un tuffo nel dolore passato

Le foto possono rendere immortale parecchio. Il motivo per cui mi piace ritrarre splendidi nudi di donna è questo: una cosa passeggera e bellissima, diventa eterna.

Ma per quello che  poteva essere e non è stato, questo tipo di ricordo rende eterno il dolore. Certo, ragionando tu sai che quello è il passato. Ma è lì, perenne memento. Tutto scorre, no?

Un infernale meccanismo del mio cellulare di tanto in tanto mi ripropone la costruzione di album tematici, probabilmente relativi all’anno scorso in questo stesso periodo. Cioè poco prima che  lei mi lasciasse. Oggi non sto poi così male per questo, mi dico, e mi credo, e credo sia vero. Ma quando vedo quelle foto mi ricordo che tipo di persona mi attragga in maniera viscerale, mi ricordi la vitalità e la voglia di vivere…

Un tuffo al cuore, terribile, che di nuovo mi ricorda la rarità, in senso assoluto, di questo tipo di persona a vista del mio occhio. E la pressoché impossibile probabilità, per un vecchio, di essere attraente e men che meno riamato da un tipo di persona così.

Perché in tutto questo l’aspetto fisico c’entra. Mente e corpo, cuore e carattere. Io sono un individuo, non voglio tutta una persona, non voglio tutto il suo tempo e ne voglio anche per me, del mio. Tuttavia quando sei mia e sono tuo tutto questo miscuglio di bellezza…

… oh fuck.

vado

Menefreghismo esistenziale ed altre quisquilie

Sono sempre io. La stessa persona. Sono in grado di ascoltarmi i Dream Theater, i TOOL e i Liquid Tension Experiment tanto quanto spararmi, con piacere, cercandolo, quanto Cliff Martinez nella colonna sonora di “Solaris” come “The Shutow Assembly” di Brian Eno. Roba che è anche perfettamente in grado di farmi addormentare, chiaramente. Ma spesso anche di rilassarmi e basta, mentre lavoro spesso. Con piacere.

Sono sempre io.

Questo essere questo e quello disorienta sempre gli altri. A tutti piace essere, o anzi, gli piace che tu sia questo OPPURE quello. Il questo E quello che vorrebbero, di solito riguarda altri argomenti. Ma i gusti, il carattere… mi pare, dico mi pare di non contraddirmi, di solito non lo accettano, non lo gradiscono.

O fai casino, o silenzio. O sei quello dark oppure tarantelle. O ti piacciono i supereroi oppure i film francesi pallosi. Un po’ di questo e un po’ di quello no, non è possibile. Se io sto bene con te e tu con me e io mi innamoro allora anche tu devi, tu non puoi solo stare bene tuttigliuominisonouguali.

Eppure io, da solo nella mia fottuta solitudine, sono qui che ascolto Martinez. E poco fa ascoltavo i TOOL veramente ad alto volume.

La calma e il casino nella mia mente invece sono strani. Stavo quasi pensando di smettere l’Efexor ora. Di sbattermene ed entrare in modalità tasto rosso “distaccata”, cioè senza disperazione: per necessità economiche qualora sopraggiungessero. Quindi invertire notte e giorno con calma, andare avanti con tutto, iniziare a smettere, iniziare a disperarmi sinteticamente (astinenza-assuefazione) … e ad agosto, inizio settembre avrei finito, forse. E poi basta anestetico. Basta medicina. Basta. Poi potrei tornare a lasciar scorrere nelle vene il pericolo, la paura, la disperazione autentiche, non filtrate, come facevo prima. 7 anni fa. Ironico.

Come sempre. Anche se non voglio. Anche se non ci penso. Quando sento che il dolore forte scema, di solito sono passati sette anni. Questa volta il dolore non era l’amore e basta. Era … tutto. Era disperazione, burnout, tutto compresso. Niente è scomparso, credo.

La prospettiva della morte facile, a portata di mano (il tubo col monossido, oppure buttarsi in un lago gelido di montagna, come suggeriva un’avventrice che secondo me ha idee un po’ PULP su cosa sia soffrire tantissimo per non soffrire… io non sono autolesionista: io sono cacasotto, non voglio soffrire: figurati congelamento con terrore e soffocamento: una delle morti più dolorose e terrificanti che esistano) – la prospettiva dico, della morte facile, mi rende più facilmente avvicinabile quella sensazione di “chissenefotte” che tutti ti suggeriscono con il classico “non farti le seghe mentali”. Il menefreghismo esistenziale, la sensazione che per quanto possa andare male, tu puoi sempre morire, in un istante. Andartene via.

Mi ripeto che mio padre, credo, vorrebbe andare, sia stufo di vivere. Ma resta per noi, per noi poveri tre sfigati ed in particolare per me, che sostanzialmente mantiene in una situazione in perdita. E mio fratello che mantiene tout-court, non dico vitellone, ma quantomeno depresso e “neet”.

Adesso, in questo momento, dico queste cose con un certo distacco. Non vado in palestra da mesi, sento la pancia gonfia. Il resto sarebbe a posto, ma questo richiede serio impegno. E a suo tempo mi dissero: devi allenare la resistenza. Certo seguito da un “dico per te, non per me”. Eppure se non fosse per la controparte io non sentirei nessuna necessità di avere maggiore resistenza.

Ora sono completamente notturno. Sistemo altre 40 foto, poi mi faccio un caffè in qualche merdosa sala da gioco: almeno per me hanno una precisa utilità. E ho sempre un cazzo di matrimonio da sistemare. Puttana eva.

Ad ogni modo forse sono riuscito a vendere l’85 Sigma Art, che è un bel gioiello, ma ha davvero un problema di autofocus “strutturale”. Non è il mio ad averlo. Lo hanno e basta, in condizioni di scarsa luminosità devi avere una 1D e comunque fa fatica.

Continuo a pensare a quella cosa terribile di Watzlawick secondo cui non esiste una sola realtà e mi domando cosa ne direbbe Odifreddi o un qualsiasi laureato in Fisica.

Ci penso continuamente: questa sera al ristorante cinese il cameriere indiano ha detto “se mi dici che vuoi il caffè non lavo la caffetteria”. L’immagine evocata dalla parola caffetteria è un ambiente, un locale. La caffettiera, anche se non si trattava specificamente della “macchina per fare il caffè”, comunque è un oggetto, un macchinario. La caffettiera è comunque una caffettiera. Non è la Magrittiana Trahison des images, non è nemmeno il trucchetto di Eraclito relativamente al fiume che non è mai lo stesso. Questo piegare la lingua lo gradisco, mi piace, offre alternative comunicative al didascalico. Ma la descrizione della realtà materiale è possibile, univoca, inequivocabile e corrispondente al vero, misurabile. Daltonico o non daltonico, la radiazione di luce emessa e riflessa è misurabile da uno strumento. Quella è: se tu ne percepisci una differente, questo non cambia la realtà. Non percepiamo la materia oscura. Eppure ci sono modi per comprenderne l’esistenza e a colpi di successivi perfezionamenti si arriva ad una regola, ripetibile.

Poi anche se ci penso continuamente, poi penso che a discettare di simili questioni siamo davvero uno sparuto numero di individui e probabilmente ci riteniamo vicendevolmente indisponenti se non addirittura detestabili.

La complessità di una persona non esclude la compresenza e l’apprezzamento sia della capacità espressiva della parola distaccata dall’univoca e precisa individuazione di concetti astratti o concreti mai ambibigui, sia quella che invece inchioda la realtà alla comunicazione.

Questo è questo. E poi c’è poesia, utilizzo della caffettiera per farci un vaso o un fermaporta. “per me è un fermaporta” non esiste. Non sai cos’è. Oppure “io lo uso come” è corretto. Ma una caffettiera è una caffettiera. Potrebbe persino essere un oggetto a forma di caffettiera che non funziona. Senza il foro. Allora non lo sarebbe. Si verifica. E alla fine è quello che è e non altro. Del resto è una questione di cui dibattevano alcune testine già 2500 anni fa.

l’aiuto non ti sostituisce

Ci sono momenti in cui sei spezzato. Una crepa ti passa da testa a piedi e il dolore ti devasta. Non riesci a fare niente, senti il tremore negli arti: il più piccolo gesto diventa difficile.

Se hai predisposizione o una storia di introspezione, lo fai, cerchi di guardarti dentro, di aiutarti. Ma se lo fai da tanto, a parte avere familiarità con la cosa, se continui a farlo, non hai risolto. La parte “aiutati” ce la stai mettendo, ed è ora del “che Dio t’aiuta”. Ma siccome Dio non esiste, ti devi far aiutare da qualcun altro. Che poi questo qualcun altro sia la persona giusta e che ce la faccia ovviamente non è detto.

Quello che è detto sempre troppo poco è che costa tanti soldi e che il dolore ce l’ha tanto il povero che il ricco.

Ma a volte qualcuno pensa: se mi faccio aiutare mi adagerò, mi metterò nelle mani altrui e io non mi rialzerò più: se uso un farmaco ne diverrò dipendente per sempre, se uso una persona che è un farmaco, lo stesso: io non saprò più aiutare me stesso.

Ma fino ad ora davvero ti sei aiutato? Magari un po’. Ecco. Questo ti risponde: un po’ puoi farti aiutare: non diventi TUTTO di qualcuno. La stampella non dura tutta la vita. Magari le pillole per la pressione si. Ecco: ci sono differenze.

Ma il dolore può essere talmente insopportabile… e venirne fuori e tornare a respirare… riguadagnarsi alla vita… sempre che questa vita la si fosse apprezzata, prima, è una cosa da tentare.

Quali risorse gratuite ci sono per l’aiuto psicologico in Italia? A me risulta che solo per le dipendenze (gioco, alcol, droghe) ci sia vera disponibilità, continuativa, gratuita. Qualcuno ne sa di più? Quando ho avuto bisogno io ho trovato il consultorio. Ho anche trovato il “telefono amico” (via mail) ma quello mi serviva a poco. Alla fine quando vuoi farla finita loro non sono quelli giusti. Altro, esiste? Io lo so che la gente deve essere pagata. Non sto dicendo che debbano lavorare gratis. Sto chiedendo come i pazienti possano accedere gratuitamente a qualcosa che qualcun altro (la società, lo Stato, qualche ente) mette a disposizione gratuitamente.

deve essere inevitabile farsi del male?

Mary scrisse a Jonny, ad un certo punto. Lo osservava dalla luna. Lo osservava: una sagoma nera che faceva, diceva, raccontava, vagolava. Di tanto in tanto si erano gridati opinioni dal suo giardino alla luna. Talvolta Jonny cercava una corda con cui impiccarsi, ma non era mai quella giusta: troppo dolore, e io soffro già. Lei gli disse ti sento e lui sentiva lei. Non si erano mai visti in faccia. Lei gli aveva guardato dentro direttamente, col microscopio, fino a dentro le più minuscole cellule. Poteva chiedere ai mitocondri delle cellule sudoripare dell’ascella di lui “è vero quel che dice?” e loro avrebbero confermato o smentito. Era tutto scritto, chiaro, come lui voleva essere. Lui si conosceva, non poteva prescindere dal come lei fosse fatta fisicamente. Si conosceva. Sapeva che in astratto le menti e i cuori si possono intrecciare, fondere, compenetrare. Ma siamo umani, lui era umano, si conosceva, conosceva il suo punto più debole dell’essere uomo.

(C) Gianni De Conno per IBBY Italia

Mary prima raccontò, poi offrì il suo dentro. Poi diede tanto da poter essere vista fisicamente, sulla luna. John controllò coi propri occhi. Si volarono attorno a distanza per un po’. Jonny partì: lungo viaggio; meta: Mary. Mary non sapeva come Johnny fosse fatto davvero. Si incontrarono alla locanda della luna, si intrecciarono, si parlarono, si baciarono e fecero di tutto. E poi ancora, e poi altre volte. Poi Mary da Jonny. Il patto era semplice: stiamo bene. Imperativo. E anche un nuovo tempo: contemplativo presente. E il futuro, prossimo, sarebbe stata la volta dopo. Felici, presenti, io per te e tu per me. Sulla luna o nel tuo giardino incasinato. Quando erano l’uno per l’altra erano una cosa sola, bella, serena, felice, come respirare e ricordarsi cosa significa respirare quando ti manca l’aria. Era un rimando di gioia, da te a me, da me a te.

Mary conosceva Johnny dal tempo delle osservazioni dalla luna: sapeva cosa faceva con le donne, sapeva come soffriva, come godeva. Sentiva di non essere identica a quelle. Ma lo amava. Disse: io non ti basto. Lui disse e il suo corpo confermò, perché parlava da solo, che bastava. Mary insisté: so cosa vuoi e io non sono: quindi se ti capiteranno, prendile; ma dimmelo, non nascondermelo. E non dirmi che provi cose per me, belle, che però non provi.

Johnny mai pensò di mentire, né immaginava un motivo sensato per farlo. Invece amava farla felice, amava il suo amore, e che lei fosse felice e che stesse bene era meraviglioso, che avesse smesso di soffrire. L’omissione è menzogna? No, mai pensato. Nascondere è tradire? Certo, può. Se mi autorizzi è tradire? No. Non sono rapporti convenzionali questi. Erano strani: lui rientrato dal giardino, nella capanna di legno viveva con una donna; eppure era chiaro che non solo non c’era nulla da temere ma addirittura era un rapporto da invidiare: ex amanti che si supportavano perché la vita è dura. Mary non era sola, era madre. Una madre soldato, che difendeva il suo sommo bene con fatica e determinazione. Sotto attacco da chi un giorno l’aveva portata via dai problemi e poi gliene aveva causati altri. Sopportava, ed era pronta a contrattaccare, ora che il pericolo non era più per lei sola.

Jonny si chiedeva se Mary si stesse guardando indietro, pensando: sono tutti così. Tutti hanno un mazzo di fiori, ma è filo spinato colorato, io lo so. Sono tutti così. Fanno solo male e io sono stufa di stare male. Jonny era lo stesso prima e dopo, non era cambiato, era sempre lui: per parte sua lui stava bene, e ancora meglio stava quando la vedeva star bene, la sentiva star bene, essere felice, amarlo e amare amarlo.

Improvvisamente, di colpo, lei tornò sull’argomento: non mentirmi. Lui non capiva. Perché? Perché mi dici così? Su cosa? Mary ribadiva: non dirmi cose che non senti. E se vedrai qualcuno dimmelo. E lui ripeteva: no, non ti mento. E no, non andrò con qualcuno se devo dirtelo: mi asterrò, piuttosto.

E i pazzi fantasmi del caos, con le facce da giullari, saltellavano intorno a queste anime, sghignazzando e confondendo i pensieri. Che ancora una volta due persone felici si stavano per schiantare volontariamente su un muro di dolore, dal nulla, per nessun motivo. Quanto erano bravi quelli del caos, vero? Era così facile. Erano sempre portati, questi uomini e queste donne, a non accettare la gioia quando finalmente l’avevano. Dovevano subito guardare dietro, cercare lontano, annusare il vecchio dolore, cercarne di nuovo. Scommisero tra loro, tanto erano sprezzanti della razza umana, godendo del loro dolore, specie se nasceva ribaltando la gioia.

https://cc-media-foxit.fichub.com/image/fox-it-mondofox/88eb8934-8446-4cb6-83d5-c67342055cff/the-joker-maxw-654.jpg

fica vecchia non fa buon brodo

https://www.my-personaltrainer.it/imgs/2018/08/06/vaginoplastica-orig.jpegEro dal dentista. Dal mio dentista le riviste in sala d’attesa non sono ‘sto granché: credo riflettano il suo interesse più che il nostro. Non credo ci sia altro ragionamento dietro la scelta di cosa mettere su quei tavolini.

Ci sono due o tre testate di gossip rosso-su-bianco (i grafici classificano così le riviste con quel tipo di titolo: andare in edicola, guardate a capite subito) che mi divertono circa come il tavolo su cui sono poggiate, diverse riviste di auto sportive od auto in generale (lo so che “od” non va più di moda ma per me è come la vasella prima della consonante o della liaison francese e poi io qui posso anche fare pipì nell’angolo), svariate riviste gratuite di “salute” in genere, molto sbilanciate sulla vecchiaia. Talvolta anche qualcosa di religioso, credo sia perché l’idea di chi le ha poggiate sul tavolo fosse “volontariato”, ma non le ha lette.

Ultimamente però ci sono queste che sono più specifiche e riguardano gli interventi estetici, non necessariamente chirurgici. Anche lui credo si sia svegliato, ricordando che il dentista ad un certo punto è da considerarsi come un chirurgo plastico. L’ortodonzia parte quasi sempre per motivi estetici anche se per fortuna la deontologia dei passati medici ci ha fatto capire che estetica e funzionalità vanno di pari passo, fino magari ai casi in cui l’errata masticazione ti porta a mal di testa e persino problemi di schiena. Credo si sia confrontato con colleghi e abbiano deciso di scambiarsi le riviste “non sapevi di avere dei problemi” a vicenda. Lui avrà dato quelle dentistiche e i colleghi devono avergli fornito quelli per cellulite, doppiomento, rughe e borse sotto gli occhi, buccia d’arancia, macchie della pelle, peli, ciccia, ed ogni sotto-classificazione la cui specificità, pronunciata, rende ancora più fastidioso e vergognoso il “difetto”. Il mio interesse principale per quelle riviste ed opuscoli è professionale, principalmente: le pubblicità più generiche e quelle di apparecchiature elettromedicali in genere sono pallose e brutte. Quelle migliori mostrano una bella tipa. A me interessa quello: come viene mostrata la bella tipa? Perché sono sempre 20-30 enni massimo: ovvio che non hanno quei problemi. Ma per far capire che “torni così” (stronzi) come e cosa mostri? Ecco, studiavo insomma. Ma l’occhio mi è caduto su una rivista che trattava la figa. Continue reading →

chi si loda si imbroda (dolore)

Giorni fa ricevevo un messaggio meraviglioso da un’altra ragazza che, venuta a posare molto dubbiosa sul proprio fisico ed il modo di porsi, esce entusiasta, con un inizio di liberazione.

La mia cliente di SMM mi chiama entusiasta per dirmi in quanti posti la trattano come riconosciuto personaggio pubblico e mi ringrazia considerandomi “coach” (cosa che mi dice un’altra amica leggendo il messaggio che mi aveva dato tanta contentezza). E questo accade, recentemente, molte volte.

Ma chi si loda si imbroda, mi diceva la mi’ mamma. E magari non è che sia una fonte di saggezza generalizzata lei stessa, né questo detto una verità assoluta, ma… ti ricorda di non montarti la testa. Di stare all’erta, non dire di “rimanere umile” che fa già gasato; io resto sempre quell’umile ragazzo di Betlemme, lo sapete. O di Gotham City, chiamatemi pure Bruce.

No, poco fa, tre di notte, un’altra ragazza apre con dei complimenti, foto belle tutto meraviglioso, sei bravo ecc, ma non mi sento pronta […] non me la sento di fare una cosa che mi fa piangere alle tre del mattino […]  il problema in me è nato quando ho cominciato a guardare le foto, erano bellissime ma non mi sembravo io, nello specifico mi turba il mio sorriso nelle foto più o meno da sempre, ma nelle tue di più.

BAM! BAM!!! BAM!!!!! Pugni nello stomaco. Non mi sono accorto di niente. Lei è arrivata una volta ed è stata benissimo. Sembrava. Lo ha anche testimoniato, Era tutto vero, mi sembrava. Sono cieco? Poi è venuta col moroso, di nuovo, gioia, sorrisi, sexy. Per qualche motivo le scappa sempre fuori una tetta, non ci fa mai caso, infatti sta molto bene, altro che. E se devo dirlo sembra Angelina Jolie da molto giovane, quando era ancora umana, non una Dea assoluta.

Si vede che prima non le aveva guardate? O da quando è iniziato questo casino?

Ma è il sorriso a turbarla, non il corpo. E cazzo… non ha nessun problema col sorriso, secondo me. E’ un po’ in carne, si, ma non è grassa affatto, sicuramente non nel visto. Ed è molto giovane. Separata dal padre, ha anche subito violenza (rapimento e stupro io li chiamerei; il suo ex ad un certo punto l’ha rinchiusa in casa e legata ed ha abusato di lei, quindi non era più consenziente) e poi ne è uscita. Dice che la cosa del non piacersi e non guardarsi allo specchio è iniziata dai 14 anni. Col padre ha un ottimo rapporto (a distanza).

Che cazzo?

Le ho solo detto: ok, parliamone. Non voglio forzarti a fare una sola foto se non abbiamo capito da dove viene questo problema, che non viene da fuori, non sono gli altri. Siccome quel sorriso è ok. Vorrei capire. A meno che stare li a capire non le provochi dolore. Quindi: se vai avanti per la tua vita, non guardi le foto e stai bene: vai avanti e fottitene, bruciale, distruggi il DVD. Se invece comunque il problema sta li, piangi, ti senti male … stai solo guardando da un’altra parte. Prima che tu ti perda la gioia del corpo dei vent’anni, il periodo più bello che esista, vediamo. Ma solo se vuoi guardare perché ti serve. Se non ti serve, se passi oltre e stai bene: voglio solo non essere quello che ha messo il muso nella tua vita e ti ha causato dolore dove prima non c’era.

Vedremo.

Certo siamo passati dal liberarne alcune a mettere gli occhiali ad alta definizione sul dolore di un’altra, per vederlo meglio. Questo mi dispiace. Certo, lei dice che non sono gli altri a dirle qualcosa. Potrebbe quindi essere che io mi trovi solo li. Aiuto? Mi scanso? Posso, soprattutto, aiutare?

Ora aiuto me steso e mi schianto a letto.

un contenitore di dolore con lo smile

Cavallo di Troia Kamikaze per l’infelicità altrui con bomba a tempo finale: sono anche questo. Ah, che smemorato, ripesco la mia vecchia definizione, vedi, lo sapevo già, me l’ero solo dimenticato, eppure lo sapevo da tanto: un bignè allammerda.

Dopo mille impossibili incroci ecco che mi vedi, mi trovi, ti fai strada fra le fronde, arrivi. I sensi si ottundono. Ti sembra una pianta interessante davvero, forse bella, affascinante, piacevole. E invece è velenosa, carnivora, ha le spine, ha qualcosa. Ti fai male, quello che resta è che ti fai male, che se non ci rimani secca quello che vuoi è starne lontana.

Questo devo essere. Faccio sempre male a tutte quelle donne che si soffermano e assaggiano. Appena affondano un po’ i denti nella pasta per sentire se c’è il ripieno, ecco che è amaro, velenoso, se non schifoso. Ecco che fa più male che bene.

Almeno la pianta carnivora si nutre del male che fa.

Sono una pianta carnivora vegana. Attiro, soffrono e muoiono, resto solo, un mostro che lascia cadaveri che non mangia e del cui dolore non gode. Un danneggiatore insensato.

E così io, la stessa persona che dà una mano a quelle esimie sconosciute, fa del male a chi gli è più vicino. Invariabilmente. Vampiri emotivi? Questo siamo noi bestie ammorbate? Narcisisti di qualche sorta?

Il bilancio con me sarà sempre negativo. Do più male che bene. Bisogna essere come gli afidi che vengono a prendere il bene immuni al male di quelle piante che a tutti gli altri insettini fanno male.

Tutto il bene che – temporaneamente – produco sembra avere come reale fine ultimo il male. Una specie di Re Mida con le mani avvelenate, che accarezza per accarezzare ed invece è un untore di dolore.

Una parola mai pronunciata, un verbo, quel verbo che tutti conosciamo. Pulsante, dolente, vibrante, che respira e sospira, mai nominato, te la leggo negli occhi, è un regalo, uno splendore e una meraviglia e invece sembra, per te, una condanna. Io sarò tutto quello che posso. Spero che sia buono abbastanza, che il bilancio non sia poi così negativo.

Sono lo zucchero per la pillola che va giù, di arsenico. I pochi eletti, i fortunati estratti. Vi faccio solo male alla fine.

Talmente imperfetto. Gioioso, depresso, gioioso, depresso, gioioso, depresso, gioioso, depresso …

ad libitum

abbracciami (48ma puntata)

Cosa succede a me, boh. Cosa succede a lei, un po’ boh, un po’ è chiaro. Cosa succede a noi: papamico? Boh. Mi dice una attenta osservatrice, d’esperienza, che mi sto comportando da padre chiedendomi se ma lei ricambierà con te? Lei ci sarà per te? E io che ne so, non lo so. Non credo negli stessi termini. Ma non puoi fare le cose solo perché ti aspetti qualcosa in cambio. Non sempre, non come regola.

Comunque non so come sia iniziata, domenica, che mi ha chiesto se avessi  voglia di bere un caffé, o parlare, o boh insomma era messa male per l’ennesimo casino coi suoi. Di cui immagino non saprò niente. Ero stancomorto per via di un servizio fatto dopo le ore piccole (ehhhh non sei più un ventenne!!!!!! – vero, si, vero) e quindi le avevo chiesto due ore di stramazzo. Ore in cui è riuscita a provare maggior dolore col tipo con cui ha casini. Si perché alla fin fine lei è attirata da uno, se lo è andato proprio a cercare su Facebook, che facesse parte del suo ambiente musicale, dalle fattezze guerriere, grosso, affascinante sembra. Ha preso ed è andata. Se l’è sbattuto. E lui l’ha disprezzata. Le ha anche rivelato molto della propria debolezza, della sua insicurezza. Ma è anche un’ondata di merda verso di lei. Io non ho niente contro (anzi) il fare conoscenza succhiandosi i genitali a vicenda, ma è solo un saluto, salve, a letto scopiamo bene – e per il resto? Tipo tutto? La prima impressione può essere importante… ma il signor Focus ci dice che l’ULTIMA è sempre negativa. Quindi diamoci del tempo: ok, sappiamo che la tua vagina è alla fragola e il mio sperma alla menta. Bene. Ma come ti comporti? Si, ecco, robette di questo tipo. Ad esempio se dai della troia a una che non ha obblighi di fedeltà con te perché ti ha appena conosciuto, io mi farei venire un dubbio e approfondirei quantomeno prima di dargliela la seconda volta. Tipo ok, hai assaggiato e io ho assaggiato te. Ma poi hai testadicazzeggiato, rapidamente, in modo così intenso che …

Ma questo sono io. Continue reading →

il suo odore nella mia sciarpa

sniff? GNAM!

Metto la mia sciarpa. Ok, il “collare”. L’ho lavato l’altro giorno perché lo avevo messo dopo la palestra: sono sicuro che sia pulito.

Ma sa di lei. Cioé io proprio l’ho messo su, ho inspirato e mi è venuto duro, in 0.0005 secondi mi è venuta in mente spalancata, inarcata, collo da sotto e mento in alto mentre “mi viene in bocca”, vorrei dire così. Adoravo sentirmela venire così, era bellissima… ma il suo odore, proprio quello del suo sesso… ora mi viene il dubbio. Forse era l’odore della mia saliva con la sua pelle e qualche profumo.

Per un paio di anni sono stato convinto (mio dio che stupido, mi sono sentito come un vero esponente del popolo di Mens’health, roba da seppellirsi vivi) di percepire l’odore della fica. Non sempre. Ma di sicuro in alcuni specifici casi. Sbagliati, sia chiaro. Anni fa era la figlia del boss dove lavoravo. Lei arrivava, era chiaramente in età e in calore, e secondo me si sentiva. Ovviamente no, puttanate.

Ma nella mia mente restava quel ricordo (sbagliato, memento homo). Continue reading →