il demos non crata un cazzo

Another brick in the wall, another kick in the balls. Pezzo dopo pezzo, rapidi, efficienti: questo io l’ho SEMPRE riconosciuto al lupo, al predatore, al capitalismo selvaggio e predatorio, alla destra: non stanno fermi, agiscono nell’interesse del proprio ideale. E alla fine è sempre meno ideale, fino a che succedono cose che poi “ma voi dov’eravate quando Hitler… ma voi dov’eravate quando…?”. Ecco ragazzi, oggi ci siete VOI qui, voi non state facendo un cazzo, VOI avete le risposte: avete MILLE volte più contezza di quanto vi accada intorno, mille volte più informazioni di quanto ne avessero (neanche) cento anni fa prima della seconda guerra mondiale. Sapete tutto, vi vedete togliere i diritti sotto il naso da decenni, da trenta, quarant’anni, pezzo dopo pezzo, pagando con qualche bocconcino di rottura di coglioni in meno, di fancazzismo, di tranquillità momentanea, magari decennale, ma momentanea.

Colpo dopo colpo si smantella, si smonta, si tolgono le vitine che andavano strette, si fondono i materiali solidi che erano la base del pensiero, dell’azione, della coesione, della socialità, dell’educazione.

E certo che internet è bella e libera. Fino a che qualcuno non la possiede e allora non è più libera. E non servono ipotesi per vedere cosa sia la internet di un paese dove questa sia realtà.

Ma noi? Vogliamo questo?

https://ilmanifesto.it/jeff-bezos-licenzia-le-opinioni-del-washington-post-solo-libera-espressione-e-il-libero-mercato

Victim blaming ora: MERDE, siamo merde. Non abbiamo fatto un cazzo per difenderci, per costruire un sistema dove questa merda che non sarebbe mai più dovuta ricomparire invece appare eccome. Pigre teste di cazzo, stupidi ed ignoranti, indolenti, disimpegnati, persi in stronzate, ubriacati da maree di puttanate mentre ci tolgono da sotto i piedi il terreno, la vita, relegandoci a sopravviventi contenti di CREDERE di essere liberi da regole, mentre la regola c’è ed è quella del più forte, salvo poi gridare allo scandalo se, esasperati, ci riuniremo per usarla noi, quella forza, per spodestare dei pezzi di merda.

Ma mica sono scemi: loro sono in guerra da sempre. Ci distruggeranno: o schiavi o morti.

FOIBE!

Consiglio vivamente una puntata di un podcast (link in fondo! non la versione youtube, che è un parziale) di Barbero sulle Foibe. Chiaro, chiarificante, lucido, corretto. Persino da uno dichiaratamente “di parte”.

Lo ripeto, così magari non pensate alla solita falsa dicotomia (nonché merda) “comunisti VS fascisti” eccetera (come spero sia ben chiaro che NON è, se si usa lo spirito critico e si ascolta tutto cercando di non farsi travolgere) che il mio interesse in questa faccenda ha la giusta tensione tra emozione e non-emozione: i miei genitori e i miei nonni sono tutti profughi di guerra Istriani (se fate ricerche sentirete profughi giuliano dalmati eccetera). L’Istria era Italia. Per tutta la mia infanzia non mi è fregato niente. A parte sentir puntualizzare con forza mia nonna “NO! IO SONO ITALIANA!” quando dicevo “Yugoslavia”, per me erano solo due-palle di roba dei vecchi che raccontano roba dei vecchi. Ma senza raccontare quello che forse avrebbero potuto fare a meno di evitare: il pudore dove non doveva esserci, gli orrori così come erano. I fatti. Quando ti strappano una gamba non devi dire “mi hanno fatto male”: mi hanno strappato una gamba, ho sentito l’osso mentre scricchiolava, i tendini si strappavano e ho sentito dolore per tutto il mio corpo. Questo devi dire. Allora magari… Ma niente, nessuno ne parlava. Hanno iniziato quando il tempo era passato, grazie a mio zio ho messo assieme anche sensazioni, fatti sociali, percezione, sensazioni, sentimenti. E poi alla fine una ragazza ha anche intervistato mio padre per una tesi di laurea, assieme a tanti altri, qualche anno fa.

Dunque a casa mia dire “foibe = comunisti” o sentire mia nonna dire “s’ciavi de merda” (= slavi, generico) o inventare un croato maccheronico per dire delle non-parolacce (ho verificato con dei Croati… non diceva nulla a parte coglioni) ed avere genericamente paura della stella rossa (presente sulla pagella delle elementari di mia mamma) era faccenda normale; non ero sensibile alla cosa. Sapere di Norma Cossetto, della consegna dei chiodi, dell’esodo giuliano dalmata, di “ha fatto anche cose buone” ed avere simpatia per le colonie (estive) perché erano poveri in canna e quindi qualsiasi cosa li sollevasse era benvenuta … questa era normalità. Memoria, non storia. Facile da dire se non sei tu la formica sotto la lente.

Essere critici, nel senso di voler sapere il vero e non solo il ricordo di una parte, in una piccola parte geografica ed in una piccola parte della storia, in questo contesto familiare, è considerato sospetto, irrispettoso, bastian-contrario.

Ma dopo anni a leggere, a cercare, a capire degli opposti nazionalismi, a sentire lo schifoso disumanizzare dall’alto qualsiasi basso, giocare a risiko coi popoli che era proprio anche dell’Austria (tanto osannata invece, dai miei, perché “era ordinata”), mi sembrava di avere capito che a parte il rispettoso silenzio dovuto al dolore di torti comunque subiti, indagarne le cause era cosa mia. Incazzarmi coi Comunisti o coi Fasci così a caso anche no. La complessità, il concorso di concause, la somiglianza con la “tempesta perfetta” (che nome inappropriato ora) invece si sono sempre più formati nella mia visione.

Ecco, per me l’orrore non è più tanto la catena di vivi, morti e filo di ferro gettati a imputridire e morire di marciume in un crepaccio. È quella. La scimmia non è solo quella grossa che ti prende di forza e ti getta nel dirupo. È tutta quella serie di piccole scimmie alle quali brillano gli occhi pensando che potranno sciacallare qualcosa senza fare fatica: tu muori, non sei dei nostri, io posso prendere senza pagare? Mi giro, poi allungherò la coda a gancio.

Quindi: invece di ascoltare MEMORIE, ascoltiamo STORIA: il professore è correttissimo e non dice affatto di essere esperto. Eppure la sua sintesi per me è ineccepibile. Ho 50 anni, la cosa mi è sempre interessata, ma me n’è interessata la verità delle cause, non presente invece nella verissima emozione di aneddoti di schifo umano raccontati dai miei come vissuti di persona. Altri erano già un sentito dire, già lì, già in guerra, da gente che – parole di mio padre e di mia madre su quello che davvero conta secondo me nella Vita – “di queste cose noi non parliamo”… non ne hanno ne avevano neanche la capacità, le parole, hanno timidezza ed orrore a discutere ciò che invece più conta. Magari a prendere botte sulla schiena e a piegarla per sopravvivere… senza chiedersi se sia il caso e perché, di farlo.

“Alessandro Barbero Podcast”, titolo della puntata: “Le Foibe, Alessandro Barbero (10 febbraio il giorno del ricordo)” uscita il 10 feb 2025.

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Quella volta che andai in cerca di qualcuno che mi uccidesse, ricordate?… quella in cui trovai i merdavigliosi “sicari etici”. Una delle cose che ricordo bene e che… mi sembra l’idea stessa di “gender bias” di cui ora vi ricorderò la versione maschile, ma esiste identica in versione femminile, fu l’esclamazione del secondo tizio che incontrai “è per quella troia vero?”.

Mi venne un po’ da ridere… perché dovermi mettere a spiegare una cosa così quando sto cercando qualcuno che mi uccida è un po’ grottesco. Eppure ecco, fa parte di me. Non voglio lasciare intendere cose che non sono giuste da intendere.

Certo, lei, in quel momento, era il promemoria del fatto che io non ho l’amore. Che quando mi innamoro perdo la persona che amo, sempre. Non che io rifugga l’amore. Semplicemente non è che se una si innamora e io non mi innamoro funzioni. Ma non era lei la causa del mio voler morire. Era solo la goccia, come tutte le gocce che sono nel vaso, che lo faceva traboccare di dolore. Ero stufo. Ma com’era rapido il mio interlocutore a dare la “colpa” a lei, alle donne tutte alla fin fine. Come se fosse lei davanti a lui a chiedere di farmi morire. Direi che la responsabilità era mia ed il ruolo che lei poteva giocare in ciò era più o meno come l’esistenza dell’aria. Si, ok, esiste. Esiste anche quel dolore. Ma è stato più che altro un promemoria che mi stavo lasciando vivere, guardando altre cose, dimenticando però che niente sostituisce l’amore: avevo perso un po’ di vista lo scopo per cui vale la pena vivere, mi stavo distraendo.

Ma quante donne fanno lo stesso tra amiche? Arrivano in lacrime e loro giù ad elencare difetti che uomini e donne hanno in comune ma che invece “ma ti rendi conto, stai piangendo per uno così? Come osa!!! Fa schifo!!!”. Nessuno pensa minimamente che la relazione tra quanto puzzone uno possa essere e il fatto che il dolore è per la PERDITA del sudetto puzzone o del suo amore… non esiste.

Lei era una stronza? Ok. Ma il dolore è perché era una stronza o perché ti ha lasciato?

Perché se ci stai assieme e ti fa soffrire perché ti cornifica, il fatto che non si lavi le ascelle non c’entra.

E se non ti ha cornificata ma ti ha lasciata, qualsiasi fossero le sue caratteristiche, fintanto che non ti lasciava queste ti andavano.

E lo stesso vale a generi scambiati. Il bilancio te lo fai: se non lasci, significa che il bilancio ti sta bene.

Ne si parla, si cambia se si intende cambiare, si accetta quello che si intende accettare. O finisce.

E magari finisce sempre.

E magari vuoi che finisca tutto. Quello volevo io, caro “amico”. Conoscente più che altro. Che non è che tratti da principessa la sua principessa. Ma lei è lì. Anche questo vorrà dire qualcosa. Disfunzionali? Bilanciati? Che ne so.

Misc #20250112 – smartphone starter

Non dico smartphone, ma il semplice cellulare: c’è stato un mondo prima. Un modo, soprattutto.

A volte sono i telefilm crime, quelli con “uno che è dentro casa”. A volte riesci persino a vederli ambientati prima del telefono stesso. C’è uno dentro casa. E fine, non puoi fare altro che urlare. Ma è sempre una casa di campagna, guanti neri di pelle, candelabro, bonk.

Ma poi arriva il telefono. “C’è qualcuno in casa mia”.

Allora scene in cui il telefono – rigorosamente fisso – è troppo lontano, o tagliano i fili.

Oggi questo accade al massimo con i ripetitori nel deserto, nelle serie crime (o “procedurali”).

Ma uscivi … e non sapevi se ti avrebbe chiamato la tua bella. Avevi aspettato… ma niente. E che fai, vivi li? Esci. E 20 minuti dopo, mentre sei in treno, in autobus, qualcosa… la chiamata arriva e tua madre ovviamente dirà qualcosa di sbagliato. O lo dirà a te dopo.

Cosa sia la privacy e quanto sia importante la privacy avrebbero dovuto capirlo: interrompere i traumi spezzando la catena intergenerazionale: io non farò quello che avete fatto voi. Gente che stava in camerate da 30 così all’ospedale come in collegio o in (mio dio) “colonia”.

Ricordo “ti mando in colonia” come una minaccia. Per qualcuno sarebbe stato bello, ma ovviamente significava solo: starai nel branco dove la legge del più forte è viva e vegeta tra piccoli pezzi di merda violenti senza controllo che si bullizzano a vicenda, fanno scherzi sadici per deridere ed umiliare. Sto esagerando? Ragazzo disabile messo a testa in giù in cesso, tenuto per i piedi in modo che si pisciasse addosso e poi lasciato andare nel water. A parte ne “il braccio violento della legge” non ve lo sareste aspettato no? Beh, il nonnismo e tutta quella merda era viva e vegeta mentre io ero adolescente, soprattutto fino alle medie… poi stava migliorando la sensibilità, lo dicevamo forte.

Telefono si diceva. Beh ovviamente sotto controllo: gente che entra di brutto e ti urla di chiudere. Che il telefono si usa solo per le cose serie. Che costa! Cos’è, una interurbana, ma sei matto? Ma sai quanto costa? Sono tre ore che sei li. Ok, io no, ma mia sorella abbastanza. Ma pure quando ci passavamo i compiti: muoviti che costa!

Domenica si telefona agli zii lontani, ai nonni. Costava meno di domenica? Non lo so. Che io poi… “saluta la nonna”. Ma quale? La mia nonna è qui, è gentile. Quella stronza lì mi sta sul cazzo (nota che l’essere gentile veniva deriso, considerato un vizio, una “roba da deboli”, machismo anche tra donne).

E – scopro oggi – forse anche io stavo sul cazzo a lei. Ma quasi sono soddisfatto, guarda. Nei pelosi ispidi, grassa, puzza di fumo e fritto. Autoritarismo stupido. Per carità avrà avuto anche dei difetti.

Mi dicono che amava molto (cioè lo percepivano) i miei fratelli. Ma era anche “cosa faremo con questa bambina?” (testa ce fa “no no”) … perché le teneva testa e non accettava le sue puttanate, i suoi imbrogli mascherati da “ma io ho esperienza perché sono anziana”. Si ma… o dimostri che la tua esperienza vale, o chisseneincula, vecchia.

Comunque.

Uscire a fare la spesa all’ingrosso a 20 km e chi stava a casa si ricorda di qualcosa mentre tu sei lì: ciccia. Ti attacchi. Oggi puoi mandare un messaggio, chiamare “hey ricordati della colla di budella di crisantemoooo!”, anche se chi è al super ha il piede quasi fuori dalla porta.

E soprattutto abbiamo CONOSCENZA: internet. Non puoi raccontarmela troppo. Posso verificare abbastanza facilmente. Sembra ormai la normalità ed è una normalità alla quale non vorrei mai rinunciare, internet soprattutto. Ma non lo è stata per tanto, tantissimo tempo. Credo, ma non sono certo, di aver avuto il mio primo cellulare nel 1996 o ’97. Accesso ad internet credo 1995. E il bello è che riuscivo a capire di cosa si trattava almeno un po’ perché sapevo cosa era, per esperienza diretta, un BBS. Col mio amico ci eravamo collegati in Norvegia cazzo. Quello no che non lo sapevamo. Era un bbs, figata, tutto qua. Ovviamente con un 2600 baud immagino, che funzionava con la cosiddetta “ratio”. Niente che ai tempi (2003) di WinMX non si sia replicato almeno in modo “ideale” con i “leeches”, il “trading” e lo “sharing puro” (se vi sembra vecchio, tutto ciò è vivo e vegeto, da e-mule a soulseek, compreso in forma di container docker, andate a cercarvelo su github).

Però adesso: ZAC.

Le abitudini, i metodi, i tempi, anche i “costumi” hanno attraversato la mia vita. È dura che ogni volta le abitudini e i modi di trattarlo cambino e non si sappia mai come la gente li prende. Cioè come i ragazzi nuovi li prendano. Cosa sia “educato” per loro, cosa “non si fa”. Sono tutte sensazioni. Ma partono da adolescenti, da bambini persino, da ambienti di gioco, un galateo che non parte dai vecchi, anche se sono stati i più vecchi ad inventare e portare il mezzo stesso, hardware e software.

Mandare la posizione, controllare la posizione. Io ho avuto un NAVIGATORE. Ora … smartphone. Fine. La scomodità e la vista mi impediscono di godere di altre cose sicuramente fattibili col cellulare: un giochino che mi piaceva… ingiocabile col cellulare, non ci vedo un cazzo. Ma sono certo che ci si possa fare un disco e senza usare le iA, proprio una DAW mobile.

Sarebbe bello. Ma non è solo bello. Quando sono in buona però cerco di essere amante dell’opportunità, del mezzo, delle possibilità fiche, senza gli svantaggi o le conseguenze di merda.

Una cosa che non c’entra un cazzo? Aristofane ne “Le Nuvole” parla di un figlio che argomenta “padre tu trovasti giusto picchiarmi da piccolo, ora io farò lo stesso con te per i medesimi motivi” (riassumo e interpreto).

Ora ho un pelo di ottimismo che mi circola in vena. La quantità di libertà che si respira in un certo periodo è indimenticabile: non credo che tutta questa merda reazionaria di destra funzionerà su cose fondamentali di costume grosse, solide. Il cosiddetto wokismo “della parola” e dell’offendersi, quello immagino verrà spazzato via con l’acido cloridrico. E sinceramente mi sembra totalmente comprensibile: “giusto” non lo so.

Il perché? Consiglio di leggersi le tecniche e l’arte del negoziare di Harvard, diventa abbastanza comprensibile. Serve tempo. Non me lo concedi? Si scende verso il potere, la forza. No, non mi imporrai di chiamarti come vuoi, no non daremo per scontato che la tua sensibilità valga più della mia. No, non daremo per scontato che il tuo percepire la mia intenzione sia corrispondente al vero. No non daremo per scontato che “normale” significhi qualcosa di diverso dal “numericamente in una determinata distribuzione percentuale” ossia per la gente “quello che fa la maggioranza e che darò per scontato se non MI AVVERTI PRIMA”.

Queste cose, di normale convivenza, non si normano. Si assorbono piano piano, con la convivenza, il dialogo, la negoziazione PERSONALE, ragionando. Io e te a casa, partner, parenti, amici, potenziali amanti. A quanto mi dice una iA il desiderio di moderare i tempi del progresso che pure si accetta sono comunque parte dell’essere “conservatori”. E allora sarò conservatore, anche se mi sento parecchio sul lato progressista. Ma ci sono cose che sono date per scontate come giuste mentre sono invece soggettive. E come tali generano singole isole che stanno nello stesso mare, non un continente unico.

Quando dico così, asserendo, “si fa” “non si fa”, intendo: le evidenze ci hanno mostrato che il reale comportamento umano, non idealistico, misurato, in condizioni reali, funziona in un certo modo.

Non fraintendiamo anche il “non puoi fare così”… intendo: se ti aspetti che abbia senso, che funzioni, se pensi di seguire una certa coerenza. “Non puoi” usato in questo modo nella lingua italiana non significa “io non ti permetto di”.

Buon 2025.

Fuori moda forever

C’è un che di rilassante, di pacifico e calmo nell’essere una goccia nel mare. Con la scrittura è ovviamente più facile: costa meno, praticamente, di qualsiasi altra forma di espressione. Anche solo usare la voce, forse, richiederebbe … ma no, forse no. Forse con la voce si potrebbe. Ma pensate uno come me, che spara cazzate nel mare di spotify. Anonimo… ci resterei? Non credo. Dopo un po’ mi scoprirebbero. Però chissà.

Musica: la musica oggi si trova nella stessa condizione: 120000 brani AL GIORNO riversati nei servizi di streaming. Chi cazzo li ascolta? Già nel 2003 avevo deciso “ok, ho scaricato più musica di quanta abbia il tempo di ascoltare anche calcolando i prossimi anni di vita”. Alla fine poi qualche anno fa ho ceduto e ho ritirato fuori l’uccellino azzurro… ma insomma, la verità è che probabilmente non ascolterò alcune cose.

Ma nel produrle, queste cose, questa consapevolezza di essere una goccia nel mare, se non hai velleità di fama, riconoscimento, successo… ti conferisce una tranquillità di essere nessuno nella folla. Magari incontri uno sguardo, magari un pensiero. Ma puoi continuare. Dici il tuo, non hai fari puntati. Non è un social network vero e proprio (anche se il metodo è nato qui, non certo lì, anche se non ti logghi qui puoi leggere, non è in nessun modo deep web).

Alla fine ho “bloggato” pensieri anche su Facebook, fuori posto. È meglio qui. Forse ha finito per leggere qualcosa davvero solo un mio amico d’infanzia. Alle volte altri… tutta gente che non mi interessa che mi leggano: se vogliono il mio pensiero glielo regalo vis-a-vis, uscirebbe in due secondi, sono ciarliero ormai.

Preferisco tornare a questo luogo, mi sembra quello giusto. Anonimo, libero*. Avrei avuto voglia di svuotare le mie stronzate di facebook qui e toglierle da lì. È meglio: lì sembra che le vuoi davvero sfoggiare, esporre, che ti vuoi vantare. Qui invece… non sapete chi sono: non è bello? Voglio incontrarvi ma … senza che il mio corpo o la mia vita reale se ne avvantaggino o ne risentano. Il “buon vecchio web anonimo” con questo preciso spirito. Vuoi leggere, vuoi sentire il mio pensiero? Eccolo. Se il mio corpo c’entra, ti dirò qualcosa. Se non c’entra, ottimo: non è rilevante, non è stato citato.

*si ok, magari non in senso giuridico, ma a chi interesso?

Ovviamente diventerà handicappato, ovviamente

Sto guardando nel 2024 una stagione di una serie di cui vedo il susseguirsi. Una dopo l’altra le stagioni diventano sempre quello che in questo istante chiamiamo “woke”. Ci sono in giro persone che – e non stento a crederlo – hanno la convinzione che (cito) “quelli di Netflix e delle piattaforme vogliono inculcarci queste idee gender eccetera!”. In effetti è stata dura sorbirsi una quintalata di spolverate di scene gay senza nessun motivo narrativo qua e là. Ma il punto di quelle scelte era proprio la normalizzazione. Non serviva un motivo narrativo per giustificare (perché dovrei “giustificare”?) la presenza di un maschiobiancocisgendereccetera in una serie. La sua caratterizzazione non era “essere maschio, bianco, che gli piacesse la fica”. La sua caratterizzazione era “sono povero, sono in questa tal condizione, ho questo tal rapporto con la città, col lavoro, con la mia storia di vita”. Così come accade ad ogni altro gruppo o categoria. La sua condizione di categoria (colore della pelle, preferenza sessuale) diventa rilevante solo in ambiti ristretti. Quindi la “spolverata di inclusione” diventa strana per un po’… fino a che ti abitui. Cioè ti abitui alla normalità, a quello che in realtà ti circonda: la gente è di tutti i colori, di tutte le preferenze, non ti frega o non ti deve fregare, non ti frega né ti deve fregare di quello che hanno tra le gambe per la maggior parte delle interazioni che hai con loro. Certo, se non lo sai, non puoi dare per scontato che sia “possibile che” qualcosa che non fa parte della norma (numericamente). Ma magari adesso sai che la norma include più roba di quello che pensavi prima. Ti abitui. Magari non dici più negri. Magari non dici più froci. Magari non usi più un tono sprezzante. Magari non ti senti migliore. Sei in mezzo all’umanità, come tutti.

Quello che però sai, anche se woke lo sei, è che alcune di queste scelte rendono ultra-telefonatissime le scelte narrative.

Sto guardando ‘sta scena e il tipo macho machissimo piano piano diventa più sensibile. Poi gli viene mal di schiena… e non me la nascondono per niente che alla fine della puntata e forse per il resto della serie diventerà un problema quel suo corpo fino a due secondi prima perfetto. Proprio un figone, magro ma forte e muscoloso nervoso, supercazzuto ma retto, introverso ma non ottuso. Quindi… ah, piangiamo, malasorte! Andrà a finire in carrozzella, la bionda lo mollerà, ma la sua fida tizia sensibile che lo ha piano piano reso migliore tanto quanto lui ha reso migliore lei gli starà accanto perché dai noi tutti vogliamo che stiano assieme e alla fin fine in tutto questo wokanesimo però finiamo col cliché che la giovanedonnasinoispanica tracagnotta finisce per accudire l’uomo. Certo, in versione “ma lavorando”, certo.

Il punto è che il periodo è questo: non ho ancora finito di vedere la puntata che una generale pressione di wokanda rende prevedibile qualsiasi trama in uno show per le masse, in questo momento. È triste. Si può fare senza fare schifo. Invece … eccoci qua.

Pazienza dai. Del resto sto guardando io ‘sta roba interrompendo “Jackie Brown” (eh non l’avevo mai visto… ) e guardandolo a spizzichi da 10 minuti alla volta. Mi merito qualche punizione immagino.

Prometto che se mi sono sbagliato ed entro la fine della stagione lui è ancora sano aggiorno il post.

E infatti UPDATE: mi sono sbagliato.

Quella cancellala subito!

Com’è bella quella foto, piena di vita vera, così naturale, bella, spontanea. Purché non ci sia tu dentro, vero? Ti senti brutta, tu senti brutto. Eppure tutte le altre… dove ci sono gli altri… si è vero, vedi delle rughe. Anche dei doppi menti, del resto… quei doppi menti ci sono, lo sai, ma tanto mica la consideravi bella quella e pure quello. Ma chissenefrega – dici – non è questo il punto: quelle foto sono belle! Sono proprio loro, no?

Eh si.

Ma quando sei tu: nessuno deve vederti in quella foto. Nessuno deve immortalare quello che, mortale, sei, anche se sei tu, ogni giorno, così, proprio in quel modo. Sei tu.

Ma nessuno deve ricordare quello, quello vero.

Quella foto è finta! – diresti su altre persone. Ma su di te: va benissimo così.

Il più ricco del cimitero’s shit

La gabbia dorata, il più ricco del cimitero. Non è che non abbia senso, in assoluto, considerare che l’accumulo di ricchezze in una vita limitata sia insensato. Ma morire con un mucchio di energia in avanzo è diverso che morire agli sgoccioli: anche questo ha senso e ne ha molto. Non è un caso se siamo portati a farlo biologicamente. Oggi c’è cibo, domani non so: l’ho messo via ieri, oggi mangio.

La nonna di B aveva messo via 300 mila euro. Non lo sapeva più. Quel pezzo di merda di suo figlio (zio di B) che non è certo un genio, però per questo semplice concetto aveva tutta la necessaria comprensione: arraffare. Quando la nonna (sua madre, porco####!) ha perso qualche rotella e ha iniziato a rischiare di finire giù dal terrazzo perché pensava di abitare al pian terreno come quando era giovane e altre simili amenità, ha ben pensato di metterla in casa di riposo a risparmio, quella che costava meno. Come se i soldi da risparmiare fossero stati i suoi. Ed in effetti è così che lui la vedeva. Era il suo capitale potenziale. Muore la vecchia sono miei.

Dire che è un figlio di puttana non è possibile perché sarebbe il peggiore dei victim blaming. Fosse solo questo: la vecchia mica era solo mamma sua: era anche la mamma di B. Quindi col cazzo che l’interesse – se proprio vogliamo guardare il guadagno dei superstiti – era solo suo. Ma l’unico che ha fatto questo genere di giri da squalo attorno è stato lui. E lei, la mamma, faceva parecchio quello che diceva lui perché (porco#####) lui era un maschio, sai. Eh. Il pezzo di merda.

Io l’ho vista la nonna. L’ho vista in casa di riposo mentre ci salutava dalla porta a vetri e chiedeva di USCIRE, voleva andare via, a casa sua. Si sentiva in prigione, piangeva. E si comportava da perfetta prigioniera modello per avere più ore d’aria possibile. Le era concesso, grazie alla buona condotta, di andare in giardino a volte. Ma voleva uscire.

E aveva 300 MILA FOTTUTI EURO: erano suoi. Poteva stare a casa propria con un(a) badante / infermiere/a di super lusso, super servizio e tutto. Poltrone d’oro. Casa di riposo per ricchi.

È morta durante il COVID-19, come sua figlia. Il pezzo di merda è anche stupido, quindi voglio che immagini i suoi denti stretti e la rabbia nel non riuscire ad afferrare il concetto che i soldi erano cointestati e che quindi andavano anche a sua sorella (non ho visto una lacrima al funerale). Di conseguenza agli eredi, ossia i figli di sua sorella. Ma siccome di solito i nipoti ai nonni vogliono bene più che ai genitori (che evidentemente si comportano diversamente nei due ruoli) tutti hanno pensato “cosa avrebbe voluto lei se fosse stata in sé?”. Così lui si è preso il suo malloppo, grazie al fatto che gli altri, quelli con i quali non avrebbe voluto dividere nulla, sono in grado di comprendere la lingua italiana e il funzionamento basilare della legge, si sono occupati con asciutta giustizia anche di lui. E hanno diviso l’altra metà tra tutti: marito, figli tutti.

Ma la nonna non era la più ricca della casa di riposo. Eppure sarebbe dovuta esserlo: li aveva. Aveva sacrificato molto in vita giovane o forte per avere qualcosa da vecchia. Comodità, aiuto, benessere. Questa parte non accade al camposanto. Accade mentre sei tra noi, vivo e probabilmente più vegetale che vegeto. Quindi ok, accumulare ricchezze spropositate potrebbe non essere geniale, ma stupido non è: la vecchiaia non ha alcun tipo di forza vitale e possibilità di usare attivamente delle abilità. E se fosse per gli altri potremmo schiattare a bordo strada.

Il più ricco a finire in cimitero, ci finisce con un certo tenore di vita. Se preferite, un certo tenore di morte.

Morire male vi piace di più?

A me basta immediato / rapido e indolore, lo sapete. Ma se non è possibile, una lunga agonia straziante può essere evitata trasformandola in mitigamento di dolore, sporco, fastidi. Comodità, in pratica. Direi che non è una cazzata per un anziano.

Pensate a voi stessi: vi piacerebbe che vi trattassero di merda da vivi in modo che morendo possiate trasudare tutto il grasso possibile da morti?

Faccio schifo e voglio morire

Il titolo è per te, amic*, che non trovi mai risultati su questo. Beh sei nel posto giusto, magari non nel post di oggi ma in generale si.

Troverai che sono con te, sono TOTALMENTE con te, che ti capisco e mi dispiace. Anzi lo dico io: per te è quello che scrivi nella ricerca, ma trovi me, trovi quello che dico io e che voglio per me stesso. Ma sai cosa? Che invece no, non mi trovi perché COL CAZZO che questa roba viene indicizzata. Qui è tutto seo-unfriendly e io … beh me ne sbatto se non ne sono addirittura felice.

Fine. Il vero titolo sarebbe stato il seguente:

MOTIVAZIONE

Ironico, ovviamente. Ma eccoci: credo che a volte la “motivazione a dare il massimo”, testa bassa e impegno a bomba, sia dovuta solo al fatto che vuoi mandare tutti affanculo e non vederli più, vuoi che il tuo lavoro o la tua opera siano sufficienti da non dover essere TU quello adeguato, che tanto non lo sei. Che o ti stanno loro sul cazzo o sei tu che stai sul cazzo a tutti. Ti dici che tanto alla fine è tutto un ignorarsi e un cercare attenzione, un voler parlare e non voler ascoltare. Salvo poi spendere soldi per qualcosa, farsi il culo per quei soldi per quel qualcosa. E ricominciare. Allora visto che è il “farsi il culo” ma in mezzo a gente di cui non hai la stima perché o hanno ragione o hanno torto ma resta quel fatto… vuoi toglierti dal cazzo.

Questo a volte è il motivo. Andare via da dove sei per non avere più a che fare con gli altri. Guardiamoci in giro, non è forse così in tantissimi posti? Chi sente sé stesso come inadeguato (osservando le reazioni a sé, negli altri) e chi, più dietro ai propri tratti narcisistici della personalità sente gli altri come inadeguati a sé. Ma resta tutto, sono solo punti di osservazione della stessa cosa.