Nella 8 ore di discussione che ebbi con mio padre uno degli argomenti che spuntò fuori era sostanzialmente il nonnismo. Non lo abbiamo chiamato così, ma sarebbe stato meglio.
Uno dei detti che hanno sostenuto lui era “L’età fa grado”. L’anzianità è già di per sé un dovuto riconoscimento di merito. Questo detto così, in assoluto, per me non vale un cazzo, lo sa. Sa che per me il valore va dimostrato, non è dovuto solo perché sei qualcosa. Vecchio, titolato, elegante. Spesso bastano due parole, basta solo che fai. Ma in caso di contestazioni, non basta l’autorità del grado. Naturalmente lui si riferisce soprattutto al mondo del lavoro ed in particolare quello dell’edilizia tutta, cantieri, progettazioni, rilievi topografici, perizie per tribunali, costruzioni. In quel mondo può starci: se sei ancora operaio dopo 30 anni è probabile che tu la cazzuola la sappia usare. Ma è anche probabile che se sei ancora operaio, non sei riuscito ad usarla poi tanto bene. Magari non hai voluto. Magari sei una testa dura, lo sei sempre stato e sempre lo sarai: e – sue stesse parole – con l’età si peggiora. Quindi non mi pare che faccia grado. Al massimo farà degrado.
Una delle cose che può capitare, a livello di spesa, di acquisto, acquisizione, di voglia di avere, è quello che avresti voluto avere quando non potevi averlo. Il problema sorge per tutte quelle cose che devi fare quando è il momento di farle. Altrimenti resteranno irrisolte. Ad esempio tutte quelle che attengono alla creazione di relazioni e alla loro partecipazione in specifici momenti della vita. Idem dicasi per le attività. Potrai forse comprarti cose che avresti voluto da piccolo. Ma sarà più facile che abbiano senso solo se le hai vissute. Se le hai desiderate ma non vissute, averle dopo ti darà un senso di vuoto, di inutilità delle cose, del troppo tardi, senza alcuna speranza, voglia di buttarle via. Non puoi tornare indietro a fare quello che avresti dovuto fare a 13 anni nel modo in cui è giusto farlo a 13 anni. Non puoi più vivere certe cose. Le stesse identiche cose non sono affatto identiche ad età diverse quando sono prime esperienze. Alcune semplicemente non possono essere comparate pur se identiche nella sostanza perché il loro intimo legame con “all’età di X anni” è determinante. Giocare in un certo modo all’età di 6 anni. Giocare in un certo modo all’età di 10 anni. Giocare in un certo modo all’età di 13, di 15, di 18. Non è il “giocare in un certo modo” ma “giocare in un certo modo all’età di” che non puoi ripetere. Puoi ripetere il gioco, ma non puoi avere di nuovo quel tipo di interazione con gli altri, ad esempio, perché tutti non hanno più quell’età. I sentimenti e le sensazioni probabilmente sono diversi: sono nostri, personali, soggettivi. L’amore, la perdita, il lutto, la gioia, l’ebbrezza, il dolore della tristezza. Avranno forse nuove sfumature, ragionamenti sopra. Ma il nocciolo dell’emozione, della sensazione, del sentimento, per me non cambia molto: ami a 15 anni e a 90. Resta il problema che tutto ciò che coinvolge il corpo può modificare le semplici possibilità di accesso, di interazione. Devi farlo quando devi farlo, non perché non si possa più fare “per legge”, ma perché socialmente potremmo non accettarci in luoghi del tempo che non sembrano più i nostri. Non è vietato. Sono tutti benvenuti quelli solitari. Puoi fare quel che vuoi, essere giovane o vecchio dentro, da solo. Ma con gli altri l’esperienza cambierà, specialmente se non vi conoscete.
Posso sicuramente laurearmi ad 80 anni.
Posso imparare una cosa che si studia a qualsiasi età, se ho le facoltà intellettive integre. Cambierà il tempo e la fatica che ci metto.
Ma non posso dare il primo bacio come lo avrei dato a 13 anni. Non puoi fare l’amore come lo avresti fatto a 16 nemmeno quando ne hai 20. Non puoi giocare con gli amici in cortile come quando avevi 10 anni, anche se ne hai la facoltà.
Ecco dunque che se non ti viene dato lo spazio per quel tipo di attività umanissime e sociali che vanno elaborate nel momento giusto, qualcosa non potrà mai più essere vissuta, di certo non in quel modo. La sua scoperta, la sua crescita, la sua elaborazione e rielaborazione saranno irreparabilmente mancanti di alcune parti per il semplice fatto di non averle potute vivere con un corpo, una mente ed un gruppo sociale di una certa età della nostra vita.
Adesso devi studiare, adesso devi pensare ad altro, prima il dovere. Sono tutte cose che andrebbero pensate e governate con misura: che una persona sia colta o meno, abile o meno in un lavoro od altra attività pratica, cosa sarà in rapporto coi propri simili, con gli amici, gli amanti, la popolazione e la legge? Come si è formato, come ha elaborato? Certamente lavorare costituisce un mattone insostituibile della crescita per la comprensione della politica, soprattutto. Ma molto prima ci sono cose di cui invece il lavoro occuperà grandissima parte del tempo di qualsiasi persona non ricchissima.
Quel tale diceva “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino” … ma io non sono mai stato d’accordo. In primo luogo non è segno di “UOMITUDINE” smettere tutto o qualcosa. Ma mi conferma che non ha scritto SENTIVO e PROVAVO da bambino. La sensazione, il sentimento intimo, le emozioni, non si è azzardato a dire che non le provavi. Rielaborare, d’accordo, ma quel che provi è sostanzialmente lo stesso.
A volte fregarsene dei vecchi o degli esperti – quelli che ci sembrano esperti “in tutto” – per i giovani è una salvezza, credo. Alcuni secoli fa partecipai con due differenti gruppi ad una manifestazione musicale, un concorso/concerto. Nella preparazione, parlando con i fonici, alcuni dei gruppi presentarono la loro esigenza di avere la distorsione per il basso elettrico. Un tipo fico disse “a che diavolo serve una distorsione per il basso?”. Ma per fortuna un super “quellononcapisceuncazzo” (la nostra versione di “ok boomer”, immagino) superò la potentissima precedente sensazione di “quello ne sa un botto”. Perché era un jazzista, lo avevamo tutti quanti visto mettersi al tavolo con gli altri del suo gruppo, sedersi e inventare i brani che avrebbero suonato, qualcosa come 15 minuti prima di suonarli. Prima che io scoprissi che la “tradizione” del fuzz-bass risaliva agli anni ’60 e disseminava la storia del rock e di tutte le sue ramificazioni e parenti, sono passati moltissimi anni. È sicuramente vero che l’accesso immediato all’informazione tende a produrre ignoranti superficiali abituati a googlare, ma è anche vero che in 10 secondi puoi smentire svariati tipi di stronzate.
Mio padre è nato nel 1936. Profugo Istriano nella II guerra mondiale, visse molta della sua infanzia, fanciullezza e vita di ragazzo in collegi e strutture comunitarie, ma non in campo profughi, di cui comunque aveva specifica contezza, per i racconti precisi di chi, in collegio con lui, non voleva mai “tornare a casa”, perché tornare a casa significava che l’intimità era data da quattro coperte tirate tra te e gli odori, i rumori e le parole di chiunque altro. Quattro coperte per pareti, tirate con fili da biancheria. Per anni. Chi voleva tornare se quella era la casa? Nessuno. Questo soleva ricordare lui a chiunque tra i suoi compagni si lamentasse della vita disciplinata e rigorosa del collegio: lo era, come l’acqua è bagnata. Ma anche il fango è fango, è qui non c’è, si diceva, mentre lì si.
No credits: non voglio che capiate il luogo: chi sa riconosce.
Parliamo, se ben capisco, del 1950. In uno dei collegi il piano inferiore era dedicato ad ospitare ed istruire i ragazzi, collegio e convitto maschile. Ai piani di sopra, probabile proprietà concessa dalla chiesa, era ospitato il clero, preti. Mio padre, ieri, per la prima volta, mi dice che le informazioni riguardanti argomenti “delicati” per loro (non delicati nel senso di trattati con delicatezza, per carità, tutto era molto brutale e diretto! Ma non se ne parlava, ecco la “delicatezza” … era segreto, era imbarazzante, era vergogna) arrivavano con la brutalità diretta dei bambini: ad un certo punto uno arrivava e diceva a tutti “ma lo sapete che ci sono anche quelli che vanno con gli uomini?”. E lui faceva tanto d’occhi.
In tutta la mia vita precedente sentire “rock is not dead” per me era superfluo. Era ovvio, per me era vivo e vegeto e c’era un numero sufficiente di persone attorno a me a farmi vedere che non solo non parlavo al vento ma che potevamo avere gusti abbondantemente diversi persino nello stesso ambito, tra estremismi, gusti, nicchie.
Oggi invece è buffo sentire i “vecchi del rock” parlare davvero come vecchi. Con una certa benevolenza ma anche senza concedere un cazzo (Satriani a parte) … e dire “oggi i ragazzi ascoltano altro e quindi benvenga anche questo”. Senza dire che sono bravi, che lui canta, che l’altro suona. Niente. Al massimo sul fatto che sono sul palco con chitarre ed ampli senza roba elettronica.
Ma questo è: quello che io ho sentito essere sostanzialmente eterno è diventato “di moda una volta” (anche se ritengo fosse poco di moda e molto settoriale anche una volta). Ora davvero provoca la stessa sensazione che provocava quando è nato, nella maggioranza alla moda, fichetta, per bene: cioè “mh che rumore fastidioso, urlano”.
Ed eccoci a situazioni ribaltate, da vecchi, a sentire i giovani dire quello che una volta dicevano i vecchi ai giovani. Buffo? Strano?
Piacevole invece sentire Cacciari dire cose sulla gestione, senza visione, della Pandemia. Rinfrescante, mi sento meno solo. Certo, è un vecchio. Tra l’altro al telefono ha una voce paurosamente simile a quella di Mauro Corona! Ahahah!
Che poi sia una nicchia ok. Le nicche ci sono. Ma se la gente che crea e vive nella nicchia non è disposta a pagare, cosa produrrai? Chi investirà tempo e capacità in un miglioramento che sia fuori dalla sola passione? Se mi rompi i coglioni e mi metti a confronto, tanto non paghi, chemmefrega?
Roger Waters ha la faccia come il culo? O forse pensa – a ragione, in quel caso – che tutti si siano dimenticati delle sue trentennali posizioni di “ho fatto tutto io”, della sua incazzatura quando O’Rourke ha correttamente informato i membri della band quando lui pensava, lui, di scioglierla senza chiedere un cazzo a nessuno. Adesso fa persino il piagnucoloso, ma è uno stronzo, perché Gilmour ha sempre, in ogni scritto, ufficiale, DEI PINK FLOYD (vedi il cofanetto “Shine on” qui nelle mie mani, ed in ogni pagina che parla dell’abbandono, lo ribadisce) dato grandissima importanza alla creatività di Waters e al fatto che gli manca. Gli manca, dice ogni volta, ma se le cose stanno così, si va avanti. E loro avanti sono andati, i Pink Floyd. Perché se ne è andato, dai Pink Floyd, Roger Waters. Non se ne sono andati via i Pink Floyd da lui. Lui ha licenziato e assunto “come turnisti” alcuni di loro proprio durante the wall. E alla fine di Final Cut? Ma scherziamo, pensiamo tutti di dimenticarcelo? Per me i Pink Floyd SONO quelli con Roger Waters. E a tutti gli effetti per me “Amused to Death” è – ad ascoltarlo – un disco dei Pink Floyd in cui per sopperire alla gigantesca mancanza di Gilmour si è dovuti ricorrere, con grandissimo successo, ad un gigantesco Jeff Beck, espressivissimo. Quindi non tolgo nulla alla grandezza dei Floyd con Waters. Resta il fatto che lui li ha lasciati e quindi che cazzo vuoi adesso? Hai voluto ed ottenuto i diritti su The Wall. Che fai piangi perché una cosa che tu volevi morta, per te è morta? Gli hai buttato merda per secoli. Ad ogni uscita dei non-tuoi Floyd hai detto che era merdina, roba dozzinale. Quindi che vuoi? Riconoscimento? Beh ti viene dato, ce l’hai. Ma non puoi avere LUSTRO da una cosa che è rimasta viva per trent’anni da quando tu la volevi distruggere, far morire, abbandonare senza chiedere niente agli altri membri e senza riconoscere un cazzo formalmente a loro. Adesso, al massimo, così buttata li come un vecchietto furbacchione che piange il morto perché commercialmente non hai potenza di fuoco, solo adesso dici “NOI ABBIAMO fatto INSIEME”. Wow, mancava lo dicessi un secondo prima che ti inchiodassero la bara. Sei stato uno stronzo e nessuno se lo dimentica. Sei stato un grandissimo creativo, nevrotico e dispotico, totalmente sprezzante nei confronti degli altri membri della band, persino del pubblico. Qualcuno si dimentica che hai voluto far causa per l’uso del maiale gonfiabile? E adesso vuoi dire “oh, mi fa battere il cuore”. Ma non fai causa allora, no? Dici “hey ma quel maiale l’ho inventato io!”.
Visto che tutto ciò che era legale è stato regolato e che i tuoi diritti morali sono perfettamente noti… quello che vuoi è uno spazio pubblico sotto un nome che volevi fosse DISTRUTTO.
E sicuramente non hai mai pubblicamente riconosciuto il valore degli altri: hai sempre buttato merda, sempre detto che non valeva niente. Riso, quando ti hanno chiesto se ti mancava (Three Whishes, intervista) qualcuno che ti aiutasse nel processo creativo. No, hai riso. Non ti manca, è chiuso.
Adesso però vuoi. Ti serve? Ti mancano soldi? Non credo che ti manchino.
Tutti vogliono il riconoscimento che spetta loro.
Tu hai voltato le spalle in modo talmente stronzo che ora non puoi davvero aspettarti che ci si dimentichi. Sembrano quei nonni che hanno fatto tanto bene ai nipoti che li amano… e che si stupiscono perché i propri genitori odino e non vogliano parlare dei nonni… perché per loro erano genitori stronzi. Questi decenni di distanza chi ha sofferto non li dimentica.
Tu, Waters, ci hai sottratto trent’anni di Floyd completi: lo hai fatto tu. Non sono stati loro a mollare te: sei stato tu. E in tutti questi anni non hai mai riconosciuto un cazzo di valore agli altri, non in modo sincero. E pure ora si vede che proprio non ce la fai. Non ti viene perché sei sinceramente convinto che la tua unica mancanza sia stata quella di perdere legalmente, di non aver esercitato un potere che non ti sei premurato di avere. E lo hai anche dichiarato, in precedenza. Cosa che nessuno si dimentica, visto che non avevi certamente 20 anni.
Non ce lo dimentichiamo nemmeno noi. E non credo che se lo sia dimenticato Gilmour, al pari di chi ormai è morto e di chi è restato vivo ricordando ogni cosa, anche per chi è morto.
Guardate con attenzione come si premura di sfottere Gilmour giusto una settimana prima. E’ uno stronzo, non dimenticatevelo.
Una piccola nota: notate nel fermo immagine del video in apertura quanto Roger sembri disegnato da quello di Ren e Stimpy? Ma che ha fatto una plastica alle guance? Sembra… strano. Non che questo c’entri qualcosa. Del Senno di poi son piene le fosse caro Roger (“Graves are full of hindsight” dear Roger).
Fatevi un giro sul suo youtube e leggete se per caso c’è scritto “Pink Floyd the wall” oppure “Roger Waters The Wall”. Mi pare un po’ il bue che dice cornuto all’asino.
Ho deciso, dopo aver sentito per l’ennesima volta, negli ultimi 17 anni, che verso i 40-45 bisogna avere più paura di certe cose, di farmi infilare quello che va infilato su per il culo e verificare. Stiamo parlando, signore e signori, di colonscopia. Non so assolutamente in cosa consista. Ma il punto è che se verso i 45 fai questo esame, riduci sensibilmente il rischio di dover subire, nel caso di tumore al colon, interventi più gravi in futuro. Ora, come ben sapete se seguite questo blog a ritroso, che la mia attuale via è su due binari. Morire / vivere. Su quella del morire, vanno fatte determinate cose. Su quella del vivere, altre.
Ognuna di queste vuole evitare il soffrire.
Ecco, immagino che un tumore al colon possa far soffrire parecchio. E in vari modi. E ora come ora non sono nemmeno pronto a sapere quali.
Quindi ci sono due visite da prenotare. Oculista, sicuro. Proctologo, immagino. O boh, lo saprà la mia dottoressa.
Come devo aver già scritto e raccontato, ricordo che da quando mi trovo a fotografare in pranzi di qualsiasi genere ad un certo punto arriva un vecchio. Un vecchio e a volte una vecchia, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Questo signore più o meno gentilmente mi avvicina, si assicura che io sia un fotografo (sottinteso, bei tempi quelli da cui viene, professionista) e mi chiede se gentilmente gli posso fare una foto – io già sto dicendo allegro “!certamen…” – per la lapide.
La prima volta che è successo era un nonno di B. Mi è scesa una tristezza da dissennatori. Credo di aver pianto sommessamente scattando. Poi magari abbiamo scherzato, il signore era sicuramente allegrissimo, contento di aver “scroccato” la foto a chi stava pagando.
Da quella volta in poi mi è successo decine di volte. Mi rattrista sempre, ma sempre meno: loro non sono tristi, sono contenti; hanno una foto decente di quando sono eleganti e ben vestiti. E contenti, per giunta. Un evento felice, di solito, con parenti, gente che nasce, che si sposa. Che, quantomeno, mangia bene, quel giorno.
L’ultimo matrimonio che ho consegnato – ad una mia modella – conteneva foto fatte alla nonna. Quando ho suggerito di impaginarne una nell’album in cui non si vedeva il viso mi hanno chiesto perché. La foto era carina, solo piedi: quelli della sposa in scarpe da ginnastica, quelli dello sposo, e poi nonno e nonna in ciabatte, sul pavimento della loro casa, sicuramente noto a tutti.
Oltre al fatto che la foto funzionava di per sé (ma evidentemente … non per loro) ho dovuto spiegare che a mio avviso per quanto ottimisticamente ma la nonna e il nonno non dureranno tanto quanto la loro voglia di guardare l’album… e non vorrei che fosse mai per loro causa di lacrime.
Oggi ho consegnato l’album, dove comunque il volto dei nonni c’è. Mi hanno chiesto se potevo venire qualche ora più tardi del previsto: la nonna era morta.
Dopo la consegna, poco dopo, lo sposo mi ha richiamato: le foto buone della nonna, le ultime, sono quelle fatte in quell’occasione da me. Posso per favore fargliele avere tutte entro oggi-domani?
Ma certo. Ho confezionato colore, bianco e nero, crop colore, crop bianco e nero di tutte e mandato un wetransfer.
Tutti molto grati.
Credo che non citerò mai più quel tipo di possibilità: mi ricorderò solo di fare una bella foto ai vecchi, se davvero mi ricordo.
Oggi poi ho conosciuto uno che ha lavorato a Striscia (la notizia) per anni. Mi ha dato un tot di info interessanti che vi dirò in qualche altro post.
Qualche settimana fa mi suona il campanello la vicina, la sig.a S. , che dopo 6 anni ad ignorare i suoi tentativi di fare l’impocciona sia in modalità input che in modalità output , da un paio ha iniziato ad essere una vicina che per qualche motivo mi (ci) apprezza. E’ del mio pianerottolo. La sua parte sarebbe tutta in dialetto.
Apro: “si?”
– ti piacciono i chiodini? sono andata a funghi e me ne sono avanzati e se li vuoi aqwdeqiwudhaisuhdaisudhaisduh
– er… si, mi piacciono ma… in effetti non sono il massimo a curarli* …
– Beh ma te li cucina tua madre, no?
Questa storia forse l’ho già scritta. E’ vera, ne parlo ogni tanto, di solito a chi è molto più giovane. Oppure quando racconto di me, del fatto che quando io ti bacio per me il mondo sparisce, che baciarsi in pubblico per me è ok, e sei perfetta se te ne freghi anche tu, perché non ti importa più di niente altro.
E questo sarei io. Ma.
un Doisneau d’annata (fake, lo sapete)
Da bambino, figlio di madre ultracattolica (del ’37), andavo come tutti a lezioni di Catechismo (“a Dottrina” dicevamo noi). Ero piuttosto disinteressato al messaggio vero, al nocciolo della questione. Avevo già i miei dubbi. Sentivo già le incoerenze e le puttanate grosse. Ho solo due ricordi importanti e indelebili: uno non me lo spiego… da piccolo mi faceva un po’ sorridere, ma alla fine si vede che la mia sensibilità non era proprio una merda: questa signora prese un fiore e con visibile ma non teatrale sospiro per ciò che stava per fare, lo lasciò cadere a terra e lo calpestò. Molti di noi – e anche io – rimanemmo abbastanza con la faccia “ma è scema? embé? comunque io non pulisco eh”. Serviva a spiegare un atto di violenza verso qualcosa di delicato e debole… forse, non so. Ma in effetti, a dispetto di quanto forse credevamo di essere duri e insensibili, questo atto non si è cancellato mai più.