Trumpolino per tuffarsi

…nella diarrea, probabilmente. Ma oggi mi sveglio solare, apro tutte le finestre ed entra il fresco ma non ho freddo. Entra il sole dappertutto, le gatte sono matte, prima di vedere il sole ho avvicinato la mia cicciona e le ho strappato delle fusa a sua totale insaputa (è deficiente, ma la adoro) e quindi è inconsapevolmente positiva: metto a terra i piedi, apro la saracinesca e pof, lei scende a terra con me… andando ad aspettare ulteriori coccole in bagno, dove ci raggiunge quell’usurpatrice di spazzola della smilzina. Riesco a pensare ad eseguire UN solo compito, anche se si affacciano mille cose che non riuscirò a fare o che farò di mer… le scaccio.

Accendo la radio, pare che ci siano pochi dubbi sul fatto che Trump sarà presidente. Non è colpa sua: siamo solo scimmie e come tali ci comportiamo. Bravo lui a giocare sul campo erectus, non su quello sapiens: ha capito bene che non lo siamo abbastanza.

Mi frega? Oggi no. Ho delle cose da fare, le faccio.

È così che dev’essere andata sempre, per milioni di persone non in diretto pericolo di sopravvivenza, ma con una certa libertà d’azione perché quel pericolo rimanesse solo potenziale. Alzarsi, fare quello che devono fare, andare a dormire. Mentre Hitler, Mussolini, Berlusconi, Trump, Meloni o Narendra Modi. Glielo lasci fare, lasci che tutti lascino fare o che fàcciano. Regole quando si partecipa? Nah. Lassez-faire quando si partecipa. Poi, dopo, regole su di te, quando non si partecipa più e si subisce. E ti chiedi… ma come sarà accaduto?

Make America Great in gain

Forse quella mattina entrava il sole, la brezza dalla finestra, i gatti erano matti e simpatici e tu avevi le tue cose da fare.

Caro mio professore DEL CAZZO che, quando si parlava di esistenzialismo, dicevi che “la gente pensa a queste cose perché si vede che non si è spezzata abbastanza la schiena a zappare”. Certo, mentre zappi, qualcuno si occupa della tua vita, visto che a queste “cazzate” tu non hai pensato perché eri occupato nella nobile arte della sopravvivenza.

La tua schiena si piegherà di più, ma sempre più faticosamente a sempre meno vantaggio tuo. Perché non ti sei occupato di te, mentre pensavi di si e mentre qualcuno – più furbo del mio professore del cazzo – sorrideva senza farsi vedere.

Vado a fare cose. Che oggi, al contrario di quel che potreste pensare, non voglio morire subito, qui, ora. Ho delle cose da fare. Ma se un cecchino fosse in ascolto… io sono qui eh!

IBODESI DI GHOMBLODDHO

Ipotesi: il paese (2024) va male, propaganda a parte. Nell’idea della maggioranza per motivi “da conservatori”. I conservatori con del potere cavalcherebbero questa cosa. Per fomentare la profezia che si autoavvera è abbastanza facile lasciare che le naturali propensioni umane al fancazzismo si uniscano con gli interessi privati nel distruggere il bene pubblico. Nel frattempo il popolo si autodistrugge, con l’ignoranza diventa anche meno competente e più povero, ma non così povero da accettare qualsiasi cosa. Questo va cambiato lasciando che lo sfacelo sia ancora maggiore, per formare un nuovo “dopo guerra”, qualcosa come il vecchio boom. Ma si tratterebbe sempre di lavoro pezzente, il mondo non è più quello e il boom c’è stato in quel contesto, non in questo. Semplicemente verremmo divorati dal resto del mondo, mantenendo però i confini e venendo schiavizzati dai soliti dell’1%, con la forza che per qualche stupido motivo, come in qualsiasi altro posto stupido del mondo, funziona come tra le bestie e che i cani pastori sanno ben governare.

La gente non è sveglia, in nessun senso. I giovani non votano. Quelli che riescono ad andare vanno. Restano proprio quel genere di persone che sono gestibili da quel sistema, per andare verso un classismo in stile USA, capitalismo predatorio e competizione per la sopravvivenza, letterale.

Sfacelo, decadenza, povertà, fine dello Stato che offre buoni servizi, che cresce una popolazione istruita e consapevole e quindi democratica, che cerca di aprirsi e progredire, per sfangarla, invece ed essere ricattata dalla sopravvivenza, figliando come ratti, con una superstizione e del moralismo da chiesa ma senza il potere della chiesa a contrastare il potere.

La pacchia del badrùne in pratica.

GomblotthooooooooooooooooooooooooooooooooooHHHHHhhhhhhhhhhhhhh.

Magari non proprio orchestrato. Diciamo che qualcuno ha la facoltà di stare a guardare, lasciare che accadano alcune cose ed altre no, sempre alla giusta distanza dagli schizzi sia di merda che di sangue.

Potrei cambiare nome di nuovo

Storicamente (2003) il mio blog aveva un altro nome, partito ai tempi di Splinder. Tentai il backup – dicevano compatibile con wordpress – e il ripristino. Che andò male. Ho il backup, se qualcuno fosse un bravo bonificatore forse riuscirebbe a riprenderlo. Forse persino io potrei mettermi a imparare fino a riuscirci. Per ora non ho questa fissa. Del resto… tutto internet soffre di questa volatilità: sono solo dei files condivisi in qualche computer ed eventualmente esposti al pubblico. Morto quel computer, caduta la manutenzione a quel sistema, addio, così come la raggiungibilità, la reperibilità nel mare di roba. Si sapeva, ne si parlava sempre, è una realtà.

Ad ogni modo il nome mi piaceva, lo avrei tenuto. Ma ho fatto un errore: ho lasciato l’anonimato in favore di una breve ma – per me – significativa relazione reale. Finita male. Il blog mi esponeva come stimolo reciproco con una relazione che doveva essere chiusa in modo netto, per ridurre il dolore e lasciare che chi gestisce con la rabbia e l’odio potesse semplicemente odiarmi. Ma riceverlo, quell’odio, anche no, grazie. Magari sul momento tu stai bene, ma come sempre chi ti idealizza sul momento, poi prende tutta la tua merda che aveva negato una settimana prima e te la riversa addosso. Si sfoga, sta bene e tu invece rimani intarsiato di sterco in un bellissimo kintsugi alternativo ( Kusotsugi (糞継ぎ) oppure Funtsugi (糞継ぎ) ) per il resto della vita.

Cambiai dunque nome al blog, questo, che si chiama attualmente e poco originalmente “testa di pazzo”. Purtroppo non mi sono inventato qualcosa che non fosse già esistito, ad esempio “testa di basso” del buon Saturnino. Siccome le views sono sostanzialmente irrilevanti, spero di poter cambiare nome (tecnicamente intendo, spero, non ci ho guardato) e casomai lo chiamerò FUCKCHEYADEEMURDER, che vedo che non ha assolutamente risultati su google (o qualcosa di simile). Nessuno coglione ha mai usato questa combinazione di caratteri. E non viene dal nulla: ai tempi in cui la sintesi vocale esisteva ma era roba da nerd nel senso deteriore del termine, tipo 1993? Usai l’amiga oppure qualcosa con PC ma di tempi … antichi, per cercare di dire le stronzate che sempre si fanno dire alla sintesi vocale se si hanno 6 anni mentali come me.

Mi feci aiutare e confrontai con altri del liceo con la stessa coglionaggine scatologica e testupdee cat so oppure pet so dee murda/murder furono parecchio gettonati per un po’. Quindi ha una storia personale.

Inoltre scoprii dopo millanta anni che nello stesso periodo il nostro cantante aveva dato il nome al nostro gruppo, senza mai dirci il motivo, più o meno nello stesso modo: una pronuncia distorta e buffa del tentativo, 10-15 anni prima, di qualche gioco per il Commodore64 di dire “PowerUP”. Non vi dirò la parola. Ci ho messo decenni per saperlo. Tutt’ora quella combinazione che non vi sto dicendo purtroppo risulta una parola cinese usata, talvolta. E un gruppo di qualche minchia di techno brasiliana o simile. Quindi persino nello stesso ambito. Bene, comunque ecco fatto un annuncio: una cosa che so fare bene per poi disattendere qualsiasi aspettativa.

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Se la pratica mantenesse la stessa logica di denominazione, il nome giapponese per “riparare con lo sterco” o “riparare con le feci” potrebbe essere costruito utilizzando il termine per “sterco” o “feci” al posto di “oro.” In giapponese, i termini comuni per queste sostanze sono:

Kuso (糞) – generalmente usato per indicare “feci” o “sterco” in senso informale.
Fun (糞) – un termine un po’ più formale, che significa anch’esso “feci” o “sterco.”

Quindi, il nome equivalente potrebbe essere qualcosa come:

Kusotsugi (糞継ぎ) – che significherebbe “riparare con le feci.”
Funtsugi (糞継ぎ) – alternativa leggermente più formale, sempre per “riparare con lo sterco.”

Naturalmente, questo nome non esiste realmente come pratica o concetto, ma seguirebbe la logica della costruzione linguistica del kintsugi.

La nostalgia del presente

Gianni: qualcuno ha mai parlato di un sentimento, senzazione, atteggiamento, disposizione d’animo, modo di affrontare o considerare come di “nostalgia del presente” ?

PinottoGPT*: L’idea di “nostalgia del presente” è un concetto intrigante, anche se non sembra esserci un uso diffuso e specifico di questa espressione nella letteratura o nella filosofia. Tuttavia, alcuni pensatori e scrittori hanno esplorato idee vicine a questo sentimento:

Milan Kundera – Nel suo romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera esplora la fugacità del presente e la sensazione di non poterlo mai afferrare pienamente. Questo porta a una sorta di nostalgia per il momento che stiamo vivendo, come se ci sfuggisse di mano mentre accade.

Martin Heidegger – Heidegger nel suo concetto di "essere-per-la-morte" descrive un modo di essere che cerca di vivere pienamente nel presente, ma con la consapevolezza del futuro e della mortalità, che può produrre una sensazione simile alla nostalgia per il momento stesso che si sta vivendo.

Henri Bergson – Nelle sue riflessioni sul tempo, Bergson parla del tempo come durata e continuità, dove il passato si accumula nel presente. Questo tipo di consapevolezza del presente come qualcosa di costantemente in fuga potrebbe generare una sorta di nostalgia per il momento vissuto, nel suo stesso divenire.

Walter Benjamin – Nel suo saggio sul concetto di storia, Benjamin parla dell’“angelo della storia”, che guarda con tristezza verso il passato mentre viene spinto nel futuro. Anche se non è proprio la "nostalgia del presente," questo concetto può essere esteso all’idea di un presente di cui si avverte la perdita mentre lo si vive.

Questo concetto potrebbe legarsi a quella sensazione paradossale di voler congelare un attimo, come se si fosse già nostalgici di qualcosa che non è ancora passato.

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Giusto per capire il riferimento stupido: Gianni e Pinotto

Faccio schifo

L’auto-insulto non è mai stato così presente, pressante, automatico, continuativo nella mia testa. Esplicito, letterale: sei un coglione. Fai schifo. Sei stupido come la merda.

E varianti.

Questo a me sembra strano.

Chissà. Forse siamo più soletti io e me stesso.

Chi lo sa…

Io no.

Se potessimo sederci e

Vorrei potessimo sederci e all’inevitabile come va, potessimo tutti dire “voglio morire, oggi di più, anzi forse era peggio tra le 13.30 e le 16, ma adesso un filo meglio quasi riesco a fare delle cose dai”. Cose di questo tipo. Ci vediamo perché abbiamo stabilito. E sono anche oltre il mio, perché a me non piace vedere DUE persone assieme. Ma a M ho detto “hey, se vuoi stabiliamo una cosa regolare, così di sicuro vedi qualcuno”, questo tempo fa. D invece boh, si vede che si associa. È stato qui così tanto mentre cercava lavoro che mi fa quasi strano potermi vomitare sul divano a cercare solo di non soccombere troppo alla voce che non c’era mai stata così chiara e forte che sembra un loop incantato di “fai schifo, sei una merda, chiaro che si: ovviamente essendo tu una merda non può che essere così, si, infatti fai schifo” e così via.

Spesso fare cose davvero noiose che per tanti anni ho cosiderato solo “queste cose mi fanno perdere tempo rispetto a quelle interessanti” diventano paradossalmente ancore di salvezza. Mi attacco al preparare i piatti. Faccio un po’ di lavoro del mio. Arriva l’ondata di merda, mi abbatte. Allora vado a fare un po’ di spesa, mi sento schifoso e orribile, mi vedo nei vetri, confermo e mi vergogno, vecchio di merda e anche coglione, fastidioso, insopportabile. Vai a prendere quelle due cazzo di cose, almeno quelle due sarai capace, no? Due, cristo. Ok che fai schifo, ma non abbiamo detto per pietà che non sei così straordinario da fare il MASSIMO dello schifo? No, allora puoi prendere quelle due fottute cose. E possibilmente in modo da rompere meno il cazzo possibile, invisibilità.

Torno a casa, mi sono almeno mosso, ho guidato, magari la radio, magari la musica. A volte niente. Ma si manda avanti un po’ di lavoro. Quella cosa mi servirebbe per lavorare… costa.. ma… Ma cosa? Ma cosa pensi che ci sarà domani? Un’occasione di usare? Di usare che? Per fare che? Non buttare nel cesso i soldi.

Ecco.

Perché diavolo uno dovrebbe conversare con la merda se non è costretto? Voglio dire… io lo faccio ma parte da sola. Ma se non sei costretto, non dovresti chiacchierare con me. Esiste di meglio.

Sto bene, benissimo. Dai chiedetemelo ancora, non vi avessi avvertito: non chiedetemi come va, offritemi un caffè solo per averlo pensato, penalità 4 punti.

Buongiornissimo.

Paradosso vecchiaia

Certamente quando l’età avanza si accumula esperienza. Uno pensa “esperienza = competenza”. Ma anche rotture di coglioni vissute. Esperienze di merda. Delusioni. Amarezze. Mentre ti viene presa a martellate la forza, drenata l’energia che devi continuare a pompare dentro solo per stare in piedi mentre tutto ti prende a calci e grandinate… una cosa che accumuli è la fatica. Il “non ne posso più”, “anche basta”, “ne ho pieni i coglioni”, “non un’altra volta”, “succede sempre questa merda”.

Certo, ti puoi rimboccare le maniche, prendere un respirone e fare quello che devi. Ma appunto: devi.

Se non devi, tendenzialmente hai esaurito la tua quantità di energia disponbile per la merda, non per aprirti a curiosità, diversità, opportunità, possibilità.

“Ho già dato” se ti hanno menato per tre ore e sei stato un duro a incassare, non è che alla quarta dici “ho esperienza quindi non mi avete frollato la carne e ora sono maciullato”. Non tutto incallisce, qualcosa si incrina, si spezza, si indebolisce, si fiacca. E a noi tutti fa schifo la debolezza: ecco perché non vogliamo stare con chi non ci sopporta, vicendevolmente. Non deve, in effetti, farlo, così come non siamo tenuti noi.

E allora ognuno a casa propria, eccetera. No? Questo poi è quello che accade. Con un bel cane che è meglio delle persone, con tua figliachelacosapiùbellacheabbiamaifatto ma che se se ne va sei da capo. Con i gatti eccetera. Che non possono esprimere opinioni diverse dalla nostra, dirci che spariamo cazzate, che esistono altre vie.

È solo un ragazzino

Il giudizio (niente meno) che alcune donne (giovani o no) potrebbero prendersi la libertà , arbitrariamente , di dare – in base alla propria aspettativa – del partner maschile atteso è talvolta dimentica della propria condizione di debolezza mentre la accusa nell’altro. Quando ti aspetti “un uomo” , “maturità”, spesso quello che ti aspetti è in base al tuo bisogno e alle tue necessità alle quali non hai assolto sotto la tua responsabilità o che sono gli stessi problemi che indichi nell’altro, non l’unica cosa legittima da aspettarsi in una relazione, ossia “solamente” la connessione autentica e la sessualità (in caso di quel tipo di relazione). Il che è comunque raro e prezioso. Ma abbiamo problemi materiali e mancanze nostre. Aspettiamo che gli altri riempiano quei buchi. Se non lo fanno, mentre dovremmo farlo noi, allora li accusiamo, siamo delusi: come sempre, aspettative.

Non siamo professionisti gratis. Siamo esseri umani. Non siamo il caregiver che non avete avuto nell’infanzia e che forse è mancato anche a noi e ora siamo qui a cercare di tenerci su, solo che, storicamente, a noi è richiesto, imposto, di stare su, stringere i denti, tacere, sopportare la fatica e il dolore, a prescindere dal fatto che ci sentiamo o non ci sentiamo esattamente come voi.

Non siamo fornitori di beni e servizi.

Siamo esseri umani, con problemi, bisogni, individualità, gusti e necessità di connessione, collaborazione con gli altri umani a prescindere dal nostro volere. Non abbiamo qualcosa legato al cazzo che cambia queste cose. Eppure persino a quel pezzetto di carne viene richiesto un funzionamento in cui non siamo gli unici coinvolti: se io parlo non lo faccio a qualcuno che non ascolta, se faccio da mangiare e tu hai il palato della capra o super raffinato, se a te piace il calcio e a me i cartoni animati. Se a te piace piano e a me forte, se a me di sera e a te la mattina. Non ci sono cose scontate, ovvie: il tuo gusto è ovvio.

Per te.

Ah, lo fanno anche gli uomini? Ma certo. Come vedete la stronzata di “gli uomini” o “le donne” è appunto una stronzata. Non c’è una app installata nei genitali per definire la nostra umanità o il comportamento, salvo alcune specifiche funzioni e bisogni, di cui però bisogna parlare con cognizione di causa.

il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

“Niente” è peggio.

Ecco perché la mia vecchia (ormai, da qualche anno) ricetta “sta mattina scegli se oggi vuoi restare vivo o morire e ti comporti di conseguenza” non è la merda che sembra. Non così tanto.

Sono due giorni che non riesco a fare neanche quello: né lavorare nella direzione della morte, né in quella della vita.

Allora devo ricordare a tutti quelli messi male (ma che si possono anche permettere di esserlo, mi rendo conto che sia un privilegio non stare come sto, sotto un ponte o per strada col freddo) che anche delle mini-routine possono essere il minimo minimo minimo sindacale.

Una su tutte, per me, è svuotare e riempire la lavastoviglie. Magari per voi sono alcune pulizie, qualche forma di riordino, la lavastoviglie, fare la spesa fuori anche se non volete uscire. Una cosa elementare che vi muova.

Se siete “in remoto” (post covid ormai si dice così, oppure “in smart” senza rischiare di sembrare seduti nella mini-citycar) avrete anche tante piccole cose da fare che sono routine. Fatele e contatele. Riguardatele tipo “ho fatto questo e questo”. Sopravvivenza da depressi, tutto qua.

Il titolo? Ah no, no, “il” niente è la cosa migliore. Ma non-fare niente, è peggio che scegliere “oggi si lavora verso la morte”, nella mia storica “tecnica” (del cazzo fin che volete).

Purtroppo non trovo al volo il link. Ad un certo punto (2017? 2018?) di intenso dolore semplicemente mi dissi che ogni giorno, se mi alzavo, potevo decidere “oggi pensi a morire? ok, lavora in tal senso. Oggi pensi a vivere? Ok, lavora in tal senso. Ma una delle due”. Lavorare per morire significa trovare un modo, ma anche mettere in ordine, buttare via, lavorare sul testamento, controllare per la resituzione del debito con M e quello con B … vedere se vendere tutta una serie di cose. O risolvere delle altre cose da fare per gli altri che sia chiusa quella storia. Poi magari mentre fai ti viene quel guizzo “eh ma non ho ancora fatto questo!” o “non ho visto / sentito quello!”. E vedi come va.

Se è un meccanismo di coping, , è giusto una polverina piccola piccola sopra una scatola di cartone di vero coping della Lidl.