Potrei cambiare nome di nuovo

Storicamente (2003) il mio blog aveva un altro nome, partito ai tempi di Splinder. Tentai il backup – dicevano compatibile con wordpress – e il ripristino. Che andò male. Ho il backup, se qualcuno fosse un bravo bonificatore forse riuscirebbe a riprenderlo. Forse persino io potrei mettermi a imparare fino a riuscirci. Per ora non ho questa fissa. Del resto… tutto internet soffre di questa volatilità: sono solo dei files condivisi in qualche computer ed eventualmente esposti al pubblico. Morto quel computer, caduta la manutenzione a quel sistema, addio, così come la raggiungibilità, la reperibilità nel mare di roba. Si sapeva, ne si parlava sempre, è una realtà.

Ad ogni modo il nome mi piaceva, lo avrei tenuto. Ma ho fatto un errore: ho lasciato l’anonimato in favore di una breve ma – per me – significativa relazione reale. Finita male. Il blog mi esponeva come stimolo reciproco con una relazione che doveva essere chiusa in modo netto, per ridurre il dolore e lasciare che chi gestisce con la rabbia e l’odio potesse semplicemente odiarmi. Ma riceverlo, quell’odio, anche no, grazie. Magari sul momento tu stai bene, ma come sempre chi ti idealizza sul momento, poi prende tutta la tua merda che aveva negato una settimana prima e te la riversa addosso. Si sfoga, sta bene e tu invece rimani intarsiato di sterco in un bellissimo kintsugi alternativo ( Kusotsugi (糞継ぎ) oppure Funtsugi (糞継ぎ) ) per il resto della vita.

Cambiai dunque nome al blog, questo, che si chiama attualmente e poco originalmente “testa di pazzo”. Purtroppo non mi sono inventato qualcosa che non fosse già esistito, ad esempio “testa di basso” del buon Saturnino. Siccome le views sono sostanzialmente irrilevanti, spero di poter cambiare nome (tecnicamente intendo, spero, non ci ho guardato) e casomai lo chiamerò FUCKCHEYADEEMURDER, che vedo che non ha assolutamente risultati su google (o qualcosa di simile). Nessuno coglione ha mai usato questa combinazione di caratteri. E non viene dal nulla: ai tempi in cui la sintesi vocale esisteva ma era roba da nerd nel senso deteriore del termine, tipo 1993? Usai l’amiga oppure qualcosa con PC ma di tempi … antichi, per cercare di dire le stronzate che sempre si fanno dire alla sintesi vocale se si hanno 6 anni mentali come me.

Mi feci aiutare e confrontai con altri del liceo con la stessa coglionaggine scatologica e testupdee cat so oppure pet so dee murda/murder furono parecchio gettonati per un po’. Quindi ha una storia personale.

Inoltre scoprii dopo millanta anni che nello stesso periodo il nostro cantante aveva dato il nome al nostro gruppo, senza mai dirci il motivo, più o meno nello stesso modo: una pronuncia distorta e buffa del tentativo, 10-15 anni prima, di qualche gioco per il Commodore64 di dire “PowerUP”. Non vi dirò la parola. Ci ho messo decenni per saperlo. Tutt’ora quella combinazione che non vi sto dicendo purtroppo risulta una parola cinese usata, talvolta. E un gruppo di qualche minchia di techno brasiliana o simile. Quindi persino nello stesso ambito. Bene, comunque ecco fatto un annuncio: una cosa che so fare bene per poi disattendere qualsiasi aspettativa.

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Se la pratica mantenesse la stessa logica di denominazione, il nome giapponese per “riparare con lo sterco” o “riparare con le feci” potrebbe essere costruito utilizzando il termine per “sterco” o “feci” al posto di “oro.” In giapponese, i termini comuni per queste sostanze sono:

Kuso (糞) – generalmente usato per indicare “feci” o “sterco” in senso informale.
Fun (糞) – un termine un po’ più formale, che significa anch’esso “feci” o “sterco.”

Quindi, il nome equivalente potrebbe essere qualcosa come:

Kusotsugi (糞継ぎ) – che significherebbe “riparare con le feci.”
Funtsugi (糞継ぎ) – alternativa leggermente più formale, sempre per “riparare con lo sterco.”

Naturalmente, questo nome non esiste realmente come pratica o concetto, ma seguirebbe la logica della costruzione linguistica del kintsugi.

Paradosso vecchiaia

Certamente quando l’età avanza si accumula esperienza. Uno pensa “esperienza = competenza”. Ma anche rotture di coglioni vissute. Esperienze di merda. Delusioni. Amarezze. Mentre ti viene presa a martellate la forza, drenata l’energia che devi continuare a pompare dentro solo per stare in piedi mentre tutto ti prende a calci e grandinate… una cosa che accumuli è la fatica. Il “non ne posso più”, “anche basta”, “ne ho pieni i coglioni”, “non un’altra volta”, “succede sempre questa merda”.

Certo, ti puoi rimboccare le maniche, prendere un respirone e fare quello che devi. Ma appunto: devi.

Se non devi, tendenzialmente hai esaurito la tua quantità di energia disponbile per la merda, non per aprirti a curiosità, diversità, opportunità, possibilità.

“Ho già dato” se ti hanno menato per tre ore e sei stato un duro a incassare, non è che alla quarta dici “ho esperienza quindi non mi avete frollato la carne e ora sono maciullato”. Non tutto incallisce, qualcosa si incrina, si spezza, si indebolisce, si fiacca. E a noi tutti fa schifo la debolezza: ecco perché non vogliamo stare con chi non ci sopporta, vicendevolmente. Non deve, in effetti, farlo, così come non siamo tenuti noi.

E allora ognuno a casa propria, eccetera. No? Questo poi è quello che accade. Con un bel cane che è meglio delle persone, con tua figliachelacosapiùbellacheabbiamaifatto ma che se se ne va sei da capo. Con i gatti eccetera. Che non possono esprimere opinioni diverse dalla nostra, dirci che spariamo cazzate, che esistono altre vie.

È solo un ragazzino

Il giudizio (niente meno) che alcune donne (giovani o no) potrebbero prendersi la libertà , arbitrariamente , di dare – in base alla propria aspettativa – del partner maschile atteso è talvolta dimentica della propria condizione di debolezza mentre la accusa nell’altro. Quando ti aspetti “un uomo” , “maturità”, spesso quello che ti aspetti è in base al tuo bisogno e alle tue necessità alle quali non hai assolto sotto la tua responsabilità o che sono gli stessi problemi che indichi nell’altro, non l’unica cosa legittima da aspettarsi in una relazione, ossia “solamente” la connessione autentica e la sessualità (in caso di quel tipo di relazione). Il che è comunque raro e prezioso. Ma abbiamo problemi materiali e mancanze nostre. Aspettiamo che gli altri riempiano quei buchi. Se non lo fanno, mentre dovremmo farlo noi, allora li accusiamo, siamo delusi: come sempre, aspettative.

Non siamo professionisti gratis. Siamo esseri umani. Non siamo il caregiver che non avete avuto nell’infanzia e che forse è mancato anche a noi e ora siamo qui a cercare di tenerci su, solo che, storicamente, a noi è richiesto, imposto, di stare su, stringere i denti, tacere, sopportare la fatica e il dolore, a prescindere dal fatto che ci sentiamo o non ci sentiamo esattamente come voi.

Non siamo fornitori di beni e servizi.

Siamo esseri umani, con problemi, bisogni, individualità, gusti e necessità di connessione, collaborazione con gli altri umani a prescindere dal nostro volere. Non abbiamo qualcosa legato al cazzo che cambia queste cose. Eppure persino a quel pezzetto di carne viene richiesto un funzionamento in cui non siamo gli unici coinvolti: se io parlo non lo faccio a qualcuno che non ascolta, se faccio da mangiare e tu hai il palato della capra o super raffinato, se a te piace il calcio e a me i cartoni animati. Se a te piace piano e a me forte, se a me di sera e a te la mattina. Non ci sono cose scontate, ovvie: il tuo gusto è ovvio.

Per te.

Ah, lo fanno anche gli uomini? Ma certo. Come vedete la stronzata di “gli uomini” o “le donne” è appunto una stronzata. Non c’è una app installata nei genitali per definire la nostra umanità o il comportamento, salvo alcune specifiche funzioni e bisogni, di cui però bisogna parlare con cognizione di causa.

Onestà uguale aggratise?

Non sarete affatto sorpresi di ricevere la parola “onesto” pronunciato comunemente come se il suo significato condiviso fosse “mi ha fatto pagare un prezzo che io accetto senza grossi problemi” o “gratis”.

Ora mettetevi nei panni di essere un dipendente. Quando il vostro capo pensa che siete “onesti” intende dire che vi paga meno del minimo sindacale o che non rubate, che lavorate invece di non farlo o che non mentite?

Ecco, in effetti il significato ha più a che fare con il contrario del disonesto. Non decidete voi il prezzo che dovete pagare a qualcuno che vende qualcosa od offre un servizio: chiedete quanto costa e se non vi sta bene nessuno di voi è disonesto. Disonesto è pretendere di pagare meno di quanto ha faticato o speso la persona che vi fornisce quel bene o servizio e di far sentire la persona che non si adatta a questa vostra pretesa come e commettesse un atto immorale, non etico.

Ma come, non me la dai? Ma allora io me la prendo! Perché non me la dai? Questo si chiama stupro. Non puoi avere l’aspettativa che te la diano. Non puoi pretendere che te la diano: è disonesto.

E disonesto è anche dire “sali da me e scopiamo” e poi non accade. Lo è, hai mentito. Questo non giustifica alcun tipo di violenza. Ma una ritorsione di pari misura te la meriteresti: tipo, dai ti accompagno in centro. Ma poi non ti dico che ti lascio lì.

L’onestà deve essere come altre forme di rispetto: reciproca e che non sminuisca il lato problematico percepito dell’altra parte in causa oltre a quella del tuo lato. Difficile. Ma possiamo semre ignorarci tutti quanti vicendevolmente? Non credo.

Non sto affatto dicendo che tutto deve essere pagato e che non esista la possibilità che le persone si diano vicendevolmente agli altri, che donino tempo, fatica, cose, parte di sé e della propria vita, anche per poche ore, minuti, qualcosa. Anzi, forse sono le cose più belle. Ma sono volontarie, non sono esigibili, non puoi pretenderle.

la luce nera in fondo al tunnel (cosa c’è per me?)

Il mio barlume di speranza è la morte. Ironica visione, no? Non una speranza in qualcosa che funziona, ma speranza in qualcosa che ponga fine alla sofferenza. Viziati oltre ogni dire, rispetto a chi mangia una ciotola di riso al giorno e si dice che la vita è sofferenza e che prima lo impari e meglio è. Ma no, io mi guardo intorno e mi dico che non c’è più niente per me. Continue reading →

La pace dell’ascolto (Fear Inoculum, 30 agosto 2019)

Pensavo di mettermi in una stanzetta, divano, silenzio, cuffie, buio, ascolto. È finalmente uscito Fear Inoculum, dei TOOL.

Nel 1994 , quando è uscito The Division Bell dei Pink Floyd, io possedevo solo – ma come ci tenevo! – un lettore CD portatile della technics, con delle cuffie della JVC. Tutto di ottima qualità, tutto frutto dei consigli di un cugino audiofilo. A quell’epoca chiusi a chiave la porta in un momento in cui comunque sarebbe stato abbastanza improbabile per mia madre venire a rompere i coglioni, con la sola fastidiosa prepotenza del “io devo entrare a controllare”, senza minimamente contare che il tuo tempio è la tua casa, e l’intromissione è violenza. Mai sentita questa esigenza. E mio padre, che pure oggi spesso ripete che ha sempre voluto che ognuno di noi avesse uno spazio proprio, personale, non credo abbia mai dato seguito alla completa verità di questo, con il fatto che si bussa e se non c’è assenso, non si entra.

Mi misi, a suo tempo, visto che il cavo era lungo ma non abbastanza, per terra, su due coperte morbide. Chiusi le saracinesche, mi accertai di aver fatto ogni cosa. Come oggi farei per morire. Continue reading →

Tool: così belli da deludere

Hey, questo post non è una recensione. Questo blog è comunque sempre autobiografico. Parla di me. Non vorrei illudervi.

Aspettative, delusioni: legati inscindibilmente. Quando sono arrivato all’ippodromo del Visarno (le Cascine) e poi nel prato, mancavano si e no 10 minuti all’inizio. L’esperienza dell’anziano e arrivi così, a vedere quello che aspetti da mesi e mesi in assoluta tranquillità, senza ansia, senza correre, senza fare file, senza morire sotto il sole dal giorno prima, senza fretta e magari pure avendo dormito e con la panza piena. Continue reading →

L’insufficienza #2019129387 – #1

Mi rimase molto impresso un video di Enrico Bertolino. Mi rimase impresso perché lo trovai brusco, insensibile, poco attento del bisogno dell’altro nonostante le buone, pratiche e pragmatiche ragioni per essere “tranquilli” e procedere dritti senza avere dubbi, nella coppia.

Ho visto ridere a crepapelle B, che forse si sentiva così con me, lei era “l’uomo” in questa cosa, forse. Poco incline a dire ad alta voce in modo esplicito le cose, ha sempre preferito il gesto, la presenza, il fatto che fosse “di per sé evidente” (cit) che eravamo li, che ci si voleva bene, che non era con un altro. Il pezzo era in modalità marito-e-moglie, coppia sposata da tempo, relazione solida, fine giornata e “ho voglia di dormire, è stata una lunga giornata e tu mi chiedi se ti amo davvero”.

“E diglielo, no?” pensavo. Ma non bastava. Era questo il punto: il povero Cristo – sosteneva il pezzo comico – non usciva dal discorso. Mai. Amava sua moglie, ma lei ad un certo punto aveva bisogno di essere rassicurata, di conferme, di gesti, di…

Ora non è il suo pezzo, ma ora sono io. Di qualcosa che lui non faceva. Ho rivisto nella mia mente mille volte quel pezzo. Visto da lei, visto da lui. E non ha importanza il sesso. Ha importanza l’aspettativa di A nei confronti di B, che siano transgender, omosessuali, madre e figlia. Aspettativa frustrata. Vorresti, ma non hai. Ti aspetti, ti sembra normale che. Ma non hai, non ti viene dato, spontaneamente, senza chiederlo, qualcosa. E quando manifesti la mancanza, quando lo chiedi, lungi dall’essere fugato un dubbio o soddisfatto un bisogno, inizia un’escalation. Il solo fatto di averlo manifestato, sembra, è già un problema perché “dovevi capirlo da solo”. Poi se ne parla. E alla fine di solito non va bene. Manca davvero qualcosa. Se non fosse mancato, non sarebbe successo nulla. Che manchi davvero non ha importanza. La percezione è tutto. Tu senti a te manca. Continue reading →

i troppotardici

La specie dei troppotardici vive in stratta relazione con altre. Alcuni la considerano di tipo simbiotico, altri parassitario, altri ancora di una mera condivisione della stessa nicchia ecologica. Il Dottor Harrison Ford Fiesta dell’Università del Winconscious, neurobiochimico psicomolecolare fisiobiologico dell’etologia etnica sociologica osserva che, secondo i suoi studi, questa sembra essere più una reazione : una causa-effetto.

Il troppotardico “in sé” , afferma il Dr. HFF, non esisterebbe: le specie causanti generano l’ esistenza degli altri dopo un lasso di tempo variabile di aspettativa, partendo da un nucleo originario elementale, ibncrementando fino a quello di pensiero. Da pensiero diverrebbe pensiero ossessivo ed in seguito passerebbe allo stadio “mesorrottolicojoni” sfociante, ora esplicito e udibile in un pronunciato a voce alta “ormai è troppo tardi” quando il non-troppotardico effettua un cambiamento tale da soddisfare le aspettative della specie “ospite”.

L’aspettativa, gonfiatasi in una bolla, scoppia e non esiste più. Nasce quindi il troppotardico, caratterizzato da presenza di capacità, atteggiamenti, abilità, pensieri, attitudini e disposizione d’animo verso cose inutili che lo sarebbero state fino a poco prima. Quanto poco è determinato dalla variabile di Minghenberg, dall’omonimo teorema che afferma “è troppo tardi in B in misura pari ad una frazione di nanosecondo dopo la decisione di cambiare o manifestare il cambiamento in A”.

Secondo recenti studi di scienziati indiani nessuna esplosione di bolla e conseguente generazione di troppotardico ha una vera necessità di esistere. Ad esempio alcune specie di troppotardici sono dediti al commercio. La specie-target desidera un prodotto che il troppotardico riesce ad ottenere giusto un secondo dopo che la specie-target ha perso la fregola di avere quella determinata roba. Essa era e rimane quella determinata roba. La sua necessità intrinseca non varia. Varia la voglia della specie target. La sua insoddisfazione “entro quando dico io” genera quindi il troppotardico e la troppotardica (assai rara).

Moltissimi troppotardici sono generati dal semplice scorrere del tempo e la relazione con oggetti: un troppotardico classico è l’acquirente di Ferrari. Il momento giusto per goderne a pieno è sicuramente assai prima della possibilità economica di goderne.

La teoria del dottor HFF è tutt’ora in discussione presso le maggiori università del mondo, ma pare che interessasse l’altro ieri. Oggi no. Troppo tardi, hanno dichiarato quelli che prima erano interessati. Le sue considerazioni rimangono quindi utili alla prossima ciclica invenzione dell’acqua calda.

 

Le tristi opinioni altrui

La risposta è aspettative. Immagino.

Ascoltavo l’appena giunto e spacchettato “Figgatta de blanc“; ho deciso di rimanere a casa e farmi da mangiare quel che capitava mentre lo ascoltavo con attenzione (come piace fare a me con i dischi … “come una volta”) a volume sostenuto.

Ad un certo punto la musica di “inquisizione” (brano n.9) ha decisamente spaccato il culo ai passeri (cit). La sezione ritmica era travolgente e basta: non era un’invenzione di un genere musicale ma chi ha detto che doveva esserlo? Era un bellissimo pezzo e invece di essere triste per il tempo uggioso mi sono sorpreso a godere dell’energia e di quanto trascinava. Stereo a manetta e ripetizioni.

Poi sono rimasto sorpreso nell’accorgermi che quella voce che sentivo cantare in un altro pezzo non mi era nuova… ma dovete capire che io ho scoperto il Banco del Mutuo Soccorso solo da poco meno di un anno. E via così, cose belle. Continue reading →