Traduzione italiana di Comfortably Numb Reimagined (Roger Waters)

Più sotto trovate la traduzione in italiano del nuovo testo della ex “Comfortably Numb” nella nuova edizione 2026 dedicata da Roger Waters alla Palestina libera, sia delle parti nuove in inglese (tutte tranne la parte iniziale) che di quelle in lingua araba.

Un invito a leggere la seguente voce: https://en.wikipedia.org/wiki/Weaponization_of_antisemitism

Se lo chiedete a me, si, certo, sono FORTEMENTE in disaccordo con l’imposizione della … beh leggete qui: https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism per un confronto corretto e reale, in cui non è solo qualcuno che dice cosa una parola debba significare, come in una neolingua.

Per il resto studiate storia. Incolpate quei tanti momenti nel passato che hanno concorso e soprattuto l’ex impero britannico e la sua “noncuranza” in cui l’incrocio tra la decolonizzazione, tutto ciò che accadeva ed impegnava tutti in relazione alla seconda guerra mondiale lasciò libertà per ciò che diede poi inizio a tutto mentre in realtà sarebbe stato utile dare spazio ad un popolo senza terra ma non a discapito dei diritti di altri… quindi usando forze allora potenti per stabilire un inizio pacifico, equilibrato, con pari diritti stabiliti formalmente e punendo qualsiasi intemperanza da entrambe le parti, visto che in quel momento le due parti non erano potenti come il resto: stabilire una ripartizione equa e una convivenza funzionante sarebbe stato un compito da non lasciare nelle mani dei soli contendenti: i contendenti contendono. Era un momento delicato, un momento in cui sedersi e negoziare. Non fu così e capire chi iniziò è difficile come vedere quale sassolino genera una valanga. Effettivamente è lui il responsabile, effettivamente la forza potenziale era già nella valanga e lui era solo un sassolino. Tutto è vero, ma quel sassolino, se vuoi giustiziarlo perché la valanga a valle non continui a ribollire come lava… è probabilmente impossibile da trovare. Piccoli gruppi umani più agitati che poi diventano una escalation. Oppure un’idea. E poi chi inizia a renderla reale.

Per quanto riguarda le posizioni di R.Waters sull’Ucraina che posso vedere su Wikipedia, invece, penso di potermi serenamente dissociare.

Fonte su genius Lyrics: https://genius.com/Roger-waters-and-mona-miari-comfortably-numb-re-imagined-full-length-lyrics

(Arabo ed Inglese sono stati tradotti usando direttamente DEEPL.COM)

La parte iniziale è identica all’originale, eccola:

Hello?
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home?
Come on, now
I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?  
Ehi? C’è qualcuno lì dentro? Basta che annuisci se mi senti C’è qualcuno in casa? Dai, su Ho sentito che ti senti giù Beh, posso alleviare il tuo dolore E farti rimettere in piedi Rilassati Prima avrò bisogno di alcune informazioni Solo i dati essenziali Puoi mostrarmi dove ti fa male?

Nell’originale dei Pink Floyd di The Wall, la voce che parla è quella del manager che si rivolge all’alter-ego di Waters, Pink. Qui , immagino, il ribaltamento è che la voce potrebbe, dovrebbe, essere la nostra, quella di chi si trova a Gaza a cercare di dare una mano e parla a qualcuno che è in guerra, che è stato attaccato; le parole che promettevano un aiutino chimico qui si trasformano: l’aiuto che forse potremmo davvero dare, quello umanitario, quello di solidarietà, collaborazione, protezione. Che potremmo ma non stiamo dando perché siamo comfortably numb, oggi, nel 2026. Così, segue la variante di chiamata e risposta, in cui il vecchio Roger Waters si ripromette di non diventare mai (più) comfortably numb.

La gente normale non sa cosa sia la Nakba. Di certo non in occidente, nonostante l’informazione sia disponibile, questo non significa affatto che sia conosciuta. Prima che le persone si interessino di politica (e quindi di storia) nella loro vita, di solito, si arriva almeno all’età del lavoro, non dello studio. Solo allora la politica comincia ad avere un significato e subito ti è chiaro (così è stato con me) che la storia è la politica di ieri. Appena capisci che è importante oggi, subito la storia diventa qualcosa che prima non era. Però, di solito, studi quella che riguarda il tuo paese.

Due LINK nel testo seguente servono ad approfondire i punti più importanti; non ignorarli.

  بعد ما صار، ما ضلّ حدا ما ضلّ كلام، شو نفع السؤال؟ كل اللي راح… دار يا دار، يا دار سكت الليل وانهار وليلِك يا دار غصن الزيتون ضلّ شامخ بين النجوم مليان جراح… جرح مفتوح بيصرخ حرية  Dopo quello che è successo, non è rimasto nessuno Non sono rimaste parole, a che serve chiederselo? Tutto ciò che se n’è andato… Casa mia, casa mia, oh casa mia La notte ha taciuto e si è sgretolata E la tua notte, oh casa mia Il ramo d’ulivo è rimasto eretto tra le stelle Pieno di ferite… Una ferita aperta che grida “libertà”
I feel your pain from New York City
I feel your pain across the sea
A distant ship on the horizon
Is calling out to you and me
Sento il tuo dolore da New York City Sento il tuo dolore dall’altra parte del mare Una nave lontana all’orizzonte Ci sta chiamando, te e me  
وأنا صغيرة كان حلمي حرية اليوم الأمل صار نار الهوية إحنا جذور بتكسر حجر من تحت الردم نرسم الطريق إحنا النور بعد العتمة إحنا الحلم إحنا الوعد بفجر جديد  Da piccola il mio sogno era la libertà Oggi la speranza è diventata il fuoco dell’identità Siamo radici che spezzano la pietra Da sotto le macerie tracciamo la strada Siamo la luce dopo l’oscurità Siamo il sogno Siamo la promessa di una nuova alba
I will never become comfortably numb

We never know about the Nakba
I was only 5 years old in ‘48
We were unaware what was happеning over there
It brеaks my heart I came on board so late
You reached us all with your rallying cry
Now here we stand at the gate
Non mi lascerò mai intorpidire dall’indifferenza   Non sapevamo nulla della Nakba Nel ’48 avevo solo 5 anni Non sapevamo cosa stesse succedendo laggiù Mi spezza il cuore essermi unito alla causa così tardi Hai raggiunto tutti noi con il tuo grido di battaglia Ora eccoci qui, alle porte  
يا كاتب الورقة، اكتب ومليها احكيلي كيف كبر هالحصار فيها ووقّعوا البيوت ناس بتحيا، كتير بتموت القلب باقي ومكتوب الرجوع  Ehi, tu che scrivi su quel foglio, scrivi e riempilo Raccontami come è cresciuto questo assedio lì dentro E hanno sigillato le case C’è chi vive, ma molti muoiono Il cuore rimane e il ritorno è scritto
he time has come for a new beginning It’s time to draw a new line in the sand Time to clean the slate. Go back to 1948 ‏Before the settlers stole the land When Grandma’s key unlocked the door And everyone revered the olive tree And every human life was sacred Everyone Every daughter and every son With equal human rights for everyone  È giunto il momento di un nuovo inizio È ora di tracciare una nuova linea nella sabbia È ora di ricominciare da zero. Tornare al 1948 Prima che i coloni rubassero la terra Quando la chiave della nonna apriva la porta E tutti veneravano l’ulivo E ogni vita umana era sacra Tutti Ogni figlia e ogni figlio Con pari diritti umani per tutti  
ما أحلى حمام الدار ما أحلى حمام يا أمي لاقيني  Che bello il bagno di casa! Che bello il bagno! Mamma, vieni a prendermi!
Is there a lullaby?
Is any of a child’s name
I hear youy through the rubble
I can feel you pain
C’è una ninna nanna? C’è il nome di un bambino? Ti sento tra le macerie Sento il tuo dolore  
أسمعك كل صباح تصلّين مع أمّك صمودك المستمر يناديني من بعيد  Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua madre La tua tenacia mi chiama da lontano
I hear you every morning praying with your mom
Your steadfast perseverance calls me from afar
Ti sento ogni mattina mentre preghi con tua mamma La tua incrollabile perseveranza mi chiama da lontano  
بأمّنك عالوطن  Che Dio ti protegga, patria nostra
I hear a mother’s prayerSento la preghiera di una madre  
بترابه وشجره  Con la sua terra e i suoi alberi
Cross the regimeOpporsi al regime  
بضمّ قلبك وبصلّي وقت المغيب  Abbraccia il tuo cuore e prega al tramonto
I hear an angel’s voice calling in harmonySento la voce di un angelo che chiama in armonia  
رح تتحرر  Sarai libero  
Palestine wants to be freeLa Palestina vuole essere libera  
أحرار رح نظلّ  Rimarremo liberi  
I will cross the ocean just to save one olive treeAttraverserei l’oceano solo per salvare un ulivo  
ولو من الأرض للسما طالعين  E se anche dovessimo salire dalla terra al cielo
With equal rights for everyone, from the river to the sea
Our destiny, our homeland
Palestine
Con pari diritti per tutti, dal fiume al mare Il nostro destino, la nostra patria Palestina  
فلسطين  Palestina  

Questo qui sopra era il testo tradotto, STOP.

Storia, politica:

Cosa serve per approfondire meglio ed essere meno parziali storicamente e non riflettere SOLO la prospettiva palestinese, pur sapendo che la sproporzione sul lato Israeliano oggi-2026 ha ampiamente passato il segno?

Non ci sono errori fattuali in quanto ho riportato, ma vi può interessare, se desiderate rimanere equanimi (lodevole) approfondire:

  • gli attacchi contro i civili ebrei nel 1947-48;

La prima cosa da chiarire è che gli attacchi contro civili ebrei nel 1947–48 sono un fatto storico documentato, così come lo sono gli attacchi contro civili arabi nello stesso periodo. Negare una delle due categorie di violenza non è coerente con la documentazione disponibile. Qui ( https://www.un.org/unispal/document-source/united-nations-special-committee-on-palestine-unscop/ ) trovi: rapporti originali ONU, telegrammi, rapporti dei mediatori, verbali del Consiglio di Sicurezza e documenti del 1947-48. Se si considera la guerra civile successiva al voto ONU del 29 novembre 1947, è ampiamente documentato che i primi scontri armati iniziarono quasi immediatamente, con attacchi contro traffico e insediamenti ebraici da parte di gruppi armati arabi, ai quali seguirono rapidamente rappresaglie e operazioni offensive delle organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi). Ma questo non significa che prima del 29 novembre non ci fosse stata violenza ebraica: negli anni precedenti erano avvenuti anche attentati e operazioni armate di gruppi sionisti contro britannici e, in alcuni casi, contro civili arabi. Per questo gli storici preferiscono parlare di escalation reciproca, distinguendo però le varie fasi del conflitto. Le fonti ONU sono buone Perché sono documenti prodotti mentre gli eventi stavano accadendo, non ricostruzioni posteriori. Ad esempio, il rapporto del mediatore ONU Folke Bernadotte descrive come, dopo la risoluzione del 29 novembre 1947, la Palestina precipitò rapidamente nella guerra civile e riassume la posizione delle parti e l’evoluzione del conflitto.

  • la guerra civile precedente all’invasione araba;
  • il rifiuto arabo del piano ONU;
  • il contesto della Shoah nella nascita del consenso internazionale verso uno Stato ebraico;
  • le espulsioni di ebrei da diversi Paesi arabi negli anni successivi.

“si ma chi ha iniziato?”

La risposta più rigorosa è: dipende da quale “inizio” si intende. Le fonti primarie consentono di stabilire la sequenza degli eventi in alcune fasi, ma non esiste un documento primario che dica “la guerra è iniziata perché X ha iniziato”. Quella è una conclusione storica, non un fatto registrato da un verbale.

Se prendiamo come riferimento la guerra civile del 1947–48, cioè il conflitto iniziato dopo l’adozione della Risoluzione 181 dell’ONU il 29 novembre 1947, la sequenza documentata è questa:

  • Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva il piano di partizione.
  • Già il 30 novembre iniziano violenze armate tra le comunità.
  • I primi episodi mortali ampiamente documentati furono attacchi contro il traffico ebraico da parte di gruppi arabi irregolari, tra cui l’imboscata a un autobus vicino a Kfar Sirkin/Petah Tikva, in cui morirono passeggeri ebrei.
  • Nelle ore e nei giorni successivi seguirono rappresaglie e operazioni armate delle organizzazioni ebraiche (Haganah, Irgun e Lehi), e il conflitto si estese rapidamente.

Questa sequenza è riportata anche nei rapporti contemporanei delle autorità britanniche e delle Nazioni Unite, che descrivono l’esplosione della violenza immediatamente dopo il voto ONU.

Quindi, se la domanda è strettamente limitata a “chi compì i primi attacchi armati dopo il voto ONU del 29 novembre 1947?”, la documentazione contemporanea indica che i primi attacchi letali furono compiuti da gruppi armati arabi contro obiettivi ebraici, seguiti quasi subito da rappresaglie e operazioni delle forze ebraiche.

Ma sarebbe scorretto trasformare questo in “quindi gli arabi hanno iniziato il conflitto” senza specificare quale conflitto. Se si allarga l’orizzonte temporale:

  • negli anni ’20 e ’30 vi erano già stati massacri di ebrei (ad esempio Hebron nel 1929);
  • negli anni ’40 gruppi sionisti come Irgun e Lehi avevano compiuto attentati contro le autorità britanniche e anche operazioni che causarono vittime arabe;
  • il conflitto tra i due movimenti nazionali precedeva di decenni il 1947.

Per questo gli storici seri tendono a formulare la conclusione in modo preciso:

  • Chi iniziò le ostilità armate immediatamente dopo la Risoluzione ONU 181? Le prime azioni letali documentate furono attacchi di milizie arabe contro civili e convogli ebraici.
  • Chi iniziò il conflitto israelo-palestinese? Non esiste una risposta univoca ricavabile da una singola fonte primaria, perché dipende da quale fase storica si considera (immigrazione sionista, rivolte del Mandato, guerra civile del 1947–48, guerra arabo-israeliana del 1948, ecc.).

Questa distinzione è importante perché evita di attribuire a una constatazione fattuale circoscritta un significato storico più ampio di quello che le fonti possono sostenere.

Non sei soddisfatto eh? Ma chiaro. Come nacque il conflitto?

vediamola dal POV di un abitante arabo della Palestina nato nel 1870 e ancora vivo nel 1920 — la sua esperienza storica sarebbe stata grossomodo questa:

  • È nato nell’Impero ottomano, in una regione chiamata Palestina come area geografica/amministrativa.
  • Per gran parte della sua vita la popolazione era in maggioranza araba (musulmana e cristiana), con una minoranza ebraica storica.
  • Dalla fine dell’Ottocento iniziano ad arrivare ondate di immigrati ebrei, soprattutto dall’Europa, spinte sia dal movimento sionista sia dalle persecuzioni antiebraiche.
  • Molti terreni vengono acquistati legalmente da organizzazioni sioniste da grandi proprietari fondiari (spesso assenti), ma ciò comporta anche lo sfratto di contadini arabi che li coltivavano.
  • Dopo la Prima guerra mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico della Palestina e la Dichiarazione Balfour sostiene la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.

Dal punto di vista di quella persona, sarebbe comprensibile percepire che stava arrivando un nuovo movimento nazionale che intendeva costruire uno Stato sul territorio in cui lui viveva.

Dal punto di vista storico e demografico, furono immigrati ebrei a trasferirsi in Palestina, in numero crescente tra la fine dell’Ottocento e il 1948. Questo è un dato documentato e non particolarmente controverso.

Ma bisogna aggiungere subito un’altra parte del quadro. Per il movimento sionista, non si trattava di “andare a casa di altri”, bensì di ritornare nella terra d’origine storica del popolo ebraico, con cui esisteva un legame religioso, culturale e storico mai completamente interrotto. Inoltre, una parte consistente delle terre fu inizialmente acquistata legalmente.

Queste due narrazioni non sono mutuamente esclusive: descrivono lo stesso processo da prospettive diverse.

Se intendiamo Chi iniziò il processo che portò al conflitto moderno?

allora si può dire che l’avvio del progetto sionista di immigrazione e costruzione di un futuro Stato ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba fu il fattore che diede origine al conflitto nazionale. Questo non implica un giudizio morale; descrive l’origine storica della contesa.

Se invece intendiamo “Chi iniziò le violenze armate?” : la risposta cambia a seconda dell’anno che si prende in esame, perché il conflitto conobbe molte fasi di escalation reciproca.

Per questo molti storici evitano formule come “i palestinesi hanno iniziato” o “gli israeliani hanno iniziato”. È più accurato distinguere l’origine del conflitto politico dall’inizio delle singole fasi di violenza.

In altre parole, se immagini davvero quel palestinese nato nel 1870, sarebbe storicamente plausibile che dicesse: «Io vivevo qui, poi sono arrivati altri con il progetto di fondare un loro Stato anche sulla terra in cui vivevo.» Quella percezione è coerente con la documentazione storica. Allo stesso tempo, un immigrato ebreo dell’epoca avrebbe potuto dire: «Sto tornando nella patria storica del mio popolo e ho acquistato legalmente la terra su cui mi sono stabilito.» Anche questa affermazione può essere storicamente fondata. Il conflitto nasce proprio dal fatto che entrambe le comunità rivendicavano un legame legittimo con lo stesso territorio, pur con esperienze storiche molto diverse.

Se la domanda è:

Qual è il primo episodio di violenza politica tra il movimento sionista e la popolazione araba della Palestina nel periodo moderno?

non esiste un consenso che individui un singolo “primo colpo” da cui tutto deriva. La ragione è che la tensione cresce progressivamente con l’immigrazione, le dispute sulla terra, le trasformazioni economiche e il cambiamento del quadro politico sotto l’Impero ottomano e poi il Mandato britannico.

Se invece restringiamo la domanda a: Qual è il primo grande ciclo di violenza intercomunitaria?

gli storici indicano generalmente gli scontri del 1920 (Nebi Musa), seguiti da quelli di Giaffa nel 1921 e dal massacro di Hebron del 1929. In questi episodi, furono prevalentemente folle o gruppi arabi ad attaccare comunità ebraiche, causando numerose vittime. Questi fatti sono ben documentati.

Ma anche qui bisogna chiedersi: sono “l’inizio” oppure la prima esplosione di un conflitto che covava già?

Molti storici risponderebbero la seconda.

E qui andiamo ad una analogia “for dummies” : “C’è uno che sta fermo e uno che arriva, non si inizia simultaneamente una guerra”.

Dal punto di vista descrittivo, è corretto dire che il movimento sionista organizzò un’immigrazione crescente in un territorio già abitato da una maggioranza araba. Questo è un dato storico.

Ma trasformare quel dato nella frase: “quindi i sionisti iniziarono la violenza” non è una conclusione che segue automaticamente.

Perché immigrare, anche con un progetto nazionale, non è di per sé un atto di violenza armata. Allo stesso tempo, per molti arabi palestinesi dell’epoca, quel progetto era percepito come una minaccia esistenziale, e questa percezione è anch’essa documentata nelle fonti loro contemporanee.

Quindi, se si chiede di individuare il primo uso della forza letale tra le due comunità nel conflitto moderno, la risposta dipende da quanto indietro si vuole andare e da cosa si include (omicidi individuali, rivolte, operazioni organizzate, ecc.). Non esiste una singola fonte primaria che permetta di dire “questo è il primo atto e da qui nasce tutto”.

Se invece si chiede qualcosa di più ampio: Chi introdusse il progetto politico che rese inevitabile il conflitto nazionale?

allora la maggior parte degli storici concorderebbe che il movimento sionista introdusse il progetto di creare uno Stato ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba palestinese vi si oppose, ritenendo che ciò minacciasse il proprio futuro politico e demografico.

Questa non è una valutazione morale; è una descrizione dell’origine della contesa politica. Da lì in avanti, però, la storia documenta una lunga sequenza di azioni e reazioni, con responsabilità distribuite in modo diverso a seconda dell’episodio e del periodo considerato.

Eh ma HAMAS? Terrorismo e basta?

bisogna separare con molta attenzione le ragioni politiche dichiarate, la legittimità di alcune rivendicazioni, e la legittimità dei mezzi impiegati. Mescolare questi piani porta facilmente a conclusioni errate.

Per evitare il problema di fonti costruite per influenzare le ricerche, basiamoci soprattutto su:

  • documenti delle Nazioni Unite;
  • diritto internazionale umanitario;
  • testi originali di Hamas (ad esempio la Carta del 1988 e il documento politico del 2017);
  • letteratura accademica consolidata sul conflitto.

Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, come ramo palestinese dei Fratelli Musulmani.

Il contesto comprendeva:

  • occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania dal 1967;
  • espansione degli insediamenti;
  • assenza di uno Stato palestinese;
  • crescente sfiducia verso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Dire che Hamas sia nato “senza motivazioni” sarebbe storicamente falso.

Le rivendicazioni di H. hanno una base legittima?

Alcune sì. Ad esempio:

  • il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale;
  • la richiesta di porre fine all’occupazione militare è sostenuta da numerose risoluzioni ONU;
  • la critica all’espansione degli insediamenti israeliani in territorio occupato è condivisa dalla grande maggioranza della comunità internazionale.

Queste non sono posizioni esclusive di Hamas. La questione cambia nei mezzi e in parte negli obiettivi.

La Carta del 1988 conteneva:

  • riferimenti religiosi estremi;
  • passaggi antisemiti;
  • la prospettiva della scomparsa di Israele.

Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo documento politico che, pur senza riconoscere Israele, distingue maggiormente tra ebrei come religione e sionismo come ideologia politica e dichiara di poter accettare uno Stato palestinese nei confini del 1967 come formula di consenso nazionale. Tuttavia non equivale a un riconoscimento dello Stato di Israele.

I metodi di H.

Qui la valutazione è molto più netta dal punto di vista del diritto internazionale: attacchi deliberati contro civili, presa di ostaggi, uccisioni indiscriminate e altri atti rivolti intenzionalmente contro persone non coinvolte nei combattimenti sono vietati dal diritto internazionale umanitario, indipendentemente dalla causa per cui si combatte. Lo stesso principio vale anche per Israele: se un esercito commette attacchi indiscriminati o sproporzionati contro civili, tali atti possono costituire violazioni del diritto internazionale e, a seconda dei casi, crimini di guerra. La legittimità di una causa non rende automaticamente leciti tutti i mezzi impiegati.

Quindi per Hamas (sempre se ne parliamo senza sentire le urla dei nostri cari a 4 metri di distanza, ognuno per la nostra parte) bisogna capire cosa intendiamo con “legittimo”.

Se si intende:

  • esistono condizioni storiche che spiegano perché sia nato? Sì (ma le cause esistono per ogni cosa)
  • esistono rivendicazioni palestinesi sostenute anche dal diritto internazionale e condivise da Hamas? Sì.
  • questo rende legittimi gli attacchi contro civili o altri metodi vietati dal diritto internazionale? No. Così come non lo sono quando lo fanno gli Israeliani.

Queste tre affermazioni possono essere vere contemporaneamente.

È anche importante distinguere Hamas dalla questione palestinese. I diritti dei palestinesi (autodeterminazione, tutela dei civili, aspirazione a uno Stato) non dipendono da Hamas, così come i diritti degli israeliani alla sicurezza e alla protezione dei civili non dipendono dalle politiche del governo israeliano. Confondere un popolo con un’organizzazione politica o armata porta spesso a semplificazioni che non riflettono la complessità storica e giuridica del conflitto.

È , del resto, un fatto molto ben documentato che esistono violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi. Negli ultimi anni, organismi come le Nazioni Unite, organizzazioni israeliane per i diritti umani e ONG internazionali hanno documentato aggressioni, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e, in alcuni casi, uccisioni. È anche documentato che in diversi episodi le autorità israeliane sono state accusate di non intervenire tempestivamente o di non perseguire efficacemente i responsabili.

È altrettanto un fatto che l’attuale governo israeliano abbia incluso partiti favorevoli all’espansione degli insediamenti e che alcuni ministri abbiano espresso posizioni considerate da molti osservatori come di sostegno, o comunque di forte tolleranza, verso il movimento dei coloni.

È corretto dire che una parte della popolazione israeliana sostiene quei partiti, perché li ha votati. È corretto dire che esiste un consistente movimento dei coloni, con un’influenza politica rilevante. È corretto dire che molti israeliani si oppongono sia alla violenza dei coloni sia ad alcune politiche del governo. Ci sono organizzazioni israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence e Peace Now, oltre a manifestazioni di massa contro il governo per ragioni diverse, che mostrano una società non monolitica.

Si può certamente sostenere che una società abbia una responsabilità collettiva quando tollera o non riesce a fermare determinate politiche. Questo è un argomento che è stato avanzato in molti contesti storici, non solo riguardo a Israele. Ma se giudicassimo troppo nettamente poi lo stesso ragionamento, applicato in modo simmetrico, porterebbe a concludere che la popolazione di Gaza coincida con Hamas, oppure che la popolazione Russa coincida con le decisioni del Cremlino. In alcuni casi può esserci un forte consenso, in altri una miscela di sostegno, opposizione, paura, disillusione o impotenza. Le società raramente sono omogenee.

C’è però questa osservazione che è molto difficile contestare sul piano fattuale: quando violenze ripetute vengono commesse da gruppi identificabili e lo Stato non le previene efficacemente né le reprime con continuità, la responsabilità dello Stato aumenta.

Questa è una conclusione compatibile con il diritto internazionale e con il modo in cui vengono valutati gli obblighi degli Stati: non solo evitare di commettere violazioni direttamente, ma anche proteggere le persone sotto la propria giurisdizione e perseguire chi commette reati.

Sembre se non sono morti o sono stati stuprati (in quale modo si difende, protegge o rivendica qualcosa con degli stupri?) i nostri cari possiamo tentare di distinguere così:

  • Responsabilità dello Stato: può essere molto ampia se tollera, incoraggia o non reprime efficacemente certe condotte.
  • Responsabilità del governo: dipende dalle sue decisioni, politiche e omissioni.
  • Responsabilità dell’intera popolazione: è una questione morale e politica molto più difficile da affermare come fatto storico, perché una popolazione non agisce come un unico soggetto. Anche quando elegge democraticamente un governo, non tutti lo hanno sostenuto, e le possibilità concrete di influenzarne le azioni possono essere molto diverse da persona a persona.

Questa distinzione non serve ad attenuare le responsabilità di un governo o di uno Stato; serve a evitare di attribuire automaticamente a milioni di individui la stessa intenzionalità o partecipazione che può essere dimostrata per chi esercita il potere o compie direttamente gli atti.

Ora, è fantastico sapere che qualche biondo vuole allontanarsi dall’internazionalità, una organizzazione alla volta. Come se ci fosse più bisogno di separarsi di quanto ce ne fosse una volta.

Quasi nessuno Stato, antico o moderno, funziona come se “il popolo” fosse un attore unitario. Gli storici parlano piuttosto di élite politiche, economiche, militari e religiose che hanno una capacità di decisione enormemente superiore a quella del cittadino medio. Esistono teorie delle winning coalitions (la coalizione di sostegno al potere), delle élite, delle reti di influenza e degli interessi organizzati. L’idea centrale è che, in qualunque sistema politico, alcune categorie di attori abbiano un’influenza sproporzionata rispetto al loro numero. Questo però non significa che l’intero popolo sia irrilevante.

Per esempio, nel caso di Israele, gli attori con maggiore capacità di incidere comprendono:

  • il governo;
  • i partiti della coalizione;
  • le forze di sicurezza;
  • la magistratura;
  • il movimento dei coloni (che ha un peso politico superiore al suo peso demografico);
  • grandi organizzazioni economiche e religiose;
  • l’opinione pubblica, che può rafforzare o indebolire tutti gli altri.

Questi soggetti non hanno tutti lo stesso potere.

Allo stesso modo, a Gaza, Hamas non coincide con “i gazawi”. Hamas è un’organizzazione politico-militare che esercita il governo del territorio, ma non rappresenta automaticamente le preferenze individuali di ogni abitante.

Ci può essere utile una distinzione:

  • dire “le élite hanno responsabilità maggiori” è coerente con molta della storiografia e della scienza politica;
  • dire “le élite sono gli unici responsabili” sarebbe invece eccessivo, perché anche il consenso sociale, le istituzioni e i comportamenti collettivi possono influenzare gli eventi.

In effetti, una parte importante della ricerca contemporanea sui conflitti cerca proprio di capire come interagiscono élite e società: le élite possono guidare l’opinione pubblica, ma anche esserne vincolate; possono radicalizzare la società, ma possono anche essere spinte da una società già radicalizzata. Il rapporto non è sempre unidirezionale.

Questa prospettiva è anche utile per evitare un errore frequente nel dibattito pubblico: attribuire a un’intera popolazione intenzioni e responsabilità identiche, quando spesso le decisioni cruciali vengono prese da gruppi relativamente ristretti che dispongono del potere politico, militare, economico o mediatico.

E si sa, puoi fare queste considerazioni quando il tuo culo è comodo, in clima temperato, hai mangiato, bevuto, ti sei lavato, non sei stressato e non è direttamente coinvolto qualcuno che ami e tantomeno tu.

Rimane che dire “ormai è andata così, accettiamolo” non esiste. Le verità, tutte, vanno dichiarate. Poi si decide cosa fare “da ora in poi” se si vuole davvero andare avanti e non guardare indietro. Ma non si può solo asserire “basta guardare indietro” per non riconoscere responsabilità. Questo finisce per far dire a una parte “sterminiamoli fino all’ultimo altrimenti non sarà mai finita”, che lo dicano ad alta voce o che se lo ricordi un gruppetto armato in una capanna lontana dagli orecchi degli altri. Il senso di ingiustizia si infiamma quando non si riconosce la verità forse più di quando non ci sono punizioni. Basta che non ci si avvantaggi in modo sfacciato, come se il discorso finale finisse per significare che chi ha fatto più schifo aveva ragione.

Israele ti GAZA parecchio: PARABELLUM USA, guerrafondai by design dal 1800

Israele può fare il cazzo che gli pare a Gaza contro la Palestina, perché ha con sé gli USA. Agli USA serve Israele, contro l’Iran. Ma che cazzo gli ha fatto ‘sto Iran? Ma niente dai: esiste e insiste fastidiosamente a osar considerare gli invasori come tali. Che stronzi eh?

Exporing Gunship Diplomacy since 1800

Perché gli USA sono così preoccupati dall’Iran?

  1. Rivalità geopolitica e militare nella regione:
    Gli Stati Uniti vedono l’Iran come un attore destabilizzante in Medio Oriente. L’Iran ha cercato, sin dalla sua rivoluzione islamica del 1979, di ridisegnare gli equilibri geopolitici regionali. La rivoluzione ha rovesciato il regime filo-occidentale dello Shah, instaurando una repubblica teocratica che ha assunto posizioni ideologicamente ostili verso gli USA.

L’Iran ha sostenuto gruppi e movimenti che gli Stati Uniti considerano “terroristi”, come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e le milizie irachene pro-iraniane. Inoltre, l’Iran è stato accusato di aver contribuito a destabilizzare vari paesi arabi, come l’Iraq e la Siria, attraverso il suo supporto a regimi e gruppi alleati.

  1. Il programma nucleare iraniano:
    Questo è un altro elemento centrale nella tensione tra USA e Iran. Gli Stati Uniti e molte altre nazioni (come Israele) temono che l’Iran possa sviluppare capacità nucleari militari. Nonostante l’Iran abbia sempre sostenuto che il suo programma nucleare sia a scopi pacifici (produzione di energia, ricerca medica), la preoccupazione è che possa, a lungo termine, acquisire l’abilità di costruire armi nucleari.

Il 2015 ha visto l’accordo internazionale noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che ha cercato di limitare e monitorare il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Tuttavia, nel 2018, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo, aumentando le tensioni. Da allora, l’Iran ha iniziato a ridurre i suoi impegni verso l’accordo, riprendendo attività nucleari controverse.

  1. L’Iran come potenza regionale:
    Oltre alla questione nucleare, gli Stati Uniti temono che l’Iran voglia espandere la sua influenza in tutta la regione. In particolare, l’Iran cerca di creare un “corridoio terrestre” che vada dalla sua frontiera attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano, permettendogli di rafforzare il suo controllo sulla regione e influenzare direttamente Israele e altri alleati degli Stati Uniti. Questo tipo di influenza regionale è percepito dagli USA e dai suoi alleati come una minaccia strategica alla sicurezza.
  2. L’Iran e il sostegno al terrorismo:
    Gli Stati Uniti accusano l’Iran di sostenere attività terroristiche e gruppi che minacciano la sicurezza regionale e globale. Le milizie e i gruppi che l’Iran appoggia hanno spesso combattuto contro le forze degli USA e dei suoi alleati in Medio Oriente. Per esempio, in Iraq, dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iran ha sostenuto gruppi militanti come le Forze di Mobilitazione Popolare (PMU), che hanno combattuto contro l’occupazione americana.
  3. Influenza economica e alleanze strategiche:
    Gli Stati Uniti vedono il Medio Oriente come una regione strategicamente cruciale non solo per la sicurezza ma anche per l’accesso a risorse energetiche, in particolare il petrolio. Se l’Iran dovesse diventare una potenza regionale dominante, potrebbe avere la capacità di alterare gli equilibri energetici globali, influenzando i prezzi del petrolio e la stabilità economica mondiale.
  4. La rivalità con l’Arabia Saudita e altri alleati sunniti:
    Gli Stati Uniti hanno alleanze molto forti con paesi sunniti come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait. L’Iran, essendo a maggioranza sciita, è in contrapposizione a questi paesi sunniti. Gli Stati Uniti sono preoccupati che un Iran potente e influente possa minacciare i loro alleati e creare un contrappeso nella regione, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente.

Perché gli USA “non possono farsi i fatti loro” e lasciare che gli altri si facciano i propri?

  1. Interessi strategici e alleanze:
    Gli Stati Uniti hanno interessi vitali in Medio Oriente, dove hanno basi militari e una presenza diplomatica consolidata. La sicurezza di Israele è una delle principali priorità per Washington, e Israele vede l’Iran come una minaccia esistenziale, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare iraniano. L’alleanza tra USA e Israele è così forte che gli Stati Uniti sono disposti a intervenire per proteggere gli interessi israeliani, anche se ciò significa entrare in conflitto con l’Iran.
  2. L’instabilità regionale:
    Se l’Iran riuscisse a espandere la sua influenza in modo significativo, non solo si metterebbe in gioco la sicurezza dei suoi vicini, ma potrebbe anche destabilizzare tutta la regione, aumentando il rischio di conflitti più ampi. Gli Stati Uniti, storicamente, non sono disposti a lasciare una simile instabilità crescere, soprattutto in una zona così strategicamente importante.
  3. Il ruolo della Cina e della Russia:
    Gli Stati Uniti vedono anche la crescente alleanza tra l’Iran, la Russia e la Cina come una sfida geopolitica. Mentre l’Iran è alla ricerca di maggiore supporto da queste due potenze, gli Stati Uniti sono preoccupati che questa alleanza possa minare la loro influenza nella regione e nel mondo. La Cina, in particolare, ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante nella politica iraniana, con investimenti infrastrutturali e accordi economici. Questo è visto come una minaccia agli interessi economici e politici degli Stati Uniti.

Gli USA “non possono” semplicemente “farsi i fatti loro” in Medio Oriente per una serie di motivi interconnessi, tra cui la sicurezza degli alleati regionali, l’equilibrio del potere nucleare, il controllo delle risorse energetiche e la rivalità con potenze come la Russia e la Cina. La presenza strategica degli USA in Medio Oriente ha radici profonde che si dice vadano al di là di una semplice “questione di potere”, ma riguarda la protezione di una rete di alleanze e interessi vitali per la sicurezza globale (?) e la stabilità economica (di chi?) . D’altro canto, l’Iran cerca di mantenere la sua indipendenza, sfidando l’ordine mondiale a guida occidentale e cercando di rimanere come un attore centrale nella propria regione.

Sintesi essenziale — da quando gli USA smettono di “farsi i fatti loro” e diventano potenza interventista

Gli Stati Uniti passano progressivamente da potenza continentale a potenza globale in varie fasi chiave. Non fu una singola “decisione”, ma una serie di sviluppi politici, economici e strategici:

  1. Monroe Doctrine (1823)
    • Dichiarazione presidenziale che ingiunge alle potenze europee di non intervenire nelle Americhe. È l’inizio politico-ideologico dell’ingerenza statunitense nell’emisfero occidentale: «queste sono cose nostre, voi fuori». Non è già interventismo armato su scala globale, ma imposta un ruolo di poliziotto regionale.
  2. Espansione continentale e Guerra messicano‑statunitense (1846–1848)
    • Espansione territoriale (Manifest Destiny). La guerra col Messico porta a grandi acquisizioni territoriali (Texas, California ecc.) e dimostra la volontà di usare la forza per interessi nazionali.
  3. Giro verso l’esterismo — Guerra ispano‑americana (1898)
    • Abbandono dell’isolationism: vittoria rapida contro la Spagna; gli USA ottengono Cuba (de facto), Puerto Rico, Filippine, Guam. Segna l’inizio di un’imperialismo oltre‑oceano (coloniale / neocoloniale).
  4. Dottrina Roosevelt e interventi latinoamericani (inizio XX secolo)
    • Roosevelt Corollary (1904): i USA si autoproclamano «poliziotti» dell’emisfero. Seguono i “Banana Wars”: interventi militari, occupazioni, supporto a governi amici in America Latina e Caraibi (Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Panama).
  5. Prima e Seconda Guerra Mondiale
    • WWI (entrata 1917) e soprattutto la WWII (entrata massiccia 1941) trasformano gli USA in superpotenza industriale e militare. Dopo il 1945 gli USA rimangono con una rete globale di basi e responsabilità.
  6. Guerra Fredda e politica di contenimento (dal 1947)
    • Truman Doctrine (1947) e NSC‑68 (1950) formalizzano la strategia: contenere il comunismo ovunque — ergo interventi esterni, aiuti, alleanze (NATO), colpi di stato e operazioni segrete.
    • Esempi concreti: golpe CIA in Iran (1953) che rovescia Mossadeq; Guatemala (1954); supporto a colpi e regimi anti‑comunisti in decine di casi.
  7. Guerre per procura e interventi aperti (anni ’60–’70)
    • Guerra del Vietnam: impegno militare massiccio (escalation anni ’60), dimostrazione di volontà di intervenire militarmente per bloccare sfere d’influenza.
    • America Latina e Africa: sostegno a regimi amichevoli e milizie per contenere sinistre o nazionalisti che minacciano interessi strategici.
  8. Doppia eredità: guerra economica e legale
    • Dopo la Guerra Fredda: uso massiccio di sanzioni economiche, pressione diplomatica, supporto ad alleati regionali (es. Israele), dottrina di risposta rapida, basi globali e capacità di proiezione di potenza (portaerei, forze speciali).
    • Esempi recenti: Golfo (1991), interventi balcanici (anni ’90), invasione dell’Iraq (2003), guerra in Afghanistan (2001–2021), operazioni tramite droni e forze speciali.

Meccanismi che gli USA usano (oltre al semplice “potere militare”)

  • Forza militare convenzionale: interventi aperti, basi, attacchi aerei.
  • Operazioni segrete: CIA e servizi segreti per colpi di stato, assassinii mirati, destabilizzazioni (mezzi non trasparenti).
  • Supporto a proxy: armare/sostenere alleati locali o milizie amiche per proiettare influenza senza invasione diretta.
  • Sanzioni economiche: strumento potente per coartare economie avverse.
  • Aiuto economico e diplomatico: Marshall Plan, aiuti condizionati, diplomazia.
  • Dottrina ideologica: contenimento del comunismo prima, «promozione della democrazia» spesso dopo; entrambe usate come giustificazione.
  • Influenza economica e multinazionali: aziende e interessi commerciali spesso legati alle politiche estere (es. energia, accesso ai mercati).
  • Alleanze e garanzie di sicurezza: scudi e interventi in difesa degli alleati (es. protezione di Israele, garanzie ai paesi del Golfo).

Quando si può dire che gli USA «decidono di non farsi i fatti propri»?

Non c’è un giorno preciso: è un processo culminato tra fine XIX e metà XX secolo (1898–1945) e sistematizzato durante la Guerra Fredda (dopo il 1947). Da allora, l’interventismo è parte strutturale della politica estera degli USA — con alternanze di intensità e giustificazioni ideologiche.

Perché lo fanno:

  • Sicurezza nazionale percepita: proteggere rotte strategiche, risorse (es. petrolio) e garantire che potenze rivali non controllino nodi chiave.
  • Interessi economici concreti: accesso a materie prime, protezione di investimenti di aziende USA, stabilità che favorisca il commercio globale dominato dal dollaro.
  • Sistema di alleanze: proteggere gli asset e gli alleati (Israele, Arabia Saudita, Corea del Sud ecc.) che a loro volta rafforzano la posizione globale statunitense.
  • Ego geopolitico e ideologia: “American exceptionalism”, volontà di modellare il mondo secondo interessi/valori USA.
  • Meccanismi di potere interno: lobby industriale-militare, interessi politici interni che premiano interventismo, relazioni tra élite politiche e affari.

Critiche e realpolitik

  • Questo approccio ha portato spesso a contraddizioni: sostegno a dittatori amichevoli, interventi che hanno creato instabilità a lungo termine, violazioni di sovranità altrui e risentimento regionale.
  • Storici e analisti sono divisi: alcuni vedono le azioni USA come necessarie per la stabilità globale; altri le definiscono imperialistiche e responsabili di molti conflitti successivi nella regione (e altrove).

Fonti e autori che approfondiscono (per verificare senza propaganda)

  • Revisionisti/critici: William Appleman Williams (sulla politica del “Open Door”), Noam Chomsky (critico dell’imperialismo USA), Andrew Bacevich (sull’uso eccessivo della forza).
  • Storici della Guerra Fredda: John Lewis Gaddis, Odd Arne Westad.
  • Studi su specifici colpi di stato e operazioni: documentazione su Iran 1953 e Guatemala 1954 (archivi CIA declassificati, lavori accademici).
  • Analisi contemporanee: libri e articoli su Iraq 2003, Afghanistan, uso dei droni e sanzioni.

Qualcuno parlerebbe di predazione, ingiustizia e ipocrisia: descrizione cruda, ma molti fatti storici e comportamenti statali la giustificano in parte.

1) L’ accusa — riassunto in una frase storica

Gli USA, come potenza, hanno spesso agito perseguendo interessi strategici ed economici con metodi che vanno dal soft power al ricatto economico, da interventi militari pieni e diretti a operazioni segrete e supporto a regimi compiacenti. Questo ha prodotto benefici per élite (politiche, militari, economiche) e costi per popolazioni altrui (instabilità, repressione, perdita di sovranità, sofferenza).

2) Esempi concreti che supportano l’accusa (fatti noti, verificabili)

  • Colpo di Stato in Iran, 1953 (Operazione Ajax): la CIA e l’intelligence britannica rovesciarono il primo ministro nazionalista Mossadeq dopo che aveva nazionalizzato il petrolio. Ne seguì il ritorno dello Shah e un lungo periodo di repressione.
  • Guatemala, 1954: rovesciato il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in parte per proteggere interessi della United Fruit Company.
  • Cile, 1973: sostegno USA ai gruppi che portarono al golpe contro Allende e all’ascesa di Pinochet (repressione e violazioni dei diritti umani).
  • Supporto a dittature anticomuniste: America Latina (anni ’60–’80), Asia e Africa: armi, addestramento, sostegno politico a regimi repressivi se “servivano” gli interessi geopolitici.
  • Vietnam (1965–1975): escalation militare massiccia per contenere il comunismo; enorme distruzione e perdita di vite civili.
  • Iraq, 2003: invasione giustificata su presunte armi di distruzione di massa inesistenti; conseguenze: lunga occupazione, instabilità regionale, crescita di ISIS.
  • Uso sistematico di sanzioni: Iran, Cuba, Venezuela — strumenti economici che colpiscono le popolazioni civili e limitano la sovranità economica.
  • Supporto armato e politico a Israele e ai regimi del Golfo: interventi regionali e protezione di interessi energetici e geopolitici, anche quando ciò alimenta conflitti locali.

Questi esempi non sono propaganda: sono fatti storici ampiamente documentati — archivi declassificati, ricerche accademiche, inchieste giornalistiche.

3) Come lo fanno — i meccanismi di potere

  • Forza militare globale: basi, portaerei, capacità di proiezione.
  • Operazioni segrete della CIA e spionaggio per influenzare governi esteri.
  • Supporto a proxy/alleati: armi, addestramento, fondi.
  • Sanzioni economiche e coercizione finanziaria: pressione tramite accesso ai mercati, al sistema bancario in dollari, e attraverso istituzioni multilaterali dove gli USA hanno grande influenza.
  • Soft power condizionato: aiuti, investimenti, media e cultura che creano dipendenza o consenso.
  • Lobbying e “complesso militare-industriale”: interessi economici domestici che premiano guerra e interventismo (Eisenhower lo avvertì nel 1961).

4) Perché non è solo “cattiveria pura” — ma non per questo scusa

Motivazioni miste: sicurezza percepita, accesso a risorse, mantenimento di maggiore influenza globale, difesa delle alleanze. Ma la realtà è che spesso gli interessi economici e di potere degli apparati e delle élite interne prevalgono su diritti umani e sovranità estera. Non è un “complotto” unico: è un sistema di incentivi politici ed economici che produce risultati predatori.

5) Ci sono limiti e contraddizioni

  • Non è monolitico: amministrazioni diverse hanno approcci diversi (isolazionismo vs intervencionismo; realpolitik vs “promozione della democrazia”).
  • Gli USA hanno anche contribuito a istituzioni globali, aiuti umanitari, campagne per la salute pubblica e alcune cause progressiste: non tutto è puro sfruttamento.
  • Ma le politiche predatorie esistono e sono parte consistente della storia americana contemporanea.

C’è buona ragione a sentire tutto questo come predazione: esiste una lunga storia di interventi che hanno favorito interessi di élite statunitensi e internazionali a spese di popoli e sovranità locali. Non è un “tutti cattivi” né una giustificazione morale; è il prodotto di potere, interessi e opportunismo politico-economico. La critica è legittima, e la rabbia è comprensibile. L’unico rimedio pratico è combinare memoria storica, mobilitazione politica internazionale, controllo democratico interno (trasparenza sulle operazioni estere) e regole multilaterali vincolanti che limitino abusi di potere: certo, ma… accade in misura rilevante?

1) Cos’era l’avvertimento di Eisenhower (1961)

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso d’addio alla nazione, Dwight D. Eisenhower — ex generale cinque‑stelle, comandante alleato nella Seconda guerra mondiale e presidente degli USA dal 1953 al 1961 — pronunciò una frase diventata storica e spesso citata così in inglese:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military‑industrial complex.”

Traduzione italiana corrente e sintetica:

«Nei consigli del governo dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare‑industriale.»

Nel paragrafo che precede e segue questo passaggio Eisenhower spiega il contesto: dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono dotati di una gigantesca macchina militare e tecnologica permanente — industrie belliche, centri di ricerca, ampie strutture burocratiche e una rete politica che dipende da appalti, posti di lavoro e finanziamenti legati alla difesa. Lui lo descrive come un potere potenzialmente pericoloso per la democrazia se lasciato senza freni. Avvertiva anche che la politica pubblica poteva diventare “prigioniera” di un’élite tecnico‑scientifica e industriale.

2) Perché il suo avvertimento è rilevante (e cosa intendeva davvero)

Pochi punti concreti:

  • Non parlava di un singolo complotto, ma di un circuito di interessi: imprese produttrici di armi, centri di ricerca, alti ufficiali, politici che votano stanziamenti e rappresentanti eletti che vogliono posti di lavoro per i loro distretti.
  • Effetto auto‑alimentante: più risorse vengono destinate alla difesa → più lobby, posti e infrastrutture si formano → più pressione politica per mantenere o aumentare quei budget → incentivi per interventi o minacce percepite che giustifichino la spesa.
  • Rischio politico: le decisioni strategiche possono essere prese con lenti che privilegiano l’interesse industriale/militare piuttosto che il bene pubblico o la diplomazia.
  • Eisenhower lo diceva da insider: era un generale che aveva guidato la macchina di guerra; non era un pacifista naïf, ma vedeva i rischi reali di trasformare la guerra e la preparazione permanente in interesse strutturale.

3) Collegamento con chi critica: potere, indifferenza, capitalismo‑religione

Chi porta le osservazioni — che il problema non è solo “qualche persona cattiva” ma un sistema che premia la concentrazione di potere e di ricchezza e produce indifferenza sistemica — dialogano esattamente con quel che Eisenhower temeva. In pratica:

  • Il “complesso” non è solo militare: include lobbies, think‑tank, fondazioni, media, centri di ricerca e il “revolving door” (passaggi tra governo e industrie).
  • Incentivi: quando la politica estera e la sicurezza nazionale sono valutate anche in termini di posti di lavoro, profitti e interessi locali, diventa facile che la forza — o la minaccia dell’uso della forza — sia usata come strumento politico ed economico.
  • Noncuranza vs cattiveria: molte azioni non nascono da “cattiveria” personale ma da calcoli strutturali dove i danni collaterali sono tollerati perché il sistema li prevede o li legittima. Questo è spesso più pericoloso, perché è sistemico e legittimato.
  • Capitalismo come religione: la critica che fai — che il capitalismo viene trattato come verità indiscutibile e che il suo primato giustifica ogni mezzo — è storicamente fondata in molti dibattiti (evidenziata da studiosi che analizzano lobbying, deregolamentazione, e potere delle corporation).

4) Conseguenze pratiche (ciò che osserviamo nel mondo reale)

  • Politiche che privilegiano sanzioni, interventi militari limitati, guerre per procura o conflitti prolungati spesso favoriscono l’industria della difesa e creano utilità politica ed economica a più livelli.
  • Le elite economiche e i grandi interessi finanziari possono usare il loro potere per plasmare l’agenda estera — non sempre via direttive esplicite, ma tramite incentivi istituzionali e finanziari.
  • Questo spiega perché certe politiche persistono nonostante costi umani elevati: il sistema ricompensa chi mantiene lo status quo.

5) Sostanziale convergenza con: il capitalismo è il sistema che origina tutto questo

La questione non è solo morale individuale, è di struttura. È per questo che criticare l’azione statale come “predatoria” non è solo retorica: ha basi nei meccanismi di potere ed economia che Eisenhower vedeva e che da allora sono cresciuti e si sono diversificati.

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1) Discorso di Eisenhower (1961) – Il Complesso Militare-Industriale

Ecco il passaggio integrale del discorso che Eisenhower fece il 17 gennaio 1961. Il testo completo è abbastanza ampio, ma il punto cruciale riguarda la sua avvertenza sul potere del complesso militare-industriale. Di seguito c’è la parte centrale:


Discorso di Eisenhower – 17 gennaio 1961:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.”

Traduzione Italiana:

“Nei consigli del governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di un potere mal indirizzato esiste e persisterà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo mai dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza vigile e consapevole può costringere all’integrazione corretta della gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi pacifici e obiettivi, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme.”


2) Come Funzionano Lobbying, Revolving Door e Finanziamento delle Campagne nella Politica Estera USA

Revolving Door:
Il termine “revolving door” si riferisce al flusso continuo di individui tra posizioni di potere nel governo e nel settore privato. Questa pratica, che è stata oggetto di molte critiche, permette a ex-politici, funzionari e alti ufficiali militari di entrare in aziende private o lobby industriali (specialmente nel settore della difesa) dopo il loro servizio pubblico. Questo crea un conflitto di interesse che facilita politiche che favoriscono il settore privato a discapito del bene pubblico.

Esempi di funzionamento:

  1. Sostegno a leggi pro-difesa: Politici che lavorano nei comitati di difesa, dopo aver lasciato il governo, passano a lavorare per aziende di armi o consulenza militare. Questi stessi politici, durante il loro mandato, sono più inclini a votare leggi favorevoli alla spesa per la difesa e all’adozione di nuovi contratti di armi.
  2. Caso Lockheed Martin: Lockheed Martin, uno dei principali appaltatori di difesa degli USA, ha avuto numerosi ex-alti funzionari del Pentagono nel suo staff. Ad esempio, ex-segretari della difesa e generali sono passati a dirigere le politiche aziendali di queste compagnie, ampliando il potere di influenzare le decisioni governative in favore della spesa per la difesa.

Lobbying e Finanziamento delle Campagne:

  • Istituzioni di lobbying come la AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) sono esempi di come i gruppi di interesse possano avere un forte impatto sulla politica estera americana. La AIPAC ha svolto un ruolo centrale nel sostenere la relazione tra USA e Israele, influenzando decisioni politiche attraverso finanziamenti alle campagne elettorali, supporto per candidati e interazioni politiche dirette. Questo è un esempio di come i finanziamenti possano determinare la politica estera a livello governativo.
  • Corporate Donations: Alcuni dei principali finanziatori delle campagne elettorali sono società che operano nel settore della difesa. Queste aziende, tramite donazioni o tramite gruppi di interesse, promuovono leggi che aumentano il budget per la difesa e altre politiche che favoriscono le loro attività.

Esempi noti di lobbying e finanziamento:

  • Il caso di Dick Cheney e Halliburton: Cheney, vicepresidente sotto George W. Bush, aveva forti legami con Halliburton, una delle maggiori compagnie di energia e difesa al mondo. Nel periodo in cui era vicepresidente, Halliburton beneficiò enormemente dall’aumento della spesa militare e dagli appalti legati alla guerra in Iraq.
  • Le donazioni a favore della guerra in Iraq: Aziende come Lockheed Martin, Northrop Grumman e altre compagnie di difesa hanno donato enormi somme di denaro ai candidati politici che sostenevano l’invasione dell’Iraq nel 2003. Questi finanziamenti non solo aiutavano i politici a farsi eleggere, ma incentivavano politiche favorevoli a queste imprese.

3) I Casi Storici: La Legittimazione delle Politiche Imperialistiche USA

Per chiarire come tutto questo si traduca in politica estera, ecco tre casi emblematici che dimostrano il funzionamento del “complesso” in azione, con il supporto della lobby, la revolving door e i finanziamenti:


1. Operazione Ajax – Iran 1953

Contesto: Dopo che il primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’industria petrolifera del paese, gli Stati Uniti, con la complicità del Regno Unito, pianificarono e realizzarono un colpo di stato per rovesciarlo, riportando il monarca Shah Reza Pahlavi al potere. Mossadegh aveva minacciato gli interessi economici delle compagnie petrolifere occidentali, in particolare la British Petroleum.

Meccanismo: La CIA organizzò e finanziò il golpe, non solo per proteggere gli interessi economici delle multinazionali, ma anche per evitare l’influenza crescente del comunismo nell’area (durante la Guerra Fredda). Dopo il colpo di stato, molte delle figure coinvolte in queste operazioni passarono a ricoprire posizioni influenti in aziende petrolifere e difensive.

Risultato: L’Iran fu destabilizzato per decenni, con un regime autoritario e impopolare che creò un risentimento che alla fine portò alla rivoluzione iraniana del 1979.


2. Vietnam – 1965-1975

Contesto: Gli USA entrarono in Vietnam per fermare la diffusione del comunismo in Asia, sostenendo il governo del Sud Vietnam contro il Vietnam del Nord. Nonostante i tentativi di negoziato e la crescente opposizione alla guerra, gli Stati Uniti continuarono l’escalation militare.

Meccanismo: Le aziende statunitensi, in particolare quelle nel settore della difesa (come Boeing, Lockheed Martin), avevano enormi contratti per la produzione di armi e veicoli militari per il conflitto. Inoltre, l’industria bellica beneficiò delle politiche di interventismo militare. Gli interessi di queste aziende erano un motore economico potente che influenzava fortemente la politica estera americana.

Risultato: Il conflitto lasciò milioni di morti e una devastazione enorme in Vietnam, con effetti duraturi nelle relazioni internazionali. La guerra fu un fallimento strategico per gli USA, ma permise agli appaltatori di difesa di ottenere enormi profitti.


3. Invasione dell’Iraq – 2003

Contesto: L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu giustificata dal governo degli Stati Uniti con la presunta esistenza di armi di distruzione di massa (WMD) in mano a Saddam Hussein, ma questa prova non fu mai trovata.

Meccanismo: Le aziende di difesa, come Halliburton (presieduta da Dick Cheney prima di diventare vicepresidente), ebbero contratti enormi per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti petroliferi iracheni. Inoltre, i consiglieri del Pentagono avevano stretti legami con l’industria bellica, creando un circolo vizioso in cui la guerra favoriva le aziende di difesa. Le donazioni politiche e il lobbying giocano un ruolo decisivo nel portare avanti la retorica della “guerra preventiva”.

Risultato: L’Iraq fu destabilizzato, e i gruppi estremisti, come ISIS, emersero come risultato di un conflitto prolungato. Nonostante l’instabilità, le compagnie di difesa americane ottennero contratti miliardari.


Questi esempi dimostrano come il “complesso” di difesa, l’industria bellica e le lobby politiche abbiano giocato un ruolo cruciale nell’imporre politiche imperialistiche a favore di interessi economici privati, costringendo il governo a interventi in paesi terzi. Non è solo questione di alcuni individui cattivi, ma di un sistema che si alimenta attraverso interessi finanziari, lobby e revolving door, creando disastri geopolitici a vantaggio delle elites industriali.