Più sotto trovate la traduzione in italiano del nuovo testo della ex “Comfortably Numb” nella nuova edizione 2026 dedicata da Roger Waters alla Palestina libera, sia delle parti nuove in inglese (tutte tranne la parte iniziale) che di quelle in lingua araba.
Un invito a leggere la seguente voce: https://en.wikipedia.org/wiki/Weaponization_of_antisemitism
Se lo chiedete a me, si, certo, sono FORTEMENTE in disaccordo con l’imposizione della … beh leggete qui: https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism per un confronto corretto e reale, in cui non è solo qualcuno che dice cosa una parola debba significare, come in una neolingua.
Per il resto studiate storia. Incolpate quei tanti momenti nel passato che hanno concorso e soprattuto l’ex impero britannico e la sua “noncuranza” in cui l’incrocio tra la decolonizzazione, tutto ciò che accadeva ed impegnava tutti in relazione alla seconda guerra mondiale lasciò libertà per ciò che diede poi inizio a tutto mentre in realtà sarebbe stato utile dare spazio ad un popolo senza terra ma non a discapito dei diritti di altri… quindi usando forze allora potenti per stabilire un inizio pacifico, equilibrato, con pari diritti stabiliti formalmente e punendo qualsiasi intemperanza da entrambe le parti, visto che in quel momento le due parti non erano potenti come il resto: stabilire una ripartizione equa e una convivenza funzionante sarebbe stato un compito da non lasciare nelle mani dei soli contendenti: i contendenti contendono. Era un momento delicato, un momento in cui sedersi e negoziare. Non fu così e capire chi iniziò è difficile come vedere quale sassolino genera una valanga. Effettivamente è lui il responsabile, effettivamente la forza potenziale era già nella valanga e lui era solo un sassolino. Tutto è vero, ma quel sassolino, se vuoi giustiziarlo perché la valanga a valle non continui a ribollire come lava… è probabilmente impossibile da trovare. Piccoli gruppi umani più agitati che poi diventano una escalation. Oppure un’idea. E poi chi inizia a renderla reale.
Per quanto riguarda le posizioni di R.Waters sull’Ucraina che posso vedere su Wikipedia, invece, penso di potermi serenamente dissociare.
Fonte su genius Lyrics: https://genius.com/Roger-waters-and-mona-miari-comfortably-numb-re-imagined-full-length-lyrics
(Arabo ed Inglese sono stati tradotti usando direttamente DEEPL.COM)
La parte iniziale è identica all’originale, eccola:
| Hello? Is there anybody in there? Just nod if you can hear me Is there anyone at home? Come on, now I hear you’re feeling down Well I can ease your pain Get you on your feet again Relax I’ll need some information first Just the basic facts Can you show me where it hurts? | Ehi? C’è qualcuno lì dentro? Basta che annuisci se mi senti C’è qualcuno in casa? Dai, su Ho sentito che ti senti giù Beh, posso alleviare il tuo dolore E farti rimettere in piedi Rilassati Prima avrò bisogno di alcune informazioni Solo i dati essenziali Puoi mostrarmi dove ti fa male? |
Nell’originale dei Pink Floyd di The Wall, la voce che parla è quella del manager che si rivolge all’alter-ego di Waters, Pink. Qui , immagino, il ribaltamento è che la voce potrebbe, dovrebbe, essere la nostra, quella di chi si trova a Gaza a cercare di dare una mano e parla a qualcuno che è in guerra, che è stato attaccato; le parole che promettevano un aiutino chimico qui si trasformano: l’aiuto che forse potremmo davvero dare, quello umanitario, quello di solidarietà, collaborazione, protezione. Che potremmo ma non stiamo dando perché siamo comfortably numb, oggi, nel 2026. Così, segue la variante di chiamata e risposta, in cui il vecchio Roger Waters si ripromette di non diventare mai (più) comfortably numb.
La gente normale non sa cosa sia la Nakba. Di certo non in occidente, nonostante l’informazione sia disponibile, questo non significa affatto che sia conosciuta. Prima che le persone si interessino di politica (e quindi di storia) nella loro vita, di solito, si arriva almeno all’età del lavoro, non dello studio. Solo allora la politica comincia ad avere un significato e subito ti è chiaro (così è stato con me) che la storia è la politica di ieri. Appena capisci che è importante oggi, subito la storia diventa qualcosa che prima non era. Però, di solito, studi quella che riguarda il tuo paese.
Due LINK nel testo seguente servono ad approfondire i punti più importanti; non ignorarli.
| بعد ما صار، ما ضلّ حدا ما ضلّ كلام، شو نفع السؤال؟ كل اللي راح… دار يا دار، يا دار سكت الليل وانهار وليلِك يا دار غصن الزيتون ضلّ شامخ بين النجوم مليان جراح… جرح مفتوح بيصرخ حرية | Dopo quello che è successo, non è rimasto nessuno Non sono rimaste parole, a che serve chiederselo? Tutto ciò che se n’è andato… Casa mia, casa mia, oh casa mia La notte ha taciuto e si è sgretolata E la tua notte, oh casa mia Il ramo d’ulivo è rimasto eretto tra le stelle Pieno di ferite… Una ferita aperta che grida “libertà” |
| I feel your pain from New York City I feel your pain across the sea A distant ship on the horizon Is calling out to you and me | Sento il tuo dolore da New York City Sento il tuo dolore dall’altra parte del mare Una nave lontana all’orizzonte Ci sta chiamando, te e me |
| وأنا صغيرة كان حلمي حرية اليوم الأمل صار نار الهوية إحنا جذور بتكسر حجر من تحت الردم نرسم الطريق إحنا النور بعد العتمة إحنا الحلم إحنا الوعد بفجر جديد | Da piccola il mio sogno era la libertà Oggi la speranza è diventata il fuoco dell’identità Siamo radici che spezzano la pietra Da sotto le macerie tracciamo la strada Siamo la luce dopo l’oscurità Siamo il sogno Siamo la promessa di una nuova alba |
| I will never become comfortably numb We never know about the Nakba I was only 5 years old in ‘48 We were unaware what was happеning over there It brеaks my heart I came on board so late You reached us all with your rallying cry Now here we stand at the gate | Non mi lascerò mai intorpidire dall’indifferenza Non sapevamo nulla della Nakba Nel ’48 avevo solo 5 anni Non sapevamo cosa stesse succedendo laggiù Mi spezza il cuore essermi unito alla causa così tardi Hai raggiunto tutti noi con il tuo grido di battaglia Ora eccoci qui, alle porte |
| يا كاتب الورقة، اكتب ومليها احكيلي كيف كبر هالحصار فيها ووقّعوا البيوت ناس بتحيا، كتير بتموت القلب باقي ومكتوب الرجوع | Ehi, tu che scrivi su quel foglio, scrivi e riempilo Raccontami come è cresciuto questo assedio lì dentro E hanno sigillato le case C’è chi vive, ma molti muoiono Il cuore rimane e il ritorno è scritto |
| he time has come for a new beginning It’s time to draw a new line in the sand Time to clean the slate. Go back to 1948 Before the settlers stole the land When Grandma’s key unlocked the door And everyone revered the olive tree And every human life was sacred Everyone Every daughter and every son With equal human rights for everyone | È giunto il momento di un nuovo inizio È ora di tracciare una nuova linea nella sabbia È ora di ricominciare da zero. Tornare al 1948 Prima che i coloni rubassero la terra Quando la chiave della nonna apriva la porta E tutti veneravano l’ulivo E ogni vita umana era sacra Tutti Ogni figlia e ogni figlio Con pari diritti umani per tutti |
| ما أحلى حمام الدار ما أحلى حمام يا أمي لاقيني | Che bello il bagno di casa! Che bello il bagno! Mamma, vieni a prendermi! |
| Is there a lullaby? Is any of a child’s name I hear youy through the rubble I can feel you pain | C’è una ninna nanna? C’è il nome di un bambino? Ti sento tra le macerie Sento il tuo dolore |
| أسمعك كل صباح تصلّين مع أمّك صمودك المستمر يناديني من بعيد | Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua madre La tua tenacia mi chiama da lontano |
| I hear you every morning praying with your mom Your steadfast perseverance calls me from afar | Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua mamma La tua incrollabile perseveranza mi chiama da lontano |
| بأمّنك عالوطن | Che Dio ti protegga, patria nostra |
| I hear a mother’s prayer | Sento la preghiera di una madre |
| بترابه وشجره | Con la sua terra e i suoi alberi |
| Cross the regime | Opporsi al regime |
| بضمّ قلبك وبصلّي وقت المغيب | Abbraccia il tuo cuore e prega al tramonto |
| I hear an angel’s voice calling in harmony | Sento la voce di un angelo che chiama in armonia |
| رح تتحرر | Sarai libero |
| Palestine wants to be free | La Palestina vuole essere libera |
| أحرار رح نظلّ | Rimarremo liberi |
| I will cross the ocean just to save one olive tree | Attraverserei l’oceano solo per salvare un ulivo |
| ولو من الأرض للسما طالعين | E se anche dovessimo salire dalla terra al cielo |
| With equal rights for everyone, from the river to the sea Our destiny, our homeland Palestine | Con pari diritti per tutti, dal fiume al mare Il nostro destino, la nostra patria Palestina |
| فلسطين | Palestina |
Questo qui sopra era il testo tradotto, STOP.
Storia, politica:
Cosa serve per approfondire meglio ed essere meno parziali storicamente e non riflettere SOLO la prospettiva palestinese, pur sapendo che la sproporzione sul lato Israeliano oggi-2026 ha ampiamente passato il segno?
Non ci sono errori fattuali in quanto ho riportato, ma vi può interessare, se desiderate rimanere equanimi (lodevole) approfondire:
- gli attacchi contro i civili ebrei nel 1947-48;
La prima cosa da chiarire è che gli attacchi contro civili ebrei nel 1947–48 sono un fatto storico documentato, così come lo sono gli attacchi contro civili arabi nello stesso periodo. Negare una delle due categorie di violenza non è coerente con la documentazione disponibile. Qui ( https://www.un.org/unispal/document-source/united-nations-special-committee-on-palestine-unscop/ ) trovi: rapporti originali ONU, telegrammi, rapporti dei mediatori, verbali del Consiglio di Sicurezza e documenti del 1947-48. Se si considera la guerra civile successiva al voto ONU del 29 novembre 1947, è ampiamente documentato che i primi scontri armati iniziarono quasi immediatamente, con attacchi contro traffico e insediamenti ebraici da parte di gruppi armati arabi, ai quali seguirono rapidamente rappresaglie e operazioni offensive delle organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi). Ma questo non significa che prima del 29 novembre non ci fosse stata violenza ebraica: negli anni precedenti erano avvenuti anche attentati e operazioni armate di gruppi sionisti contro britannici e, in alcuni casi, contro civili arabi. Per questo gli storici preferiscono parlare di escalation reciproca, distinguendo però le varie fasi del conflitto. Le fonti ONU sono buone Perché sono documenti prodotti mentre gli eventi stavano accadendo, non ricostruzioni posteriori. Ad esempio, il rapporto del mediatore ONU Folke Bernadotte descrive come, dopo la risoluzione del 29 novembre 1947, la Palestina precipitò rapidamente nella guerra civile e riassume la posizione delle parti e l’evoluzione del conflitto.
- la guerra civile precedente all’invasione araba;
- il rifiuto arabo del piano ONU;
- il contesto della Shoah nella nascita del consenso internazionale verso uno Stato ebraico;
- le espulsioni di ebrei da diversi Paesi arabi negli anni successivi.
“si ma chi ha iniziato?”
La risposta più rigorosa è: dipende da quale “inizio” si intende. Le fonti primarie consentono di stabilire la sequenza degli eventi in alcune fasi, ma non esiste un documento primario che dica “la guerra è iniziata perché X ha iniziato”. Quella è una conclusione storica, non un fatto registrato da un verbale.
Se prendiamo come riferimento la guerra civile del 1947–48, cioè il conflitto iniziato dopo l’adozione della Risoluzione 181 dell’ONU il 29 novembre 1947, la sequenza documentata è questa:
- Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva il piano di partizione.
- Già il 30 novembre iniziano violenze armate tra le comunità.
- I primi episodi mortali ampiamente documentati furono attacchi contro il traffico ebraico da parte di gruppi arabi irregolari, tra cui l’imboscata a un autobus vicino a Kfar Sirkin/Petah Tikva, in cui morirono passeggeri ebrei.
- Nelle ore e nei giorni successivi seguirono rappresaglie e operazioni armate delle organizzazioni ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi), e il conflitto si estese rapidamente.
Questa sequenza è riportata anche nei rapporti contemporanei delle autorità britanniche e delle Nazioni Unite, che descrivono l’esplosione della violenza immediatamente dopo il voto ONU.
Quindi, se la domanda è strettamente limitata a “chi compì i primi attacchi armati dopo il voto ONU del 29 novembre 1947?”, la documentazione contemporanea indica che i primi attacchi letali furono compiuti da gruppi armati arabi contro obiettivi ebraici, seguiti quasi subito da rappresaglie e operazioni delle forze ebraiche.
Ma sarebbe scorretto trasformare questo in “quindi gli arabi hanno iniziato il conflitto” senza specificare quale conflitto. Se si allarga l’orizzonte temporale:
- negli anni ’20 e ’30 vi erano già stati massacri di ebrei (ad esempio Hebron nel 1929);
- negli anni ’40 gruppi sionisti come Irgun e Lehi avevano compiuto attentati contro le autorità britanniche e anche operazioni che causarono vittime arabe;
- il conflitto tra i due movimenti nazionali precedeva di decenni il 1947.
Per questo gli storici seri tendono a formulare la conclusione in modo preciso:
- Chi iniziò le ostilità armate immediatamente dopo la Risoluzione ONU 181? Le prime azioni letali documentate furono attacchi di milizie arabe contro civili e convogli ebraici.
- Chi iniziò il conflitto israelo-palestinese? Non esiste una risposta univoca ricavabile da una singola fonte primaria, perché dipende da quale fase storica si considera (immigrazione sionista, rivolte del Mandato, guerra civile del 1947–48, guerra arabo-israeliana del 1948, ecc.).
Questa distinzione è importante perché evita di attribuire a una constatazione fattuale circoscritta un significato storico più ampio di quello che le fonti possono sostenere.
Non sei soddisfatto eh? Ma chiaro. Come nacque il conflitto?
vediamola dal POV di un abitante arabo della Palestina nato nel 1870 e ancora vivo nel 1920 — la sua esperienza storica sarebbe stata grossomodo questa:
- È nato nell’Impero ottomano, in una regione chiamata Palestina come area geografica/amministrativa.
- Per gran parte della sua vita la popolazione era in maggioranza araba (musulmana e cristiana), con una minoranza ebraica storica.
- Dalla fine dell’Ottocento iniziano ad arrivare ondate di immigrati ebrei, soprattutto dall’Europa, spinte sia dal movimento sionista sia dalle persecuzioni antiebraiche.
- Molti terreni vengono acquistati legalmente da organizzazioni sioniste da grandi proprietari fondiari (spesso assenti), ma ciò comporta anche lo sfratto di contadini arabi che li coltivavano.
- Dopo la Prima guerra mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico della Palestina e la Dichiarazione Balfour sostiene la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.
Dal punto di vista di quella persona, sarebbe comprensibile percepire che stava arrivando un nuovo movimento nazionale che intendeva costruire uno Stato sul territorio in cui lui viveva.
Dal punto di vista storico e demografico, furono immigrati ebrei a trasferirsi in Palestina, in numero crescente tra la fine dell’Ottocento e il 1948. Questo è un dato documentato e non particolarmente controverso.
Ma bisogna aggiungere subito un’altra parte del quadro. Per il movimento sionista, non si trattava di “andare a casa di altri”, bensì di ritornare nella terra d’origine storica del popolo ebraico, con cui esisteva un legame religioso, culturale e storico mai completamente interrotto. Inoltre, una parte consistente delle terre fu inizialmente acquistata legalmente.
Queste due narrazioni non sono mutuamente esclusive: descrivono lo stesso processo da prospettive diverse.
Se intendiamo Chi iniziò il processo che portò al conflitto moderno?
allora si può dire che l’avvio del progetto sionista di immigrazione e costruzione di un futuro Stato ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba fu il fattore che diede origine al conflitto nazionale. Questo non implica un giudizio morale; descrive l’origine storica della contesa.
Se invece intendiamo “Chi iniziò le violenze armate?” : la risposta cambia a seconda dell’anno che si prende in esame, perché il conflitto conobbe molte fasi di escalation reciproca.
Per questo molti storici evitano formule come “i palestinesi hanno iniziato” o “gli israeliani hanno iniziato”. È più accurato distinguere l’origine del conflitto politico dall’inizio delle singole fasi di violenza.
In altre parole, se immagini davvero quel palestinese nato nel 1870, sarebbe storicamente plausibile che dicesse: «Io vivevo qui, poi sono arrivati altri con il progetto di fondare un loro Stato anche sulla terra in cui vivevo.» Quella percezione è coerente con la documentazione storica. Allo stesso tempo, un immigrato ebreo dell’epoca avrebbe potuto dire: «Sto tornando nella patria storica del mio popolo e ho acquistato legalmente la terra su cui mi sono stabilito.» Anche questa affermazione può essere storicamente fondata. Il conflitto nasce proprio dal fatto che entrambe le comunità rivendicavano un legame legittimo con lo stesso territorio, pur con esperienze storiche molto diverse.
Se la domanda è:
Qual è il primo episodio di violenza politica tra il movimento sionista e la popolazione araba della Palestina nel periodo moderno?
non esiste un consenso che individui un singolo “primo colpo” da cui tutto deriva. La ragione è che la tensione cresce progressivamente con l’immigrazione, le dispute sulla terra, le trasformazioni economiche e il cambiamento del quadro politico sotto l’Impero ottomano e poi il Mandato britannico.
Se invece restringiamo la domanda a: Qual è il primo grande ciclo di violenza intercomunitaria?
gli storici indicano generalmente gli scontri del 1920 (Nebi Musa), seguiti da quelli di Giaffa nel 1921 e dal massacro di Hebron del 1929. In questi episodi, furono prevalentemente folle o gruppi arabi ad attaccare comunità ebraiche, causando numerose vittime. Questi fatti sono ben documentati.
Ma anche qui bisogna chiedersi: sono “l’inizio” oppure la prima esplosione di un conflitto che covava già?
Molti storici risponderebbero la seconda.
E qui andiamo ad una analogia “for dummies” : “C’è uno che sta fermo e uno che arriva, non si inizia simultaneamente una guerra”.
Dal punto di vista descrittivo, è corretto dire che il movimento sionista organizzò un’immigrazione crescente in un territorio già abitato da una maggioranza araba. Questo è un dato storico.
Ma trasformare quel dato nella frase: “quindi i sionisti iniziarono la violenza” non è una conclusione che segue automaticamente.
Perché immigrare, anche con un progetto nazionale, non è di per sé un atto di violenza armata. Allo stesso tempo, per molti arabi palestinesi dell’epoca, quel progetto era percepito come una minaccia esistenziale, e questa percezione è anch’essa documentata nelle fonti loro contemporanee.
Quindi, se si chiede di individuare il primo uso della forza letale tra le due comunità nel conflitto moderno, la risposta dipende da quanto indietro si vuole andare e da cosa si include (omicidi individuali, rivolte, operazioni organizzate, ecc.). Non esiste una singola fonte primaria che permetta di dire “questo è il primo atto e da qui nasce tutto”.
Se invece si chiede qualcosa di più ampio: Chi introdusse il progetto politico che rese inevitabile il conflitto nazionale?
allora la maggior parte degli storici concorderebbe che il movimento sionista introdusse il progetto di creare uno Stato ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba palestinese vi si oppose, ritenendo che ciò minacciasse il proprio futuro politico e demografico.
Questa non è una valutazione morale; è una descrizione dell’origine della contesa politica. Da lì in avanti, però, la storia documenta una lunga sequenza di azioni e reazioni, con responsabilità distribuite in modo diverso a seconda dell’episodio e del periodo considerato.
Eh ma HAMAS? Terrorismo e basta?
bisogna separare con molta attenzione le ragioni politiche dichiarate, la legittimità di alcune rivendicazioni, e la legittimità dei mezzi impiegati. Mescolare questi piani porta facilmente a conclusioni errate.
Per evitare il problema di fonti costruite per influenzare le ricerche, basiamoci soprattutto su:
- documenti delle Nazioni Unite;
- diritto internazionale umanitario;
- testi originali di Hamas (ad esempio la Carta del 1988 e il documento politico del 2017);
- letteratura accademica consolidata sul conflitto.
Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.
Il contesto comprendeva:
- occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania dal 1967;
- espansione degli insediamenti;
- assenza di uno Stato palestinese;
- crescente sfiducia verso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Dire che Hamas sia nato “senza motivazioni” sarebbe storicamente falso.
Le rivendicazioni di H. hanno una base legittima?
Alcune sì. Ad esempio:
- il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale;
- la richiesta di porre fine all’occupazione militare è sostenuta da numerose risoluzioni ONU;
- la critica all’espansione degli insediamenti israeliani in territorio occupato è condivisa dalla grande maggioranza della comunità internazionale.
Queste non sono posizioni esclusive di Hamas. La questione cambia nei mezzi e in parte negli obiettivi.
La Carta del 1988 conteneva:
- riferimenti religiosi estremi;
- passaggi antisemiti;
- la prospettiva della scomparsa di Israele.
Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico che, pur senza riconoscere Israele, distingue maggiormente tra ebrei come religione e sionismo come ideologia politica e dichiara di poter accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967 come formula di consenso nazionale. Tuttavia non equivale a un riconoscimento dello Stato di Israele.
I metodi di H.
Qui la valutazione è molto più netta dal punto di vista del diritto internazionale: attacchi deliberati contro civili, presa di ostaggi, uccisioni indiscriminate e altri atti rivolti intenzionalmente contro persone non coinvolte nei combattimenti sono vietati dal diritto internazionale umanitario, indipendentemente dalla causa per cui si combatte. Lo stesso principio vale anche per Israele: se un esercito commette attacchi indiscriminati o sproporzionati contro civili, tali atti possono costituire violazioni del diritto internazionale e, a seconda dei casi, crimini di guerra. La legittimità di una causa non rende automaticamente leciti tutti i mezzi impiegati.
Quindi per Hamas (sempre se ne parliamo senza sentire le urla dei nostri cari a 4 metri di distanza, ognuno per la nostra parte) bisogna capire cosa intendiamo con “legittimo”.
Se si intende:
- esistono condizioni storiche che spiegano perché sia nato? Sì (ma le cause esistono per ogni cosa)
- esistono rivendicazioni palestinesi sostenute anche dal diritto internazionale e condivise da Hamas? Sì.
- questo rende legittimi gli attacchi contro civili o altri metodi vietati dal diritto internazionale? No. Così come non lo sono quando lo fanno gli Israeliani.
Queste tre affermazioni possono essere vere contemporaneamente.
È anche importante distinguere Hamas dalla questione palestinese. I diritti dei palestinesi (autodeterminazione, tutela dei civili, aspirazione a uno Stato) non dipendono da Hamas, così come i diritti degli israeliani alla sicurezza e alla protezione dei civili non dipendono dalle politiche del governo israeliano. Confondere un popolo con un’organizzazione politica o armata porta spesso a semplificazioni che non riflettono la complessità storica e giuridica del conflitto.
È , del resto, un fatto molto ben documentato che esistono violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi. Negli ultimi anni, organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni israeliane per i diritti umani e ONG internazionali hanno documentato aggressioni, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e, in alcuni casi, uccisioni. È anche documentato che in diversi episodi le autorità israeliane sono state accusate di non intervenire tempestivamente o di non perseguire efficacemente i responsabili.
È altrettanto un fatto che l’attuale governo israeliano abbia incluso partiti favorevoli all’espansione degli insediamenti e che alcuni ministri abbiano espresso posizioni considerate da molti osservatori come di sostegno, o comunque di forte tolleranza, verso il movimento dei coloni.
È corretto dire che una parte della popolazione israeliana sostiene quei partiti, perché li ha votati. È corretto dire che esiste un consistente movimento dei coloni, con un’influenza politica rilevante. È corretto dire che molti israeliani si oppongono sia alla violenza dei coloni sia ad alcune politiche del governo. Ci sono organizzazioni israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence e Peace Now, oltre a manifestazioni di massa contro il governo per ragioni diverse, che mostrano una società non monolitica.
Si può certamente sostenere che una società abbia una responsabilità collettiva quando tollera o non riesce a fermare determinate politiche. Questo è un argomento che è stato avanzato in molti contesti storici, non solo riguardo a Israele. Ma se giudicassimo troppo nettamente poi lo stesso ragionamento, applicato in modo simmetrico, porterebbe a concludere che la popolazione di Gaza coincida con Hamas, oppure che la popolazione Russa coincida con le decisioni del Cremlino. In alcuni casi può esserci un forte consenso, in altri una miscela di sostegno, opposizione, paura, disillusione o impotenza. Le società raramente sono omogenee.
C’è però questa osservazione che è molto difficile contestare sul piano fattuale: quando violenze ripetute vengono commesse da gruppi identificabili e lo Stato non le previene efficacemente né le reprime con continuità, la responsabilità dello Stato aumenta.
Questa è una conclusione compatibile con il diritto internazionale e con il modo in cui vengono valutati gli obblighi degli Stati: non solo evitare di commettere violazioni direttamente, ma anche proteggere le persone sotto la propria giurisdizione e perseguire chi commette reati.
Sembre se non sono morti o sono stati stuprati (in quale modo si difende, protegge o rivendica qualcosa con degli stupri?) i nostri cari possiamo tentare di distinguere così:
- Responsabilità dello Stato: può essere molto ampia se tollera, incoraggia o non reprime efficacemente certe condotte.
- Responsabilità del governo: dipende dalle sue decisioni, politiche e omissioni.
- Responsabilità dell’intera popolazione: è una questione morale e politica molto più difficile da affermare come fatto storico, perché una popolazione non agisce come un unico soggetto. Anche quando elegge democraticamente un governo, non tutti lo hanno sostenuto, e le possibilità concrete di influenzarne le azioni possono essere molto diverse da persona a persona.
Questa distinzione non serve ad attenuare le responsabilità di un governo o di uno Stato; serve a evitare di attribuire automaticamente a milioni di individui la stessa intenzionalità o partecipazione che può essere dimostrata per chi esercita il potere o compie direttamente gli atti.
Ora, è fantastico sapere che qualche biondo vuole allontanarsi dall’internazionalità, una organizzazione alla volta. Come se ci fosse più bisogno di separarsi di quanto ce ne fosse una volta.
Quasi nessuno Stato, antico o moderno, funziona come se “il popolo” fosse un attore unitario. Gli storici parlano piuttosto di élite politiche, economiche, militari e religiose che hanno una capacità di decisione enormemente superiore a quella del cittadino medio. Esistono teorie delle winning coalitions (la coalizione di sostegno al potere), delle élite, delle reti di influenza e degli interessi organizzati. L’idea centrale è che, in qualunque sistema politico, alcune categorie di attori abbiano un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Questo però non significa che l’intero popolo sia irrilevante.
Per esempio, nel caso di Israele, gli attori con maggiore capacità di incidere comprendono:
- il governo;
- i partiti della coalizione;
- le forze di sicurezza;
- la magistratura;
- il movimento dei coloni (che ha un peso politico superiore al suo peso demografico);
- grandi organizzazioni economiche e religiose;
- l’opinione pubblica, che può rafforzare o indebolire tutti gli altri.
Questi soggetti non hanno tutti lo stesso potere.
Allo stesso modo, a Gaza, Hamas non coincide con “i gazawi”. Hamas è un’organizzazione politico-militare che esercita il governo del territorio, ma non rappresenta automaticamente le preferenze individuali di ogni abitante.
Ci può essere utile una distinzione:
- dire “le élite hanno responsabilità maggiori” è coerente con molta della storiografia e della scienza politica;
- dire “le élite sono gli unici responsabili” sarebbe invece eccessivo, perché anche il consenso sociale, le istituzioni e i comportamenti collettivi possono influenzare gli eventi.
In effetti, una parte importante della ricerca contemporanea sui conflitti cerca proprio di capire come interagiscono élite e società: le élite possono guidare l’opinione pubblica, ma anche esserne vincolate; possono radicalizzare la società, ma possono anche essere spinte da una società già radicalizzata. Il rapporto non è sempre unidirezionale.
Questa prospettiva è anche utile per evitare un errore frequente nel dibattito pubblico: attribuire a un’intera popolazione intenzioni e responsabilità identiche, quando spesso le decisioni cruciali vengono prese da gruppi relativamente ristretti che dispongono del potere politico, militare, economico o mediatico.
E si sa, puoi fare queste considerazioni quando il tuo culo è comodo, in clima temperato, hai mangiato, bevuto, ti sei lavato, non sei stressato e non è direttamente coinvolto qualcuno che ami e tantomeno tu.
Rimane che dire “ormai è andata così, accettiamolo” non esiste. Le verità, tutte, vanno dichiarate. Poi si decide cosa fare “da ora in poi” se si vuole davvero andare avanti e non guardare indietro. Ma non si può solo asserire “basta guardare indietro” per non riconoscere responsabilità. Questo finisce per far dire a una parte “sterminiamoli fino all’ultimo altrimenti non sarà mai finita”, che lo dicano ad alta voce o che se lo ricordi un gruppetto armato in una capanna lontana dagli orecchi degli altri. Il senso di ingiustizia si infiamma quando non si riconosce la verità forse più di quando non ci sono punizioni. Basta che non ci si avvantaggi in modo sfacciato, come se il discorso finale finisse per significare che chi ha fatto più schifo aveva ragione.
