Faccio schifo – sono una merda – devo morire. Subito.
Questo pensiero ormai è come inspirare ed inspirare, normalizzato, come dicono … alcune persone.
Non era così.
Questa merda è nuova. Forse dell’ultimo anno? Forse due? Non lo so più.
Subito no, non puoi – arriva la “logica” – poi subito un senso di rimprovero e sfottò che dice “wow, è arrivato il professor logiconi, il Dawkins dell’onniscienza, ma leviamo il cappello lorsignore e lorsignori!” – ossia subito no, perché esistono, davvero, alcune piccole cose da fare “perché si”. Oltre a quello, non puoi morire subito, anche se ci riuscissi, cosa che non hai nelle tue mani, perché se sparisci restano solo X e Y a stare dietro a mamma e papà. Non che non ne siano capaci, ma se il tuo personale egoismo produce freddezza e distacco, quello di X produce inaffidabilità e negligenza, quello di Y produce sovraccarico e caos perché non ce la fa, ha altro da fare ed è l’unica che fa qualcosa di normale per conformarsi e farcela, non come me e X che siamo disadattati del cazzo.
Così va nel silenzio, nella solitudine della “mente”. Così va a volte anche mentre ascolto contenuti o musica. È difficile distrarsi.
A volte – privilegiato – posso distendermi rannicchiato come un infante, nel mio shutdown, nel mio freeze, gli occhi si chiudono, la nebbia mi aiuta. A volte l’ondata arriva tra le 4 e le 5 di notte, altre al pomeriggio.
Questa roba è nuova, tutta mia, tutta generata solo dalla mia testa, chiaramente. Non sono il peggiore, non posso esserlo: sono un mediocre, mi è preclusa la via di qualsiasi primato. Quindi non sono né la peggio merda del mondo, né il più crudele, il più stronzo, il più niente. Una nullità. Consolante a volte.
Malcom uno mezzo gaudì. Si, penso che darò questo titolo idiota al post. Saltando naturalmente di palo in frasca: per la TERZA volta nella mia seconda vita (no, non parlo di reincarnazione, tranquilli, il mio è un genere diverso di follia, senza esoterismo e religione) mal comune mezzo gaudio ha cambiato status.
Pieno di rabbia per l’insulsa idea che trovarsi tutti in una condizione miserabile non producesse gaudio di alcuna misura, anzi, che sapere che il male mio lo hai anche tu mi disperasse, ero al capitolo “Mal comune vaffanculo” e una pietra sopra, chiuso, fine, non dite niente, non ci sono scuse.
Credo verso i 50 realizzo questo: sapere che non sei l’unico coglione in quella tal condizione ti fa sentire meno solo, rende meno colpevole la tua situazione, meno assurda, meno “solo tu hai il mirino per la merda”… capita ad altri, che non è una bella cosa, sia chiaro, per nessuno: né per te, né per gli altri; tuttavia tu non ti trovi ad essere il detentore del record della coglionaggine, non sei il più stupido, non sei il più distratto, “non succede solo a te” significa qualcosa che quelle parole non trasportano con ovvietà: non sei il peggiore, è nella distribuzione delle possibilità normali.
Ieri (52, ma non nel senso che fosse il mio compleanno) realizzo: no, esiste una terza forma di questa consolazione, quella più basilare, quella da gruppo di scimmie, da cuccioli, da branco. Ho immaginato – sapete qui un minimo di vita di montagna capita di farla anche a chi se ne sbatte, specie quando i tuoi sono di una certa generazione e ti obbligano, quantomeno fai esperienze – una persona che si trova nel bel mezzo di una traversata in montagna: arriva la grandine, un acquazzone, una tempesta e quella persona si mette nel rifugio e aspetta. Freddo, umido, pensieri. Arriva tutto affannato un gruppo di altre 3 persone e lo sapete cosa succede, no? Chiunque siano, di qualsiasi nazionalità e non solo zona geografica, etnia, qualsiasi cosa: voi inizierete, tra le tre mura o anche quattro, del rifugio … a parlare. Qualcosa, qualsiasi cosa… racconti, small talk, cose dei vostri paesi. Ed eccolo lì il mal comune mezzo gaudio. Nessun gaudio in realtà, ma quella specie di tepore, di consolazione, di “comunanza ancestrale” … che anche se vi sareste tenuti a 20 metri di distanza col bel tempo… dopo essere stati li forse condividerete una parte di cammino. Questo per il mal comune. È quello: al buio da solo, al buio in due. Attraversare da soli una merda o farlo in due. Essere in cella di isolamento non è un caso: lo sanno perfettamente cosa fa la solitudine ad una testina umana.
Io non sono solo: B vive con me e ogni tanto di sicuro sopporta qualche mio inutile bla, non particolarmente gradito, evitabile. A volte mi racconta di una serie. A volte mi racconta di suo padre o ci diciamo qualcosa. Qualcosa. Non è bello per lei essersi incastrata con me. Ma “siamo piccolini” come siamo soliti dire… e così subiamo meno la pressione fisica, prosaica, basilare della sopravvivenza: affitto eccetera. Quel peso è dimezzato e quindi almeno possibile, affrontabile. Non ignoro affatto tutte le recriminazioni dei millennial e gen-z professionalmente esposte nei social: è solo che si dimenticano che gli X c’erano prima, erano già in quella situazione e forse, alcuni, sono riusciti a mettere l’ultimo piede sul predellino del tram quasi imprendibile di alcune cose come la casa, un mutuo, una macchina. Per carità, mutuo trentennale con la tua ex. Per carità io una macchina nuova non posso più prenderla, lo sapevo quando ho preso quella, nel 2015. Però ho un condizionatore, oggi, a casa, nel 2026. Nel 2003 lo avevamo preso: magari un giorno vi descriverò cosa significava portarlo in casa e cosa significava spostarlo dalla camera al resto della casa; era “portatile”. Un fisso non aveva senso: non era casa nostra.
Sono un privilegiato? Sono in una condizione migliore di altri, sicuramente. E peggiore di altri, anche. Non dimentichiamolo mai.
Un anno fa ero esattamante allo stesso punto, mi aiuta a dire il buon wordpress, demo compreso. E 9 anni fa pensavo più a morire e basta che a morire ma prima lasciare una inutile goccia di rumore nel mare di rumore. Non sono migliorato, vi assicuro. Poco prima avevo attimi di gioia, quelli che quando ti mancano, dopo, acuiscono il dolore di fondo. Però questa cosa esiste, mi incasina anche lei in nuovi modi (tutta follìa eh) ma… esiste e la voglio fare. La cosa che mi ha colpito tantissimo è che “orbit-orbit” di Caparezza (e lui nello spettacolo, di cui ho visto banalmente un reel ripostato da qualcuno) parla come parlo io nella mia testa, in un certo senso. Non esattamente come lui, ma alcune cose, il rapporto con il gesto artistico, il fare, quello che lui identifica in “perlifica” (non la perla, ma il fare la perla) ed il resto del mondo che sembra solo violenza, oppressione, aggressione, sfruttamento, merda varia… quella roba sembra mia. E mi accorgo che siamo della stessa generazione, lui ha un anno di più, tutto qua. Ma mi sento come lui – e lui ha pure fatto successo e ok, lui ha altri cazzi, acufene, la sindrome dell’impostore bla bla. Ma quella roba dove dice alla gente “fate, scrivete, suonate, fate arte, dipingete, fatelo perché volete farlo!”… sembra me negli ultimi ehm… 10 anni, dai. Quell’accorgermi che se non mi pagano allora io smetto visto da gente che amava fotografare, disegnare, dipingere, suonare… ma quando hai iniziato hai pensato che dovesse essere un lavoro o che era bello farlo? PER TE, dico. E , sempre, io che sono cojone, faccio IL solo e unico paragone: scopare è bello, che fai, se non diventi [inserisciquinomedipornostaratenotaioavreimessoRoccoSiffredi] e ci guadagni, allora non chiavi più perché non mi pagano ?
Ora meglio se vado a prendere cibo umido e secco per le pelose, che non hanno chiesto di vivere con me, quindi non sono responsabili della propria sopravvivenza. Ora che scrivevo e B ha fatto, era fuori, ha fatto.
Non avevo finito, non avevo premuto “pubblica”; è passato D e alla fine di un BLA del quale forse vi parerò, si riferiva a qualcuno più giovane (credo lui sia del 1993) di cui gli parlavo dicendo “ah, è della generazione che non sa scaricare?” – risatometro a più livelli, devo dire.

