Malcom uno mezzo Gandalf

Faccio schifo – sono una merda – devo morire. Subito.

Questo pensiero ormai è come inspirare ed inspirare, normalizzato, come dicono … alcune persone.

Non era così.

Questa merda è nuova. Forse dell’ultimo anno? Forse due? Non lo so più.

Subito no, non puoi – arriva la “logica” – poi subito un senso di rimprovero e sfottò che dice “wow, è arrivato il professor logiconi, il Dawkins dell’onniscienza, ma leviamo il cappello lorsignore e lorsignori!” – ossia subito no, perché esistono, davvero, alcune piccole cose da fare “perché si”. Oltre a quello, non puoi morire subito, anche se ci riuscissi, cosa che non hai nelle tue mani, perché se sparisci restano solo X e Y a stare dietro a mamma e papà. Non che non ne siano capaci, ma se il tuo personale egoismo produce freddezza e distacco, quello di X produce inaffidabilità e negligenza, quello di Y produce sovraccarico e caos perché non ce la fa, ha altro da fare ed è l’unica che fa qualcosa di normale per conformarsi e farcela, non come me e X che siamo disadattati del cazzo.

Così va nel silenzio, nella solitudine della “mente”. Così va a volte anche mentre ascolto contenuti o musica. È difficile distrarsi.

A volte – privilegiato – posso distendermi rannicchiato come un infante, nel mio shutdown, nel mio freeze, gli occhi si chiudono, la nebbia mi aiuta. A volte l’ondata arriva tra le 4 e le 5 di notte, altre al pomeriggio.

Questa roba è nuova, tutta mia, tutta generata solo dalla mia testa, chiaramente. Non sono il peggiore, non posso esserlo: sono un mediocre, mi è preclusa la via di qualsiasi primato. Quindi non sono né la peggio merda del mondo, né il più crudele, il più stronzo, il più niente. Una nullità. Consolante a volte.

Malcom uno mezzo gaudì. Si, penso che darò questo titolo idiota al post. Saltando naturalmente di palo in frasca: per la TERZA volta nella mia seconda vita (no, non parlo di reincarnazione, tranquilli, il mio è un genere diverso di follia, senza esoterismo e religione) mal comune mezzo gaudio ha cambiato status.

Pieno di rabbia per l’insulsa idea che trovarsi tutti in una condizione miserabile non producesse gaudio di alcuna misura, anzi, che sapere che il male mio lo hai anche tu mi disperasse, ero al capitolo “Mal comune vaffanculo” e una pietra sopra, chiuso, fine, non dite niente, non ci sono scuse.

Credo verso i 50 realizzo questo: sapere che non sei l’unico coglione in quella tal condizione ti fa sentire meno solo, rende meno colpevole la tua situazione, meno assurda, meno “solo tu hai il mirino per la merda”… capita ad altri, che non è una bella cosa, sia chiaro, per nessuno: né per te, né per gli altri; tuttavia tu non ti trovi ad essere il detentore del record della coglionaggine, non sei il più stupido, non sei il più distratto, “non succede solo a te” significa qualcosa che quelle parole non trasportano con ovvietà: non sei il peggiore, è nella distribuzione delle possibilità normali.

Ieri (52, ma non nel senso che fosse il mio compleanno) realizzo: no, esiste una terza forma di questa consolazione, quella più basilare, quella da gruppo di scimmie, da cuccioli, da branco. Ho immaginato – sapete qui un minimo di vita di montagna capita di farla anche a chi se ne sbatte, specie quando i tuoi sono di una certa generazione e ti obbligano, quantomeno fai esperienze – una persona che si trova nel bel mezzo di una traversata in montagna: arriva la grandine, un acquazzone, una tempesta e quella persona si mette nel rifugio e aspetta. Freddo, umido, pensieri. Arriva tutto affannato un gruppo di altre 3 persone e lo sapete cosa succede, no? Chiunque siano, di qualsiasi nazionalità e non solo zona geografica, etnia, qualsiasi cosa: voi inizierete, tra le tre mura o anche quattro, del rifugio … a parlare. Qualcosa, qualsiasi cosa… racconti, small talk, cose dei vostri paesi. Ed eccolo lì il mal comune mezzo gaudio. Nessun gaudio in realtà, ma quella specie di tepore, di consolazione, di “comunanza ancestrale” … che anche se vi sareste tenuti a 20 metri di distanza col bel tempo… dopo essere stati li forse condividerete una parte di cammino. Questo per il mal comune. È quello: al buio da solo, al buio in due. Attraversare da soli una merda o farlo in due. Essere in cella di isolamento non è un caso: lo sanno perfettamente cosa fa la solitudine ad una testina umana.

Io non sono solo: B vive con me e ogni tanto di sicuro sopporta qualche mio inutile bla, non particolarmente gradito, evitabile. A volte mi racconta di una serie. A volte mi racconta di suo padre o ci diciamo qualcosa. Qualcosa. Non è bello per lei essersi incastrata con me. Ma “siamo piccolini” come siamo soliti dire… e così subiamo meno la pressione fisica, prosaica, basilare della sopravvivenza: affitto eccetera. Quel peso è dimezzato e quindi almeno possibile, affrontabile. Non ignoro affatto tutte le recriminazioni dei millennial e gen-z professionalmente esposte nei social: è solo che si dimenticano che gli X c’erano prima, erano già in quella situazione e forse, alcuni, sono riusciti a mettere l’ultimo piede sul predellino del tram quasi imprendibile di alcune cose come la casa, un mutuo, una macchina. Per carità, mutuo trentennale con la tua ex. Per carità io una macchina nuova non posso più prenderla, lo sapevo quando ho preso quella, nel 2015. Però ho un condizionatore, oggi, a casa, nel 2026. Nel 2003 lo avevamo preso: magari un giorno vi descriverò cosa significava portarlo in casa e cosa significava spostarlo dalla camera al resto della casa; era “portatile”. Un fisso non aveva senso: non era casa nostra.

Sono un privilegiato? Sono in una condizione migliore di altri, sicuramente. E peggiore di altri, anche. Non dimentichiamolo mai.

Un anno fa ero esattamante allo stesso punto, mi aiuta a dire il buon wordpress, demo compreso. E 9 anni fa pensavo più a morire e basta che a morire ma prima lasciare una inutile goccia di rumore nel mare di rumore. Non sono migliorato, vi assicuro. Poco prima avevo attimi di gioia, quelli che quando ti mancano, dopo, acuiscono il dolore di fondo. Però questa cosa esiste, mi incasina anche lei in nuovi modi (tutta follìa eh) ma… esiste e la voglio fare. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che “orbit-orbit” di Caparezza (e lui nello spettacolo, di cui ho visto banalmente un reel ripostato da qualcuno) parla come parlo io nella mia testa, in un certo senso. Non esattamente come lui, ma alcune cose, il rapporto con il gesto artistico, il fare, quello che lui identifica in “perlifica” (non la perla, ma il fare la perla) ed il resto del mondo che sembra solo violenza, oppressione, aggressione, sfruttamento, merda varia… quella roba sembra mia. E mi accorgo che siamo della stessa generazione, lui ha un anno di più, tutto qua. Ma mi sento come lui – e lui ha pure fatto successo e ok, lui ha altri cazzi, acufene, la sindrome dell’impostore bla bla. Ma quella roba dove dice alla gente “fate, scrivete, suonate, fate arte, dipingete, fatelo perché volete farlo!”… sembra me negli ultimi ehm… 10 anni, dai. Quell’accorgermi che se non mi pagano allora io smetto visto da gente che amava fotografare, disegnare, dipingere, suonare… ma quando hai iniziato hai pensato che dovesse essere un lavoro o che era bello farlo? PER TE, dico. E , sempre, io che sono cojone, faccio IL solo e unico paragone: scopare è bello, che fai, se non diventi [inserisciquinomedipornostaratenotaioavreimessoRoccoSiffredi] e ci guadagni, allora non chiavi più perché non mi pagano ?

Ora meglio se vado a prendere cibo umido e secco per le pelose, che non hanno chiesto di vivere con me, quindi non sono responsabili della propria sopravvivenza. Ora che scrivevo e B ha fatto, era fuori, ha fatto.

Non avevo finito, non avevo premuto “pubblica”; è passato D e alla fine di un BLA del quale forse vi parerò, si riferiva a qualcuno più giovane (credo lui sia del 1993) di cui gli parlavo dicendo “ah, è della generazione che non sa scaricare?” – risatometro a più livelli, devo dire.

La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

ciao 2025

A metà del 2025 ho smesso. Smesso di fare ogni cosa? Non proprio. Ma ci assomiglia. Smesso di sopravvivere bene, di vivere di quel tempo lasciato dal sopravvivere efficientemente, anche.

Una delle prime cose che ho fatto è stato chiudere un abbonamento-sprone. Si tratta di uno strumento di inserimento automatico di metadati. Una delle cose che, almeno, facevo, in attesa di suicidarmi, per spalare un po’, nel frattempo, era appunto… spalare. Spalare contenuti che ho scattato o girato, nel tempo, dentro la fornace della tentata vendita, nelle agenzie online. Se la lasci là, la roba, non serve proprio a niente, forse è una costante perdita.

Quindi, sensato o no, era come alzarsi dal letto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra e … buttare le immondizie. Non molto di più.

Ma ho smesso, del tutto. Ora devo riprendere quel minimo. Qui si gioca così, a gradini del minimo, in depressione cronica e incapacità di uscirne, perché ormai la lucidità di vedere che non esiste obiettivo me lo rende assurdo. Ogni fatica non ha senso, nel lungo termine. Alcune, nel breve: senso solo per me, ma hanno un costo.

Così ecco, avevo chiuso l’abbonamento mensile: il suo modello era a numero di pezzi al mese. Perfetto per farti dire “hai pagato la palestra, ci devi andare”. Ma come ben sanno in molti: poi disdici e imputridisci sul divano.

Ho smesso di caricare, di aggiornare, persino su Dreamstime dove ho materiali che stanno lì e basta, in loading, ma senza “ok vai avanti”. Bastavano anche cinque al giorno e oggi, 29, forse sarebbero tutti online. E conta? Beh conta, in questo istante della storia questo mestiere produce ancora qualcosa. Nei mei numeri, in proporzione, poco. Ma comunque resta: io ho prodotto le immagini: lasciarle qui non serve a niente, non era l’atto di produrle in sé ad essere significativo, nemmeno per i miei valori, ruolo che invece può produrre l’atto artistico delle foto di nudo.

Niente. Non ho nemmeno più scaricato i … cazzo nemmeno mi ricordo come si chiamano. I cosi report che dicono quanto guadagni: con iStock e Deepmerda devi scaricarli, poi caricarli dall’altra. Una rottura, ma era un semplice gesto mensile. Non cambia niente, i soldi arrivano oppure non arrivano. Comunque non l’ho più fatto.

E piano piano sono arrivate scadenze: cose che scadono proprio. I moduli W8-BEN che scadono, poi i documenti di supporto di Satispay. La burocrazia e le sue scadenze… ti riportano sempre alla realtà asciutta: premere qui per continuare.

Devi sempre premere qui, per continuare. Se non premi, succede qualcosa. Qualcosa di brutto.

Il 2025 dunque mi ha visto sentire lo sforzo come improbo, impari, fuori dal tempo e dalla percezione: il mio mercato verrà fagocitato dall’iA, cannibalizzato. Mi hanno anche infastidito le “missioni” in cui mi si chiede di fare ad un costo vergognoso operazioni che servono a nutrire i dataset. Le ho chiuse. Anche se erano potenziali guadagni. Robette, centoeuro, anche meno. Ma a volte… nella mia condizione, cifre che – per me – sono significative.

E a fine anno i casini costosi hanno detto chiaramente “i soldi servono a questo, ora ti rompo della roba, sul tuo corpo e su ciò che consideri scontato avere”. Crack, crack. Spezzato. Conti belli alti.

Ma ho imparato a mettere la farina su qualsiasi preparato di pollo che non sia al forno. Questo ho guadagnato, da ora in poi, nel 2025. Scaloppinizza tutto? Non si secca. Questo è fantastico.

E ho anche iniziato … quanto uno strato di polvere inizia a formarsi, non di più, a lavorare sul demo che diventi un non-più-demo. A volte ci si dimentica quanto significativo diventi, quando stai già pensando di ucciderti, di morire. Quello finalmente diventa “beh, ma ne vale la pena: è bello, è tra le uniche cose belle e non obbligatorie o necessarie che ho fatto” … assomiglierebbe allo scopo, al necessario per andare avanti. Non lo è, ma ci assomiglia. Due istanti di più, uno sforzo verso una direzione che vuoi.

E che a nessuno interessa, ma a te si.

Come questo blog che, dopo averlo spostato a suo tempo, ha praticamente zero-views. Un luogo fantasma. Che però nutro e rimpolpo. Il mio essere più puro e sincero è totalmente privo di attrattiva, attenzione, interesse.

Doloroso, eppure anche chissenefrega.

Quindi: alzate i vostri calici di quello che vi pare e buon quello che vi pare per il 2026.

Non riesco a dimenticare Ucraina, clima, Palestina, l’Ai-Rising, le destre mondiali, l’autoritarismo e il ritorno al mondo pre guerre mondiali. Lo devo fare, ho già abbandonato, avete già sventolato i fazzoletti, siete già tornati a casa, sono già seppellito, ma gironzolo ancora qui sulla banchina, qui attorno al cimitero. Questi sono i veri fantasmi.

Questo testo è stato interamente scritto da un essere umano. Che culo!

Sleeping with the pest*

Parlare del passato non risolve il presente. Indagare molto, pare, non serve granché. Spiega magari la formazione di problemi, ma concentrarsi su quello non funziona sui pattern che seguiamo nel momento presente in presenza di frustrazioni, casini, risoluzioni, risposte/reazioni. Whatever.

Ciò detto, spesso indago sul passato quando ascolto la ottima Dott.Sa Francesca Cardini (principalmente su instagram). È fantastica perché è science-based ed evidence-based, non tratta la psicologia dell’età evolutiva, dichiaratamente, ma “si vede costretta” a parlare di cosa crea i casini perché – dice lei stessa – “poi mi arrivate in studio a causa di quello”; quindi credo lo dica più che altro per risolvere alla radice. Adoro che questo incida in qualche misura sulla rottura della catena intergenerazionale dellammmerda. Ossia la combinazione di autoritarismo+permissivismo che genera molti disastri. Soprattutto l’interruzione della catena del trauma che, in ultima istanza, difende sé stesso (“ne abbiam prese eppure guarda come siamo venuti su bene! Uno scapaccione che vuoi che sia? Non siam mica morti!” e così via stronzeggiando); quella dello scapaccione la difendevo pure io. Ma no, non è corretto, sbagliavo: le prove ci sono del contrario, non a sostegno che sia vero.

Servono? Servono a salvare-dalla-morte. Solo in quel caso un gesto violento o potenzialmente traumatico è giustificabile e non solo comprensibile. Ma se ne sei cosciente immediatamente dopo ti prodigherai per far capire che è sbagliato farlo, che ti dispiace, che senti il disagio, la tristezza, la sofferenza che hai causato anche se era assolutamente necessario ad evitare un danno indubitabilmente maggiore: la morte del(la) tuo/a bambino/a. Unica tollerabile eccezione. E subito spiegata e dando spazio validante al fatto che lui / lei si sentono male.

Detto ciò io indago eccome. Cerco di ripercorrere, metto assieme date, date di nascita, età. È stato molto utile a capire chi era e chi non era “maturo”. Certo, nell’arte della sopravvivenza le vecchie generazioni erano maestre. Ma dal momento in cui alzi la testa dalla polvere e ti chiedi perché diavolo dovresti farlo, se ha senso, come farlo… allora la qualità e non la semplice esistenza in vita cominciano a contare di più del fatto che sei un trauma vivente che replica sé stesso. Evviva il gene, ma vaffanculo al gene.

Così ecco che indago e ricordo: ho certamente preso SIA “spasmomen” che “librax”. Avevo un sacco di tic nervosi, già alle elementari e alle medie sono aumentati. Alle superiori anche (tra medie e superiori ho preso quella roba: lascio a voi andare a vedere online OGGI i foglietti illustrativi… )… inoltre alle superiori ho ricordo vivido di quello che facevo appena tornato a casa. Andavo in camera, mettevo giù lo zaino, mi buttavo sul letto spesso ancora con la giacca e tenendo le braccia lunghe davanti a me a “V” molto stretta con le mani tra le cosce stavo li con gli occhi chiusi. Fino a che ad un certo punto non sentivo un po’ di caldo e una specie di torpore… forse mi addormentavo. Principalmente non volevo pranzare coi miei, con mio padre magari. Rispondere a domande. Pensavo fosse solo quello.

Ma vedete voi. Vi ho già dato una serie di elementi.

Ma ecco una special diagnosi medica di mia madre che ricorderò sempre per quanto dicesse del suo zero-ascolto-della-realtà e del “io so quello che credo, quindi so”: mio figlio da quando ha fatto la cresima ha sentito molto la responsabilità di questo passo nei confronti del signore. E cazzi di questo tipo. Ma certo. Sicuramente: le migliaia di volte in cui ti ho detto che per me non quadrano un sacco di fatti e che le tue risposte non hanno senso e che recitare roba a memoria non serve a una sega… come scoregge.

Ma pensavo fosse solo voler pranzare in pace. Evitamento, direi oggi. Ma ci sono così tanti segni che un esperto avrebbe potuto vedere e poi trattare.

NIENTE. Niente di tutto questo è successo.

Dio mi serve solo per bestemmiare: è il livello max del turpiloquio e quindi dai … 45 anni circa ho iniziato in solitaria a bestemmiare.

Ma quando davvero voglio indirizzare odio alla divinità, per sfogo verso ciò di cui non sono responsabile ma subisco, essendo ateo nichilista e qualcosa altro di affine, ho deciso di divinizzare un semplice concetto astratto, un attributo che non-è: la vita. La vita che non è vita, quella è il mio Dio. Non per adorarlo: al solo scopo di insultarlo, maledirlo, bestemmiarlo, attribuire colpe – pur non essendo un finalista – ma per sfogare, per attribuire responsabilità a ciò che è solo caso e causa.

Maledico quel meccanismo che non sa nulla, non vuole nulla, non fa nulla eppure informa tutti i viventi e senza pietà è il motivo (la causa) di crudeltà, fatica, sofferenza, dolore, inutile necessarietà dell’utile. Propagazione, riproduzione, sopravvivenza: per? Per propagazione, riproduzione e sopravvivenza.

Ho aggiornato la tabella delle nascite e delle età: la bisnonna che nacque nel 1888 e morì nel 1985 (non 97… aveva 97 anni, mi pareva!). La nonna che nacque nel ’14 e morì nel 2000. Così posso controllare quanti anni avevano tutti quando… qualcosa. Quando hanno fatto, partorito, detto parole, preso decisioni, visto o non visto fatti coevi.

E aiuta a fare certi ragionamenti. Poi se non vuoi restare proprio stronzo duro (scelta, non dovere) puoi anche collocare tutte queste nascite in contesto storico, geografico, culturale, sociale e comprendere di più. Anche se comunque alla fine entra tutto nel culo tuo.

* per il titolo

La tristezza è indicibile?

La tristezza è indicibile?

No. La tristezza è dicibile. Nessuno mi capisce? Nessuno sa cosa provo? No. Il mio amore è unico e nessuno ha mai provato una simile gioia / tristezza / passione / logoramento / perdita ? No.

No, sono io che sono solo io. Tutto qua. Non è che sia pochissimo, ma è tutto qua.

Se c’è una ed una sola cosa di buono che ricordo e non scorderò mai di “Sgarbi quotidiani” (si, di tanto in tanto lo vedevo: l’anticamera di un post su un social antelitteram, per quando per permettertelo dovevi essere un performer/autore e accedere ad una piattaforma che ti esponesse) è questa: la disamina puntuale e forse puntigliosa di quanto poco unico e irripetibile sia quanto più ci colpisce, interessa ed attraversa umanamente. Lo proviamo tutti, perlomeno il meglio e sicuramente il peggio. Ciò che fa in noi e come ci cambi, questo no, non è detto ci accomuni. Taluni vengono attraversati dal dolore e reagiscono con rabbia di varie intensità, magari distruttive, aggressività, violenza. Altri diventano empatici, capiscono che gli altri provano quello che tu conosci… fino a divenire così empatici da provare qualcosa che tu non stai vivendo personalmente.

Ma l’amore, la perdita, il desiderio, la solitudine. Tutti li proviamo.

Alcuni hanno la capacità di descriverlo, altri no. Ma è dicibile eccome. Potremmo non averne la forza. Oppure il tempo, quando l’amore è felice: devi viverlo e basta vederti sorridere per capire che la coppa trabocca.

Quando trabocca di dolore la prima roba che cola giù è il dicibile. Accompagnato da lacrime, se ce lo permettiamo. Da urla e strazio, se ce ne freghiamo anche.

Ma no, non è indicibile. A volte è semplicemente così grande che il dicibile occuperebbe troppo… e abbiamo altro da fare. Anche solo dormire, respirare. E troppo spesso… lavorare. Che diventa terrificante pena, peggio di quanto non fosse prima, per chi non svolge un’attività che apprezza.

La nostalgia del presente

Gianni: qualcuno ha mai parlato di un sentimento, senzazione, atteggiamento, disposizione d’animo, modo di affrontare o considerare come di “nostalgia del presente” ?

PinottoGPT*: L’idea di “nostalgia del presente” è un concetto intrigante, anche se non sembra esserci un uso diffuso e specifico di questa espressione nella letteratura o nella filosofia. Tuttavia, alcuni pensatori e scrittori hanno esplorato idee vicine a questo sentimento:

Milan Kundera – Nel suo romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera esplora la fugacità del presente e la sensazione di non poterlo mai afferrare pienamente. Questo porta a una sorta di nostalgia per il momento che stiamo vivendo, come se ci sfuggisse di mano mentre accade.

Martin Heidegger – Heidegger nel suo concetto di "essere-per-la-morte" descrive un modo di essere che cerca di vivere pienamente nel presente, ma con la consapevolezza del futuro e della mortalità, che può produrre una sensazione simile alla nostalgia per il momento stesso che si sta vivendo.

Henri Bergson – Nelle sue riflessioni sul tempo, Bergson parla del tempo come durata e continuità, dove il passato si accumula nel presente. Questo tipo di consapevolezza del presente come qualcosa di costantemente in fuga potrebbe generare una sorta di nostalgia per il momento vissuto, nel suo stesso divenire.

Walter Benjamin – Nel suo saggio sul concetto di storia, Benjamin parla dell’“angelo della storia”, che guarda con tristezza verso il passato mentre viene spinto nel futuro. Anche se non è proprio la "nostalgia del presente," questo concetto può essere esteso all’idea di un presente di cui si avverte la perdita mentre lo si vive.

Questo concetto potrebbe legarsi a quella sensazione paradossale di voler congelare un attimo, come se si fosse già nostalgici di qualcosa che non è ancora passato.

~

Giusto per capire il riferimento stupido: Gianni e Pinotto

Se potessimo sederci e

Vorrei potessimo sederci e all’inevitabile come va, potessimo tutti dire “voglio morire, oggi di più, anzi forse era peggio tra le 13.30 e le 16, ma adesso un filo meglio quasi riesco a fare delle cose dai”. Cose di questo tipo. Ci vediamo perché abbiamo stabilito. E sono anche oltre il mio, perché a me non piace vedere DUE persone assieme. Ma a M ho detto “hey, se vuoi stabiliamo una cosa regolare, così di sicuro vedi qualcuno”, questo tempo fa. D invece boh, si vede che si associa. È stato qui così tanto mentre cercava lavoro che mi fa quasi strano potermi vomitare sul divano a cercare solo di non soccombere troppo alla voce che non c’era mai stata così chiara e forte che sembra un loop incantato di “fai schifo, sei una merda, chiaro che si: ovviamente essendo tu una merda non può che essere così, si, infatti fai schifo” e così via.

Spesso fare cose davvero noiose che per tanti anni ho cosiderato solo “queste cose mi fanno perdere tempo rispetto a quelle interessanti” diventano paradossalmente ancore di salvezza. Mi attacco al preparare i piatti. Faccio un po’ di lavoro del mio. Arriva l’ondata di merda, mi abbatte. Allora vado a fare un po’ di spesa, mi sento schifoso e orribile, mi vedo nei vetri, confermo e mi vergogno, vecchio di merda e anche coglione, fastidioso, insopportabile. Vai a prendere quelle due cazzo di cose, almeno quelle due sarai capace, no? Due, cristo. Ok che fai schifo, ma non abbiamo detto per pietà che non sei così straordinario da fare il MASSIMO dello schifo? No, allora puoi prendere quelle due fottute cose. E possibilmente in modo da rompere meno il cazzo possibile, invisibilità.

Torno a casa, mi sono almeno mosso, ho guidato, magari la radio, magari la musica. A volte niente. Ma si manda avanti un po’ di lavoro. Quella cosa mi servirebbe per lavorare… costa.. ma… Ma cosa? Ma cosa pensi che ci sarà domani? Un’occasione di usare? Di usare che? Per fare che? Non buttare nel cesso i soldi.

Ecco.

Perché diavolo uno dovrebbe conversare con la merda se non è costretto? Voglio dire… io lo faccio ma parte da sola. Ma se non sei costretto, non dovresti chiacchierare con me. Esiste di meglio.

Sto bene, benissimo. Dai chiedetemelo ancora, non vi avessi avvertito: non chiedetemi come va, offritemi un caffè solo per averlo pensato, penalità 4 punti.

Buongiornissimo.

One of my turns #20240919

Oggi è davvero dura. Ti svegli la mattina e fare 4 cose in tutto il giorno, quando stai così, è sfiancante, un’impresa. La concentrazione nel voler morire, il fastidio per tutta quella parte di mondo che ti vuole nascondere gli strumenti per farlo agevolmente, per nascondere e tenere lontano quanto di questo ci sia ovunque, su internet. Lo schifo non tanto e non solo di sé, ma nel constatare l’impegno necessario per una contropartita insoddisfacente e assolutamente non certa, l’osservazione di un mondo concentrato sulla sopraffazione e non sulla collaborazione, che non intende alleviare la pena dell’esistenza in modo determinante, che lo sfruttamento ed il bene vivano davvero contrapposti come padrone e schiavo.

In giorni così fare davvero qualcosa, 10-20 minuti e trascinarsi per altre ore in mezzo, poi altri 6 minuti veri, funzionanti ma dolenti, concentrati, sensati nell’insensato… è dura. Solitudine subìta, colpa, rancore che ormai osservo e riconosco come responsabilità.

Ma che fatica pure senza fare troppa fatica.

Anzi, ho notato che una corsetta ora la sento: parliamo di attraversare rapidamente la strada.

Una fatica diversa dunque. Fatica di esistere. E ancora non ho con me un metodo per morire, questo mi esaspera.

ah finalmente gente che non si lamen FANCULO

Sono tornato da un po’ alla tecnica 15-anni standard. Ossia:

Come stai?

PERFETTAMENTE, BENISSIMO! – sorrisone – magari pollice in su e occhio strizzato, eventuale cenno del capo che annuisce ed espressione “io si che me la spasso”.

Ma ultimamente noto una cosa interessante. Lo faccio forse troppo secco e bene (anche se credo che quelli giusti – e giuste – alzerebbero subito il sopracciglio del “maccheccaz…”) ma con alcune particolari persone che è molto bene individuare la risposta è un sollievo piacevolmente sorpreso e subito un “AHHH che bello sentire gente che ” e di solito ripetono pari pari la tua formula.

E’ chiaro che qualsiasi persona del genere, che ci tiene a dirti che hai soddisfatto la loro aspettativa in risposta ad una domanda il cui scopo sembra volto a conoscere il tuo stato d’animo con sincero interesse ma che nasconde in realtà un test per giudicarti è bene sapere chi sia e memorizzarla. Metti che magari poi ti piaccia qualcosa di questa persona, non va mai scordato che sotto sotto, neanche troppo sotto, c’è questo.

E la tua, di aspettativa, eh? – mi direte. Giusto. Ma è un “piacere” assumere la consapevolezza della situazione che non tutti meritano di sapere qualcosa che li metta a contatto con emozioni spiacevoli proprie, specchiandosi nelle tue, quando chiaramente non ne hanno alcuna voglia od energia. Alcuni meritano la tua confidenza: è un “premio” perché sono degni di fiducia, ma è chiaramente un dono che porta con sé sofferenza. Può darsi, si, che parta da una supponente sensazione di superiorità morale, leggermente sarcastica/sadica. Ma si spegne presto in una specie di curiosità o di conferma che hai fatto bene, che non “se lo meritavano” (leggetela in doppio senso) e che non si sa bene perché cazzo facciano quella domanda, questo si, rimane.

E ora ascoltatevi questa.

Vinili 20 euro a pezzo solo di costo

Ho da qualche tempo compiuto 50 anni. Tempo, fino al giorno prima, in cui spesso non me ne danno 30. Eppure io me ne vedo 60. So che non è cambiato niente. Ma il limite “50” me lo ero già dato. Quindi ogni giorno adesso è fuori scadenza. La scadenza ESTREMA sono i 70, 75 proprio vorrei un timer alla Blade Runner per tutti, per come stanno, guardandoci in giro, conseguenze, implicazioni, società, sentimento e felicità dei milioni di singoli coinvolti.

Non c’entra un cazzo ma giorni fa ho guardato il costo di produzione minima di vinili eco-sostenibili per un lotto minimo di 50 pezzi. Il pezzo singolo, SOLO per rientrare del costo, sono 20 euro.

Chissà quant’era il costo industriale degli anni ’90*.

Perché me ne frega? Perché una delle poche cose che voglio davvero fare prima di schiattare sono le mostre dei nudi o dei libri e soprattutto registrare ciò che inventammo tra il 95 ed il 98 con uno dei gruppi. E per essere nel mondo “indie” il vinile ci starebbe: cosa di cui non me ne strasbatte un cazzo, personalmente, a parte per copertina eccetera. Quello si: è arte, è gusto, ha il senso giusto del “fisico”.

Per me io ti masterizzo il CD al volo, ti do le tracce, mi scarichi da bandcamp che cazzo me ne frega, per lo streaming mi interesserebbe solo per capire se e quanto interessa una cosa che in parte sono io e che io ti do, a te, a tutti. E a chi frega? Come qualsiasi opera di espressione.

Ma prima, prima di tutto, voglio che sia fatta, che mi piaccia, esattamente come fu 30 anni fa.

Non sono cresciuto, mai, non sono maturato, non sono diventato adulto. Riconosco ed accetto alcune responsabilità, come ad esempio quella di dare supporto diretto, se possibile e se accetato o voluto, ai giovani, come parte della società. Ma mi rendo conto che l’unica cosa che ho davvero imparato a fare nella vita è una cosa che mi schifava forse, che non mi interessava: avere a che fare con la chiacchiera da bar, da paese, con la gente, senza fare solo lo snob cagacazzi. Non tanto per me, ma per non urtare gli altri mentre gli scivoli in mezzo, lubrificante sociale.

Resta comunque un lubrificante per lo scopo principale della vita: mettermelo nel culo. Una entità non-vivente che incarna tutti i viventi informandoli della sua programmazione obbligatoria di sopravvivenza di e a sé. Quello che senti: danno collaterale.

*del 1900.