il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

preveggenza dellammerda #28374

Mentre ancora avevo un lavoro “normale” in una azienda, come dipendente, osservavo la mia “conoscenza” informatica in rapporto al mondo che avanzava. Era, per me, evidente che stava diventando irrilevante. Era già tutto li e parliamo di … circa 12 anni fa. Oltre alla mia “vecchiaia” per il mondo del lavoro era soprattutto la quantità di e-mail indirzzate al mio “dirigente” (che ero io, per fortuna) che mi raccontavano quanto io fossi diventato obsoleto, inutile e sostituibile. All’incirca, per come la vedo io, sono avanti di circa 20 anni sulla “visione” delle cose, in alcune rare cose. Su questa, essendo informatica, la faccenda è stata molto più rapida.

Certo, se entro in un’azienda italiana normale piena di vecchi io sono un genio della conoscenza. Ma se vi fate un giro su DataPizza e guardate come funzionano le cose… io sono sepolto da parecchio e anche le ossa sono ormai in disfacimento.

Stare sul pezzo, con l’informatica, è una cosa piuttosto difficile? Per me si. L’aggiornamento e il cambiamento sostitutivo costante non sono più un piacere da appassionati e con il tempo umano che mi erano piaciuti fin da quando ero piccolo.

La velocità di questi ragazzi è … non so, a me sembra vicina alle macchine che usano. Ma forse è solo perché io sono un vecchio di merda. Mio padre mi dice che sia lui che mio fratelllo smisero di essere gasati per le loro opere con l’epson HX-20 perché io, il piccolo della famiglia “li avevo umiliati” (mai saputo fino alla scorsa settimana) facendo “in qualche modo dei videogiochi”. Forse la sensazione è questa, forse ad andare bene a vedere non è che un approccio… io non ero un genio, loro non sono dei geni? Non lo so.

A me sembra tutto velocissimo, di una velocità che mi supera di gran lunga, di una corsa che non è nella mia categoria, è più aereo VS topo.

Non è che io sia mai stato un “programmatore”… si, un po’ di scripting, anzi, me ne servo con vantaggio per il mio lavoro, tutt’ora. Ma uso roba che ha dai 40 ai 60 anni, sotto sotto, anche se è nei Windows di chiunque.

Ogni cosa che tocco sfugge via, corre lontano, inafferrabile a meno di non continuare a correre sempre, sempre.

Avere già pensato di morire, di non starci a questo mondo, aiuta a non dolersi troppo al rinnovarsi di questo confronto per me impari.

Sono io. Lo so che altri si aggiornano E lavorano E gestiscono la vita. Vedo quanto indietro sono in qualsiasi cosa e quanto sia andato avanti tutto quanto quello che conoscevo che … se non mi dispero la cosa più interessante è osservare con curiosità, cercare di pensare cosa succederà a questo e a quello. Ma essendo chiaro che le strade sono molte… seguirne una è certo una possibilità e tiene anche “attivi”… ma sai, magari stai imparando il betamax mentre il mondo va di VHS. Giusto per fare un paragone moderno.

A quanto capisco i ragazzini già stanno ragionando in termini “non siamo mica nel 2010 che dovevi farti le cose” e lavorano sulla base del “io NON devo farmi le cose, farmi le cose è una perdita di tempo, vediamo quali strumenti hanno le cose fatte e come si interfacciano”.

Credo sia davvero solo che il mio punto di vista è ospitato da un me stanco che vorrebbe godersi qualcosa senza correre, una banalità irrealistica che credo di condividere con almeno altri 7 miliardi di persone, forse persino 8.

Quanta banalità. Pensate che questo stesso testo è statisticamente già stato scritto in una certa percentuale dal punto di vista del machine learning. Ne avrebbe probabilmente contezza: quanto poco originale sei? Del tot percento, insieme a n-milioni di precedenti suddivisi nelle seguenti lingue.

Sarà per questo che i vecchi finiscono per rivolgersi alla cultura dell’epoca precedente, ai classici e ai classici di millenni prima? Perché quelli lì sono e lì rimangono?

Dovrei chiederlo a me stesso. Ma sono solo un pisquano qualsiasi che non ha risposte e che molto probabilmente si pone anche domande sbagliate, inutili, mal poste. Se non ci fosse da sopravviverci me ne fregherei: ad ognuno il proprio ritmo. E infatti io me ne fregherò, come stabilito. Finirlò per rivolgermi a dei retrogradi di qualche tipo, novax, antisistema, qualcosa così, per i motivi che qui vedete chiari e che mi illudo che per loro siano invece quelli sbagliati, almeno inconsapevolmente.

Quando si pensa al guadagnare ed essere migliori degli altri… tutto questo è solo tempo perso, spreco. Tutto inutile. Non posso competere nemmeno con me stesso di qualche anno fa. Eppure in certe cose inutili a guadagnare ho imparato molto. Molto poco, ma per me molto. Tutta roba che avrei dovuto imparare 40 anni fa forse. Chi lo sa.

ok dai basta. ciao.

PS: l’immagine che ho fatto produrre a wordpress con l’IA assomiglia paurosamente ad una di quelle che vendo ^__^

Video Volant

Attorno al 2003 ho notato uno dei primi cali di qualità di informazione di gruppo, dialogo. Usenet veniva pian pianino svuotata dalle persone che sapevano le cose, che si stavano rompendo i coglioni per la scarsa o poca moderazione contemporanea all’invasione di tante persone che avrebbero avuto bisogno e voglia di sapere, ma che contemporaneamente non erano abituate ad un certo modo di esistere in comunità.

I forum inoltre prendevano piede alla grandissima.

I social hanno ulteriormente svuotato moltissimi spazi di discussione e scambio di informazioni: gruppi facebook, video su youtube e probabilmente molto telegram e simili hanno preso il posto di tanta informazione scritta. Scritta però significa ricercabile. Oggi quindi è paradossalmente più difficile trovare informazioni tecniche che ieri trovavano ampio spazio ad ogni microscopica variazione. Centinaia di persone lavoravano e provavano, si confrontavano, progredivano e tutto trovava un unico spazio mentre ora le cose sono disperse non solo in vari luoghi, ma in vari cosiddetti “canali” e medium.

Se non ascolti tutto un podcast non saprai quella cosa.

Se non guardi tutto il video non saprai quella cosa.

Se non sai che esiste quel gruppo su facebook non troverai niente con google: è un recinto chiuso, non è il world wide web, ma una parte con accesso ed autenticazione.

“sembrano tutti teppisti”

Da diversi anni istintivamente vedo gruppi di giovani maschi e penso “teppisti”. Poi mi dico “vecchiodimerda”, subito. Ma effettivamente quello sembrano e sono sempre sembrati. Non sembrano “bravi ragazzi” e… eh beh, non lo vogliono sembrare.

Ricordo con chiarezza le due volte nella vita in cui mi sono sentito dare dell’innocuo. Sembra che ti teletrasportino lo scroto in zona ignota. Senzapalle, imbelle eunuco. Che gorillanime coglionitàggine vero? Eppure.

Quindi ora si tratta di esperienza, tempo, osservazione dello stile: non sono teppisti veri. Sono teppisti alla moda del tempo. Teppisti come usa oggi nei film e nelle serie di oggi. Sarai pericoloso, cazzuto, forte.

Ma tu lo sai che sono ragazzini. Che se ti fermi e ne prendi uno da parte e ci parli è quello che è. Forse con un po’ di strafottenza, arroganza ed aggressività gratuite… ma del resto… io c’ho quasi cinquant’anni e ci devo fare i conti con questa roba di tanto in tanto… non vedo perché loro no.

Cappucci e giacconi, tute smosce, oggi erano due fratelli. Dal cappuccio sfigatissimo attaccato alla testa che sembrano strani topi col torcicollo… perché non vedono un cazzo lateralmente e per vedere devono girare tutta la testa, ma il cappuccio non gira e quindi girano tutto il tronco… è goffo dai. Ma da vicino, al bancone del negozio… erano solo fratello maggiore e fratello minore. E basta. Ieri cos’era? non so. Per un periodo erano tutti un po’ più fighetti. Ma prima? Giacche di pelle, i bomber. Camicie di jeans? Non lo so. Ogni epoca c’ha il suo. La divisa da duri.

“… e se avevo paura facevo la faccia dura” diceva pure Finardi, no?

nessuna musica mi piacerà più di questa

Nel mezzo degli anni ’90 ascoltavo tantissima musica e la suonavo anche. E ricordo che mi dissi “nessuna musica mi piacerà mai così tanto”. Penso mi riferissi al suono, diverso da quello di tutti i decenni precedenti.

Ora ne sento la verità, quando la tristezza.

Più o meno negli stessi anni mi dissi che sarei morto sordo e grasso, evidentemente già conscio di quanto alcune cose mi piacessero. Di sicuro non mi sentivo un latin lover tale da poter dire che mi sarei consumato il cazzo. E forse avevo anche letto molto su quanto in vecchiaia la prospettiva su cosa non ti tradisca o ti lasci solo siano oggetti o aspetti non legati a persone.

Ascoltando il podcast “cose molto umane” la motivazione riguardante la musica mi ha reso tutto molto meno figo. Non si tratta prettamente di qualità musicale, bensì del legame emotivo con un momento intenso della tua vita. Sei incazzato? Sei innamorato? Sei … tante cose, ma intensamente.

E l’altra cosa che può “plagiarti” è la vita familiare in cui puoi essere inserito, in cui anche il sottofondo di musica può incidere molto sui tuoi gusti (la cosa spiega spesso perché alcuni “decenni” sono più graditi e poi ci sono dei buchi).

Questo lo scrivo pochi secondi dopo aver ascoltato qualcosa che veniva dal decennio prima e che sarebbe stato scalzato presto. “Stand” dei Poison: e la apprezzo, niente da dire. E anche se “Playing God” dei Polyphia mi fa impazzire, se dovessi decidere se far vivere una o l’altra farei parecchia fatica a buttare quella dei Poison. Ma lo farei 🙂 hehe

ZerinoFebb! NON col moment

ZerinoFebb! NON col moment (ibuprofene) almeno a distanza di 6 ore, nel caso e INVECE della Tachipirina se nella vostra influenza il naso c’entra poco. Può essere preso con Fluimucil (o equivalente, acetilcazzolosalaminchia). Serve a “trattare l’influenza” senza ma checcazzo ne so io? Ma davvero ascoltate me? Ma lo sapete che se chiedete a chatGPT, che pure non può essere considerato in caso di consigli medici, comunque servendosi di fonti a svalangate e non essendo un umano che si scazza a rispondere o ti giudica e ti guarda come una merda se spari cazzate, ma semplicemente ti risponde, sempre, avrete informazioni più utili che non cagando me?

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Ti interessa vivere? NO. Non ti vedo sereno…

Accompagno in passeggiata, per assicurarmi che la faccia. Papà dice che mi vede serio.

Avrei voluto rispondere con una grassa risata. Erano 2 ore che mi parlava di roba che… ridere non fa di certo. Condividiamo la preoccupazione che mio fratello abbia il – noto e già visto – momento di picco ed euforia a cui di solito segue la discesa agli inferi. E anche, dopo la centesima volta che lo fa, mi dice che è preoccupato che “caschi il palco” quando lui morirà. Mi ribadisce, diretto, in faccia, che lui vive (invece di lasciarsi andare) per mantenere economicamente me, che tutto sommato non si sente utile e non ha quindi grande voglia di vivere, il suo mondo si restringe (tutto vero, lo capisco).

Quanto vuoi che rida – quindi – babbo caro? Mi hai appena detto che sono un fallito ed un parassita. Certo no, non hai usato queste parole. Ma, poi … incredibile: a domanda rispondo, e sembra che non sia successo niente: assurdo!

Spiego.

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“non to tempo”

Tra il 1995 e il 1998 suonavo mediamente in due gruppi il basso elettrico o la tastiera. Faccio fatica oggi a dare credito ai ragazzi/e che dicono di non avere tempo ed essere troppo impegnati. Io posso essere stato un pessimo studente, ma M, F e C non lo erano affatto. Due sono laureati e con dottorati, ingegneri informatici, C che non si è laureato è semplicemente incastrato in un loop mentale da quando i suoi sono morti e ha deciso di non laurearsi a un millimetro dalla laurea. Ma non era perché non aveva tempo. Facevamo le prove, componevamo a casa, provavamo perché nessuno ha fatto il conservatorio: serve tempo, prove ed errori, collaborazione, provare e riprovare. Io lavoravo, loro studiavano all’università. Si usciva nei fine settimana e anche dopo le prove. Chi aveva e chi non aveva la morosa a seconda del periodo. Ma le cose le volevamo fare, quindi trovavamo il tempo per farle. Con un gruppo abbiamo fatto un disco in studio. Come mai non ci suonai più non ha praticamente niente a che fare con il tempo: certo, ci ho messo del ragionamento anche con il tempo, ma tutto mediato dalla insoddisfazione: con quelli del CD odiavo la musica ma amavo loro, mi stavano simpatici e semplicemente mi rendevo conto che non volevo farmi il sangue amaro, con gente che mi stava simpatica, per motivi musicali. Volevo sempre andare a bere e mangiare qualcosa con loro DOPO le prove. Quindi visto che stavo iniziando a convivere, la soddisfazione di quel gruppo non valeva il tempo tolto allo stare con lei. Ma se lo avesse valso, avrei fatto cose, come le faceva lei: era il motivo principale per cui se n’era andata ad abitare da sola.
Con l’altro gruppo i gusti musicali e le divergenze erano forza e motivo di rottura: per tutti eravamo troppo diversi e la cosa non durò, ma io sono convinto fosse la nostra forza, anche se ci si poteva innervosire. È talmente vero che a distanza di vent’anni se faccio sentire i pezzi, la gente che amò gli anni 90 dice sempre “hey!” come a dire “ma questa non è merda!” anche se il suono è da demo. E infatti voglio che la cosa mi sopravviva, è un obiettivo preciso.
Il terzo gruppo mi buttò fuori: eravamo troppo diversi: io amavo loro ma loro non amavano me… sostanzialmente ero troppo poco integrato, per loro potevo fare bene per i cazzi mia. Al di là delle mie brutte storie, come è chiaro se leggi, non si tratta affatto di non avere tempo: tutti trovavamo il tempo, correvamo a destra e manca, con macchine usate, pochi soldi, i primi mutui e con mezzo piede in case di genitori che sono molti diversi da quelli che oggi ti lasciano scopare a casa come se fosse normale. Avevo tre gruppi, non uno. Andavo a corsi di illustrazione. Tutto MENTRE lavoravo e avevo la morosa, anzi, due le ho trovate lì e una andando proprio a suonare, così, in stazione.
G ha la mia stessa età e va ad ogni mostra possibile, scopa in giro, si organizza le scopate in hotel, ed è sul pezzo lavorativamente, tantissimo: è una che scala e viene riconosciuta in un mondo di uomini per il suo valore, quindi doppia energia lavorativamente. Eppure il suo tempo se lo trova. Più che palestra fa body-building… quindi “non ho tempo” e “che ansia” … maddeché?

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Svuotando lo scaffale del me stesso morto

Quella insopportabile gioia e l’amore, quanto dolore possono causare poi? Con The Music of the Spheres nelle orecchie che gira da ieri (ieri 10 volte, non concordo con Rolling Stones, del resto ho dei Jeans Skinny e le scarpe da ginnastica bianche e vado inesorabilmente verso i 50, quindi ci sta) ho preso di mira quello scaffale. Lo avete anche voi? Mio padre ce l’ha. Anche il padre di B, mi sembra. Un mobile, uno scaffale, in cui ci sono “quelle cose speciali” o “quelle cosine delicate”, magari un mucchio di cose piccole, qualche chiave che se la perdi, un documento importante, la scatola dell’ultimo cellulare? Non so. Mio padre ci teneva e credo ci tenga in effetti un sacco di piccole cianfrusaglie e un tempo anche dei soldi. Era li che mio fratello glieli ha fottuti lasciandogli credere che si stava rincoglionendo, avvilendolo molto per entrambe le cose. Credo un dolore che non posso comprendere perfettamente.

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Sul vivere utilmente #239482

La band qui sotto finisce di suonare una cover di Ligabue, pezzo forte de finali dei suoi concerti, Urlando Contro il Cielo, tenuta più su con la forza della canzone stessa che dalla fiacca della coverband. Mi emoziona perché sono vecchio, perché il pubblico la pompa bene. La band all’improvviso, in modo assolutamente non-rock, finito il pezzo, smette del tutto, saluta, inizia a smontare.

A questo punto il pubblico

da solo

canta.

La canta stonata come sempre, come sempre si è fatto da quando l’ho sentita, quasi male come la canta Vasco, con quella cadenza da pulmino della scuola, capisco che la so ma ancora non riesco a ricostruire e … all’improvviso

Albachiara.

È appena terminato un concerto di una coverband che al 90% fa Ligabue, finale moderatamente riuscito, ma ottimamente riuscito a giudicare dal casino del pubblico e cosa fanno immediatamente dopo, ebbri di energia della musica, que sti del pubblico? Cantano Vasco, una canzone di trent’anni almeno, come abbiamo sentito – circa – poco prima dal buon vecchio Liga. Ma sono 42, gli anni passati.

Mi immagino un vecchio Rossi, più invecchiato di quel che è, come un vero vecchio, che passa ingobbito dal peso della sua panza da birra, vecchio sul serio, senza nascondere più alcun pelo grigio, con le braccia dietro come i vecchi, che passa uscendo dal bar dove si ubriaca, qui al paese, e sente che dopo il pezzo di chiusura di un altro Grande Vecchio fatto dalla band, la gente, il popolo-popolo che è il suo pubblico, spontaneamente, canta la SUA canzone. E magari, mi immagino, pensa che non ha vissuto invano. Perché… si vive per qualcosa, si?