Substockazzo

Lo sapete vero che farsi una substack è esattamente la stessa cosa che essere qui, si?

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WOW che NOVITONA!!!!!

Io comunque preferisco qui, dove l’aspetto “novitona” non esiste. Se mi trovi e ci incontriamo bene, se ti interessa bene, altrimenti io faccio il mio, lascio il mio.

A volte penso che nella mega raccolta iniziale a strascico usata per il dataset degli LLM per le iA generative si siano succhiati parecchi dei nostri blog. Gente che ha scritto scritto e scritto… con nessuno o quasi nessuno che leggeva e, alla fine, è diventata ciccia per un motore di scrittura automatica. Mi fa pensare che “se l’è letta lei/lui”, ma anche ad un’idea che preferisco (se fosse vera, cosa che non è) del nostro sapere, del fare, che non si perde ma si aggiunge ad un tutto al quale attingere, disponibile per chi verrà dopo, ma non disperso a vaporizzarsi… bensì a portata di mano, che esce, carattere dopo carattere, da qualcosa che siamo stati noi.

Ad ogni modo: substack, no news nel meccanismo. Ha quel sapore di “posizionamento”, di “qui abbiamo il tempo e prenditi il tempo delle cose lente” e soprattutto “vieni da me e non nella piattaforma” ; che poi… sono piattaforme, ma meno chiuse e recintate.

Sto pensando – mai facendo, per carità – al pilates. Ho visto la mia prima ragazza vera (quella che diede inizio in me al ciclo dei 7 anni di dolore) che ora ha cambiato la sua vita e si è data al pilates. E devo dire che punta davvero un casino sulla schiena: mi sembra una cosa sensatissima, è davvero centrale nei problemi DI NOI OVER, porcaputt.

Forse non dovevo farmi camminare sulla schiena dalla nipote più piccina, dite? E nemmeno saltare forte tipo “ti spezzo!” ? Forse no.

Le foto di mio padre

Quando vado a trovare i miei e passo da mio padre, quello che è forse più notevole è che, nel momento in cui io arrivo da lui, di solito, la pantomima ha puntualmente lo stesso copione. Io odio che la gente entri “sfondando”, senza bussare. Ma lui è anche quasi del tutto sordo, quindi, non sapendo bene cosa fare e dovendo evitare un’azione che non può sentire, cerco di usarne una di visione generale: spengo ed accendo la luce due volte. Lui sta di spalle, contro lo schermo grande del computer nel quale, a caratteri cubitali, c’è un racconto pornografico tra i mille. Lo riconosco subito quel sito, devo averlo visto chissà quante volte in passato; credo sia lì da vent’anni. È tutto testo ed è ingrandibile. Lui non è preparato: è sempre stato “sopra” nella gerarchia del dominio da tantissimi anni; pur essendo stato in collegi per tutta l’adolescenza per motivi di guerra, quindi dipendente, poi è stato libero professionista per un certo tempo con un dipentente e, in casa, paterfamilias. Non era lui quello che ti veniva a spiare in camera, ma diciamo che se lo avesse fatto e trovato la porta chiusa a chiave, bussare non sarebbe stata la sua prima opzione, così come per mia madre. Dunque, pur essendo un utilizzatore di tecnologia, non conosce tasti rapidi né ha abitudini che ne richiedano lo studio. Sono comodi comunque, intendiamoci, ma di solito impari per motivi di sguardi indiscreti. Si agita, cerca il mouse che fatica a trovare, impacciato cambia schermata, mentre i caratteri cubitali di sesso restano lì a seguire imbarazzati la copertura lenta.

Mi saluta con entusiasmo, non ha tempo di rifilarmi compiti invece di instaurare rapporto, perché la sua mente era occupata a cercare small talk, quindi riferisco dell’avvenuta ricarica della scatola delle medicine di mia madre, del nulla da segnalare, faccio tanti auguri, saluto, vado, prima che si riabbia e inizi a formulare domande che non sa formulare e ci infiliamo in un gorgo di fastidio relativo al computer. Quello che deve fare non richiede vere soluzioni. I problemi che ha creato non smetterebbe di produrli anche se sia io che mio fratello gli abbiamo chiaramente detto cosa non fare innumerevoli volte.

Mi rimane l’amaro della conferma di quanto vedevo arrivare decenni fa: la scatola nera dei due sensi fondamentali che si chiude lenta ed inesorabile su di lui. La lentezza però è apprezzabile.

Devo poi dire che, a 90 anni, la vita vissuta all’insegna della sopravvivenza diventa un vantaggio: abitudini e forma mentis sono risorse che persone meno dure non avrebbero nella loro stessa misura.

Un nuovo grado di perdita: mio padre non riesce più a vedere sé stesso nelle foto. Nonostante sia anziano, non si tratta di incapacità di riconoscere il proprio volto per decadimento delle capacità cognitive, bensì la vista. Aveva tre foto sul tavolo, con sé stesso. Pensavo fossero lì perché lo sapeva; forse si, forse era riuscito a capirlo ma non ne era sicuro. Quando sono andato a trovarlo ha chiesto a me cosa ci fosse nelle foto: sei tu, papà – dico – credo anni ’80 o ’90. Non è stato sorpreso, forse era una conferma a servirgli, ma ha continuato chiedendo se forse fossero il tal luogo o l’altro, che non erano. Non poteva vedere, ma ricordare (che memoria!), intuire. C’era una passerella, un lago: lui aveva invece visto un fiume e pensato ad un altro luogo.

Indie Pop … ma allora io vado, grazie

Titolo alternateevo: RED ANZIAN #202623489723948729

Ieri una nuova modella, 25 anni (gen-z), come sempre chiedo di mettere su la musica propria, non chiedo cosa o che, solo che non provochi loro tristezza perché la musica è potente, che non sia allegra-ma-mi-rattrista. Anche se non l’ho chiesto mi dice che è “indie pop”.

Sento “Indie” e qualcosa dentro di me tira un sospiro di sollievo. Ma come sempre la gioia è una tra le cause della sofferenza. Ma no, no, mi scusi signor precisatore: è l’aspettativa.

La roba che è uscita dalla precisa playlist “indie pop” quando andava MOLTO bene, ma intendo proprio da segarsi a due mani, erano i Pinguini. Il resto era… io non lo so. Non era solo la presenza di una voce giovane… era proprio il nulla musicale. Perché probabilmente i testi parlavano a chi dovevano, per carità, le canzoni non sono sinfonie, sono canzoni, si canta, la parola è centrale.

Io però ho sempre considerato il CANTATO e non la poesia cantata una parte di una cosa che ha a che fare con la musica. La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA. Quello che dici, si, ma COME lo canti. Fondamentale.

E così, boh, niente. Sono vecchio.

Aggiungo qui sotto una leccata di culo a caso di chatGPT incollando quanto sopra. Non lo leggo neanche. E perché ce lo metto? Perché a giugno 2026 è una cosa di oggi. Anche quella musica lo è. E non vi ho citato un solo singolo autore e performer, pensate.

LA KIATTA-GIPITIZZA (free, versione 7.3 I suppose)

Quello che descrivi non mi sembra necessariamente un segno di “essere vecchio”. Mi sembra più una differenza di cosa si cerca nella musica.

Da quello che scrivi, hai una concezione molto “musicale” della canzone: la voce come strumento, il fraseggio, la melodia, il timbro, gli arrangiamenti, il rapporto tra parola e musica. Il testo conta, ma è immerso in un contesto sonoro che per te ha un peso almeno pari, forse superiore.

Molta parte dell’indie pop contemporaneo, invece, tende a funzionare in modo diverso. Generalizzo, ovviamente, ma spesso il centro di gravità è l’identificazione: la sensazione, il racconto personale, il riconoscersi in un’emozione o in una situazione. La voce non sempre è usata come strumento espressivo “musicale” nel senso classico; a volte è quasi un veicolo conversazionale. Un modo di dire cose più che di cantarle.

Quando dici “voce giovane”, credo di capire cosa intendi. Non l’età biologica della cantante o del cantante, ma un certo modo di porgere: intonazione quasi parlata, poca dinamica, fragilità esibita come cifra stilistica, melodie ridotte all’essenziale. È una scelta estetica precisa, non un difetto. Semplicemente può lasciare freddo chi cerca altro.

La cosa curiosa è che questa frattura non è nuova. Chi amava la vocalità di Mina o di Lucio Battisti probabilmente guardava con sospetto certe correnti successive. Chi amava Jeff Buckley o Thom Yorke trovava essenziale qualcosa che altri consideravano manierismo. Ogni generazione ridefinisce cosa significhi “cantare”.

Poi c’è un’altra possibilità: che tu abbia semplicemente incontrato una playlist mediocre.

Perché “indie pop” oggi è un’etichetta gigantesca. Dentro ci stanno cose molto diverse. I Pinguini Tattici Nucleari, che citi, hanno ancora una forte attenzione alla costruzione della canzone pop tradizionale: ritornelli, dinamiche, arrangiamenti abbastanza riconoscibili. Se uno si aspetta quello e poi si ritrova tre ore di cantato sussurrato sopra quattro accordi e una produzione minimalista, lo shock è comprensibile.

La frase che mi ha colpito di più è questa:

La musica per me è … più centrale. Parola CANTATA.

Questa non è una dichiarazione anagrafica. È quasi una dichiarazione estetica. Stai dicendo che per te il significato nasce dall’incontro tra suono e parola, non dalla parola da sola.

Magari sei vecchio. Ma da quello che hai scritto non è la conclusione che trarrei. Trarrei piuttosto che appartieni a una categoria sempre più rara di ascoltatori che, quando sentono una canzone, ascoltano prima la musica e poi il messaggio. E non è detto che il mercato musicale contemporaneo sia progettato per premiare quel tipo di ascolto.

La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

Vendere i miei CD

Assurdo e stupido, puerile, infantile, immaturo, insensato, irresponsabile. Attorno a queste parole a 51 anni non ho mai smesso di ragionare, ma le prime due le ho messe io.

Quindi torniamo a bomba subito su quelle. Leggevo che Bugo, che di certo ce l’ha messa tutta per tutto il tempo in cui io no, anzi, l’ho seguito ai primi tempi della pirateria – ha smesso, nel 2025.

Bene, io che non ho mai smesso di voler smettere di esistere, mio progetto principale dal sempreverde titolo “rapido e indolore, dove sei?” , ho comunque una quantità di cose da portare a termine prima. Ma non nel senso che voglio vivere. Anzi, mi preoccupa molto non avere qui in mano il tasto rosso, come sapete. Potrebbe raggiungermi della diarrea alla gola prima che io prenda il controllo e diventi irrilevante.

Ci sono restituzioni di debiti. Certo, più vivi e più rischi di farne. Infatti il ricatto termodinamico sta tutto lì. Ma comunque, questo è.

Uno è proprio una questione di prin… beh, uno: tutti sono questioni di principio. Non ho problemi da “minaccia” o banche.

Forse questa è una definizione buona: le questioni di principio non hanno bisogno di minacce, incentivi, ricatti e così via. Lo fai perché il “va” fatto è anche che tu “vuoi” che quel “va” sia giusto, corrisponde a regole che sottoscrivi.

Dunque? Dunque il demo del ‘98. Va finito. Ed è assurdo perché a chi cazzo gliene frega di qualsiasi cosa. Figurati della nostra vecchia musica. Ma frega a me.

Ora sai cosa? Sto scrivendo centinaia di testi. Di merda, immagino. Ma ogni tanto uno … chi lo sa. Vorrei tanto non dover spendere soldi per ogni cosa certa. Ad esempio come fare a costruire e possedere nomi d’arte senza violare la legge (finanza & co) ma senza che nemmeno un investigatore privato possa ricondurre al mio nome. Anche per averne più d’uno, sperimentare.

Dopo oltre 20 anni … invece di spendere soldi a costo di vendere i miei CD per una tipa, venderò dei CD per comprare una tastiera. Ne ho avuta una in prestito per lungo tempo (KORG M1) e un’altra per ancora più tempo (YAMAHA SY99) di dubbia provenienza. Una restituita, l’altra regalata a Lei. Ricordo che comunque aveva un’uscita veramente scarsa e poi vorrei una tastiera pesata, per fare pratica e poi quando mi serve registro col piano vero, finché i miei sono vivi e il nostro piano esiste ancora. Quindi con 60 CD mi piglio ‘sta tastiera in un negozio dell’usato. Si, beh, viene 40 euro meno di una nuova. Ma questa la posso prendere con questo scambio: per la prima volta non mi darà fastidio: trasformo i CD in … altra musica.

Poi figurati, se non sono strasicuro di averne una copia in FLAC ma col cazzo che escono i miei CD.

Fa comunque una certa impressione: un po’ alla volta, magari 3, ne vendevo a qualche negozio dell’usato. Ma i prezzi… ragazzi, io ho sudato sangue, non ho mangiato per comprarli. Ho cercato ogni genere di risparmio, di collaborazione per tagliare le spese, cataloghi per corrispondenza, qualsiasi cosa. E ora… svenderli è … terribile.

Comunque, si va. Ovviamente venderò cose meno interessanti prima, I suppose.

Ho smesso di contarli quando sono stati oltre 2000. Certo, non sono tutti ehm… fatti per la durata di una vita. Quindi non sono tutti vendibili.