La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

3, poi nanna

3

Mentre rientro, la faccia di merda che vedo nel vetro del portone mi urta. Mi sto sul cazzo, antipatico proprio. Non riesco ad identificare quale stronzo di quale film, un criminale di qualche tipo, assomiglia alla faccia di merda che vedo. In certe situazioni la barba che ho, come la ho, mi va bene. Altre volte mi fa schifo. Forse è correlato al livello di gonfiore/tondezza che prende il mio viso in differenti giornate od orari. Forse è correlato a quanto di sorpresa vengo colto da quella faccia di vecchio di merda antipatico. I capelli sulle tempie che mi fanno schifo ma per ora non ho soluzioni? Può essere. Comunque che-schifo.

2

È arrivato The Drop. Avevo fatto una cazzata comprando un octaver, ma su Thomann sono stati al pari di Amazon/Zalando/quellerobelì: “scusate ho fatto un errore idiota, ho aperto, provato, richiuso, accorto che comprato cosa sbagliata, possiamo fare una permuta e basta, senza rimborsi eccetera? Voi non avete sbagliato, l’oggetto non è sbagliato né danneggiato…” – “restituisca, rimborsiamo”. Fine. O… ok… va… bene.

Quindi arriva. E visto che sono lì dove sono e ormai chevvoifà, prendo con calma la calma, scendo verso lo studio con il pitch shifter , bla bla, prendo momentaneamente in prestito l’Ampeg di T, collego tutto, e già è piacevole di suo, normale, anche col mio basso del cazzo starter, così amplificato. Poi però faccio uno dei pezzi-circa, e quando è il momento: ZAC provo TheDrop che …DROPPA, cazzo se droppa! La nota che mi serve davvero è una sola. Non capiterà mai che debba farla dal vivo, ma vorrei poterlo fare. Comunque mi metto li e smanetto un po’. Ora ho un livido tra la seconda e la terza falange, un mezzo ematoma. Mi aspettavo più dolori alla destra, come in gioventù: tendinite eccetera. Allora CI KIEDO AL MIO AMIKKO CIATTE GIPITI e poi mi sono anche fatto fare un piano di “riabilitazione al basso” tenendo conto dell’età, della TTROKA (possibile fragilità capillare a causa della venlafaxina) fornendo anche foto e descrizione del tutto. Mi fornisce un piano dettagliatissimo (e anche che mi sovrastima di parecchio) ma finisce con “se mi dici i pezzi che devi fare , il dettaglio di corde, manico eccetera possiamo essere più precisi”. Ok, avevo detto di non essere pressapochista con “qualche” al posto di ore, giorni eccetera. Però… Mecojjjjjioni!

1

Un’altra piccola zoccoletta bidonara del cazzo ha tirato pacco un po’ dopo l’ultimo momento. Purtroppo, per me, il grave ritardo senza avvisi e/o il pacco sono una delle più estreme mancanze di rispetto, di noncuranza, di menesbattoilcazzodiqualsiasicosa. Ma ormai sono anni che ne vedo di queste persone. Maschi o femmine che siano la scusa “eh ops, mi è passato di mente” è una valida scusa. Oppure anche niente. Chisseneincula. Ma siccome era arrivato The Drop ho solo percepito che da qualche parte dentro di me il megavaffanculo era lì, in fondo al burrone, non so, laggiù lontano, piccolino. Era molto più potente il dispiacere, la resa. La considerazione di assoluta normalità nel non rispettare impegni dei… (e ora soffro e cringio cringeggiando ) “giovani d’oggi”. Ma di più, gradualmente (ormai sono 10 anni che faccio ‘sta roba) è aumentata la cosa e diminuita la sensazione di quanto sia grave: diciamo +1 generazione. Eppure sono certo che in qualsiasi regolamento lavorativo ritardi e assenze ingiustificate siano motivo di licenziamento alla terza recidiva. Così … pazienza, se sono troppo giovani me ne sbatto? Ignoro, soprassiedo? Io non lo so. Forse ero già depresso +2 ‘sta mattina che invece di arrabbiarmi sono stato più “massì, chisseneincula”; però certamente prendo nota, so chi sei. E così sono andato a fottermi l’incavo tra falangina e falangetta. Però come suona l’ampeg di T. !!! Bello!
Pensare che mi preoccupavo per lei perché avevo visto i tagli rimarginati credo da … 3-4 anni sembrava. Tutte le pippe poverina bla. E poverina sicuramente. Ma intanto è anche stronza. Mica si devono escludere vicendevolmente le cose. Ma sembrava tutta carina e sociale e rispetto BLA.

L’ampeg, pensiamo all’ampeg che non è mio: Devo vedere come simularlo con gli IR e TUTTECOUS’

Magari prima vedo di non massacrarmi, di reimparare a “suonare” senza farmi troppo male. Le virgolette sono d’obbligo.

C. invece credo abbia terminato la sua esperienza “synth” e preferito la pittura.

Invece l’altra sera ho parlato… no, ho ascoltato lei. E… ne farò un altro post eh? Si dai, meglio.

Il più ricco del cimitero’s shit

La gabbia dorata, il più ricco del cimitero. Non è che non abbia senso, in assoluto, considerare che l’accumulo di ricchezze in una vita limitata sia insensato. Ma morire con un mucchio di energia in avanzo è diverso che morire agli sgoccioli: anche questo ha senso e ne ha molto. Non è un caso se siamo portati a farlo biologicamente. Oggi c’è cibo, domani non so: l’ho messo via ieri, oggi mangio.

La nonna di B aveva messo via 300 mila euro. Non lo sapeva più. Quel pezzo di merda di suo figlio (zio di B) che non è certo un genio, però per questo semplice concetto aveva tutta la necessaria comprensione: arraffare. Quando la nonna (sua madre, porco####!) ha perso qualche rotella e ha iniziato a rischiare di finire giù dal terrazzo perché pensava di abitare al pian terreno come quando era giovane e altre simili amenità, ha ben pensato di metterla in casa di riposo a risparmio, quella che costava meno. Come se i soldi da risparmiare fossero stati i suoi. Ed in effetti è così che lui la vedeva. Era il suo capitale potenziale. Muore la vecchia sono miei.

Dire che è un figlio di puttana non è possibile perché sarebbe il peggiore dei victim blaming. Fosse solo questo: la vecchia mica era solo mamma sua: era anche la mamma di B. Quindi col cazzo che l’interesse – se proprio vogliamo guardare il guadagno dei superstiti – era solo suo. Ma l’unico che ha fatto questo genere di giri da squalo attorno è stato lui. E lei, la mamma, faceva parecchio quello che diceva lui perché (porco#####) lui era un maschio, sai. Eh. Il pezzo di merda.

Io l’ho vista la nonna. L’ho vista in casa di riposo mentre ci salutava dalla porta a vetri e chiedeva di USCIRE, voleva andare via, a casa sua. Si sentiva in prigione, piangeva. E si comportava da perfetta prigioniera modello per avere più ore d’aria possibile. Le era concesso, grazie alla buona condotta, di andare in giardino a volte. Ma voleva uscire.

E aveva 300 MILA FOTTUTI EURO: erano suoi. Poteva stare a casa propria con un(a) badante / infermiere/a di super lusso, super servizio e tutto. Poltrone d’oro. Casa di riposo per ricchi.

È morta durante il COVID-19, come sua figlia. Il pezzo di merda è anche stupido, quindi voglio che immagini i suoi denti stretti e la rabbia nel non riuscire ad afferrare il concetto che i soldi erano cointestati e che quindi andavano anche a sua sorella (non ho visto una lacrima al funerale). Di conseguenza agli eredi, ossia i figli di sua sorella. Ma siccome di solito i nipoti ai nonni vogliono bene più che ai genitori (che evidentemente si comportano diversamente nei due ruoli) tutti hanno pensato “cosa avrebbe voluto lei se fosse stata in sé?”. Così lui si è preso il suo malloppo, grazie al fatto che gli altri, quelli con i quali non avrebbe voluto dividere nulla, sono in grado di comprendere la lingua italiana e il funzionamento basilare della legge, si sono occupati con asciutta giustizia anche di lui. E hanno diviso l’altra metà tra tutti: marito, figli tutti.

Ma la nonna non era la più ricca della casa di riposo. Eppure sarebbe dovuta esserlo: li aveva. Aveva sacrificato molto in vita giovane o forte per avere qualcosa da vecchia. Comodità, aiuto, benessere. Questa parte non accade al camposanto. Accade mentre sei tra noi, vivo e probabilmente più vegetale che vegeto. Quindi ok, accumulare ricchezze spropositate potrebbe non essere geniale, ma stupido non è: la vecchiaia non ha alcun tipo di forza vitale e possibilità di usare attivamente delle abilità. E se fosse per gli altri potremmo schiattare a bordo strada.

Il più ricco a finire in cimitero, ci finisce con un certo tenore di vita. Se preferite, un certo tenore di morte.

Morire male vi piace di più?

A me basta immediato / rapido e indolore, lo sapete. Ma se non è possibile, una lunga agonia straziante può essere evitata trasformandola in mitigamento di dolore, sporco, fastidi. Comodità, in pratica. Direi che non è una cazzata per un anziano.

Pensate a voi stessi: vi piacerebbe che vi trattassero di merda da vivi in modo che morendo possiate trasudare tutto il grasso possibile da morti?

Paradosso vecchiaia

Certamente quando l’età avanza si accumula esperienza. Uno pensa “esperienza = competenza”. Ma anche rotture di coglioni vissute. Esperienze di merda. Delusioni. Amarezze. Mentre ti viene presa a martellate la forza, drenata l’energia che devi continuare a pompare dentro solo per stare in piedi mentre tutto ti prende a calci e grandinate… una cosa che accumuli è la fatica. Il “non ne posso più”, “anche basta”, “ne ho pieni i coglioni”, “non un’altra volta”, “succede sempre questa merda”.

Certo, ti puoi rimboccare le maniche, prendere un respirone e fare quello che devi. Ma appunto: devi.

Se non devi, tendenzialmente hai esaurito la tua quantità di energia disponbile per la merda, non per aprirti a curiosità, diversità, opportunità, possibilità.

“Ho già dato” se ti hanno menato per tre ore e sei stato un duro a incassare, non è che alla quarta dici “ho esperienza quindi non mi avete frollato la carne e ora sono maciullato”. Non tutto incallisce, qualcosa si incrina, si spezza, si indebolisce, si fiacca. E a noi tutti fa schifo la debolezza: ecco perché non vogliamo stare con chi non ci sopporta, vicendevolmente. Non deve, in effetti, farlo, così come non siamo tenuti noi.

E allora ognuno a casa propria, eccetera. No? Questo poi è quello che accade. Con un bel cane che è meglio delle persone, con tua figliachelacosapiùbellacheabbiamaifatto ma che se se ne va sei da capo. Con i gatti eccetera. Che non possono esprimere opinioni diverse dalla nostra, dirci che spariamo cazzate, che esistono altre vie.

il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

preveggenza dellammerda #28374

Mentre ancora avevo un lavoro “normale” in una azienda, come dipendente, osservavo la mia “conoscenza” informatica in rapporto al mondo che avanzava. Era, per me, evidente che stava diventando irrilevante. Era già tutto li e parliamo di … circa 12 anni fa. Oltre alla mia “vecchiaia” per il mondo del lavoro era soprattutto la quantità di e-mail indirzzate al mio “dirigente” (che ero io, per fortuna) che mi raccontavano quanto io fossi diventato obsoleto, inutile e sostituibile. All’incirca, per come la vedo io, sono avanti di circa 20 anni sulla “visione” delle cose, in alcune rare cose. Su questa, essendo informatica, la faccenda è stata molto più rapida.

Certo, se entro in un’azienda italiana normale piena di vecchi io sono un genio della conoscenza. Ma se vi fate un giro su DataPizza e guardate come funzionano le cose… io sono sepolto da parecchio e anche le ossa sono ormai in disfacimento.

Stare sul pezzo, con l’informatica, è una cosa piuttosto difficile? Per me si. L’aggiornamento e il cambiamento sostitutivo costante non sono più un piacere da appassionati e con il tempo umano che mi erano piaciuti fin da quando ero piccolo.

La velocità di questi ragazzi è … non so, a me sembra vicina alle macchine che usano. Ma forse è solo perché io sono un vecchio di merda. Mio padre mi dice che sia lui che mio fratelllo smisero di essere gasati per le loro opere con l’epson HX-20 perché io, il piccolo della famiglia “li avevo umiliati” (mai saputo fino alla scorsa settimana) facendo “in qualche modo dei videogiochi”. Forse la sensazione è questa, forse ad andare bene a vedere non è che un approccio… io non ero un genio, loro non sono dei geni? Non lo so.

A me sembra tutto velocissimo, di una velocità che mi supera di gran lunga, di una corsa che non è nella mia categoria, è più aereo VS topo.

Non è che io sia mai stato un “programmatore”… si, un po’ di scripting, anzi, me ne servo con vantaggio per il mio lavoro, tutt’ora. Ma uso roba che ha dai 40 ai 60 anni, sotto sotto, anche se è nei Windows di chiunque.

Ogni cosa che tocco sfugge via, corre lontano, inafferrabile a meno di non continuare a correre sempre, sempre.

Avere già pensato di morire, di non starci a questo mondo, aiuta a non dolersi troppo al rinnovarsi di questo confronto per me impari.

Sono io. Lo so che altri si aggiornano E lavorano E gestiscono la vita. Vedo quanto indietro sono in qualsiasi cosa e quanto sia andato avanti tutto quanto quello che conoscevo che … se non mi dispero la cosa più interessante è osservare con curiosità, cercare di pensare cosa succederà a questo e a quello. Ma essendo chiaro che le strade sono molte… seguirne una è certo una possibilità e tiene anche “attivi”… ma sai, magari stai imparando il betamax mentre il mondo va di VHS. Giusto per fare un paragone moderno.

A quanto capisco i ragazzini già stanno ragionando in termini “non siamo mica nel 2010 che dovevi farti le cose” e lavorano sulla base del “io NON devo farmi le cose, farmi le cose è una perdita di tempo, vediamo quali strumenti hanno le cose fatte e come si interfacciano”.

Credo sia davvero solo che il mio punto di vista è ospitato da un me stanco che vorrebbe godersi qualcosa senza correre, una banalità irrealistica che credo di condividere con almeno altri 7 miliardi di persone, forse persino 8.

Quanta banalità. Pensate che questo stesso testo è statisticamente già stato scritto in una certa percentuale dal punto di vista del machine learning. Ne avrebbe probabilmente contezza: quanto poco originale sei? Del tot percento, insieme a n-milioni di precedenti suddivisi nelle seguenti lingue.

Sarà per questo che i vecchi finiscono per rivolgersi alla cultura dell’epoca precedente, ai classici e ai classici di millenni prima? Perché quelli lì sono e lì rimangono?

Dovrei chiederlo a me stesso. Ma sono solo un pisquano qualsiasi che non ha risposte e che molto probabilmente si pone anche domande sbagliate, inutili, mal poste. Se non ci fosse da sopravviverci me ne fregherei: ad ognuno il proprio ritmo. E infatti io me ne fregherò, come stabilito. Finirlò per rivolgermi a dei retrogradi di qualche tipo, novax, antisistema, qualcosa così, per i motivi che qui vedete chiari e che mi illudo che per loro siano invece quelli sbagliati, almeno inconsapevolmente.

Quando si pensa al guadagnare ed essere migliori degli altri… tutto questo è solo tempo perso, spreco. Tutto inutile. Non posso competere nemmeno con me stesso di qualche anno fa. Eppure in certe cose inutili a guadagnare ho imparato molto. Molto poco, ma per me molto. Tutta roba che avrei dovuto imparare 40 anni fa forse. Chi lo sa.

ok dai basta. ciao.

PS: l’immagine che ho fatto produrre a wordpress con l’IA assomiglia paurosamente ad una di quelle che vendo ^__^

Quanto ti importa e quanto ti importerà

Quanto ti importa di cosa scrivono i critici, della loro analisi, se è bellissima e nessuno ti legge, se è pessima e lo stadio è pieno o hai milioni di visualizzazioni o tutti comprano quello che hai fatto?
Il primo atto creativo è per te. Devi vomitare fuori quello che hai da vomitare fuori. Devi dirlo, devi agire, lo faresti comunque. Almeno embrionalmente, se non puoi produrre un film (per ora, perlomeno) sarà il soggetto. Poi vuoi, vorresti, che potesse essere preso in considerazione da quante più persone possibile. Piacerà loro? Farà loro schifo schifone? Questo ti importa di più del severo, puntuale, colto e COMUNQUE soggettivissimo ma più pungente e referenziatissimo giudizio di una microscopica parte di queste persone che ascoltano, leggono, vedono, in modo più immediato e superficiale, ma sentono qualcosa di vicino alla propria vita subito, prima di ogni altro livello o strato?
Domani sarai morto. E allora del fatto che cento anni fa eri vivo ed era viva la tua audience non resterà gran segno. Resterà la tua opera se ogni 5 anni, ogni 10 anni, la si ascolterà, citerà, guarderà, clickerà, coverizzerà, ne si farà una versione, vi si farà riferimento. Non resterà, che piacesse o meno a tutti, se non supererà la prova del tempo. Ma a te, che non esisti, non interessa. Ti interessa mentre esisti.
Eppure non sono due scelte. Potrebbero essere di più: ti interessa fare quello che vuoi, ti interessa che la tua espressione parli quando sei morto… e non ti interessa che persone colte, specializzate, ma che non sono uguali alla gente di cui tu stesso sei parte, mediocre e superficiale in molte cose, esprimano voti favorevoli, non più della massa. Oppure no, oppure per te la massa ama lammerda. Sei come i critici succitati, eppure li trovi troppo cagacazzi pure loro. A te piace più roba di loro, molta di più, sei meno selettivo, eppure sei selettivo. O selettivA, non è una questione di genere.
Mentre sei vivo, tra l’altro, ti interessa essere famoso/a o che sia la tua opera ad esserlo, ad arrivare agli altri? Il tuo nome, è importante? La tua persona, vuoi quello?
Essere nessuno e ricevere le royalties stando allegramente in una casetta in campagna ti piace o invece vuoi essere star, a feste e fasti con gente che piscia sul popolo e che frequenta solo gente di cui sia noto che sono arrivati, aggrappati e mai caduti?
Fare una crosta di quadro a la “Teomondo Scrofalo” ma che si trova in una casa su 20 in tutta Europa o … vendere un quadro che dopo la tua morte frutta due palazzi e mezzo?
Cosa ti interessa? Cosa è importante? Fare una cosa che adori, il cui risultato ti soddisfa e che magari ti unisce ad altri che fruiscono? O farla, si, ma poi ricevere apprezzamento da raffinati ed esperti valutatori e finire per ricevere dei “troppo difficile per me” dall’umanità?
Che la pizza piace a tutti. Averla inventata: mi sentirei una divinità buona. Come quella del gelato.
Di fare il tuo lavoro, un lavoro che queste cose non le contempla, quanto ti frega? Deve darti lo stipendio, qualsiasi cosa sarà dimenticata la prossima settimana? Dipende: quel ponte resterà dopo di te, lontano dal pensiero di te, ma utile a milioni di persone. Quel fegato che ti è quasi costato la carriera ora vive nel nonno di qualcuno e tu non esisti più oppure sei in pensione, ma nessuno pensa a quell’intervento, a quel momento con quell’infermiera, quell’istante con i colleghi. Critici? Lavoro che rimane?
Cosa importa?

Riconosco le quattro

Le quattro riesco a riconoscerle. Mentre qualcosa mi tiene sveglio, il mal di stomaco sottolinea, l’amaro in bocca lo accompagna mi chiedo che ore siano. Ascolto. Non sento quasi niente. Ed è un quasi niente che riconosco. Se mi avvicino il quasi cambia subito: il frinire è leggerissimo, diverso dalle 5, diverso da quello del pomeriggio caldo. Niente uccelli. Rarissimo il traffico in lontananza. È un momento che può essere pace o dannazione: l’insonnia è così. Beh anche la vita. Qualsiasi cosa, ok.

Allora penso di alzarmi ed occuparmi di ciò che mi preoccupa. Ma una delle altre preoccupazioni è che gli occhi mi si chiuderanno e sarò stanco quando ci saranno le persone con le quali posso finire queste cose. Una preoccupazione che ho da una dozzina d’anni. Non è stancarmi ora, ma essere stanco dopo, in un momento non controllabile. Ma mi alzo, mi occupo di questa cosa inutile di riconoscere le quattro di notte o del mattino.

La mia preoccupazione più grossa è che non penso di riuscire a procurarmi la morte rapida ed in dolore con una sostanza facilmente ingeribile. E figurarsi reperibile. La vita, del resto, si presenta con sempre più schifo e meno bello. Più problemi e meno serenità a farla da anziani.

Le altre preoccupazioni sono tante, ma quelle attuali trattano gli anziani veri, i miei.

Mi accordano una fiducia sostanzialmente illimitata ma io la vedo anche come una gran rogna. Non so se con arroganza, supponenza, incoscienza ma stranamente li capisco: mio fratello ha dato prova di inaffidabilità (e menzogne) e mia sorella è troppo concentrata sul terrore per sé. Certo non sanno che desidero e cerco la morte. E non dico affatto che i miei fratelli non abbiano ragioni per sentirsi come si sentono. Ciononostante il risultato è che se sei nel bisogno di dire “a chi affido questa cosa qui” ? Ti guardi intorno e il meno peggio forse sono io. Il che è orrendo, il livello è basso basso.

A volte penso che le “abilità” che ho accumulato sono grigie e burocratiche, ma davvero utili in queste situazioni: gestire regolarmente, in modo tracciato, con la fedeltà con la quale seguiresti le tue, le finanze altrui. Prima una banca, poi l’altra. Mi tremano un po’ le gambe. Penso che un giorno i miei fratelli diranno che non è giusto e chissà che. Che me ne sono approfittato. Che sono state fatte delle preferenze. Ma di certo non sono state fatte col cuore, queste. Sono totalmente razionali, analitiche: sulla base di osservazioni prolungate e con quel tipo di fiuto che ti da la paura: quello la non mi piace, ma se devo affidargli la mia sicurezza vado da quella. Ecco, quel tipo di decisione.

Ho esagerato, non dico affatto di non piacere ai miei. Ma di cuore, almeno mia madre, è chiaramente per mio fratello. Forse però capisce che non può affidargli la regolarità di un conto, non è “solerte” nel sgranare le rogne.

Sto cercando dei buoni motivi. La verità è che mi sento terribilmente inadeguato, meschino, intrappolato mentre vorrei fuggire. Eppure mio padre mi tiene economicamente in vita. Mi sta dando le chiavi per gestire ciò con cui LUI aiuta me.

Credo che essersi visto rubare i soldi in casa da mio fratello sia sufficiente per spostarmi in classifica: direi non un mio merito quanto un suo demerito. Aveva dei motivi? Ok, ma tant’è.

Mia sorella non è forse capace? Certo che si, ma dà l’impressione di impazzire per la pressione di casini che già ha.

Eppure qui io sono l’unico che ingerirebbe immediatamente la pillola della morte immediata. Ho anche dato un piccolo avanzamento alla restituzione di debito a M.

Certo non sono andato avanti nell’eliminazione delle mie tracce terrene, non a sufficienza, eliminando l’inutile, il non desiderato da riciclare. Ecco, le quattro sono perfette per ragionare lucidamente (se convenite con me, altrimenti con lucida pazzia) di questa roba. Tutti dormono.

Ecco che arrivano le cinque, quasi: aumenta il volume, gli uccelli iniziano a cinguettare.

Anzianopoli (musicadimmerda?)

Prima di leggervi le mie stronzate, leggetevi opinioni di un altro anziano che conosco poco, ma che, leggendo, mi sento davvero di non poter criticare troppo, anzi: Umberto Maria Giardini.

Certo mi è scesa lammerda leggendolo. Combattuto tra il dire “uuuuh, booomer!” (è vecchio circa come me, qualcosetta di più) e invece sentire “ma sai che invece… ma invece… che c’ha proprio ragione?”.

Magari con un altro stile, ma tutto sommato pure Masini, a suo tempo, lo disse.

UMG sembra ignorare del tutto gli anni di pirateria: quelli non sono dovuti alle major, ossia, certo, il prezzo del CD/Vinile era troppo alto e aumentava e i proventi non erano corretti per i musicisti e i contratti erano abbastanza una cacca se non c’erano MIGLLLLLLLLLiaWdi di MigLLLLLiiiiaWWWWdi.

Se non erro chi capì come fare furono Venditti, Vasco, Ligabue. Poco altro: ti gestisci tutto. Ma non lo so.

Però la pirateria prima dei CD e poi via internet sono stati il primo grandissimo driver per il mutamento globale di questo settore. Le major rispetto agli artisti lavorano UNICAMENTE per il profitto. Quindi ragionano su meccanismi di profitto. Per rialzarsi e lavorare sulla musica liquida e soprattutto sullo streaming ci hanno messo un tot. Ma laddove è pure vero che su internet tutti possono fare tutto (e se quello che vuoi è fare e non vivere di quello che fai, cazzo, è straordinario!) , quando tutti possono fare tutto lo fanno, saturano di prodotto, nessuno è interessato a filtrare qualità, ma tutti sono interessati a produrre un meccanismo controllabile di guadagno.

Quindi: da investimento devo produrre guadagno? Uso tecniche. Devo produrre arte/qualità? Faccio un’altra cosa. Ci voglio mangiare? Eh.

Non ne esco in niente che mi interessi. Alla fine tutti possono scrivere. E persino pubblicare (eccomi qui). Persino su carta. Ma FARSI pubblicare è un’altra cosa. VENDERE è un’altra cosa. Che la gente LEGGA quello che hai venduto è ancora un’altra cosa.

Per la scrittura però la cosa è più antica. Non tutti quelli che sanno e possono scrivere sono scrittori.

Una parola che sendo essudare come vomito da questi luoghi è “dopolavoristi”. In un mondo attuale che cerca di ricordarti che tu non sei il tuo lavoro e che il modo in cui ti guadagni da vivere non è quello che ti definisce, è un po’ stronzo dire così, soprattutto dopo aver riconosciuto l’attuale contesto.

Leggendo di fotografia, spesso, quando riesci a capire chi era l’autore o l’autrice, beh… erano tutti dopolavoristi? Magari non tutti. Ma moltissimi non facevano per lavoro quello che li ha fatti diventare (magari postumi) famosi. Tanti sono famosi per cose fotografiche che non erano il loro lavoro.

E spesso autori di libri fanno altro. Difficile che si dica “scrittore dopolavorista”. Magari dici “medico, scrittore”.

I soliti –ismi del cazzo.

Resta il fatto che ora io stesso sono in quella posizione. Fare quello che vuoi, in un mondo in cui tutti possono farlo facilmente non sarebbe poi un problema. Ma a me sembra più che altro che sia tornato qualcosa che ho vissuto 30 anni fa, quando chiedevi “tu che musica ascolti?”

“ah io ascolto la Radio”

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Vorrei morire ora #27834682376

Anche ora, vorrei scomparire, non sentire questo solito dolore sordo.

Eppure in me si sta formando una idea chiarissima: faticare per esistere non mi va. Perché questo squallido pensiero dovrebbe essere una differenza da prima? Perché è poco nobile ed onorevole? Non voglio mica fare male a qualcuno. Ma ecco, il pensiero che avere – assicurata – una rendita costante mi farebbe quantomeno girare il mondo per osservarlo e trovare molti motivi per dire che ci sono molti motivi … o trovare molte cose per dire che ci sono molte cose… beh, così, in quel modo, a quelle condizioni… non vedo perché no.

Volevo anteporre questo per perdere il rispetto di chi ha un certo preconcetto.

Giorni fa parlavo con una delle mie modelle – forse una delle ultime in realtà, non lo so, per ora è una sensazione – che, bestia rara, ha detto con chiarezza che nessuno vuole lavorare. Che prendere soldi per stare a casa a fare un cazzo non farebbe schifo a nessuno. Non ho neanche aperto bocca per dire che se lo facessero tutti per il delivery dovresti aspettare parecchio. A me non interessava la parte pratica. Ma il concetto retrostante, basilare, che sembra essere sparito dai discorsi di tutti. Come il senso della vita, del vivere, dell’esistere. Lo accetti e basta. E ti lamenti, e sbuffi, e fai tutta una serie di discorsi che sono cazzate se non tieni a mente la parte fondante: come mai hai deciso di restare viv* oggi? Sentita questa risposta, seguiranno le altre. Altrimenti sanno da poco, significano poco.

Sto per gettarmi a fare il copridivano, con questo dolore sordo e il disprezzo di me. Fino a che, si spera, non arriverà quello squilibrio a riequilibrarmi, a ricorarmi che a desiderare e a non fare non succede un cazzo, che i mezzi non mi mancano, per un po’ di spazio di manovra. Manovra su qualcosa che mi interessa.

E che forse non interessa a nessuno.

Ma a me si.

Così riprende la routine, il rito: pensa come se dovessi morire, metti in ordine, cerca di fare quello che c’è da fare prima. E nel frattempo succede qualcosa, si muove qualcosa. Poi si ricomincia, nella pece del dolore, si fa un passo, appiccicosamente, plaf, si mette giù un piede e si cade nella melma nera. Si piange, si riparte forse. Non valgo niente e non sono nessuno. E in parte mi addolora, in parte non me ne frega niente.

Ho la mani grasse. Almeno dal 2002. Da più di 20 anni!

Che schifo.

Essere bestie che sentono. Che capiscono. Che crudeltà.