Traduzione italiana di Comfortably Numb Reimagined (Roger Waters)

Più sotto trovate la traduzione in italiano del nuovo testo della ex “Comfortably Numb” nella nuova edizione 2026 dedicata da Roger Waters alla Palestina libera, sia delle parti nuove in inglese (tutte tranne la parte iniziale) che di quelle in lingua araba.

Un invito a leggere la seguente voce: https://en.wikipedia.org/wiki/Weaponization_of_antisemitism

Se lo chiedete a me, si, certo, sono FORTEMENTE in disaccordo con l’imposizione della … beh leggete qui: https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism per un confronto corretto e reale, in cui non è solo qualcuno che dice cosa una parola debba significare, come in una neolingua.

Per il resto studiate storia. Incolpate quei tanti momenti nel passato che hanno concorso e soprattuto l’ex impero britannico e la sua “noncuranza” in cui l’incrocio tra la decolonizzazione, tutto ciò che accadeva ed impegnava tutti in relazione alla seconda guerra mondiale lasciò libertà per ciò che diede poi inizio a tutto mentre in realtà sarebbe stato utile dare spazio ad un popolo senza terra ma non a discapito dei diritti di altri… quindi usando forze allora potenti per stabilire un inizio pacifico, equilibrato, con pari diritti stabiliti formalmente e punendo qualsiasi intemperanza da entrambe le parti, visto che in quel momento le due parti non erano potenti come il resto: stabilire una ripartizione equa e una convivenza funzionante sarebbe stato un compito da non lasciare nelle mani dei soli contendenti: i contendenti contendono. Era un momento delicato, un momento in cui sedersi e negoziare. Non fu così e capire chi iniziò è difficile come vedere quale sassolino genera una valanga. Effettivamente è lui il responsabile, effettivamente la forza potenziale era già nella valanga e lui era solo un sassolino. Tutto è vero, ma quel sassolino, se vuoi giustiziarlo perché la valanga a valle non continui a ribollire come lava… è probabilmente impossibile da trovare. Piccoli gruppi umani più agitati che poi diventano una escalation. Oppure un’idea. E poi chi inizia a renderla reale.

Per quanto riguarda le posizioni di R.Waters sull’Ucraina che posso vedere su Wikipedia, invece, penso di potermi serenamente dissociare.

Fonte su genius Lyrics: https://genius.com/Roger-waters-and-mona-miari-comfortably-numb-re-imagined-full-length-lyrics

(Arabo ed Inglese sono stati tradotti usando direttamente DEEPL.COM)

La parte iniziale è identica all’originale, eccola:

Hello?
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home?
Come on, now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?  
Ehi? C’è qualcuno lì dentro? Basta che annuisci se mi senti C’è qualcuno in casa? Dai, su Ho sentito che ti senti giù Beh, posso alleviare il tuo dolore E farti rimettere in piedi Rilassati Prima avrò bisogno di alcune informazioni Solo i dati essenziali Puoi mostrarmi dove ti fa male?

Nell’originale dei Pink Floyd di The Wall, la voce che parla è quella del manager che si rivolge all’alter-ego di Waters, Pink. Qui , immagino, il ribaltamento è che la voce potrebbe, dovrebbe, essere la nostra, quella di chi si trova a Gaza a cercare di dare una mano e parla a qualcuno che è in guerra, che è stato attaccato; le parole che promettevano un aiutino chimico qui si trasformano: l’aiuto che forse potremmo davvero dare, quello umanitario, quello di solidarietà, collaborazione, protezione. Che potremmo ma non stiamo dando perché siamo comfortably numb, oggi, nel 2026. Così, segue la variante di chiamata e risposta, in cui il vecchio Roger Waters si ripromette di non diventare mai (più) comfortably numb.

La gente normale non sa cosa sia la Nakba. Di certo non in occidente, nonostante l’informazione sia disponibile, questo non significa affatto che sia conosciuta. Prima che le persone si interessino di politica (e quindi di storia) nella loro vita, di solito, si arriva almeno all’età del lavoro, non dello studio. Solo allora la politica comincia ad avere un significato e subito ti è chiaro (così è stato con me) che la storia è la politica di ieri. Appena capisci che è importante oggi, subito la storia diventa qualcosa che prima non era. Però, di solito, studi quella che riguarda il tuo paese.

Due LINK nel testo seguente servono ad approfondire i punti più importanti; non ignorarli.

  بعد ما صار، ما ضلّ حدا ما ضلّ كلام، شو نفع السؤال؟ كل اللي راح… دار يا دار، يا دار سكت الليل وانهار وليلِك يا دار غصن الزيتون ضلّ شامخ بين النجوم مليان جراح… جرح مفتوح بيصرخ حرية  Dopo quello che è successo, non è rimasto nessuno Non sono rimaste parole, a che serve chiederselo? Tutto ciò che se n’è andato… Casa mia, casa mia, oh casa mia La notte ha taciuto e si è sgretolata E la tua notte, oh casa mia Il ramo d’ulivo è rimasto eretto tra le stelle Pieno di ferite… Una ferita aperta che grida “libertà”
I feel your pain from New York City
I feel your pain across the sea
A distant ship on the horizon
Is calling out to you and me
Sento il tuo dolore da New York City Sento il tuo dolore dall’altra parte del mare Una nave lontana all’orizzonte Ci sta chiamando, te e me  
وأنا صغيرة كان حلمي حرية اليوم الأمل صار نار الهوية إحنا جذور بتكسر حجر من تحت الردم نرسم الطريق إحنا النور بعد العتمة إحنا الحلم إحنا الوعد بفجر جديد  Da piccola il mio sogno era la libertà Oggi la speranza è diventata il fuoco dell’identità Siamo radici che spezzano la pietra Da sotto le macerie tracciamo la strada Siamo la luce dopo l’oscurità Siamo il sogno Siamo la promessa di una nuova alba
I will never become comfortably numb

We never know about the Nakba
I was only 5 years old in ‘48
We were unaware what was happеning over there
It brеaks my heart I came on board so late
You reached us all with your rallying cry
Now here we stand at the gate
Non mi lascerò mai intorpidire dall’indifferenza   Non sapevamo nulla della Nakba Nel ’48 avevo solo 5 anni Non sapevamo cosa stesse succedendo laggiù Mi spezza il cuore essermi unito alla causa così tardi Hai raggiunto tutti noi con il tuo grido di battaglia Ora eccoci qui, alle porte  
يا كاتب الورقة، اكتب ومليها احكيلي كيف كبر هالحصار فيها ووقّعوا البيوت ناس بتحيا، كتير بتموت القلب باقي ومكتوب الرجوع  Ehi, tu che scrivi su quel foglio, scrivi e riempilo Raccontami come è cresciuto questo assedio lì dentro E hanno sigillato le case C’è chi vive, ma molti muoiono Il cuore rimane e il ritorno è scritto
he time has come for a new beginning It’s time to draw a new line in the sand Time to clean the slate. Go back to 1948 ‏Before the settlers stole the land When Grandma’s key unlocked the door And everyone revered the olive tree And every human life was sacred Everyone Every daughter and every son With equal human rights for everyone  È giunto il momento di un nuovo inizio È ora di tracciare una nuova linea nella sabbia È ora di ricominciare da zero. Tornare al 1948 Prima che i coloni rubassero la terra Quando la chiave della nonna apriva la porta E tutti veneravano l’ulivo E ogni vita umana era sacra Tutti Ogni figlia e ogni figlio Con pari diritti umani per tutti  
ما أحلى حمام الدار ما أحلى حمام يا أمي لاقيني  Che bello il bagno di casa! Che bello il bagno! Mamma, vieni a prendermi!
Is there a lullaby?
Is any of a child’s name
I hear youy through the rubble
I can feel you pain
C’è una ninna nanna? C’è il nome di un bambino? Ti sento tra le macerie Sento il tuo dolore  
أسمعك كل صباح تصلّين مع أمّك صمودك المستمر يناديني من بعيد  Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua madre La tua tenacia mi chiama da lontano
I hear you every morning praying with your mom
Your steadfast perseverance calls me from afar
Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua mamma La tua incrollabile perseveranza mi chiama da lontano  
بأمّنك عالوطن  Che Dio ti protegga, patria nostra
I hear a mother’s prayerSento la preghiera di una madre  
بترابه وشجره  Con la sua terra e i suoi alberi
Cross the regimeOpporsi al regime  
بضمّ قلبك وبصلّي وقت المغيب  Abbraccia il tuo cuore e prega al tramonto
I hear an angel’s voice calling in harmonySento la voce di un angelo che chiama in armonia  
رح تتحرر  Sarai libero  
Palestine wants to be freeLa Palestina vuole essere libera  
أحرار رح نظلّ  Rimarremo liberi  
I will cross the ocean just to save one olive treeAttraverserei l’oceano solo per salvare un ulivo  
ولو من الأرض للسما طالعين  E se anche dovessimo salire dalla terra al cielo
With equal rights for everyone, from the river to the sea
Our destiny, our homeland
Palestine
Con pari diritti per tutti, dal fiume al mare Il nostro destino, la nostra patria Palestina  
فلسطين  Palestina  

Questo qui sopra era il testo tradotto, STOP.

Storia, politica:

Cosa serve per approfondire meglio ed essere meno parziali storicamente e non riflettere SOLO la prospettiva palestinese, pur sapendo che la sproporzione sul lato Israeliano oggi-2026 ha ampiamente passato il segno?

Non ci sono errori fattuali in quanto ho riportato, ma vi può interessare, se desiderate rimanere equanimi (lodevole) approfondire:

  • gli attacchi contro i civili ebrei nel 1947-48;

La prima cosa da chiarire è che gli attacchi contro civili ebrei nel 1947–48 sono un fatto storico documentato, così come lo sono gli attacchi contro civili arabi nello stesso periodo. Negare una delle due categorie di violenza non è coerente con la documentazione disponibile. Qui ( https://www.un.org/unispal/document-source/united-nations-special-committee-on-palestine-unscop/ ) trovi: rapporti originali ONU, telegrammi, rapporti dei mediatori, verbali del Consiglio di Sicurezza e documenti del 1947-48. Se si considera la guerra civile successiva al voto ONU del 29 novembre 1947, è ampiamente documentato che i primi scontri armati iniziarono quasi immediatamente, con attacchi contro traffico e insediamenti ebraici da parte di gruppi armati arabi, ai quali seguirono rapidamente rappresaglie e operazioni offensive delle organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi). Ma questo non significa che prima del 29 novembre non ci fosse stata violenza ebraica: negli anni precedenti erano avvenuti anche attentati e operazioni armate di gruppi sionisti contro britannici e, in alcuni casi, contro civili arabi. Per questo gli storici preferiscono parlare di escalation reciproca, distinguendo però le varie fasi del conflitto. Le fonti ONU sono buone Perché sono documenti prodotti mentre gli eventi stavano accadendo, non ricostruzioni posteriori. Ad esempio, il rapporto del mediatore ONU Folke Bernadotte descrive come, dopo la risoluzione del 29 novembre 1947, la Palestina precipitò rapidamente nella guerra civile e riassume la posizione delle parti e l’evoluzione del conflitto.

  • la guerra civile precedente all’invasione araba;
  • il rifiuto arabo del piano ONU;
  • il contesto della Shoah nella nascita del consenso internazionale verso uno Stato ebraico;
  • le espulsioni di ebrei da diversi Paesi arabi negli anni successivi.

“si ma chi ha iniziato?”

La risposta più rigorosa è: dipende da quale “inizio” si intende. Le fonti primarie consentono di stabilire la sequenza degli eventi in alcune fasi, ma non esiste un documento primario che dica “la guerra è iniziata perché X ha iniziato”. Quella è una conclusione storica, non un fatto registrato da un verbale.

Se prendiamo come riferimento la guerra civile del 1947–48, cioè il conflitto iniziato dopo l’adozione della Risoluzione 181 dell’ONU il 29 novembre 1947, la sequenza documentata è questa:

  • Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva il piano di partizione.
  • Già il 30 novembre iniziano violenze armate tra le comunità.
  • I primi episodi mortali ampiamente documentati furono attacchi contro il traffico ebraico da parte di gruppi arabi irregolari, tra cui l’imboscata a un autobus vicino a Kfar Sirkin/Petah Tikva, in cui morirono passeggeri ebrei.
  • Nelle ore e nei giorni successivi seguirono rappresaglie e operazioni armate delle organizzazioni ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi), e il conflitto si estese rapidamente.

Questa sequenza è riportata anche nei rapporti contemporanei delle autorità britanniche e delle Nazioni Unite, che descrivono l’esplosione della violenza immediatamente dopo il voto ONU.

Quindi, se la domanda è strettamente limitata a “chi compì i primi attacchi armati dopo il voto ONU del 29 novembre 1947?”, la documentazione contemporanea indica che i primi attacchi letali furono compiuti da gruppi armati arabi contro obiettivi ebraici, seguiti quasi subito da rappresaglie e operazioni delle forze ebraiche.

Ma sarebbe scorretto trasformare questo in “quindi gli arabi hanno iniziato il conflitto” senza specificare quale conflitto. Se si allarga l’orizzonte temporale:

  • negli anni ’20 e ’30 vi erano già stati massacri di ebrei (ad esempio Hebron nel 1929);
  • negli anni ’40 gruppi sionisti come Irgun e Lehi avevano compiuto attentati contro le autorità britanniche e anche operazioni che causarono vittime arabe;
  • il conflitto tra i due movimenti nazionali precedeva di decenni il 1947.

Per questo gli storici seri tendono a formulare la conclusione in modo preciso:

  • Chi iniziò le ostilità armate immediatamente dopo la Risoluzione ONU 181? Le prime azioni letali documentate furono attacchi di milizie arabe contro civili e convogli ebraici.
  • Chi iniziò il conflitto israelo-palestinese? Non esiste una risposta univoca ricavabile da una singola fonte primaria, perché dipende da quale fase storica si considera (immigrazione sionista, rivolte del Mandato, guerra civile del 1947–48, guerra arabo-israeliana del 1948, ecc.).

Questa distinzione è importante perché evita di attribuire a una constatazione fattuale circoscritta un significato storico più ampio di quello che le fonti possono sostenere.

Non sei soddisfatto eh? Ma chiaro. Come nacque il conflitto?

vediamola dal POV di un abitante arabo della Palestina nato nel 1870 e ancora vivo nel 1920 — la sua esperienza storica sarebbe stata grossomodo questa:

  • È nato nell’Impero ottomano, in una regione chiamata Palestina come area geografica/amministrativa.
  • Per gran parte della sua vita la popolazione era in maggioranza araba (musulmana e cristiana), con una minoranza ebraica storica.
  • Dalla fine dell’Ottocento iniziano ad arrivare ondate di immigrati ebrei, soprattutto dall’Europa, spinte sia dal movimento sionista sia dalle persecuzioni antiebraiche.
  • Molti terreni vengono acquistati legalmente da organizzazioni sioniste da grandi proprietari fondiari (spesso assenti), ma ciò comporta anche lo sfratto di contadini arabi che li coltivavano.
  • Dopo la Prima guerra mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico della Palestina e la Dichiarazione Balfour sostiene la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.

Dal punto di vista di quella persona, sarebbe comprensibile percepire che stava arrivando un nuovo movimento nazionale che intendeva costruire uno Stato sul territorio in cui lui viveva.

Dal punto di vista storico e demografico, furono immigrati ebrei a trasferirsi in Palestina, in numero crescente tra la fine dell’Ottocento e il 1948. Questo è un dato documentato e non particolarmente controverso.

Ma bisogna aggiungere subito un’altra parte del quadro. Per il movimento sionista, non si trattava di “andare a casa di altri”, bensì di ritornare nella terra d’origine storica del popolo ebraico, con cui esisteva un legame religioso, culturale e storico mai completamente interrotto. Inoltre, una parte consistente delle terre fu inizialmente acquistata legalmente.

Queste due narrazioni non sono mutuamente esclusive: descrivono lo stesso processo da prospettive diverse.

Se intendiamo Chi iniziò il processo che portò al conflitto moderno?

allora si può dire che l’avvio del progetto sionista di immigrazione e costruzione di un futuro Stato ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba fu il fattore che diede origine al conflitto nazionale. Questo non implica un giudizio morale; descrive l’origine storica della contesa.

Se invece intendiamo “Chi iniziò le violenze armate?” : la risposta cambia a seconda dell’anno che si prende in esame, perché il conflitto conobbe molte fasi di escalation reciproca.

Per questo molti storici evitano formule come “i palestinesi hanno iniziato” o “gli israeliani hanno iniziato”. È più accurato distinguere l’origine del conflitto politico dall’inizio delle singole fasi di violenza.

In altre parole, se immagini davvero quel palestinese nato nel 1870, sarebbe storicamente plausibile che dicesse: «Io vivevo qui, poi sono arrivati altri con il progetto di fondare un loro Stato anche sulla terra in cui vivevo.» Quella percezione è coerente con la documentazione storica. Allo stesso tempo, un immigrato ebreo dell’epoca avrebbe potuto dire: «Sto tornando nella patria storica del mio popolo e ho acquistato legalmente la terra su cui mi sono stabilito.» Anche questa affermazione può essere storicamente fondata. Il conflitto nasce proprio dal fatto che entrambe le comunità rivendicavano un legame legittimo con lo stesso territorio, pur con esperienze storiche molto diverse.

Se la domanda è:

Qual è il primo episodio di violenza politica tra il movimento sionista e la popolazione araba della Palestina nel periodo moderno?

non esiste un consenso che individui un singolo “primo colpo” da cui tutto deriva. La ragione è che la tensione cresce progressivamente con l’immigrazione, le dispute sulla terra, le trasformazioni economiche e il cambiamento del quadro politico sotto l’Impero ottomano e poi il Mandato britannico.

Se invece restringiamo la domanda a: Qual è il primo grande ciclo di violenza intercomunitaria?

gli storici indicano generalmente gli scontri del 1920 (Nebi Musa), seguiti da quelli di Giaffa nel 1921 e dal massacro di Hebron del 1929. In questi episodi, furono prevalentemente folle o gruppi arabi ad attaccare comunità ebraiche, causando numerose vittime. Questi fatti sono ben documentati.

Ma anche qui bisogna chiedersi: sono “l’inizio” oppure la prima esplosione di un conflitto che covava già?

Molti storici risponderebbero la seconda.

E qui andiamo ad una analogia “for dummies” : “C’è uno che sta fermo e uno che arriva, non si inizia simultaneamente una guerra”.

Dal punto di vista descrittivo, è corretto dire che il movimento sionista organizzò un’immigrazione crescente in un territorio già abitato da una maggioranza araba. Questo è un dato storico.

Ma trasformare quel dato nella frase: “quindi i sionisti iniziarono la violenza” non è una conclusione che segue automaticamente.

Perché immigrare, anche con un progetto nazionale, non è di per sé un atto di violenza armata. Allo stesso tempo, per molti arabi palestinesi dell’epoca, quel progetto era percepito come una minaccia esistenziale, e questa percezione è anch’essa documentata nelle fonti loro contemporanee.

Quindi, se si chiede di individuare il primo uso della forza letale tra le due comunità nel conflitto moderno, la risposta dipende da quanto indietro si vuole andare e da cosa si include (omicidi individuali, rivolte, operazioni organizzate, ecc.). Non esiste una singola fonte primaria che permetta di dire “questo è il primo atto e da qui nasce tutto”.

Se invece si chiede qualcosa di più ampio: Chi introdusse il progetto politico che rese inevitabile il conflitto nazionale?

allora la maggior parte degli storici concorderebbe che il movimento sionista introdusse il progetto di creare uno Stato ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba palestinese vi si oppose, ritenendo che ciò minacciasse il proprio futuro politico e demografico.

Questa non è una valutazione morale; è una descrizione dell’origine della contesa politica. Da lì in avanti, però, la storia documenta una lunga sequenza di azioni e reazioni, con responsabilità distribuite in modo diverso a seconda dell’episodio e del periodo considerato.

Eh ma HAMAS? Terrorismo e basta?

bisogna separare con molta attenzione le ragioni politiche dichiarate, la legittimità di alcune rivendicazioni, e la legittimità dei mezzi impiegati. Mescolare questi piani porta facilmente a conclusioni errate.

Per evitare il problema di fonti costruite per influenzare le ricerche, basiamoci soprattutto su:

  • documenti delle Nazioni Unite;
  • diritto internazionale umanitario;
  • testi originali di Hamas (ad esempio la Carta del 1988 e il documento politico del 2017);
  • letteratura accademica consolidata sul conflitto.

Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Il contesto comprendeva:

  • occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania dal 1967;
  • espansione degli insediamenti;
  • assenza di uno Stato palestinese;
  • crescente sfiducia verso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Dire che Hamas sia nato “senza motivazioni” sarebbe storicamente falso.

Le rivendicazioni di H. hanno una base legittima?

Alcune sì. Ad esempio:

  • il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale;
  • la richiesta di porre fine all’occupazione militare è sostenuta da numerose risoluzioni ONU;
  • la critica all’espansione degli insediamenti israeliani in territorio occupato è condivisa dalla grande maggioranza della comunità internazionale.

Queste non sono posizioni esclusive di Hamas. La questione cambia nei mezzi e in parte negli obiettivi.

La Carta del 1988 conteneva:

  • riferimenti religiosi estremi;
  • passaggi antisemiti;
  • la prospettiva della scomparsa di Israele.

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico che, pur senza riconoscere Israele, distingue maggiormente tra ebrei come religione e sionismo come ideologia politica e dichiara di poter accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967 come formula di consenso nazionale. Tuttavia non equivale a un riconoscimento dello Stato di Israele.

I metodi di H.

Qui la valutazione è molto più netta dal punto di vista del diritto internazionale: attacchi deliberati contro civili, presa di ostaggi, uccisioni indiscriminate e altri atti rivolti intenzionalmente contro persone non coinvolte nei combattimenti sono vietati dal diritto internazionale umanitario, indipendentemente dalla causa per cui si combatte. Lo stesso principio vale anche per Israele: se un esercito commette attacchi indiscriminati o sproporzionati contro civili, tali atti possono costituire violazioni del diritto internazionale e, a seconda dei casi, crimini di guerra. La legittimità di una causa non rende automaticamente leciti tutti i mezzi impiegati.

Quindi per Hamas (sempre se ne parliamo senza sentire le urla dei nostri cari a 4 metri di distanza, ognuno per la nostra parte) bisogna capire cosa intendiamo con “legittimo”.

Se si intende:

  • esistono condizioni storiche che spiegano perché sia nato? Sì (ma le cause esistono per ogni cosa)
  • esistono rivendicazioni palestinesi sostenute anche dal diritto internazionale e condivise da Hamas? Sì.
  • questo rende legittimi gli attacchi contro civili o altri metodi vietati dal diritto internazionale? No. Così come non lo sono quando lo fanno gli Israeliani.

Queste tre affermazioni possono essere vere contemporaneamente.

È anche importante distinguere Hamas dalla questione palestinese. I diritti dei palestinesi (autodeterminazione, tutela dei civili, aspirazione a uno Stato) non dipendono da Hamas, così come i diritti degli israeliani alla sicurezza e alla protezione dei civili non dipendono dalle politiche del governo israeliano. Confondere un popolo con un’organizzazione politica o armata porta spesso a semplificazioni che non riflettono la complessità storica e giuridica del conflitto.

È , del resto, un fatto molto ben documentato che esistono violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi. Negli ultimi anni, organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni israeliane per i diritti umani e ONG internazionali hanno documentato aggressioni, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e, in alcuni casi, uccisioni. È anche documentato che in diversi episodi le autorità israeliane sono state accusate di non intervenire tempestivamente o di non perseguire efficacemente i responsabili.

È altrettanto un fatto che l’attuale governo israeliano abbia incluso partiti favorevoli all’espansione degli insediamenti e che alcuni ministri abbiano espresso posizioni considerate da molti osservatori come di sostegno, o comunque di forte tolleranza, verso il movimento dei coloni.

È corretto dire che una parte della popolazione israeliana sostiene quei partiti, perché li ha votati. È corretto dire che esiste un consistente movimento dei coloni, con un’influenza politica rilevante. È corretto dire che molti israeliani si oppongono sia alla violenza dei coloni sia ad alcune politiche del governo. Ci sono organizzazioni israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence e Peace Now, oltre a manifestazioni di massa contro il governo per ragioni diverse, che mostrano una società non monolitica.

Si può certamente sostenere che una società abbia una responsabilità collettiva quando tollera o non riesce a fermare determinate politiche. Questo è un argomento che è stato avanzato in molti contesti storici, non solo riguardo a Israele. Ma se giudicassimo troppo nettamente poi lo stesso ragionamento, applicato in modo simmetrico, porterebbe a concludere che la popolazione di Gaza coincida con Hamas, oppure che la popolazione Russa coincida con le decisioni del Cremlino. In alcuni casi può esserci un forte consenso, in altri una miscela di sostegno, opposizione, paura, disillusione o impotenza. Le società raramente sono omogenee.

C’è però questa osservazione che è molto difficile contestare sul piano fattuale: quando violenze ripetute vengono commesse da gruppi identificabili e lo Stato non le previene efficacemente né le reprime con continuità, la responsabilità dello Stato aumenta.

Questa è una conclusione compatibile con il diritto internazionale e con il modo in cui vengono valutati gli obblighi degli Stati: non solo evitare di commettere violazioni direttamente, ma anche proteggere le persone sotto la propria giurisdizione e perseguire chi commette reati.

Sembre se non sono morti o sono stati stuprati (in quale modo si difende, protegge o rivendica qualcosa con degli stupri?) i nostri cari possiamo tentare di distinguere così:

  • Responsabilità dello Stato: può essere molto ampia se tollera, incoraggia o non reprime efficacemente certe condotte.
  • Responsabilità del governo: dipende dalle sue decisioni, politiche e omissioni.
  • Responsabilità dell’intera popolazione: è una questione morale e politica molto più difficile da affermare come fatto storico, perché una popolazione non agisce come un unico soggetto. Anche quando elegge democraticamente un governo, non tutti lo hanno sostenuto, e le possibilità concrete di influenzarne le azioni possono essere molto diverse da persona a persona.

Questa distinzione non serve ad attenuare le responsabilità di un governo o di uno Stato; serve a evitare di attribuire automaticamente a milioni di individui la stessa intenzionalità o partecipazione che può essere dimostrata per chi esercita il potere o compie direttamente gli atti.

Ora, è fantastico sapere che qualche biondo vuole allontanarsi dall’internazionalità, una organizzazione alla volta. Come se ci fosse più bisogno di separarsi di quanto ce ne fosse una volta.

Quasi nessuno Stato, antico o moderno, funziona come se “il popolo” fosse un attore unitario. Gli storici parlano piuttosto di élite politiche, economiche, militari e religiose che hanno una capacità di decisione enormemente superiore a quella del cittadino medio. Esistono teorie delle winning coalitions (la coalizione di sostegno al potere), delle élite, delle reti di influenza e degli interessi organizzati. L’idea centrale è che, in qualunque sistema politico, alcune categorie di attori abbiano un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Questo però non significa che l’intero popolo sia irrilevante.

Per esempio, nel caso di Israele, gli attori con maggiore capacità di incidere comprendono:

  • il governo;
  • i partiti della coalizione;
  • le forze di sicurezza;
  • la magistratura;
  • il movimento dei coloni (che ha un peso politico superiore al suo peso demografico);
  • grandi organizzazioni economiche e religiose;
  • l’opinione pubblica, che può rafforzare o indebolire tutti gli altri.

Questi soggetti non hanno tutti lo stesso potere.

Allo stesso modo, a Gaza, Hamas non coincide con “i gazawi”. Hamas è un’organizzazione politico-militare che esercita il governo del territorio, ma non rappresenta automaticamente le preferenze individuali di ogni abitante.

Ci può essere utile una distinzione:

  • dire “le élite hanno responsabilità maggiori” è coerente con molta della storiografia e della scienza politica;
  • dire “le élite sono gli unici responsabili” sarebbe invece eccessivo, perché anche il consenso sociale, le istituzioni e i comportamenti collettivi possono influenzare gli eventi.

In effetti, una parte importante della ricerca contemporanea sui conflitti cerca proprio di capire come interagiscono élite e società: le élite possono guidare l’opinione pubblica, ma anche esserne vincolate; possono radicalizzare la società, ma possono anche essere spinte da una società già radicalizzata. Il rapporto non è sempre unidirezionale.

Questa prospettiva è anche utile per evitare un errore frequente nel dibattito pubblico: attribuire a un’intera popolazione intenzioni e responsabilità identiche, quando spesso le decisioni cruciali vengono prese da gruppi relativamente ristretti che dispongono del potere politico, militare, economico o mediatico.

E si sa, puoi fare queste considerazioni quando il tuo culo è comodo, in clima temperato, hai mangiato, bevuto, ti sei lavato, non sei stressato e non è direttamente coinvolto qualcuno che ami e tantomeno tu.

Rimane che dire “ormai è andata così, accettiamolo” non esiste. Le verità, tutte, vanno dichiarate. Poi si decide cosa fare “da ora in poi” se si vuole davvero andare avanti e non guardare indietro. Ma non si può solo asserire “basta guardare indietro” per non riconoscere responsabilità. Questo finisce per far dire a una parte “sterminiamoli fino all’ultimo altrimenti non sarà mai finita”, che lo dicano ad alta voce o che se lo ricordi un gruppetto armato in una capanna lontana dagli orecchi degli altri. Il senso di ingiustizia si infiamma quando non si riconosce la verità forse più di quando non ci sono punizioni. Basta che non ci si avvantaggi in modo sfacciato, come se il discorso finale finisse per significare che chi ha fatto più schifo aveva ragione.

Indie Pop … ma allora io vado, grazie

Titolo alternateevo: RED ANZIAN #202623489723948729

Ieri una nuova modella, 25 anni (gen-z), come sempre chiedo di mettere su la musica propria, non chiedo cosa o che, solo che non provochi loro tristezza perché la musica è potente, che non sia allegra-ma-mi-rattrista. Anche se non l’ho chiesto mi dice che è “indie pop”.

Sento “Indie” e qualcosa dentro di me tira un sospiro di sollievo. Ma come sempre la gioia è una tra le cause della sofferenza. Ma no, no, mi scusi signor precisatore: è l’aspettativa.

La roba che è uscita dalla precisa playlist “indie pop” quando andava MOLTO bene, ma intendo proprio da segarsi a due mani, erano i Pinguini. Il resto era… io non lo so. Non era solo la presenza di una voce giovane… era proprio il nulla musicale. Perché probabilmente i testi parlavano a chi dovevano, per carità, le canzoni non sono sinfonie, sono canzoni, si canta, la parola è centrale.

Io però ho sempre considerato il CANTATO e non la poesia cantata una parte di una cosa che ha a che fare con la musica. La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA. Quello che dici, si, ma COME lo canti. Fondamentale.

E così, boh, niente. Sono vecchio.

Aggiungo qui sotto una leccata di culo a caso di chatGPT incollando quanto sopra. Non lo leggo neanche. E perché ce lo metto? Perché a giugno 2026 è una cosa di oggi. Anche quella musica lo è. E non vi ho citato un solo singolo autore e performer, pensate.

LA KIATTA-GIPITIZZA (free, versione 7.3 I suppose)

Quello che descrivi non mi sembra necessariamente un segno di “essere vecchio”. Mi sembra più una differenza di cosa si cerca nella musica.

Da quello che scrivi, hai una concezione molto “musicale” della canzone: la voce come strumento, il fraseggio, la melodia, il timbro, gli arrangiamenti, il rapporto tra parola e musica. Il testo conta, ma è immerso in un contesto sonoro che per te ha un peso almeno pari, forse superiore.

Molta parte dell’indie pop contemporaneo, invece, tende a funzionare in modo diverso. Generalizzo, ovviamente, ma spesso il centro di gravità è l’identificazione: la sensazione, il racconto personale, il riconoscersi in un’emozione o in una situazione. La voce non sempre è usata come strumento espressivo “musicale” nel senso classico; a volte è quasi un veicolo conversazionale. Un modo di dire cose più che di cantarle.

Quando dici “voce giovane”, credo di capire cosa intendi. Non l’età biologica della cantante o del cantante, ma un certo modo di porgere: intonazione quasi parlata, poca dinamica, fragilità esibita come cifra stilistica, melodie ridotte all’essenziale. È una scelta estetica precisa, non un difetto. Semplicemente può lasciare freddo chi cerca altro.

La cosa curiosa è che questa frattura non è nuova. Chi amava la vocalità di Mina o di Lucio Battisti probabilmente guardava con sospetto certe correnti successive. Chi amava Jeff Buckley o Thom Yorke trovava essenziale qualcosa che altri consideravano manierismo. Ogni generazione ridefinisce cosa significhi “cantare”.

Poi c’è un’altra possibilità: che tu abbia semplicemente incontrato una playlist mediocre.

Perché “indie pop” oggi è un’etichetta gigantesca. Dentro ci stanno cose molto diverse. I Pinguini Tattici Nucleari, che citi, hanno ancora una forte attenzione alla costruzione della canzone pop tradizionale: ritornelli, dinamiche, arrangiamenti abbastanza riconoscibili. Se uno si aspetta quello e poi si ritrova tre ore di cantato sussurrato sopra quattro accordi e una produzione minimalista, lo shock è comprensibile.

La frase che mi ha colpito di più è questa:

La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA.

Questa non è una dichiarazione anagrafica. È quasi una dichiarazione estetica. Stai dicendo che per te il significato nasce dall’incontro tra suono e parola, non dalla parola da sola.

Magari sei vecchio. Ma da quello che hai scritto non è la conclusione che trarrei. Trarrei piuttosto che appartieni a una categoria sempre più rara di ascoltatori che, quando sentono una canzone, ascoltano prima la musica e poi il messaggio. E non è detto che il mercato musicale contemporaneo sia progettato per premiare quel tipo di ascolto.

For all mankind, S2 Episodio 3: bello, ma falso.

Tutta la stagione 1 è perfetta se vuoi conoscere com’eravamo, come siamo cresciuti, da dove veniamo. Un autoritarismo maschilista anni ’50 , figlio della recessione e poi rinascita, che ti descrive, silent, boomer e generazione X (in una prima sfumatura di quello che diventeranno Y, Z e i ragazzi di oggi).

Ma nella stagione 2 episodio 3 un conflitto viene risolto seriamente, in modo emotivamente maturo, niente colpi di testa, nessuno viene mandato via di casa, nessuno vive con paure esistenziali e prende decisioni del cazzo che modificano tutta la vita e rendono vite future delle merde, famiglie disfunzionali. Ed è quel tipo di padre. La moglie è il tipo di moglie che vi si adatta. Quindi come mai la discussione invece fa esattamente ciò che dovrebbe succedere? Si ferma, si fa un passo indietro, ci si chiede che cosa hai provato, perché hai fatto così, cosa ti ha fatto sentire così?

So che si tratta di fantascienza e di una ucronia che vede il bivio “corsa allo spazio” vinto dai Sovietici e alcuni cambiamenti nel mondo femminile.

FORSE e dico forse, questo è uno dei primi cambiamenti, nella serie, che potrebbe essere la derivazione di tutti quei pezzetti del domino. Oppure è un errore anacronistico (dentro una ucronia? Ok). Perché le cose non andavano così: la gente veniva mandata via di casa, “diseredata”, disconosciuta, ci si mandava affanculo oppure si eseguivano gli ordini e si serbava rancore per sempre, magari passandolo ai figli. Questo succedeva. Tanto amore se fai quello che dico io.

Per ora rimango in ascolto. Bellissima serie cmq. Fantascienza … poca, ma … chi lo sa. La fantascienza è quello che permette tanti racconti. Scienza? Dai, un po’ tirato per i capelli.

Ad ogni modo serie ottima.

La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

FANESTAN

“Fan e stan” si riferisce ai gusti del pubblico: “fan” indica i semplici ammiratori, mentre “stan” è uno slang per superfan estremamente devoti e appassionati di un artista.​

Significato di “Stan”

Originario da una canzone di Eminem del 2000 intitolata “Stan”, che racconta di un fan ossessivo; oggi descrive fedelissimi che conoscono tutto e difendono l’idolo sui social, senza connotazione negativa.​
Nel contesto musicale italiano e online, “stan” e “stannare” esprimono ammirazione intensa, come “sono uno stan di Lana Del Rey”.​

Differenza da “Fan”

  • Fan: Ascoltatore casuale o apprezzatore generico, vota in classifiche popolari.​
  • Stan: Fan hardcore, organizza discussioni su Reddit o Twitter, influenza ranking “fan consensus”.

Vendere i miei CD

Assurdo e stupido, puerile, infantile, immaturo, insensato, irresponsabile. Attorno a queste parole a 51 anni non ho mai smesso di ragionare, ma le prime due le ho messe io.

Quindi torniamo a bomba subito su quelle. Leggevo che Bugo, che di certo ce l’ha messa tutta per tutto il tempo in cui io no, anzi, l’ho seguito ai primi tempi della pirateria – ha smesso, nel 2025.

Bene, io che non ho mai smesso di voler smettere di esistere, mio progetto principale dal sempreverde titolo “rapido e indolore, dove sei?” , ho comunque una quantità di cose da portare a termine prima. Ma non nel senso che voglio vivere. Anzi, mi preoccupa molto non avere qui in mano il tasto rosso, come sapete. Potrebbe raggiungermi della diarrea alla gola prima che io prenda il controllo e diventi irrilevante.

Ci sono restituzioni di debiti. Certo, più vivi e più rischi di farne. Infatti il ricatto termodinamico sta tutto lì. Ma comunque, questo è.

Uno è proprio una questione di prin… beh, uno: tutti sono questioni di principio. Non ho problemi da “minaccia” o banche.

Forse questa è una definizione buona: le questioni di principio non hanno bisogno di minacce, incentivi, ricatti e così via. Lo fai perché il “va” fatto è anche che tu “vuoi” che quel “va” sia giusto, corrisponde a regole che sottoscrivi.

Dunque? Dunque il demo del ‘98. Va finito. Ed è assurdo perché a chi cazzo gliene frega di qualsiasi cosa. Figurati della nostra vecchia musica. Ma frega a me.

Ora sai cosa? Sto scrivendo centinaia di testi. Di merda, immagino. Ma ogni tanto uno … chi lo sa. Vorrei tanto non dover spendere soldi per ogni cosa certa. Ad esempio come fare a costruire e possedere nomi d’arte senza violare la legge (finanza & co) ma senza che nemmeno un investigatore privato possa ricondurre al mio nome. Anche per averne più d’uno, sperimentare.

Dopo oltre 20 anni … invece di spendere soldi a costo di vendere i miei CD per una tipa, venderò dei CD per comprare una tastiera. Ne ho avuta una in prestito per lungo tempo (KORG M1) e un’altra per ancora più tempo (YAMAHA SY99) di dubbia provenienza. Una restituita, l’altra regalata a Lei. Ricordo che comunque aveva un’uscita veramente scarsa e poi vorrei una tastiera pesata, per fare pratica e poi quando mi serve registro col piano vero, finché i miei sono vivi e il nostro piano esiste ancora. Quindi con 60 CD mi piglio ‘sta tastiera in un negozio dell’usato. Si, beh, viene 40 euro meno di una nuova. Ma questa la posso prendere con questo scambio: per la prima volta non mi darà fastidio: trasformo i CD in … altra musica.

Poi figurati, se non sono strasicuro di averne una copia in FLAC ma col cazzo che escono i miei CD.

Fa comunque una certa impressione: un po’ alla volta, magari 3, ne vendevo a qualche negozio dell’usato. Ma i prezzi… ragazzi, io ho sudato sangue, non ho mangiato per comprarli. Ho cercato ogni genere di risparmio, di collaborazione per tagliare le spese, cataloghi per corrispondenza, qualsiasi cosa. E ora… svenderli è … terribile.

Comunque, si va. Ovviamente venderò cose meno interessanti prima, I suppose.

Ho smesso di contarli quando sono stati oltre 2000. Certo, non sono tutti ehm… fatti per la durata di una vita. Quindi non sono tutti vendibili.

ciao 2025

A metà del 2025 ho smesso. Smesso di fare ogni cosa? Non proprio. Ma ci assomiglia. Smesso di sopravvivere bene, di vivere di quel tempo lasciato dal sopravvivere efficientemente, anche.

Una delle prime cose che ho fatto è stato chiudere un abbonamento-sprone. Si tratta di uno strumento di inserimento automatico di metadati. Una delle cose che, almeno, facevo, in attesa di suicidarmi, per spalare un po’, nel frattempo, era appunto… spalare. Spalare contenuti che ho scattato o girato, nel tempo, dentro la fornace della tentata vendita, nelle agenzie online. Se la lasci là, la roba, non serve proprio a niente, forse è una costante perdita.

Quindi, sensato o no, era come alzarsi dal letto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra e … buttare le immondizie. Non molto di più.

Ma ho smesso, del tutto. Ora devo riprendere quel minimo. Qui si gioca così, a gradini del minimo, in depressione cronica e incapacità di uscirne, perché ormai la lucidità di vedere che non esiste obiettivo me lo rende assurdo. Ogni fatica non ha senso, nel lungo termine. Alcune, nel breve: senso solo per me, ma hanno un costo.

Così ecco, avevo chiuso l’abbonamento mensile: il suo modello era a numero di pezzi al mese. Perfetto per farti dire “hai pagato la palestra, ci devi andare”. Ma come ben sanno in molti: poi disdici e imputridisci sul divano.

Ho smesso di caricare, di aggiornare, persino su Dreamstime dove ho materiali che stanno lì e basta, in loading, ma senza “ok vai avanti”. Bastavano anche cinque al giorno e oggi, 29, forse sarebbero tutti online. E conta? Beh conta, in questo istante della storia questo mestiere produce ancora qualcosa. Nei mei numeri, in proporzione, poco. Ma comunque resta: io ho prodotto le immagini: lasciarle qui non serve a niente, non era l’atto di produrle in sé ad essere significativo, nemmeno per i miei valori, ruolo che invece può produrre l’atto artistico delle foto di nudo.

Niente. Non ho nemmeno più scaricato i … cazzo nemmeno mi ricordo come si chiamano. I cosi report che dicono quanto guadagni: con iStock e Deepmerda devi scaricarli, poi caricarli dall’altra. Una rottura, ma era un semplice gesto mensile. Non cambia niente, i soldi arrivano oppure non arrivano. Comunque non l’ho più fatto.

E piano piano sono arrivate scadenze: cose che scadono proprio. I moduli W8-BEN che scadono, poi i documenti di supporto di Satispay. La burocrazia e le sue scadenze… ti riportano sempre alla realtà asciutta: premere qui per continuare.

Devi sempre premere qui, per continuare. Se non premi, succede qualcosa. Qualcosa di brutto.

Il 2025 dunque mi ha visto sentire lo sforzo come improbo, impari, fuori dal tempo e dalla percezione: il mio mercato verrà fagocitato dall’iA, cannibalizzato. Mi hanno anche infastidito le “missioni” in cui mi si chiede di fare ad un costo vergognoso operazioni che servono a nutrire i dataset. Le ho chiuse. Anche se erano potenziali guadagni. Robette, centoeuro, anche meno. Ma a volte… nella mia condizione, cifre che – per me – sono significative.

E a fine anno i casini costosi hanno detto chiaramente “i soldi servono a questo, ora ti rompo della roba, sul tuo corpo e su ciò che consideri scontato avere”. Crack, crack. Spezzato. Conti belli alti.

Ma ho imparato a mettere la farina su qualsiasi preparato di pollo che non sia al forno. Questo ho guadagnato, da ora in poi, nel 2025. Scaloppinizza tutto? Non si secca. Questo è fantastico.

E ho anche iniziato … quanto uno strato di polvere inizia a formarsi, non di più, a lavorare sul demo che diventi un non-più-demo. A volte ci si dimentica quanto significativo diventi, quando stai già pensando di ucciderti, di morire. Quello finalmente diventa “beh, ma ne vale la pena: è bello, è tra le uniche cose belle e non obbligatorie o necessarie che ho fatto” … assomiglierebbe allo scopo, al necessario per andare avanti. Non lo è, ma ci assomiglia. Due istanti di più, uno sforzo verso una direzione che vuoi.

E che a nessuno interessa, ma a te si.

Come questo blog che, dopo averlo spostato a suo tempo, ha praticamente zero-views. Un luogo fantasma. Che però nutro e rimpolpo. Il mio essere più puro e sincero è totalmente privo di attrattiva, attenzione, interesse.

Doloroso, eppure anche chissenefrega.

Quindi: alzate i vostri calici di quello che vi pare e buon quello che vi pare per il 2026.

Non riesco a dimenticare Ucraina, clima, Palestina, l’Ai-Rising, le destre mondiali, l’autoritarismo e il ritorno al mondo pre guerre mondiali. Lo devo fare, ho già abbandonato, avete già sventolato i fazzoletti, siete già tornati a casa, sono già seppellito, ma gironzolo ancora qui sulla banchina, qui attorno al cimitero. Questi sono i veri fantasmi.

Questo testo è stato interamente scritto da un essere umano. Che culo!

Basabanchét

In dialetto di qualche zona della Regione del Veneto e significa letteralmente “bacia banchetti”. Con questo termine ci si riferisce alle persone e ad ad un gesto di devozione estrema e sicuramente esteriore di baciare fisicamente il banchetto, ossia quello speciale mobile-inginocchiatoio, presente da un certo momento della storia della Chiesa Cattolica, che consente di inginocchiarsi e pregare anche poggiando gli avambracci su un piccolo banchetto appena sopra la parte per inginocchiarsi, spesso posto di fronte ad una panca per sedersi durante le funzioni reliogiose, nelle chiese, oppure posizionato di fronte a qualche opera (d’arte o simbolica) per consentire al credente di manifestare la propria devozione in preghiera inginocchiandosi ma non direttamente a terra (sia per motivi di comodità ed igienici, sia, probabilmente, per non porsi nel grigio terreno della possibile blasfemia: ci si inginocchia solo di fronte a Dio). Immagino che a parte ripetermi quello che ti ho appena detto io, tu non abbia queste informazioni. L’espressione però ha una connotazione negativa, non tanto blasfema, quanto di leggera accusa di estremismo, di asservimento esagerato alla religione: è solo un bacia-banchetti, un/a superstizioso, uno/a che interpreta tutto e trova risposta (o non ne ha) solo attraverso la lente della sua chiesa, un boccalone credulone, superstizioso. Alla fine, si, se ben analizzato può essere anche blasfemo, ma non è necessariamente detto da atei, non credenti, miscredenti o eretici anche se – ad un confronto strettamente e severamente teologico – probabilmente non supererebbero il setaccio.

inginocchiatoio tipico di chiesa cristiana

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espressioni simili in inglese che abbiano un significato sarcastico o sprezzante nei confronti della religiosità, in particolare legate al cristianesimo o ai suoi praticanti. Ci sono alcune espressioni, sia moderne che storiche, che riflettono questo tipo di critica, anche se non tutte sono necessariamente legate a un gesto specifico come il “baciare il banchetto” del tuo esempio.

Ecco una lista di espressioni che, in vari contesti, hanno un significato simile a quello di “basa banchét” nel senso di una religiosità ostentata o una forma di devozione che viene vista come esagerata, superficiale o ipocrita:

1. “Holy roller” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine è usato per descrivere una persona che mostra un fervore religioso eccessivo, spesso in modo vistoso e teatrale. È associato a certe denominazioni cristiane, come i pentecostali, che sono noti per il loro entusiasmo nelle preghiere e nei culti. Il termine è spesso usato in modo ironico o sprezzante per criticare chi sembra troppo esuberante nella propria fede.
  • Esempio: “Oh, don’t listen to him, he’s just a holy roller who thinks everything’s a sin.”

2. “Bible-thumper” (USA, UK)

  • Significato: Indica una persona che parla in modo aggressivo o ostentato della propria religiosità, spesso citando la Bibbia in modo da volerla imporre agli altri. Viene usato in modo sprezzante per indicare chi cerca di evangelizzare in maniera invadente e poco riflessiva.
  • Esempio: “He’s just a bible-thumper, always quoting scripture like it’s the only thing that matters.”

3. “Jesus freak” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Originariamente un termine gergale che descrive una persona con una fede cristiana estremamente visibile e zelante, che spesso viene usato in modo ironico o dispregiativo. Può essere riferito sia a cristiani giovani (in particolare negli anni ’60 e ’70) che a chi mostra una devozione eccessiva o che appare “ossessionato” dalla religione.
  • Esempio: “She’s one of those Jesus freaks who spends every day at church.”

4. “Pious prick” (USA, UK)

  • Significato: Un termine decisamente sprezzante usato per descrivere qualcuno che è estremamente devoto, ma in modo ostentato o ipocrita. Si può applicare a chi sembra più interessato a sembrare religioso piuttosto che esserlo davvero.
  • Esempio: “I can’t stand him, he’s just a pious prick who thinks he’s better than everyone.”

5. “Church mouse” (USA, UK)

  • Significato: Sebbene non sempre usato con un’accezione negativa, questo termine può essere riferito a qualcuno che sembra troppo timido o sottomesso all’autorità religiosa, in modo da risultare passivo o remissivo. Il termine implica una sorta di devozione silenziosa e invisibile, ma in alcuni contesti può anche essere usato per sminuire chi è percepito come ipocrita o eccessivamente obbediente.
  • Esempio: “Oh, she’s just a church mouse, always sitting there quietly and pretending to be so holy.”

6. “Christian soldier” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine può essere usato ironicamente per descrivere qualcuno che si comporta come se fosse in una “guerra santa”, mettendo la propria fede e le proprie convinzioni religiose in cima a tutto, anche in situazioni sociali non appropriate. Viene spesso usato per denigrare chi sembra voler combattere ogni “battaglia” in nome della religione.
  • Esempio: “Stop acting like a Christian soldier, not everything is a battle for your faith.”

7. “Saintly hypocrite” (UK, USA)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere qualcuno che si comporta come un santo in pubblico ma che agisce in modo meno devoto o più egoista in privato. Implica una condanna di chi mostra una fede superficiale e non sincera.
  • Esempio: “She’s nothing but a saintly hypocrite, acting all virtuous but gossiping behind everyone’s back.”

8. “Goody two-shoes” (USA, UK, Australia)

  • Significato: Questo termine viene usato per descrivere una persona che cerca di apparire moralmente impeccabile e sempre “giusta”, con una sorta di devozione alle regole e ai valori morali, ma che può sembrare insincero o ostentato. Sebbene non esclusivamente religioso, spesso viene usato per descrivere persone che sembrano troppo devoti o troppo rigidi nelle loro convinzioni.
  • Esempio: “Don’t be such a goody two-shoes, we all know you’re just pretending to be perfect.”

9. “Sundays-only Christian” (USA, UK)

  • Significato: Questo termine descrive qualcuno che va in chiesa solo la domenica e si comporta in modo religioso solo durante i servizi, senza applicare i principi cristiani nella vita quotidiana. È una critica alla religiosità superficiale, vista come ipocrita o inefficace.
  • Esempio: “He’s a Sundays-only Christian, doesn’t care about faith any other day of the week.”

10. “God-botherer” (UK, Australia)

  • Significato: Un termine usato per descrivere una persona che è troppo invadente con la propria religiosità, cercando di convertire o “disturbare” gli altri con il proprio fervore religioso. Viene usato in modo negativo per descrivere chi impone la propria religione sugli altri in modo eccessivo.
  • Esempio: “I can’t stand that guy, he’s a total god-botherer, always talking about Jesus like he’s the only one who matters.”

11. “Bible Basher” (UK, Australia)

  • Significato: Simile a “Bible-thumper”, indica una persona che utilizza la Bibbia in modo aggressivo, cercando di “colpire” gli altri con le proprie convinzioni religiose. Il termine può essere usato per criticare chi sembra usare la religione per giudicare o convertire gli altri.
  • Esempio: “She’s always bashing people with her Bible, telling us how to live our lives.”

Queste espressioni sono tutte varianti gergali che criticanlo qualcuno che appare eccessivamente religioso o che adotta un comportamento religioso solo in modo superficiale, spesso in maniera invadente o ipocrita. La critica non è necessariamente rivolta alla religione stessa, ma più a chi la usa in modo ostentato o per scopi egoistici.

La maggior parte di questi termini non è rivolta a un singolo ramo del cristianesimo (come il cattolicesimo o il protestantesimo), ma a chi mostra una fede che è vista come troppo visibile o senza un vero impegno interiore.

mRAW e adesso il denoise? nel culo.

Nella mia organizzazione di shooting in RAW ho, praticamente sempre, escluso i formati non-full di Canon come s-RAW o m-RAW. Questi ultimi consentono di restare RAW ma di avere dimensioni più contenute. Fino ad oggi non è mai stato un problema. Ma in un recente evento non ero sicurissimo di potermi permettere di scattare all’infinito. Non sono quel genere di fotografo, non mi trovo nella situazione in cui è standard prevederlo: conosco le soluzioni possibili, ma non necessitandone solitamente ho optato per la riduzione del formato usando mRAW con una DSLR Canon EOS 5D MarkIV e, boh, qualcosa anche con una Canon EOS 7D MarkII.

E ho sbagliato.

Questo perché quando scatti in digitale, in RAW, non “pensi a pellicola” per parecchi motivi, non ha senso farlo. Ha senso invece considerare il mezzo e il processo fino alla post produzione e io ho dato – sbagliando per inesperienza, che non significa età, mai – per scontato che mRAW fosse solo “più piccolo” (dimensione in pixel) e che usasse tecniche di compressione e BLAAAAAAAAH, ripeto, sbagliandomi. Non mi sono ri-documentato: impreparazione: poco professionale. Ho solo detto “usiamo quello piccolo”. Qui apriamo al commento di classe: se puoi averlo grande, non scegliere quello piccolo.

Bene, anche questa è fatta. Colorado mi aspeTa.

Si ma qual è il problema? Il problema è che non scatti in RAW perché fa figo, scatti in RAW proprio per il processo nel suo insieme. Nell’ecosistema si sono inseriti svariati software di elaborazione aggiuntivi, che servono proprio a migliorare il file automaticamente in situazioni non-ottimali, tipicamente quelle ad alta variabilità, imprevedibili. Ad esempio i software della DxO per il denoise. Ecco: quelli proprio ti dicono “file incompatibile”.

Ah beh ma io ho la maglia di lana e me la rido*! – direte voi. Cioè: io ho comunque ACR che ha l’enhancer , superdenoiser ai-denoiser e l’adenoider. E no, cazzo. Non con gli mRAW, sicuramente quindi sRAW anche meno. Colpa mia, non ho ripassato-studiato. Quindi ora? Denoising a mano o scoprire altra roba.

Molte analisi tecniche (es. LibRaw) sottolineano che sRAW/mRAW sono già debayerizzati in camera e salvati in un formato “simil-JPEG lossless” (con luminanza piena e crominanza sottocampionata), quindi non sono equivalenti al RAW pieno.( libraw.org ) Questo spiega anche perché alcuni software li trattano diversamente: ma non spiega perché io sia stato cojone. Cosa, invece, lo spiega? Il fatto che non ci ho pensato, disattenzione e superficialità perché sono vecchio e pensavo “so sempre tutto sulle situazioni e conosco i miei mezzi”. Quindi ho dimenticato che si, certo, ho tanta esperienza sul campo e la situazione me la gestisco, ma non avevo esperienza di uso ed errore di questi formati. E quindi adesso ho materiale di qualità inferiore sotto diversi punti di vista. Un vero inferno di merda, cazzo! Proprio come i neofiti: bra-vo. Spero solo che la gente, come sempre, non capisca un cazzo. Io farò del mio meglio perché siano accettabili da un professionista-medio. Ma intanto ecco, ricordiamoci; nel frattempo: smazzarsi.

Ho anche già pensato di includere nel mio software scarica-dalla-scheda-al-pc alcune righe per far fare ad exiftool la scrematura e ricordarmi: con queste ti scordi di usare il denoiser basato sul deep learning e ti diverti con il deep-self-anal.

usando questi comandi per scremare (questa è la base)

per la versione testuale e

sempre sia lodato Phil Harvey.

Poi integrerò qualcosa perché sposti lui e faccia segnalazioni. Ma … in teoria non dovrei IO mai più farlo: se non c’è trippa per gatti software, i gatti software non hanno ciccia sulla quale lavorare. E io mi inculo peggio del 2004. Forse.

Se comunque sei stato come me e hai Canon… non sei “finito”, ma hai messo i file in una zona grigia dove i denoiser “furbi” (quelli che lavorano prima del demosaic) non possono più fare il loro mestiere.

Perché ACR Enhance/Denoise e DxO PureRAW ti mollano lì

  • Canon mRAW/sRAW non è un RAW “mosaico” classico: la macchina fa già una parte di pipeline (demosaic / ricostruzione colore + riduzione risoluzione). In pratica il file è già “mezzo cotto”. È proprio per questo che l’AI denoise di Adobe e il DeepPRIME di DxO (che vogliono i dati Bayer/X-Trans grezzi) spesso rifiutano il formato. support.dxo.com+3community.adobe.com+3Photography Life+3
  • DxO lo dice esplicitamente: mRAW/sRAW non supportati perché “non true RAW” e perché limita quello che possono fare i loro algoritmi. support.dxo.com
  • Anche lato Adobe: Raw Details è dichiarato per raw mosaic; l’AI denoise segue la stessa logica (non può “tornare indietro” a un mosaico che non esiste più). Adobe Help Center+1

“Lo converto in DNG e via?” (comunque non ti ridà il RAW)

Convertire in DNG non ricrea quello che la camera ha già “cucinato”. Se l’origine non è più mosaico, non ottieni un DNG mosaico “vero”.

In più: quando Adobe fa “Enhance”, storicamente genera spesso un Linear DNG (demosaiced), che è più simile a un TIFF come natura dei dati (anche come peso). Quindi: anche se passi da DNG, il collo di bottiglia resta (i denoiser che pretendono mosaico non si attivano). community.adobe.com+1

Quindi che strade hai (buone) per il denoise, restando il più “raw-like” possibile?

1) Resta in “sviluppo RAW” con software che digeriscono mRAW, e fai denoise lì

Qui l’idea è: lavori in un raw developer che apre e tratta bene i CR2 mRAW, fai NR prima di esportare, e poi eventualmente finisci in Photoshop/ACR con un file a 16 bit.

Opzioni sensate:

  • Canon Digital Photo Professional (DPP): è il percorso più “coerente” con i file Canon perché è fatto apposta per EOS RAW. Apri, bilanciamento del bianco, recuperi, NR, poi esporti TIFF 16-bit. Canon Italia+1
  • darktable / RawTherapee: supportano CR2 e hanno denoise seri (non AI “mosaico”, ma molto efficaci se regolati bene). darktable gestisce CR2 tra i formati supportati. darktable+2darktable+2
    • Nota nerd: in RawTherapee ci sono state proprio note di rilascio su “improved support for Canon mRaw variants” (quindi vale la pena usare una versione recente). RawTherapee

Workflow pratico (robusto):

  1. Apri in DPP / darktable / RawTherapee.
  2. Fai le correzioni “da negativo”: WB, esposizione, recupero alte luci moderato, curve base.
  3. Fai denoise (prima crominanza, poi luminanza con mano leggera).
  4. Esporta TIFF 16-bit (gamut ampio, es. ProPhoto/16 bit se previsto dal software) e fai il resto (contrasto fine, dodge&burn, sharpening finale) in PS/ACR.

pro: resti il più possibile in una pipeline “da negativo” fino a quando serve.
Contro: non hai DeepPRIME / ACR AI Denoise, perché quelli vogliono mosaico.


2) Vuoi comunque “AI denoise”? Fallo su un TIFF 16-bit (non RAW)

Se il tuo obiettivo è la resa più che “restare RAW a tutti i costi”, la soluzione più pragmatica è:

  • sviluppi “pulito” (minimo indispensabile) in DPP/darktable/RT → esporti TIFF 16-bit
  • applichi un denoiser AI che accetta TIFF (ce ne sono diversi sul mercato)
  • rientri in PS/Lightroom per finire

Qui lo scambio è chiaro: perdi la flessibilità RAW pura, ma in cambio ottieni un denoise AI comunque potente.


3) Se ti serve più “ciccia” in pixel: Super Resolution dopo

Dato che mRAW ti ha tagliato risoluzione, puoi valutare upscaling dopo lo sviluppo/denoise:

  • Adobe “Super Resolution” supporta più tipi file rispetto a Raw Details (inclusi JPEG/TIFF). Quindi può essere un passo successivo su TIFF 16-bit se ti serve output grande. Adobe Help Center

I “drawback” reali con mRAW (così ti regoli mentalmente)

  • Risoluzione: persa e non recuperabile (se non via upscaling). Photography Life+1
  • Demosaic già fatto: molte magie “pre-demosaic” (tipo DeepPRIME / ACR AI Denoise) non sono più applicabili. community.adobe.com+1
  • In alcuni casi c’è anche roba tipo subsampling cromatico / encoding interno che rende il file “meno negativo e più immagine” rispetto a un RAW pieno. Open Photography Forums+1

Se dovessi scegliere io un percorso “zero sbatti / massima resa”

  1. DPP → TIFF 16-bit (pulizia + base) Canon Italia+1
  2. Denoise (nel raw developer o AI su TIFF, a seconda di quanto sei esigente)
  3. Finitura in Photoshop/ACR/Lightroom

Se invece ti piace smanettare e vuoi restare “parametrico”: darktable o RawTherapee e ti fai un preset di denoise per ISO tipici. darktable+2

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*cit: Rat-Man d’altri tempi