La non interessanza

La Premessa: Devo chiaramente premettere che ho scelto questo specifico posto per non essere facilmente riconoscibile, trovabile. Che vengo da quella internet dell’anonimato “perché si”. Che i dialoghi su “ma così non so chi sei, non ti vedo, non sei sincero” eccetera li abbiamo fatti, li abbiamo fatti in chat furiose, in room di WinMX persino. E i miei argomenti restano, forti, non sono bianco-o-nero. Hanno una forza però, r-esistono. E più passa il tempo più mantengono e prendono nuovo senso. Se io non intendo (come invece ho fatto in questo post dall’inizio) darvi un’idea di quanti anni abbia o quale sia il mio sesso, la forma del mio corpo, il suono o il tono della mia voce, il mio gesticolare, le espressioni o la loro mancanza sul mio volto, il mio respiro, il mio eventuale odore o profumo, i miei occhi, denti, capelli e abiti, la prossemica eccetera, non è affatto vero che non rimane nulla. Così come non lo sarebbe se considerassimo un libro qualsiasi senza le indicazioni su autore, editore, tipografia eccetera. Ad esempio l’Odissea. Rimane quello che è, e tu puoi masturbarti le meningi a capire se Omero sia o meno esistito e come fosse e perché e psicanalizzarlo o fare a “lui” una analisi sociologica. Oppure puoi leggere quello che c’è scritto e quanta roba e a quanti livelli ti venga comunicata.

Molte volte iniziavo un libro e aspettavo mezzo libro per dire “lo ha scritto un uomo o una donna?” e rispondermi. Perché non dovrebbe essere importante. Potrei (e lo farò) dilungarmi ma sto parlando d’altro qui.

Così vedo quanta differenza ci sia con questo modo di vedere le cose: https://www.ilpost.it/2025/11/10/impatto-salute-mentale-twitch/

Credo che si possa considerare quello dell’artista. L’artista che vuole che tutti lo conoscano e che tutti – quando vuole l*i – facciano finta di non conoscerl*. Roba che è sempre esistita. Ma adesso? Adesso la democratizzazione del mezzo , il buon vecchio (ormai) UGC hanno reso “tutti tutto”. La disintermediazione, no? Eccomi qui, infatti. Ma quanto è bello sbattermene il cazzo se mi leggete o no? E come mai non l’ho scritto – come facevo prima del 2003/2004 – in un luogo non-su-internet? Io so la mia motivazione: il modo in cui io ho iniziato a scrivere questo genere di roba era per farmi conoscere da una ragazza tra i 17 e i 18 anni. Niente cellulari al tempo, niente e-mail. Certo avremmo potuto scriverci lettere. Scrissi per sfogo, così, perché il tempo che non avevamo per sapere vicendevolmente chi eravamo io lo avevo in abbondanza. Scrissi “come se”. Come se scrivessi a lei. Cosa mi piaceva, cosa pensavo, cosa era stato frainteso. Ma il tempo passava e scrissi tantissimo. Così cambiai fogli, modo di scrivere, penne, colori, direzioni di scrittura, grandezze, tutto con carta e inchiostro. Un giorno le diedi tutto, Una settimana dopo mi restituì tutto e chi lo sa, sapeva qualcosa di più di me. Ci mettemmo assieme dopo o prima? Non lo ricordo.

Da quel gesto iniziai a scrivere su pc, che era più la mia cosa, sempre di più e sempre più velocemente. Al momento di arrivare al mio primo vero lavoro la mia velocità alla tastiera era incredibilmente più alta di quella delle “segretarie”, che avevano studiato dattilografia. Almeno a qualcosa era servito.

Ma scrivevo eccome, sempre e tanto. Come se avessi scritto a lei. Ma lei non c’era più da tanto.

Scrivere come se scrivessi a qualcuno che può leggere, che ha una testa, che potrebbe fraintenderti, che non è dentro la tua testa… è diverso dallo scrivere solamente per sé. Quindi in quelo che scrivo qui c’è un 99% di chisseneincula se mi leggete. C’è un 1% di “se passi e mi incontri e la mia e la tua umanità si fermano a conoscersi… mi fa piacere; mi leggi e ti fa cagare? Bene lo stesso: non sai chi sono, non so chi sei, hai avuto accesso diretto ad un istante di mente e cuore di questo tizio e non potevamo farci troppo del male con le nostre esistenze fisiche“. Però potevamo, possiamo, spiegarci, parlarci, interrogarci e risponderci, discutere, litigare persino. Ma preferisco sempre di no. Appassionarsi non comporta necessariamente odiare la controparte tanto da volerla ferire come persona. Il suo argomento, esso, non merita nulla che meriti un umano: è un argomento, non soffre.

Così osservo con sentimenti di straniamento che molte persone possano considerare la loro espressione umana “pressoché lavorativa” come il totale del sé: ho poche visual, non sono interessante. Magari ha un modo di essere vero: ma la psicologia ci dice che è normale i veri amici (con dei criteri per dirci quali essi siano) si contino sulle dita di una mano. E “interessante” diventa qualcosa di diverso dalla moda o dalla performance.

A me interessa la musica e la sua produzione, non solo ascoltarla. In un certo momento esibirmi live con i pezzi dei quali eravamo autori sarebbe stato figo. Ma ora? Ora so che non me ne sbatte: mi interessa produrre qualcosa e produrla come voglio, prima cosa (bene, credo io). Secondariamente sarebbe bello che questo ex-primere incontrasse altra umanità, ci si connettesse anche in differita. Ma se non accade, pazienza: io voglio fare BENE questa cosa. E bene secondo me. Certo, anche secondo chi era co-autore di quella musica. Ma ce ne sarà altra in cui farò quello che mi pare fottendomene di tutto. Tutto! E me la ascolterò io? Beh ma certo, mentre la crei lo fai. Se poi arriva qualcuno e la ascolta almeno quanto l’ho ascoltata io producendola e la gode così … beh ma che bello!

Ci conto? Ma neanche per sogno. Qui, ora, dove sto scrivendo in questo momento, è il deserto delle statistiche. E me ne frega? Ma no. Ho URGENZA di scrivere a volte. E da un po’ scrivo anche testi di canzoni: su carta! A volte solo idee, solo titoli, solo concetti ed anche su PC o solo in abbozzi in dialoghi con Chat-GPT (oggi ho coniato* Chat-CBD per voialtri TROGATI) … faranno cagare? Può darsi. Saranno incantabili perché non scrivo linee vocali? Può darsi. Io intanto scrivo.

Se non avessi scattato i nudi non li avrei. Li esporrò? Chi lo sa: ci sono molte difficoltà che non so come affrontare. Però il materiale lo ho. Oggi forse non incontro più nessuna, non avrei “materia prima”. Quindi ho fatto bene a fare quando c’era da fare. Pubblicare il nulla… non si può.

Sono interessante? L’ultima tizia che me l’ha detto non l’ho mai più vista. La gente non mi chiama granché, neanche quella che poi quando ci siamo … si parla. Ho abbandonato l’idea di essere davvero interessante, attraente. Corpo, mente, cuore: non interesso quelli di nessuno. Non mi fa stare bene: ma quanto mi fa più male illudermi che questo accada, poi accade per un po’ e poi si strappa via tutto?

Questo silenzio, vuoto, è freddo. Ma anche le fiamme dell’inferno non sono ‘sto granché.

Invece esprimere, produrre prima per sé, ma con la possibilità di una connessione… non garantita ma possibile dal momento che l’espressione è stata emessa ed esiste… questo è diverso. Arte? Questo non lo so davvero. Studiare estetica? Mh.

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* fanculo, ho verificato subito: esisteva già! maledizione!!!!!!

era un grande lavoratore, quindi

Di tanto in tanto mio padre mi parla del riversamento che una mia… boh, cugina? fa nei suoi confronti della sempre crescente frustrazione e disprezzo, recriminazioni rispetto al suo corrente (RIP – 103 anni) secondo marito. Ora è morto e lei sollevata non fa che reiterare quanto sbagliato fosse con lei, per lei. Anche io mi sono sempre chiesto e chi te l’ha fatto fà? Sei ricca sfondata, che te ne frega? “Ha insistito tanto”… beh lui ti amava, ma se non ti piaceva facevi a meno.

Cmq, il tipo di prima, che è morto, era fantastico e lei lo amava ecc, ecc. Quello che però mi dice molto di mio padre è che lui mette dentro a tutto questo il successo professionale come se avesse una importanza centrale nel rapporto di relazione. Gliene farei anche io una colpa se ormai non avessi passato questo segno: penso più al dispiacere di una visione della vita così legata alla sopravvivenza comoda. Il che non significa che non piaccia a tutti. Ma se fosse tutto qui significherebbe che due poveracci con le pezze al culo hanno una situazione sentimentale e relazionale non rilevabile, inesistente, se il fatto che sei povero, che sei incapace in un lavoro determinano il tuo valore personale e, in seguito, quello che tu fornisci alla relazione. In realtà nella relazione questo non c’entra niente.

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Paradosso vecchiaia

Certamente quando l’età avanza si accumula esperienza. Uno pensa “esperienza = competenza”. Ma anche rotture di coglioni vissute. Esperienze di merda. Delusioni. Amarezze. Mentre ti viene presa a martellate la forza, drenata l’energia che devi continuare a pompare dentro solo per stare in piedi mentre tutto ti prende a calci e grandinate… una cosa che accumuli è la fatica. Il “non ne posso più”, “anche basta”, “ne ho pieni i coglioni”, “non un’altra volta”, “succede sempre questa merda”.

Certo, ti puoi rimboccare le maniche, prendere un respirone e fare quello che devi. Ma appunto: devi.

Se non devi, tendenzialmente hai esaurito la tua quantità di energia disponbile per la merda, non per aprirti a curiosità, diversità, opportunità, possibilità.

“Ho già dato” se ti hanno menato per tre ore e sei stato un duro a incassare, non è che alla quarta dici “ho esperienza quindi non mi avete frollato la carne e ora sono maciullato”. Non tutto incallisce, qualcosa si incrina, si spezza, si indebolisce, si fiacca. E a noi tutti fa schifo la debolezza: ecco perché non vogliamo stare con chi non ci sopporta, vicendevolmente. Non deve, in effetti, farlo, così come non siamo tenuti noi.

E allora ognuno a casa propria, eccetera. No? Questo poi è quello che accade. Con un bel cane che è meglio delle persone, con tua figliachelacosapiùbellacheabbiamaifatto ma che se se ne va sei da capo. Con i gatti eccetera. Che non possono esprimere opinioni diverse dalla nostra, dirci che spariamo cazzate, che esistono altre vie.

Accettazione #345928347

Accade che si possa avere accesso a qualcosa ma che le condizioni o le conseguenze siano talmente negative, per noi, che preferiamo rinunciarci del tutto: il beneficio sarebbe inferiore al danno e non si può essere grati per il danno o poco coraggiosi ad andare incontro a danni potenziali assicurati, facendoli diventare reali, così, solo per l’esperienza. È stupido e masochistico. La passione esiste, la gioia esiste, il bello esiste, ma anche i loro contrari: si fa il conto e si decide. Qualcuno accetta un granello di gioia in una distesa di nulla. Altri no. Perché, sempre, prendere atto della realtà ed accettare che è così, non significa che mi deve anche piacere. Non pretendo, quindi, che ciò che è cambi: lo accetto. Ma decido io quale tipo di relazione, con tale realtà, intendo o non intendo avere (accettare). Il libero arbitrio è questo?

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ChatGPT Plus, chat temporanea con GPT-4, a specifiche questioni su questo testo mio, dice:

Analisi Critica del Testo

Il testo proposto si concentra sul concetto di “accettazione” di realtà non piacevoli, esaminando il rapporto tra libertà di scelta e conseguenze derivanti da tale scelta. Una prima osservazione critica può essere indirizzata alla mancanza di una definizione chiara di termini come “danno”, “gratitudine” e “libero arbitrio”, che potrebbe portare a interpretazioni vaghe o ambigue. Il testo, tuttavia, non sembra presentare fallacie argomentative evidenti come attacchi personali o appelli emotivi non pertinenti. La struttura logica è generalmente coerente, poiché l’autore espone una situazione, ne analizza gli aspetti e conclude basandosi sulla riflessione iniziale.

Tuttavia, una possibile debolezza potrebbe risiedere nell’assunzione implicita che la decisione di non accettare una realtà non piacevole sia sempre un atto di libero arbitrio, senza considerare influenze esterne o condizionamenti che possono limitare le scelte individuali. Questo potrebbe essere visto come una semplificazione eccessiva di una questione molto più complessa.

Trattamento da Parte di Diverse Discipline

Filosofia: La questione dell’accettazione e del libero arbitrio è centralmente trattata in filosofia, con figure come Sartre che enfatizzano la libertà dell’individuo di scegliere nonostante le circostanze esterne. Argomenti contro possono includere le teorie deterministe, che negano la libera volontà a causa di fattori predeterminati biologici o ambientali.

Psicologia: La psicologia esplora come gli individui affrontano le situazioni avverse attraverso concetti come la resilienza e la percezione del controllo. Studi su queste tematiche spesso supportano l’idea che accettare la realtà, anche quando è negativa, può contribuire a una migliore salute mentale.

Sociologia: La sociologia può guardare alla questione dell’accettazione all’interno dei contesti sociali, analizzando come le norme culturali e le pressioni sociali influenzano le decisioni individuali. Ciò potrebbe portare a un dibattito sull’entità del libero arbitrio in contesti sociali densi di normative e aspettative.

Morale ed Etica: Queste discipline indagano spesso i principi dietro le decisioni di accettazione o rifiuto, interrogandosi se sia “giusto” accettare condizioni negative o se sia moralmente obbligatorio cercare di cambiarle.

Politica: La politica considera come le leggi e le politiche possano influenzare l’accettazione di certe realtà sociali o economiche. Il dibattito può riguardare questioni di giustizia sociale e diritti individuali versus il bene collettivo.

In conclusione, il testo solleva questioni significative che sono state ampiamente dibattute in molteplici campi del sapere, offrendo spunti per ulteriori riflessioni e discussioni.

L’assunzione che la decisione di accettare o non accettare una realtà sia sempre un atto di libero arbitrio è complessa e può essere analizzata sia da prospettive a favore (pro) che contro (contro). Esplorerò entrambi gli aspetti offrendo esempi specifici per illustrare meglio il dibattito.

Argomentazioni a favore (Pro)

  1. Autodeterminazione personale: Dal punto di vista filosofico, autori come Jean-Paul Sartre sostengono che gli individui sono sempre liberi di fare scelte, nonostante le circostanze. Questa visione enfatizza l’autodeterminazione. Ad esempio, una persona può scegliere di lasciare un lavoro stressante nonostante la sicurezza economica che offre, evidenziando un esercizio del libero arbitrio in contrasto con le pressioni finanziarie.
  2. Resilienza psicologica: In psicologia, la resilienza è la capacità di riprendersi da situazioni difficili. L’esercizio del libero arbitrio è evidente quando individui affrontano traumi o stress significativi e decidono consapevolmente di cercare aiuto o adottare strategie positive di coping, piuttosto che cedere alle circostanze.
  3. Rifiuto di conformismo sociale: Dal punto di vista sociologico, il rifiuto di conformarsi a norme sociali opprimenti è un altro esempio di libero arbitrio. Le rivoluzioni e i movimenti sociali come il suffragio femminile o il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti sono esempi storici di individui che rifiutano una realtà accettata dalla maggioranza e agiscono per cambiarla.

Argomentazioni contro (Contro)

  1. Determinismo biologico e ambientale: Le teorie deterministe sostengono che molti aspetti delle decisioni umane sono predeterminati da fattori biologici o ambientali. Ad esempio, la ricerca ha mostrato come certi comportamenti possano essere influenzati da geni o condizioni ambientali come la povertà, limitando di fatto il libero arbitrio nell’accettazione o rifiuto di determinate situazioni.
  2. Influenza delle condizioni psicologiche: Condizioni come la depressione o l’ansia possono limitare significativamente la percezione delle scelte disponibili per un individuo, influenzando la sua capacità di esercitare il libero arbitrio. Una persona con depressione severa potrebbe sentirsi incapace di cambiare la propria situazione, anche se esternamente sembrano esserci opzioni disponibili.
  3. Pressioni e aspettative sociali: In sociologia, è riconosciuto come le aspettative sociali possano limitare le scelte individuali. Ad esempio, in certe culture, il matrimonio può essere visto non solo come una scelta personale ma come un obbligo sociale, limitando la libertà individuale di scegliere diversamente senza subire significative conseguenze sociali.

In sintesi, mentre il concetto di libero arbitrio è centrale nella discussione sulla capacità di accettare o rifiutare situazioni, esistono argomentazioni valide sia a favore che contro, che dipendono da una varietà di fattori psicologici, biologici, e sociali. Questo dimostra la complessità e la multidimensionalità del concetto di libero arbitrio nelle scienze umane.

Riguardo alla resilienza e alla psicologia (io)

questo assunto è assolutistico, sembra fondato sul fatto che la libertà sia solo quella di non fare valutazioni che portino a cedere, come se queste non fossero lucide, senza dimostrare che sia invece un preciso calcolo di costo VS beneficio

Risposta (ChatGPT):

Hai sollevato un punto interessante sulle limitazioni della visione che associa il libero arbitrio solo alla capacità di non “cedere” alle circostanze avverse, che sembra suggerire una valutazione non lucida. In effetti, esiste una dimensione del libero arbitrio che implica un calcolo attento e razionale dei costi e dei benefici, che può portare a decisioni più meditate e potenzialmente diverse.

Costi vs Benefici nella Decisione

L’approccio di costo-beneficio è un aspetto cruciale nella teoria delle decisioni e può essere applicato efficacemente anche nell’analisi del libero arbitrio:

  1. Valutazioni lucide in situazioni avverse: Anziché una semplice resistenza alle circostanze negative, il libero arbitrio può manifestarsi attraverso decisioni ponderate, basate su un attento bilanciamento tra i costi e i benefici previsti. Ad esempio, una persona che decide di rimanere in un lavoro poco gratificante potrebbe farlo valutando che i benefici economici superano il disagio personale, piuttosto che semplicemente “sopportare” le condizioni.
  2. Lucidità nelle crisi personali: Anche nelle crisi personali, come una malattia grave, la scelta di accettare o cercare un trattamento alternativo può essere basata su una valutazione dettagliata dei possibili esiti, degli effetti collaterali, della qualità di vita attesa e delle opinioni mediche, anziché un mero atto di resistenza al destino.
  3. Scelte sociali e culturali: Nel contesto socioculturale, le decisioni riguardanti l’adesione a tradizioni o norme possono anche essere il risultato di valutazioni dei costi sociali e personali associati alla conformità o alla deviazione. Ad esempio, una persona può scegliere di seguire una norma culturale non perché la subisca passivamente, ma perché valuta che il mantenimento delle relazioni familiari e sociali offra benefici superiori rispetto al costo della non conformità.

Questi esempi dimostrano che il libero arbitrio può essere esercitato attraverso decisioni che non sono semplicemente reazioni a circostanze avverse, ma risultati di processi decisionali complessi e riflessivi. Questo punto di vista offre una comprensione più ampia del libero arbitrio, considerando sia la resistenza alle difficoltà che la capacità di fare scelte consapevoli basate su valutazioni logiche e informate.

~

L’argomento di questi ultimi anni, per me, è: vorrei che la psicologia clinica si assumesse la responsabilità di dichiarare che tutte le sue operazioni sono volte al benessere dell’individuo che sia lucidamente determinato a sopravvivere a prescindere dal fatto che tutte le terapie si fondano sull’accettazione che la vita è intrinsecamente mescolata a fatica, sofferenza, dolore. Questo però non è un assunto fondativo generale. Si tratta infatti già di una delle due biforcazioni di un bivio: mi sta bene / non mi sta bene. Quello che trovo pericoloso dal punto di vista normativo/legislativo è che, nel momento di prendere decisioni informate, il legislatore non si interroghi sufficientemente sulla base di alcuni ragionamenti degli specialisti psicologi e finiscano, in tema di libertà di scelte su fine vita, esistenza eccetera, per accettare acriticamente ciò che sembrano acriticamente accettare coloro che sono dediti al “far stare bene la gente” mentre si tratta di “far stare bene la gente CHE VUOLE SOPRAVVIVERE, automaticamente appiccicando una patologia a chi liberamente decide che questa valutazione sia soggettiva “.

Il fondamento legistlativo che patologizza una scelta libera soggettiva solo perché minoritaria nascondendo invece l’utilitarismo monodirezionale della società che intende estrarre beneficio dall’esistenza dei singoli, senza curarsi della loro felicità (poiché intrinsecamente considerano deboli e biasimevoli alcune condotte che altrimenti richiederebbero sforzo collettivo) è, per me, fascista. Malvagio, egoistico mentre considera egoista il singolo che non si fa fregare dall’egoismo di tutti gli altri singoli mentre ipocritamente si aspettano contributo. I numeri su quanti siano ricchi e quanti poveri nel mondo, rispondono alla critica di “assurdità”.

Scegliere di sottrarsi deve essere considerato al pari della scelta del lavoro intrinsecamente forzato della sopravvivenza. Come scelta libera riconosciuta valida dalla società dovrebbe, quindi, trovare un aiuto rapido ed indolore che renda effettiva questa pratica libera, deliberata di interruzione volontaria dell’esistenza. Additare a pigrizia del singolo la poca voglia di fare lo schiavo ignora la contemporanea pigrizia di tutti di adoperarsi per rendere la società collettivamente responsabile nell’elevarci rispetto alle scimmie ed altri animali gerarchici, competitivi, dominatori dei propri simili e collaborare, considerando il vantaggio proprio che porta danno ad altri come il principale dei mali inaccettabili. La scelta di non-esistenza, in questa ottica, scomparirebbe come “male” e sarebbe una valida scelta come tante altre, che non parte da presupposti machisti, efficientisti (solo per i sottoposti e i singoli), arrivisti, aziendalisti che spostano la responsabilità sul singolo che DEVE sopravvivere, ma sulla società nel suo complesso che la renda una scelta DESIDERABILE ed attrattiva. Soprattutto se, in fondo in fondo, quel che vuoi da quel singolo è che contribuisca a fare qualcosa per te. Beh sbattiti, o lasciami morire, ma con onestà intellettuale.

“Lealtà e bisogno” (meh)

Mi rendo conto che molti usano le iA per questioni pragmatiche. Ma ecco una testimonianza, tra le mie tante, di quello che ci faccio io, oltre a farla sgobbare per il keywording.

A:

“lealtà e bisogno non sono la stessa cosa” dice qualcuno; “la dedizione a qualcosa, data come scelta, è diversa dal darla per bisogno”.
A mio avviso tutto si gioca sul concetto di “bisogno” che in questo contesto mi risulta ambiguo oltre che in vari casi scelta e bisogno corrispondono.

B:

Hai sollevato un punto interessante e complesso. Infatti, la distinzione tra “lealtà” e “bisogno” può essere molto sfumata, a seconda di come interpretiamo il termine “bisogno”.

Se per “bisogno” intendiamo una necessità fondamentale, un impulso primario, allora la lealtà può sembrare qualcosa di diverso. La lealtà è spesso vista come una scelta, un impegno voluto e mantenuto verso una persona, un ideale o una causa. In altre parole, la lealtà presuppone un certo grado di agenzia e decisione consapevole.

Tuttavia, potrebbe esserci un “bisogno” di un altro tipo, un bisogno emotivo o psicologico. Ad esempio, potremmo sentire il “bisogno” di essere leali a qualcuno o qualcosa perché ci dà un senso di appartenenza, identità o sicurezza. In questo caso, “bisogno” e “lealtà” possono sembrare molto più interconnessi.

Come hai detto, la chiave è come interpretiamo il concetto di “bisogno”. Se lo vediamo solo come un impulso primario, allora la lealtà e il bisogno possono sembrare molto diversi. Ma se lo consideriamo in un senso più ampio, includendo bisogni emotivi e psicologici, allora la lealtà e il bisogno possono effettivamente sovrapporsi in molti casi.

Ovviamente, queste sono solo alcune delle possibili interpretazioni. La relazione tra lealtà e bisogno può essere interpretata in molti modi diversi, a seconda della prospettiva che si adotta.

A:

Ottimo, ti ricodo che in italiano “agency” come lo hai tradotto tu, ossia “agenzia” non è corretto.

B:

Hai perfettamente ragione, mi scuso per l’errore. Il termine “agency” in inglese viene spesso utilizzato in psicologia e filosofia per indicare la capacità di un individuo di agire in modo autonomo e fare scelte personali. In italiano non esiste una traduzione diretta di questa parola in questo contesto. Una migliore traduzione potrebbe essere “autodeterminazione” o “capacità di agire autonomamente“. Grazie

“La teoria la so tutta”

Parlavo con B, quei 10 minuti al giorno in cui guarda altra roba e in qualche modo con un orecchio mi ascolta, con l’altro ascolta tablet e cellulare, ma ha la grande abilitàò di ripetere le ultime 10 parole correttamente per cui sembra che mi ascolti, ma poi a volte ascolta davvero, specie se ha iniziato lei. Mi diceva che P è incredibile perché ha studiato psicologia eppure si comporta in quel modo. Mi ha ricordato la donna lunare, che spero ora il più felice possibile con qualcuno accanto che non sono io, che diceva sempre “la teoria la so tutta”, a ricordare che aveva sentito e letto molte cose che riguardavano i suoi mali.

Spesso abbiamo la mappa, le foto del luogo, persino cartoline con la foto di chi ha raggiunto la meta, ma niente dentro di noi per percorrere serenamente il tragitto.

La spero sempre felice.

Una delle luci che ha acceso in me è stata quella del “se non mi amassi ti farei cagare”. Proprio scrivendo qui (nella versione del blog in cui ci conoscemmo) ne avevo parlato e lei ironicamente mi scrisse “fattene una ragione, vieni apprezzato per le tue qualità umane”. Come dire “buttale via… perché ti fa schifo?”.

Ma perché per me è come essere educati. Cioè, il problema è NON esserlo, la normalità è esserlo, la virtù è qualcosa di eccellente, che so… restare educati e pacati in situazioni difficili. Ma è come respirare. Io respiro e Usain Bolt respira, se usain bolt è amabile o meno, questo non lo rende meno forte. La sua forza è misurabile, il record lo stabilisce anche se è antipatico.

Amore, infatuazione. “Mi stai sul cazzo e spari cazzate ma ti amo”. Per me questa cosa non esiste. Esiste invece “talvolta spari cazzate, talvolta fai cose che non sopporto e non sono queste quelle per cui ti stimo e che mi attraggono, ma di solito ragioni, di solito fai cose che mi piacciono, in generale ed in particolare nei miei confronti”. Questo è sensato. Ma quando ti piace questo perché piace a me, fai questo perché piace a me… qualcosa non va, qualcosa è pronto a spezzarsi, il tuo pensiero è pronto a diventare “e io che ho fatto tutto questo per te! TI HO DATO i migliori anni… ” eccetera, “solo perché ti amavo!”.

Ma se stavi male che cazzo?!?!!!! Se NON VOLEVI FARE non dovevi fare. Se non ti piaceva fare, non dovevi fare. Se non amavi parlare o ascoltare, non dovevi farlo. E questo proprio mentre amavi la persona. Perché proprio mentre la amavi le stavi mentendo. Ti succhio il cazzo perché piace a te.

Ma che schifo! Te la lecco solo perché piace a te? Ma che schifo!

Ti ascolto mentre sproloqui e affermi assurdità insensate perché ti amo e non ti dico niente perché ti amo.

Magari anche se non mi ami puoi dire solo “non sono d’accordo ma soprattutto sono argomenti che mi interessano poco e non ho voglia di investirci tempo ed emozione, mentre invece lo farei su questo questo e questo”. Ma se non lo faresti nemmeno in altro, ecco, mi chiedo: ma perché esiste questa relazione? Amicale, di frequentazione, perché?

photographer in his studio

Se invece la spostiamo sul “fare qualcosa”, diventa una aberrazione ancora più grande: vengo da te a farmi i capelli perché sei simpatico. E se ti monco un orecchio? Se ti faccio un taglio sbagliato? Anni 30?

Vengo da te, fotografo, perchè sei mio amico. Conosco te. Si ma ti fa schifo il mio stile o comunque non te ne frega un cazzo perché vuoi quello che vuoi tu, che è il contrario di quello che faccio io.

Vengo da te perché mi stai simpatico. Mi fa uscire pazzo. Chiaramente io sono felicissimo di starti simpatico, su questo non ci sono dubbi. Non mi piace starti antipatico, amo relazioni allegre, magari gentili. Ma quello che faccio è importante: se per te non conta mi sento una troia. Perché tu compri il mio aspetto umano e non la mia prestazione lavorativa. Che sia un problema mio può darsi, che sia anche un problema della mancanza di rapporti umani? Cioè finisci per pagare una cosa che dovrebbe eserci sempre?

Certo non ti prendo a calci in culo “vattene, non ami la mia arte, ami me!”. Ma qualcosa si rompe. Cerco sempre di pensarci “ma questa persona ci capisce qualcosa? vede la differenza?” e di dare comunque il meglio che posso, contanto che il risultato lo vedrà qualcuno che non sta vivendo l’esperienza.

Fatto sta che in una auto-meritocrazia mi sembra un imbroglio, un inganno, un agitare le mani per distrarti da una macchia sulla mia camicia, sulle mura imbrattate, sulla mancanza di qualcosa per cui eri invece entrato da me. Come se la mia gentilezza fosse un gioco delle tre carte e tu te ne uscissi con qualcosa di cui io non sono soddisfatto e tu non sarai orgoglioso, magari chiedendoti perché costi così tanto… che non era mica poi così tanto simpatico quello la eh.

Quello che ti offre un bar, un locale, è differente da quello che ti offre il fornitore di un servizio, anche alla persona, anche artistico. Da ritrattista sono il primo a dire che la relazione è fondamentale. Ma se è un matrimonio, un reportage… le foto le dovrai guardare, no?

Pigne in culo

Noi pigne in culo siamo difficilmente tollerabili. A suo tempo M. disse che, quando mi succede che qualcuno mi mandi ai matti e qualcuno no, non si tratta di un problema  di comunicazione, bensì  di relazione. Per ora sospendo il giudizio perché avevamo differenti interpretazioni e visioni su alcuni punti cruciali ed inoltre non ho letto il libro fondamentale che dovrei, ma già la wiki mi dice che  non è detto. Proprio perché essendo un approccio sistemico quello di cui tratta il libro, la comunicazione potrebbe entrare fortemente in gioco.

Credo abbia ragione però. Quando entro in contatto con alcune persone subito l’atmosfera … frigge. Non è che si surriscaldi piano: il  misunderstanding o ancora peggio, l’interpretazione  malevola o comunque in luce negativa di quanto io dico o di quanto dice l’altro sembra sempre presente.

Le puntualizzazioni sembrano diventare irrinunciabili per tentare di dissipare i fraintendimenti, che invece si affastellano, prendendo il posto del vero dialogo, sostituendosi del tutto.

Una mia ex collega, anzi un paio, arrivano velocemente a questo, in special modo con me. Ma io credo sia perché abbiamo un approccio identico, uguale e contrario, contrapposto, per qualche aspetto di permalosità. Prendiamo “per male” qualcosa. Un tono, un significato, un’intenzione.

Mi scrive, questa ex collega, per fare una donazione di un vecchio PC. Le dico a chi farla, mi chiede se non ci possiamo trovare, le ricordo che ci ho provato per mesi, a vederla, anche solo per un caffè, ma poi ho desistito (per 6 mesi, un anno fa: aveva sempre qualcosa). Quindi che la cosa migliore era l’indirizzo della sede dove consegnare il materiale. Ed aggiungo “farai sicuramente una buona azione”.

Mi risponde (WhatsApp) “sono da vent’anni nel volontariato”
/
“ti pare che non faccia buone azioni”

faccetta.

Faccetta finché vuoi, puoi dirmi questa cosa sorridendo. Ma  sai che so che sei nel volontariato. Quando abbiamo avuto modo di “avvicinare i nostri cuori” (sul serio, niente sesso, due persone che capiscono meglio chi sono) e mi hai sfracellato la minchia finché sono venuto a vedere fisicamente la sede, ci sono venuto, ho ascoltato, ho compreso, mi sono anche commosso e tu c’eri. Quindi  sai che lo so. E quindi checcazzo dici?

Fornito l’indirizzo, ho salutato e tagliato corto.

Sicuramente entrambi siamo risentiti ora.

Una volta me ne sbattevo i coglioni di lei. Conoscendola ho imparato a comprendere  perché. Ma ancora una volta, forever,  comprendere non significa giustificare. Chiunque la conosca non riesce a stare troppo con lei perché trita troppo la minchia.

 

E lo stesso succede con me, direi.

 

clientelismo sentimentale

“Solo perché ti amo”.

“Perché sei mio amico”.

Ma quanto vali davvero?

Sembra che le tue caratteristiche intrinseche, ovverosia non relative alla relazione di conoscenza, sentimento, tra te e il tuo interlocutore, siano conoscibili solo con persone di cui non ti frega un cazzo e a cui non frega un cazzo di te. Anzi. Forse è questo che dovresti sempre fare per misurare le tue capacità. Peccato che alcune di queste siano molto difficili da mettere in atto fuori da una relazione amorosa o amicale. Ad esempio il sesso. Ad esempio la fiducia.

Sei una enorme testa di cazzo, ma tutto diventa accettabile o sopportabile perché ti amo. Ma se non ti amassi non ti stimerei affatto? Continue reading →