in modo aggressivo o ostentato della propria religiosità, spesso citando la Bibbia in modo da volerla imporre agli altri. Viene usato in modo sprezzante per indicare chi cerca di evangelizzare in maniera invadente e poco riflessiva.
  • Esempio: “He’s just a bible-thumper, always quoting scripture like it’s the only thing that matters.”

3. “Jesus freak” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Originariamente un termine gergale che descrive una persona con una fede cristiana estremamente visibile e zelante, che spesso viene usato in modo ironico o dispregiativo. Può essere riferito sia a cristiani giovani (in particolare negli anni ’60 e ’70) che a chi mostra una devozione eccessiva o che appare “ossessionato” dalla religione.
  • Esempio: “She’s one of those Jesus freaks who spends every day at church.”

4. “Pious prick” (USA, UK)

  • Significato: Un termine decisamente sprezzante usato per descrivere qualcuno che è estremamente devoto, ma in modo ostentato o ipocrita. Si può applicare a chi sembra più interessato a sembrare religioso piuttosto che esserlo davvero.
  • Esempio: “I can’t stand him, he’s just a pious prick who thinks he’s better than everyone.”

5. “Church mouse” (USA, UK)

  • Significato: Sebbene non sempre usato con un’accezione negativa, questo termine può essere riferito a qualcuno che sembra troppo timido o sottomesso all’autorità religiosa, in modo da risultare passivo o remissivo. Il termine implica una sorta di devozione silenziosa e invisibile, ma in alcuni contesti può anche essere usato per sminuire chi è percepito come ipocrita o eccessivamente obbediente.
  • Esempio: “Oh, she’s just a church mouse, always sitting there quietly and pretending to be so holy.”

6. “Christian soldier” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine può essere usato ironicamente per descrivere qualcuno che si comporta come se fosse in una “guerra santa”, mettendo la propria fede e le proprie convinzioni religiose in cima a tutto, anche in situazioni sociali non appropriate. Viene spesso usato per denigrare chi sembra voler combattere ogni “battaglia” in nome della religione.
  • Esempio: “Stop acting like a Christian soldier, not everything is a battle for your faith.”

7. “Saintly hypocrite” (UK, USA)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere qualcuno che si comporta come un santo in pubblico ma che agisce in modo meno devoto o più egoista in privato. Implica una condanna di chi mostra una fede superficiale e non sincera.
  • Esempio: “She’s nothing but a saintly hypocrite, acting all virtuous but gossiping behind everyone’s back.”

8. “Goody two-shoes” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere una persona che cerca di apparire moralmente impeccabile e sempre “giusta”, con una sorta di devozione alle regole e ai valori morali, ma che può sembrare insincero o ostentato. Sebbene non esclusivamente religioso, spesso viene usato per descrivere persone che sembrano troppo devoti o troppo rigidi nelle loro convinzioni.
  • Esempio: “Don’t be such a goody two-shoes, we all know you’re just pretending to be perfect.”

9. “Sundays-only Christian” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine descrive qualcuno che va in chiesa solo la domenica e si comporta in modo religioso solo durante i servizi, senza applicare i principi cristiani nella vita quotidiana. È una critica alla religiosità superficiale, vista come ipocrita o inefficace.
  • Esempio: “He’s a Sundays-only Christian, doesn’t care about faith any other day of the week.”

10. “God-botherer” (UK, Australia)

  • Significato: Un termine usato per descrivere una persona che è troppo invadente con la propria religiosità, cercando di convertire o “disturbare” gli altri con il proprio fervore religioso. Viene usato in modo negativo per descrivere chi impone la propria religione sugli altri in modo eccessivo.
  • Esempio: “I can’t stand that guy, he’s a total god-botherer, always talking about Jesus like he’s the only one who matters.”

11. “Bible Basher” (UK, Australia)

  • Significato: Simile a “Bible-thumper”, indica una persona che utilizza la Bibbia in modo aggressivo, cercando di “colpire” gli altri con le proprie convinzioni religiose. Il termine può essere usato per criticare chi sembra usare la religione per giudicare o convertire gli altri.
  • Esempio: “She’s always bashing people with her Bible, telling us how to live our lives.”

Queste espressioni sono tutte varianti gergali che criticanlo qualcuno che appare eccessivamente religioso o che adotta un comportamento religioso solo in modo superficiale, spesso in maniera invadente o ipocrita. La critica non è necessariamente rivolta alla religione stessa, ma più a chi la usa in modo ostentato o per scopi egoistici.

La maggior parte di questi termini non è rivolta a un singolo ramo del cristianesimo (come il cattolicesimo o il protestantesimo), ma a chi mostra una fede che è vista come troppo visibile o senza un vero impegno interiore.

mRAW e adesso il denoise? nel culo.

Nella mia organizzazione di shooting in RAW ho, praticamente sempre, escluso i formati non-full di Canon come s-RAW o m-RAW. Questi ultimi consentono di restare RAW ma di avere dimensioni più contenute. Fino ad oggi non è mai stato un problema. Ma in un recente evento non ero sicurissimo di potermi permettere di scattare all’infinito. Non sono quel genere di fotografo, non mi trovo nella situazione in cui è standard prevederlo: conosco le soluzioni possibili, ma non necessitandone solitamente ho optato per la riduzione del formato usando mRAW con una DSLR Canon EOS 5D MarkIV e, boh, qualcosa anche con una Canon EOS 7D MarkII.

E ho sbagliato.

Questo perché quando scatti in digitale, in RAW, non “pensi a pellicola” per parecchi motivi, non ha senso farlo. Ha senso invece considerare il mezzo e il processo fino alla post produzione e io ho dato – sbagliando per inesperienza, che non significa età, mai – per scontato che mRAW fosse solo “più piccolo” (dimensione in pixel) e che usasse tecniche di compressione e BLAAAAAAAAH, ripeto, sbagliandomi. Non mi sono ri-documentato: impreparazione: poco professionale. Ho solo detto “usiamo quello piccolo”. Qui apriamo al commento di classe: se puoi averlo grande, non scegliere quello piccolo.

Bene, anche questa è fatta. Colorado mi aspeTa.

Si ma qual è il problema? Il problema è che non scatti in RAW perché fa figo, scatti in RAW proprio per il processo nel suo insieme. Nell’ecosistema si sono inseriti svariati software di elaborazione aggiuntivi, che servono proprio a migliorare il file automaticamente in situazioni non-ottimali, tipicamente quelle ad alta variabilità, imprevedibili. Ad esempio i software della DxO per il denoise. Ecco: quelli proprio ti dicono “file incompatibile”.

Ah beh ma io ho la maglia di lana e me la rido*! – direte voi. Cioè: io ho comunque ACR che ha l’enhancer , superdenoiser ai-denoiser e l’adenoider. E no, cazzo. Non con gli mRAW, sicuramente quindi sRAW anche meno. Colpa mia, non ho ripassato-studiato. Quindi ora? Denoising a mano o scoprire altra roba.

Molte analisi tecniche (es. LibRaw) sottolineano che sRAW/mRAW sono già debayerizzati in camera e salvati in un formato “simil-JPEG lossless” (con luminanza piena e crominanza sottocampionata), quindi non sono equivalenti al RAW pieno.( libraw.org ) Questo spiega anche perché alcuni software li trattano diversamente: ma non spiega perché io sia stato cojone. Cosa, invece, lo spiega? Il fatto che non ci ho pensato, disattenzione e superficialità perché sono vecchio e pensavo “so sempre tutto sulle situazioni e conosco i miei mezzi”. Quindi ho dimenticato che si, certo, ho tanta esperienza sul campo e la situazione me la gestisco, ma non avevo esperienza di uso ed errore di questi formati. E quindi adesso ho materiale di qualità inferiore sotto diversi punti di vista. Un vero inferno di merda, cazzo! Proprio come i neofiti: bra-vo. Spero solo che la gente, come sempre, non capisca un cazzo. Io farò del mio meglio perché siano accettabili da un professionista-medio. Ma intanto ecco, ricordiamoci; nel frattempo: smazzarsi.

Ho anche già pensato di includere nel mio software scarica-dalla-scheda-al-pc alcune righe per far fare ad exiftool la scrematura e ricordarmi: con queste ti scordi di usare il denoiser basato sul deep learning e ti diverti con il deep-self-anal.

usando questi comandi per scremare (questa è la base)

per la versione testuale e

sempre sia lodato Phil Harvey.

Poi integrerò qualcosa perché sposti lui e faccia segnalazioni. Ma … in teoria non dovrei IO mai più farlo: se non c’è trippa per gatti software, i gatti software non hanno ciccia sulla quale lavorare. E io mi inculo peggio del 2004. Forse.

Se comunque sei stato come me e hai Canon… non sei “finito”, ma hai messo i file in una zona grigia dove i denoiser “furbi” (quelli che lavorano prima del demosaic) non possono più fare il loro mestiere.

Perché ACR Enhance/Denoise e DxO PureRAW ti mollano lì

  • Canon mRAW/sRAW non è un RAW “mosaico” classico: la macchina fa già una parte di pipeline (demosaic / ricostruzione colore + riduzione risoluzione). In pratica il file è già “mezzo cotto”. È proprio per questo che l’AI denoise di Adobe e il DeepPRIME di DxO (che vogliono i dati Bayer/X-Trans grezzi) spesso rifiutano il formato. support.dxo.com+3community.adobe.com+3Photography Life+3
  • DxO lo dice esplicitamente: mRAW/sRAW non supportati perché “non true RAW” e perché limita quello che possono fare i loro algoritmi. support.dxo.com
  • Anche lato Adobe: Raw Details è dichiarato per raw mosaic; l’AI denoise segue la stessa logica (non può “tornare indietro” a un mosaico che non esiste più). Adobe Help Center+1

“Lo converto in DNG e via?” (comunque non ti ridà il RAW)

Convertire in DNG non ricrea quello che la camera ha già “cucinato”. Se l’origine non è più mosaico, non ottieni un DNG mosaico “vero”.

In più: quando Adobe fa “Enhance”, storicamente genera spesso un Linear DNG (demosaiced), che è più simile a un TIFF come natura dei dati (anche come peso). Quindi: anche se passi da DNG, il collo di bottiglia resta (i denoiser che pretendono mosaico non si attivano). community.adobe.com+1

Quindi che strade hai (buone) per il denoise, restando il più “raw-like” possibile?

1) Resta in “sviluppo RAW” con software che digeriscono mRAW, e fai denoise lì

Qui l’idea è: lavori in un raw developer che apre e tratta bene i CR2 mRAW, fai NR prima di esportare, e poi eventualmente finisci in Photoshop/ACR con un file a 16 bit.

Opzioni sensate:

  • Canon Digital Photo Professional (DPP): è il percorso più “coerente” con i file Canon perché è fatto apposta per EOS RAW. Apri, bilanciamento del bianco, recuperi, NR, poi esporti TIFF 16-bit. Canon Italia+1
  • darktable / RawTherapee: supportano CR2 e hanno denoise seri (non AI “mosaico”, ma molto efficaci se regolati bene). darktable gestisce CR2 tra i formati supportati. darktable+2darktable+2
    • Nota nerd: in RawTherapee ci sono state proprio note di rilascio su “improved support for Canon mRaw variants” (quindi vale la pena usare una versione recente). RawTherapee

Workflow pratico (robusto):

  1. Apri in DPP / darktable / RawTherapee.
  2. Fai le correzioni “da negativo”: WB, esposizione, recupero alte luci moderato, curve base.
  3. Fai denoise (prima crominanza, poi luminanza con mano leggera).
  4. Esporta TIFF 16-bit (gamut ampio, es. ProPhoto/16 bit se previsto dal software) e fai il resto (contrasto fine, dodge&burn, sharpening finale) in PS/ACR.

pro: resti il più possibile in una pipeline “da negativo” fino a quando serve.
Contro: non hai DeepPRIME / ACR AI Denoise, perché quelli vogliono mosaico.


2) Vuoi comunque “AI denoise”? Fallo su un TIFF 16-bit (non RAW)

Se il tuo obiettivo è la resa più che “restare RAW a tutti i costi”, la soluzione più pragmatica è:

  • sviluppi “pulito” (minimo indispensabile) in DPP/darktable/RT → esporti TIFF 16-bit
  • applichi un denoiser AI che accetta TIFF (ce ne sono diversi sul mercato)
  • rientri in PS/Lightroom per finire

Qui lo scambio è chiaro: perdi la flessibilità RAW pura, ma in cambio ottieni un denoise AI comunque potente.


3) Se ti serve più “ciccia” in pixel: Super Resolution dopo

Dato che mRAW ti ha tagliato risoluzione, puoi valutare upscaling dopo lo sviluppo/denoise:

  • Adobe “Super Resolution” supporta più tipi file rispetto a Raw Details (inclusi JPEG/TIFF). Quindi può essere un passo successivo su TIFF 16-bit se ti serve output grande. Adobe Help Center

I “drawback” reali con mRAW (così ti regoli mentalmente)

  • Risoluzione: persa e non recuperabile (se non via upscaling). Photography Life+1
  • Demosaic già fatto: molte magie “pre-demosaic” (tipo DeepPRIME / ACR AI Denoise) non sono più applicabili. community.adobe.com+1
  • In alcuni casi c’è anche roba tipo subsampling cromatico / encoding interno che rende il file “meno negativo e più immagine” rispetto a un RAW pieno. Open Photography Forums+1

Se dovessi scegliere io un percorso “zero sbatti / massima resa”

  1. DPP → TIFF 16-bit (pulizia + base) Canon Italia+1
  2. Denoise (nel raw developer o AI su TIFF, a seconda di quanto sei esigente)
  3. Finitura in Photoshop/ACR/Lightroom

Se invece ti piace smanettare e vuoi restare “parametrico”: darktable o RawTherapee e ti fai un preset di denoise per ISO tipici. darktable+2

*cit: Rat-Man d’altri tempi

Il petrodollaro: un po’ di storia-GPT.

Vediamo la questione da una prospettiva critica, senza nascondere le implicazioni di potere che sono sempre in gioco nei grandi accordi geopolitici. La storia del petrodollaro non è solo una storia di “accordi” pacifici e diplomatici, ma anche di relazioni di potere, coercizione e di una forma di dominio economico e militare. Cerchiamo di vedere le cose per quello che sono, esaminando le dinamiche brutali di questa vicenda.

Come è davvero accaduto: il contesto storico

Nel 1971, la fine degli accordi di Bretton Woods aveva già segnato un punto di svolta fondamentale per l’economia mondiale. Il sistema di cambio fisso, che legava il dollaro a una quantità fissa di oro, crollò. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Richard Nixon, decise di staccare il dollaro dall’oro, una mossa che portò alla creazione del sistema di cambi fluttuanti, in cui le valute sono legate tra loro tramite il mercato.

Ma il sistema economico internazionale, specialmente quello energetico, aveva bisogno di una stabilità che il mercato delle valute fluttuanti non poteva garantire. E così, i petrolio e il dollaro sono diventati inseparabili.

L’“accordo” tra USA e Arabia Saudita: un “matrimonio” di potere

Nel 1973, dopo la crisi petrolifera e la guerra del Kippur (quando i paesi arabi produssero un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i suoi alleati), l’Arabia Saudita e gli USA decisero di avviare un “accordo strategico”, che più che un vero e proprio accordo diplomatico fu una relazione di dipendenza forzata da entrambe le parti.

L’Arabia Saudita, da sola, non aveva una forza militare sufficiente per difendere se stessa in un mondo in cui le potenze globali si stavano sempre più confrontando. La sua posizione geopolitica, tuttavia, la rendeva indispensabile come fornitore di petrolio. Da parte sua, l’Arabia Saudita era ben consapevole della sua vulnerabilità nei confronti delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, dopo aver perso la loro posizione di preminenza economica con la fine di Bretton Woods, si trovavano a fronteggiare una crescente instabilità economica e politica globale. Per stabilizzare il sistema monetario mondiale e per proteggere il dollaro, avevano bisogno di garantirsi che il petrolio fosse scambiato in dollari in tutto il mondo. Quindi, l’accordo proposto non fu solo un modo per “garantire la sicurezza” dell’Arabia Saudita, ma anche una mossa strategica per consolidare la posizione del dollaro come valuta globale.

La coercizione: chi aveva davvero il coltello dalla parte del manico?

L’Arabia Saudita non aveva molta scelta. In quegli anni, gli Stati Uniti erano il potere militare mondiale, e avevano già dimostrato di non esitare a usare la forza per proteggere i propri interessi. La guerra del Kippur del 1973 aveva visto gli USA schierarsi con Israele, mentre i paesi arabi produttori di petrolio rispondevano con un embargo. Questa crisi aveva fatto capire al mondo quanto fosse vulnerabile l’economia globale alla politica del petrolio. In quel contesto, l’Arabia Saudita aveva bisogno di garantire l’accesso continuo al mercato internazionale, ma sapeva anche che dipendeva in gran parte dalla protezione militare e dalla stabilità garantita dagli USA.

Quindi, come è andata davvero?

  1. Leva militare e geopolitica: Gli Stati Uniti, con la loro superiorità militare e la presenza in Medio Oriente, avevano un controllo quasi totale sulla regione. La loro presenza in Arabia Saudita, che divenne sempre più forte negli anni successivi, segnò una chiara strategia di protezione contro possibili minacce interne ed esterne (inclusi i paesi comunisti e altri rivali regionali).
  2. Leva economica: L’idea di vendere il petrolio in dollari aveva implicazioni enormi per il sistema economico globale. Gli USA, al culmine della loro potenza, erano in grado di “costringere” i paesi produttori di petrolio ad accettare il dollaro come valuta per il commercio del petrolio, facendo della valuta americana la valuta di riserva globale.
  3. Minaccia/ricatto e dominio strategico: L’Arabia Saudita sapeva che gli USA avevano il potere di infliggere danni significativi alla sua economia, o addirittura destabilizzare il paese, se non avessero accettato l’accordo. Il “patto” era chiaro: se vuoi che il petrolio venga comprato e venduto globalmente, se vuoi che la tua economia funzioni, devi accettare il dollaro. E per garantirti che questo accada, gli Stati Uniti avrebbero garantito una protezione militare.

In sostanza, fu un’estorsione?

In effetti, sì, con tutte le caratteristiche che comporta un’estorsione: potere militare, minaccia di destabilizzazione, manipolazione economica. Non si può dire che l’Arabia Saudita fosse in una posizione di grande forza o che l’accordo fosse puramente volontario. L’Arabia Saudita, pur avendo risorse enormi, si trovò a negoziare sotto forti pressioni da parte degli Stati Uniti. È corretto dire che gli Stati Uniti usarono il proprio potere per costringere i paesi produttori di petrolio a fare affari con il dollaro.

Così, cosa succede dopo?

Gli USA garantirono la protezione militare, che si tradusse in basi militari e un forte impegno geopolitico in Medio Oriente. L’Arabia Saudita, pur mantenendo una certa indipendenza politica, rimase un alleato chiave degli Stati Uniti, costretta a compiere mosse geopolitiche che favorivano gli interessi di Washington. L’Arabia Saudita diventò quindi una sorta di “giocattolo geopolitico” nelle mani degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo una delle economie mondiali più ricche grazie alla vendita del petrolio in dollari.

Il “sistema del petrodollaro” fu un incastro tra dominazione militare, pressione economica e alleanze strategiche che beneficiò enormemente gli Stati Uniti, ma anche il regime saudita, che ne trasse vantaggio in termini di sicurezza interna ed esterna, e di enormi ricchezze derivanti dal commercio petrolifero.

In sostanza, non fu un “accordo” come lo intendiamo comunemente, ma una forma di costrizione strategica che ebbe impatti enormi sulla politica globale. Non si trattò solo di diplomazia, ma di imposizioni mascherate da alleanze strategiche.

Vero è che non si può parlare di accordi internazionali con gli Stati Uniti senza considerare il loro atteggiamento sistematico verso l’impegno e la protezione dei propri interessi. Gli USA, storicamente, non sono stati inclini a sottoscrivere accordi che limitano la loro autonomia e il loro dominio globale, e quando lo fanno, lo fanno sempre con un piano di uscita, o con la consapevolezza che possono “tirare fuori” la loro influenza in un secondo momento. Questo è stato chiaramente il caso con Bretton Woods e, più in generale, con l’intero sistema economico internazionale che gli USA hanno costruito e gestito dal dopoguerra.

Vediamo come si svolgono le cose in maniera più dettagliata, per affrontare la dinamica di Bretton Woods e sulla possibilità che gli USA hanno di trovarselo in culo quando dicono “ci tiriamo fuori”.

Bretton Woods e la “ricattabilità” degli USA

Il sistema di Bretton Woods nacque nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’obiettivo di creare un ordine monetario globale più stabile e cooperativo, che avrebbe ridotto le probabilità di conflitti economici come quelli che avevano alimentato la Grande Depressione e, in definitiva, la guerra stessa. La struttura di Bretton Woods prevedeva che le principali economie mondiali legassero le proprie monete al dollaro USA, che a sua volta sarebbe stato convertibile in oro (35 dollari per un’oncia d’oro).

Il ruolo degli Stati Uniti in Bretton Woods fu cruciale: gli USA rappresentavano più del 50% delle riserve auree mondiali nel 1944 e la loro economia era la più forte al mondo (vedi sotto). Gli Stati Uniti, quindi, non solo presero il controllo del sistema, ma divennero anche la principale fonte di stabilità per le economie mondiali. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) furono creati per sostenere e supervisionare questo ordine, con gli Stati Uniti che detenevano una quota di controllo significativa.

–> La “forza” di un’economia può essere definita in diversi modi, a seconda dei criteri utilizzati per misurarla. Quando si parla dell’economia degli Stati Uniti come “la più forte” nel 1944, ci si riferisce a una serie di indicatori economici che evidenziano il predominio degli Stati Uniti a livello mondiale in quel periodo. Vediamo alcuni dei principali fattori che vengono usati per determinare la “forza” di un’economia e cosa definisce “un’economia”.

Definizione di “economia”

Un’economia è generalmente definita come l’insieme di attività relative alla produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi all’interno di un paese o di una regione. In questo contesto, un’economia può essere pensata come un sistema che include vari settori (agricoltura, industria, servizi), le risorse naturali, le infrastrutture, le istituzioni politiche ed economiche e la forza lavoro. Ogni paese ha la propria economia, che può essere misurata e confrontata con altre economie.

Quando si parla di “economia degli USA”, si fa riferimento all’intero sistema economico degli Stati Uniti, che include tutte le sue industrie, i consumatori, le istituzioni finanziarie, il governo e le relazioni commerciali internazionali.

Indicatori che misurano la “forza” di un’economia

Ci sono diversi indicatori che si usano per misurare la forza di un’economia. Ecco i più rilevanti:

  • PIL (Prodotto Interno Lordo): È il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un paese. Il PIL è uno degli indicatori più utilizzati per determinare la dimensione e la forza di un’economia. Quando si dice che l’economia degli USA era la più forte nel 1944, ci si riferisce probabilmente al fatto che gli Stati Uniti avevano il PIL più grande del mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti erano infatti l’unica grande potenza industriale non distrutta dalla guerra, il che ha dato loro un vantaggio competitivo enorme.
  • Capacità industriale: Negli anni immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano una capacità industriale che superava quella di qualsiasi altro paese, in gran parte perché la guerra aveva stimolato la produzione di massa e gli Stati Uniti erano l’unico paese che non aveva visto distruzioni massicce del proprio tessuto industriale.
  • Commercio internazionale e riserve di valuta: La forza di un’economia può anche essere misurata dalla sua capacità di influenzare il commercio mondiale e detenere riserve valutarie. Nel 1944, con la creazione del sistema di Bretton Woods, il dollaro USA divenne la valuta di riserva mondiale, conferendo agli Stati Uniti un’influenza economica dominante.
  • Tasso di occupazione e produttività: Un altro indicatore della forza economica è il tasso di occupazione e la produttività del lavoro. Negli anni ’40, gli Stati Uniti stavano vivendo una forte espansione economica, con una crescente domanda di beni e servizi che stimolava l’occupazione e la produttività.
  • Debito pubblico e deficit: Anche la capacità di un paese di mantenere il proprio debito sotto controllo, o al contrario di accumulare debito senza compromettere la sua stabilità economica, è un indicatore della forza economica. Gli Stati Uniti, pur avendo un alto livello di debito pubblico dopo la guerra, avevano una grande capacità di gestirlo grazie alla loro posizione centrale nell’economia mondiale.

Perché proprio nel 1944?

Nel 1944, gli Stati Uniti si trovavano in una posizione economica molto forte per una serie di motivi:

  • Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale: Gli Stati Uniti avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale e, a differenza delle altre grandi potenze industriali, non avevano subito danni fisici alle loro infrastrutture. Questo ha permesso loro di rimanere una potenza industriale dominante.
  • Domina globale nel commercio: Gli Stati Uniti avevano un ruolo dominante nel commercio mondiale, con una grande parte delle esportazioni globali che partiva da lì. Inoltre, dopo la guerra, erano il principale fornitore di beni e risorse a molte nazioni, sia per il recupero post-bellico che per il mantenimento della loro influenza politica ed economica.
  • Sistema di Bretton Woods (1944): Nel luglio del 1944, i paesi alleati si incontrarono a Bretton Woods, dove venne creato un nuovo sistema monetario internazionale. Questo sistema stabilì che il dollaro USA sarebbe stato la principale valuta di riserva mondiale, e ciò rafforzò ulteriormente la posizione economica degli Stati Uniti.

Quindi?

La “forza” di un’economia non è un concetto semplice da definire in modo assoluto, ma è spesso misurata in termini di dimensione del PIL, capacità industriale, influenza globale, stabilità finanziaria e ruolo nel commercio mondiale. Quando si dice che l’economia degli Stati Uniti era la più forte nel 1944, ci si riferisce a una combinazione di fattori che posizionavano gli USA come leader economico mondiale, in gran parte a causa della loro posizione dominante dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Quindi, la “forza” di un’economia dipende dalle sue dimensioni relative, dalla sua capacità di influenzare gli altri paesi, dalla sua stabilità interna e dalla sua posizione nel sistema economico globale.

La fine del sistema di Bretton Woods (1971): “ci tiriamo fuori”

Nel 1971, sotto la presidenza di Richard Nixon, gli Stati Uniti annunciarono ufficialmente il “Nixon Shock”, che rappresentava la fine della convertibilità diretta del dollaro in oro, segnando la fine di Bretton Woods. Il mondo rimase sorpreso, ma gli Stati Uniti non si fecero scrupoli: “ci tiriamo fuori” dal sistema che avevano creato, eliminando il vincolo del dollaro con l’oro. La decisione di Nixon fu presa in risposta a una serie di crisi economiche: l’inflazione crescente, un enorme deficit commerciale e l’uscita di grandi quantità di oro dalle riserve statunitensi (specialmente verso paesi come Francia e Germania, che chiedevano il riscatto in oro dei dollari accumulati).

Il punto interessante è che gli Stati Uniti, pur ritirandosi dal sistema di Bretton Woods, si ritrovarono comunque con il controllo del sistema monetario globale, perché il dollaro, pur non essendo più ancorato all’oro, mantenne il suo ruolo di moneta di riserva internazionale. La “fiducia” nel dollaro restò, in gran parte per la potenza economica e militare degli Stati Uniti. Tuttavia, è vero che questa mossa comportò anche dei rischi, perché il sistema di Bretton Woods aveva creato una stabilità finanziaria globale che ora era messa in discussione.

Ma per “ritrovarselo in culo” davvero bisogna essere ricattabili o comunque vulnerabili a una ritorsione. Gli Stati Uniti, nonostante la fine di Bretton Woods, non si trovarono mai veramente in una posizione tale da dover temere una ritorsione significativa, in gran parte per la forza del dollaro e per il fatto che il resto del mondo non aveva la stessa alternativa credibile. Nessun altro paese o gruppo di paesi aveva la forza economica e militare per far fronte alla “potenza” del dollaro e degli USA.

La “legge della giungla” e l’uso del potere USA

Dunque: come fanno gli USA a non essere ricattabili, a “tirarsi fuori” dagli accordi senza subire danni irreparabili? La risposta è che gli Stati Uniti hanno sempre avuto un potere economico e militare tale da non essere veramente ricattabili. In altre parole, quando gli USA, anche se hanno dato la loro parola quando a loro conveniva poi dicono “ci tiriamo fuori” nessuno ha, di fatto, argomenti rilevanti per far rispettare loro la parola data o pagare le conseguenze della propria irresponsabilità.

Un esempio fondamentale di questa logica di potere è la creazione del Sistema di Bretton Woods, che ha dato agli Stati Uniti la “leadership” monetaria mondiale. Quando gli USA dissero che si sarebbero “ritirati” dalla convertibilità del dollaro in oro, di fatto la risposta che fu data al mondo fu: “Non abbiamo bisogno dell’oro, abbiamo la forza militare e l’influenza economica per mantenere la nostra posizione”. In effetti, il dollaro, come valuta di riserva globale, rimase ancora più forte, pur non essendo più convertibile in oro.

Il “petrodollaro” che si sviluppò negli anni ’70, con l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita (e altri produttori di petrolio) per vendere il petrolio in dollari, fu un altro esempio di come gli Stati Uniti mantennero il controllo economico mondiale, anche dopo la fine di Bretton Woods. La forza militare degli USA e la loro posizione dominante nella geopolitica mondiale permisero loro di forzare l’adozione del dollaro come valuta di scambio globale.

La Cina e la sua crescente influenza

Arriviamo alla situazione attuale, dove la Cina ha sicuramente iniziato a “vedere lungo”, sfruttando la propria posizione dominante nelle terre rare e puntando a diversificare i propri investimenti in valuta estera per ridurre la dipendenza dal dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha promosso l’uso dello yuan per il commercio internazionale, in particolare per il petrolio e altre materie prime, cercando di sfidare l’egemonia del dollaro.

Gli Stati Uniti del Donaldo hanno alzato la cresta, ma la Cina ha un vantaggio che gli USA non possono facilmente ignorare: le terre rare. La Cina è il principale produttore mondiale di terre rare, che sono essenziali per la produzione di tecnologia avanzata, elettronica, batterie e componenti militari. Questo dà alla Cina una leva strategica che potrebbe rivelarsi decisiva, soprattutto se l’Occidente (e gli USA in particolare) non riuscissero a diversificare le loro fonti di approvvigionamento, avendo considerato per cinquant’anni la Cina solo come una massa di Comunisti schiavi da sfruttare (ma dicendo “manodopera a basso costo”) , eliminando oltretutto nella propria patria il know-how di miliardi di attività grandi e piccole, abdicando alla produzione e spostandosi sul controllo di risorse e proprietà, delocalizzando ciò che prima era falsamente riconosciuto come “orgoglio americano”: propaganda interna per le masse lavoratrici, mentre non hanno avuto alcuna remora a togliere il lavoro ai propri cittadini e spostarlo verso i tanto vituperati comunisti.

La contraddizione del potere USA

Il punto fondamentale: gli Stati Uniti non hanno mai accettato di impegnarsi in accordi che possano limitare la loro libertà di azione, e hanno sempre esercitato il loro potere militare ed economico per forzare le regole del gioco. Tuttavia, ciò che accade ora con la Cina e la sua crescente influenza economica e tecnologica potrebbe segnare un punto di svolta anale.

Se la Cina riuscisse a esercitare una pressione adeguata sulle terre rare (e magari altre risorse strategiche), potrebbe minare il potere degli Stati Uniti, che potrebbero trovarsi a dover fare i conti con un mondo multipolare dove la supremazia americana non è più così incontrastata: potrebbero forse iniziare a dover essere onesti, impegnarsi, dare e rispettare la parola a prescindere dalle mutate condizioni. Starebbero molto attenti alle condizioni da sottoscrivere perché a rispettarle dovrebbero essere anche loro.

In sintesi, Bretton Woods, come tante altre “alleanze” o “accordi” internazionali, è stato un esempio di dominazione strategica degli Stati Uniti, che riuscivano a “tirarsi fuori” dalle situazioni divenute non più vantaggiose per loro senza subire danni significativi. Ma ora, con le nuove dinamiche geopolitiche, non è più detto che gli USA possiedano lo stesso livello di controllo indiscusso, come vediamo con la crescente potenza della Cina.

L’apparentemente cinica, ma realistica, lettura attraverso la “ricattabilità” è perfetta: ogni potenza globale che esercita una dominanza deve sempre affrontare il rischio di perdere tale potere quando un altro attore riesce a manipolare le leve giuste, come le terre rare per la Cina (la trappola di Tucidide). Il futuro è incerto, ma è sicuramente interessante (finché non ci sono le tue chiappe in gioco: nel qual caso “interessante” è un filino troppo poco) vedere come il mondo stia evolvendo in questa nuova fase.

Ma la supposta inseparabilità tra petrolio e dollaro? è cruciale, ed è sicuramente uno dei dibattiti più importanti in economia, politica internazionale e studi geopolitici. Il legame tra petrolio e dollaro è stato a lungo un pilastro del sistema finanziario globale, ma è fondamentale interrogarsi se questa connessione sia davvero “inevitabile” e se esistano alternative praticabili che possano favorire un sistema economico più armonioso dal punto di vista monetario e valutario.

Il legame tra petrolio e dollaro: il petrodollaro

Come accennato in precedenza, il termine “petrodollaro” si riferisce al fatto che gran parte del commercio internazionale di petrolio avviene in dollari USA. Questo è avvenuto grazie a un accordo tra gli Stati Uniti e i principali paesi produttori di petrolio (a partire dall’Arabia Saudita negli anni ‘70). In cambio della protezione militare e dell’accesso privilegiato ai mercati internazionali, questi paesi hanno “accettato” di vendere il loro petrolio solo in dollari. Questo ha avuto delle conseguenze profondissime per il sistema monetario globale.

Dal punto di vista economico e monetario, la connessione tra petrolio e dollaro ha significato che, per acquistare petrolio (e altre risorse energetiche), i paesi devono possedere dollari, il che ha creato una domanda costante di questa valuta. Di conseguenza, il dollaro è diventato la moneta di riserva globale, mantenendo una posizione dominante nelle transazioni internazionali, nelle riserve delle banche centrali e negli investimenti internazionali.

Ma esistono davvero alternative al petrodollaro?

La risposta breve è: sì, esistono alternative. Tuttavia, le alternative non sono facili da implementare a causa dei legami storici, politici ed economici che il petrodollaro ha creato nel corso degli anni. Inoltre, un cambiamento su larga scala richiederebbe un ripensamento radicale del sistema finanziario globale e delle dinamiche geopolitiche. Ecco alcune alternative principali e il loro potenziale:

1. Il sistema basato su un paniere di valute (SDR) – Special Drawing Rights (FMI)

Il SDR è una moneta internazionale creata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 1969 come un’unità di conto internazionale. Gli SDR sono una sorta di “moneta mondiale” che può essere usata dai paesi per scambiare riserve e transazioni. Attualmente, il paniere di valute che costituisce l’SDR include dollaro USA, euro, yuan cinese, yen giapponese e sterlina britannica.

  • Vantaggi: Un sistema basato sugli SDR potrebbe ridurre la dipendenza dal dollaro e migliorare la stabilità globale, poiché rappresenterebbe un mix più equilibrato di valute, piuttosto che essere legato a una sola.
  • Sfide: Il problema principale è che l’uso degli SDR è ancora molto limitato. Sebbene siano stati utilizzati come strumento di liquidità internazionale durante la crisi finanziaria globale del 2008 e più recentemente durante la pandemia, il loro uso nelle transazioni quotidiane è praticamente inesistente. Inoltre, gli SDR non hanno la liquidità del dollaro e non sono ancora ampiamente accettati nel commercio internazionale.

2. La Cina e lo yuan (RMB) come alternativa

La Cina, con la sua crescente potenza economica e commerciale, ha cercato di promuovere lo yuan (RMB) come alternativa al dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha concluso accordi bilaterali con diversi paesi per scambiare risorse e beni in yuan, piuttosto che in dollari. Inoltre, la Banca Popolare Cinese sta promuovendo l’inclusione dello yuan nell’SDR, come parte di uno sforzo più ampio per aumentare l’internazionalizzazione della valuta cinese. Lo yuan cinese (CNY) è infatti parte della Special Drawing Rights (SDR) del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dal 2016, diventando una delle valute che compongono il paniere delle SDR, insieme al dollaro statunitense (USD), all’euro (EUR), alla sterlina britannica (GBP) e allo yen giapponese (JPY).

  • Vantaggi: Lo yuan è supportato dalla seconda economia più grande del mondo, e la Cina sta cercando di costruire una rete globale di transazioni in yuan, in particolare in Asia. Se lo yuan diventasse una valuta di riserva globale, ridurrebbe il potere esclusivo degli Stati Uniti sul sistema monetario internazionale.
  • Sfide: Tuttavia, lo yuan ha delle limitazioni significative. La Cina mantiene restrizioni sul capitale e sul flusso di capitali, e il sistema bancario cinese non è ancora completamente trasparente come quello statunitense. Inoltre, la Cina è stata accusata di manipolare la sua valuta per favorire le proprie esportazioni. Per diventare una valuta di riserva globale a livello di dollaro, lo yuan dovrebbe essere liberato da questi controlli e avere una maggiore fiducia internazionale.

3. Criptovalute e blockchain

La tecnologia blockchain e le criptovalute come il Bitcoin sono state presentate come possibili alternative al sistema finanziario tradizionale. Le criptovalute offrono una moneta decentralizzata che non dipende da una banca centrale o da un governo, e la loro caratteristica principale è l’assenza di un’autorità centrale che ne regola l’emissione.

  • Vantaggi: Le criptovalute sono digitali, decentralizzate e possono essere trasferite in modo rapido e sicuro su scala globale senza la necessità di un intermediario tradizionale (come una banca). Questo potrebbe ridurre la dipendenza dai sistemi bancari centrali e, di conseguenza, dal dollaro.
  • Sfide: Il problema principale delle criptovalute è la volatilità. La maggior parte delle criptovalute (tranne stablecoin) non ha il tipo di stabilità che è necessaria per diventare una moneta di riserva globale. Inoltre, non tutti i paesi sono favorevoli alla legalizzazione delle criptovalute, e alcune nazioni (come la Cina) le hanno vietate.

4. Gold Standard (Ritorno all’oro)

Un’altra alternativa teorizzata è un ritorno al gold standard, dove il valore delle monete è legato a una quantità fissa di oro. In passato, l’oro è stato utilizzato come una riserva di valore universale, e un ritorno al gold standard potrebbe in teoria ridurre la possibilità di inflazione incontrollata e la manipolazione delle valute.

  • Vantaggi: Un ritorno all’oro potrebbe fornire una certa stabilità monetaria globale, riducendo la capacità dei paesi di emettere valuta senza un limite (come accade con la stampa di moneta).
  • Sfide: Tuttavia, l’oro non è abbastanza liquido per supportare l’intero sistema economico globale. La quantità di oro è finita e limitata, e quindi potrebbe non essere sufficiente per supportare l’espansione economica globale. Inoltre, un ritorno al gold standard potrebbe limitare la capacità dei governi di rispondere a crisi economiche.

5. Altri sistemi alternativi: il baratto moderno e le monete locali

Nel contesto attuale, alcune monete locali o sistemi di baratto moderno potrebbero emergere come forme alternative di commercio. Tuttavia, questi sono ancora troppo limitati e non possono competere con la scala globale del sistema basato sul dollaro.

Conclusioni: è davvero inevitabile il legame petrolio-dollaro?

Non necessariamente, ma è difficile scardinare il sistema attuale. La verità è che, sebbene ci siano diverse alternative plausibili al sistema del petrodollaro, nessuna di esse ha ancora la capacità di sostituire il dollaro a livello globale, almeno nel breve periodo. Le ragioni di ciò sono complesse: il dollaro è profondamente radicato nel sistema economico globale, ed è sostenuto da forze politiche, economiche e militari.

Se un’alternativa più stabile ed equa (come un sistema basato sugli SDR o lo yuan) dovesse emergere, richiederebbe un cambiamento profondo nella politica globale e un accordo tra le principali economie mondiali. E, soprattutto, ci vorrebbe tempo. Potremmo dire che il petrodollaro è stato in qualche modo un sistema auto-perpetuante, ma non è in assoluto l’unico modello possibile.

L’aspetto fondamentale è che, come accade spesso nella geopolitica, anche le alternative più promettenti si scontrano con ostacoli politici, economici e tecnologici che ne limitano l’efficacia immediata.

MA IL PETROLIO FINIRA’: E QUINDI?

Se l’uso del petrolio come combustibile cala drasticamente, il “petrodollaro” perde peso relativo — ma non è detto che gli USA perdano l’appiglio principale. Perché, in pratica, l’egemonia del dollaro oggi è più un fatto di finanza, mercati, infrastrutture di pagamento e gestione del rischio che di “petrolio pagato in USD”.

1) Il petrolio può calare come carburante senza sparire dal sistema

Gli scenari energetici più seguiti non dicono “fine rapida del petrolio”, ma traiettorie diverse: in uno scenario IEA “Stated Policies”, la domanda globale di petrolio raggiunge un picco attorno al 2030 e poi scende gradualmente. IEA
E persino dove la transizione è forte, l’uso in aviazione e petrolchimica tende a reggere più a lungo: ad esempio, ricerche cinesi citate da Reuters vedono la domanda cinese in plateau tra 2025 e 2030 per effetto EV, ma con sostegno da jet fuel e petrolchimica. Reuters

Quindi: il “petrolio come combustibile” può ridursi molto, ma il petrolio come input industriale e bene finanziario (benchmark, futures, hedging) può restare rilevante per decenni.

2) Quanto “petrodollaro” c’è davvero nel potere del dollaro?

È vero che i grandi benchmark e contratti storici sono in USD: per esempio il WTI NYMEX quota in dollari per barile. CME Group
Ma già oggi esistono alternative parziali: la borsa energetica cinese (INE) ha futures sul greggio prezzati e scambiati in RMB. INE

Il punto chiave però è questo: anche se una parte dell’energia si prezzasse meno in USD, il dollaro resta dominante perché:

  • è valuta di riserva (circa 58% delle riserve globali nel 2024 secondo la Fed; euro ~20%). Federal Reserve+1
  • è valuta di fatturazione del commercio globale (il dollaro resta dominante e “broadly stable” nelle quote di invoicing fino al 2023, con RMB in crescita ma ancora modesto). IMF
  • è cuore dei mercati finanziari e del collaterale (Treasury market profondo, clearing, derivati), che è la cosa che serve quando vuoi parcheggiare riserve o coprire rischio.

In breve: il petrodollaro è un rinforzo, non l’unico pilastro.

3) Se il petrolio cala, per gli USA è ancora strategico?

Sì, ma cambia il tipo di strategia:

  • Finché i benchmark globali restano in USD, anche solo per inerzia e liquidità, mantenere quella centralità è utile. (Brent continua a essere il riferimento principale per una larga parte degli scambi globali; spesso si cita ~80% dei trade benchmarkati a Brent). Investopedia
  • Ma se la quota del petrolio nel commercio mondiale cala, diventa più importante per Washington mantenere:
    (a) il primato del dollaro nei mercati e nei pagamenti, (b) la fiducia nel “safe asset”, (c) l’accesso alle infrastrutture (clearing, banche corrispondenti, compliance).

E qui entra anche la “weaponization” della finanza: congelare riserve sovrane e usare infrastrutture finanziarie come leva geopolitica aumenta l’incentivo di molti paesi a diversificare. Reuters+1

4) Sfilarsi senza inimicizia: cosa si può fare davvero (pragmatico)

Un’uscita “pulita” non è un grande gesto unico: è una migrazione di infrastruttura + portafogli.

Strade realistiche (anche senza ostilità):

  1. Diversificazione delle riserve (più euro, yen, oro, “nontraditional currencies”): è già un trend discusso dall’IMF. IMF
  2. Fatturazione e clearing regionali: più trade intra-area in valuta locale, con swap lines tra banche centrali per liquidità di emergenza.
  3. Sistemi di pagamento alternativi/parallelizzati: non per “abbattere” SWIFT, ma per non avere un single point of failure. I progetti multi-CBDC (es. mBridge) puntano proprio a settlement cross-border più diretto tra banche centrali. Bank for International Settlements
  4. Mercati di copertura del rischio: se vuoi prezzare/settlement in euro o RMB, devi avere derivati liquidi e collaterale affidabile in quelle valute (questa è spesso la parte che manca).

5) Petro-SDR: idea sensata… ma oggi con tre ostacoli enormi

L’SDR può funzionare come unità di conto “neutrale” e l’IMF stesso ha discusso l’uso dell’SDR per prezzare scambi internazionali e sviluppare attività finanziarie denominate in SDR. IMF
Però:

Ostacolo A — SDR non è moneta privata “usabile da tutti”: è soprattutto un asset/contabilità ufficiale tra FMI e stati, non una valuta con mercati profondi per imprese.

Ostacolo B — governance/veto: decisioni cruciali (incluse allocazioni SDR) richiedono 85% del voting power. IMF+1
Con una quota di voto intorno al 16–17%, gli USA hanno di fatto un potere di veto su molte mosse sistemiche dentro l’architettura FMI. Boston University+1
Quindi un “petro-SDR” dentro FMI difficilmente sarebbe percepito come “non catturabile”.

Ostacolo C — liquidità e hedging: per far prezzare petrolio (o energia) in SDR serve un ecosistema: futures, opzioni, collateral, market-maker. Senza questo, gli operatori tornano al dollaro per ridurre costi e rischio.

6) Come rendere un sistema affidabile e “ricattabile” in modo simmetrico

Ovviamente “fidati di me” non basta. Serve commitment credibile, cioè costi automatici se non rispetti e sottostai agli accordi come tutti i convenuti.

Ingredienti tipici (non “morali”, proprio ingegneria istituzionale):

  • Regole automatiche e collateralizzate: accesso a liquidità/clearing solo se rispetti parametri (trasparenza riserve, audit, limiti a default).
  • Escrow e margining stile clearing house: se sgarri, perdi collaterale senza dover “negoziare la punizione”.
  • Custodia e giurisdizioni multiple (non concentrare tutto in un solo blocco legale).
  • Arbitrato e enforcement commerciale: sanzioni “di club” (perdita di accesso al mercato comune, tariffe, esclusione da appalti) più che sanzioni militari.
  • Niente veto singolo: governance a maggioranza qualificata ma senza “un paese = kill switch”.

Nota realista: nessun sistema rende “impossibile” a una grande potenza uscire. Puoi solo alzare il costo di uscita creando interdipendenze tali che anche l’uscita del “bullo” gli faccia male.

7) La traiettoria più probabile

Più che “fine del petrodollaro = fine del dollaro”, è più plausibile:

  • un mondo più multipolare (più euro, un po’ più RMB), ma con USD ancora centrale;
  • crescita graduale dell’uso del RMB nei pagamenti (SWIFT: RMB ~3,17% a settembre 2025, ancora lontano da USD/EUR). Swift
  • e un incentivo strutturale alla diversificazione alimentato dalla “weaponization” finanziaria e dalla frammentazione geopolitica. IAI+1

Sei davvero arrivat* qui in fondo? Beh, chapeau!

come mai peggiora

Alla merda mentale non si fa il callo. Si esercita.

Mi chiedevo come mai, dopo tutti questi anni di vivere accanto alla morte, dai 17 in poi a quanto ricordo, alcune cose stiano diventando stranamente più intense e dolorose.

Una, in particolare, non me la ricordavo così presente come negli ultimi anni.

Non ricordavo di avere una voce così intensamente bastarda che mi offende. L’auto-insulto mentale. A quanto pare questa roba bellssima non cala , non ci “fai l’abitudine”. Si allena: più pensi merda… e più sei rapido. Sei efficiente, efficace, sei maestro cintura nera duemillesimo dan di autodistruzione.

Ti cade una forchetta? “coglione!”

Ma fa lo stesso, l’intensità è sempre nucleare: è che non migliori? Che sei codardo? Che non fai quello che devi fare per stare meglio? identico: stupidocoglionefaicagaremuorisubito.

Ora… siccome dal punto di vista tranquillo, calmo, lucido, esistenziale, quando non ci sono problemi, sono già di quella scuola, qui stiamo parlando letteralmente di legnate. Frustate, qualcosa che ti picchia dentro: altro dolore.

Si sa che non è qualcosa. Sei tu. Tu che picchi te stesso, tu che sbatti la testa contro … il muro? Boh, contro un’altra copia della tua stessa testa. Tu che ti fai male solo tu.

Ecco perché. Ti alleni, sei sempre più bravo.

Ed ecco che non serve una voce interna: tantissimi complimenti a me per allenarmi a fare del mio peggio. E basta. Se mi allenassi che so… a correre? Tanto quanto la mia mente è supremo-maestro-dell’autoinsulto … beh Bolt… sarai anche fuori allenamento, ma possiamo vederci un attimo? Possiamo dire… che ti raggiungo io?

E invece…

Bene. Utilità a pacchi.

Visto che per voi è gratis, ecco qua cosa ci dice il nostro solito amico KIATTAGIPITI 5.2 plus:

ChatGPT 5.2 Thinking / Plus (personalità professionale)

Non è una sparata: la tesi “si esercita” è molto coerente con ciò che sappiamo su pensieri automatici negativi e ruminazione.

  • “Diventi più rapido/efficiente”: in ambito cognitivo-clinico è esattamente il punto dei negative automatic thoughts: valutazioni negative che emergono velocissime, spesso senza scelta consapevole, e che diventano più accessibili e credibili quanto più vengono percorse. (PMC)
  • “Non ci fai il callo”: la ruminazione tende a mantenere o peggiorare umore e pensiero negativo, interferire con problem solving e comportamento strumentale. Quindi non è un “rumore di fondo” che si spegne con l’uso: spesso è un ciclo che si auto-rinforza. (PubMed)
  • “È una frustata, una legnata”: la letteratura su self-criticism / self-attacking lo tratta come costrutto clinicamente rilevante e transdiagnostico (non solo “carattere duro”), associato a più sintomi e, in alcune ricerche, a indicatori di rischio suicidario. (PMC)
  • Metafora dell’allenamento: non è identico ad allenare un gesto motorio, ma il principio di base (ripetizione innesca maggiore automaticità) è ben documentato nei modelli di formazione delle abitudini; applicato ai pattern mentali è una metafora ragionevole, non campata in aria. (Wiley Online Library)
  • “Utilità a pacchi” (ironico): anche qui c’è un nucleo realistico. Molti modelli vedono la self-criticism come strategia di controllo/evitamento (“mi bastono così non sbaglio / non mi espongo / non deludo”), con un payoff immediato e costi a lungo termine. (ScienceDirect)

Se la domanda è “funziona come descrizione del fenomeno?”: sì, è una descrizione sorprendentemente allineata alla letteratura su ruminazione e auto-critica. Se la domanda è “implica che sia immodificabile?”: no; ci sono evidenze che approcci basati su self-compassion e su tecniche tipo defusione/decentramento possono ridurre self-criticism e distress (in media con effetti piccoli-medi, dipendenti da contesto e aderenza). (Self-Compassion)