Se potessimo sederci e

Vorrei potessimo sederci e all’inevitabile come va, potessimo tutti dire “voglio morire, oggi di più, anzi forse era peggio tra le 13.30 e le 16, ma adesso un filo meglio quasi riesco a fare delle cose dai”. Cose di questo tipo. Ci vediamo perché abbiamo stabilito. E sono anche oltre il mio, perché a me non piace vedere DUE persone assieme. Ma a M ho detto “hey, se vuoi stabiliamo una cosa regolare, così di sicuro vedi qualcuno”, questo tempo fa. D invece boh, si vede che si associa. È stato qui così tanto mentre cercava lavoro che mi fa quasi strano potermi vomitare sul divano a cercare solo di non soccombere troppo alla voce che non c’era mai stata così chiara e forte che sembra un loop incantato di “fai schifo, sei una merda, chiaro che si: ovviamente essendo tu una merda non può che essere così, si, infatti fai schifo” e così via.

Spesso fare cose davvero noiose che per tanti anni ho cosiderato solo “queste cose mi fanno perdere tempo rispetto a quelle interessanti” diventano paradossalmente ancore di salvezza. Mi attacco al preparare i piatti. Faccio un po’ di lavoro del mio. Arriva l’ondata di merda, mi abbatte. Allora vado a fare un po’ di spesa, mi sento schifoso e orribile, mi vedo nei vetri, confermo e mi vergogno, vecchio di merda e anche coglione, fastidioso, insopportabile. Vai a prendere quelle due cazzo di cose, almeno quelle due sarai capace, no? Due, cristo. Ok che fai schifo, ma non abbiamo detto per pietà che non sei così straordinario da fare il MASSIMO dello schifo? No, allora puoi prendere quelle due fottute cose. E possibilmente in modo da rompere meno il cazzo possibile, invisibilità.

Torno a casa, mi sono almeno mosso, ho guidato, magari la radio, magari la musica. A volte niente. Ma si manda avanti un po’ di lavoro. Quella cosa mi servirebbe per lavorare… costa.. ma… Ma cosa? Ma cosa pensi che ci sarà domani? Un’occasione di usare? Di usare che? Per fare che? Non buttare nel cesso i soldi.

Ecco.

Perché diavolo uno dovrebbe conversare con la merda se non è costretto? Voglio dire… io lo faccio ma parte da sola. Ma se non sei costretto, non dovresti chiacchierare con me. Esiste di meglio.

Sto bene, benissimo. Dai chiedetemelo ancora, non vi avessi avvertito: non chiedetemi come va, offritemi un caffè solo per averlo pensato, penalità 4 punti.

Buongiornissimo.

Paradosso vecchiaia

Certamente quando l’età avanza si accumula esperienza. Uno pensa “esperienza = competenza”. Ma anche rotture di coglioni vissute. Esperienze di merda. Delusioni. Amarezze. Mentre ti viene presa a martellate la forza, drenata l’energia che devi continuare a pompare dentro solo per stare in piedi mentre tutto ti prende a calci e grandinate… una cosa che accumuli è la fatica. Il “non ne posso più”, “anche basta”, “ne ho pieni i coglioni”, “non un’altra volta”, “succede sempre questa merda”.

Certo, ti puoi rimboccare le maniche, prendere un respirone e fare quello che devi. Ma appunto: devi.

Se non devi, tendenzialmente hai esaurito la tua quantità di energia disponbile per la merda, non per aprirti a curiosità, diversità, opportunità, possibilità.

“Ho già dato” se ti hanno menato per tre ore e sei stato un duro a incassare, non è che alla quarta dici “ho esperienza quindi non mi avete frollato la carne e ora sono maciullato”. Non tutto incallisce, qualcosa si incrina, si spezza, si indebolisce, si fiacca. E a noi tutti fa schifo la debolezza: ecco perché non vogliamo stare con chi non ci sopporta, vicendevolmente. Non deve, in effetti, farlo, così come non siamo tenuti noi.

E allora ognuno a casa propria, eccetera. No? Questo poi è quello che accade. Con un bel cane che è meglio delle persone, con tua figliachelacosapiùbellacheabbiamaifatto ma che se se ne va sei da capo. Con i gatti eccetera. Che non possono esprimere opinioni diverse dalla nostra, dirci che spariamo cazzate, che esistono altre vie.

È solo un ragazzino

Il giudizio (niente meno) che alcune donne (giovani o no) potrebbero prendersi la libertà , arbitrariamente , di dare – in base alla propria aspettativa – del partner maschile atteso è talvolta dimentica della propria condizione di debolezza mentre la accusa nell’altro. Quando ti aspetti “un uomo” , “maturità”, spesso quello che ti aspetti è in base al tuo bisogno e alle tue necessità alle quali non hai assolto sotto la tua responsabilità o che sono gli stessi problemi che indichi nell’altro, non l’unica cosa legittima da aspettarsi in una relazione, ossia “solamente” la connessione autentica e la sessualità (in caso di quel tipo di relazione). Il che è comunque raro e prezioso. Ma abbiamo problemi materiali e mancanze nostre. Aspettiamo che gli altri riempiano quei buchi. Se non lo fanno, mentre dovremmo farlo noi, allora li accusiamo, siamo delusi: come sempre, aspettative.

Non siamo professionisti gratis. Siamo esseri umani. Non siamo il caregiver che non avete avuto nell’infanzia e che forse è mancato anche a noi e ora siamo qui a cercare di tenerci su, solo che, storicamente, a noi è richiesto, imposto, di stare su, stringere i denti, tacere, sopportare la fatica e il dolore, a prescindere dal fatto che ci sentiamo o non ci sentiamo esattamente come voi.

Non siamo fornitori di beni e servizi.

Siamo esseri umani, con problemi, bisogni, individualità, gusti e necessità di connessione, collaborazione con gli altri umani a prescindere dal nostro volere. Non abbiamo qualcosa legato al cazzo che cambia queste cose. Eppure persino a quel pezzetto di carne viene richiesto un funzionamento in cui non siamo gli unici coinvolti: se io parlo non lo faccio a qualcuno che non ascolta, se faccio da mangiare e tu hai il palato della capra o super raffinato, se a te piace il calcio e a me i cartoni animati. Se a te piace piano e a me forte, se a me di sera e a te la mattina. Non ci sono cose scontate, ovvie: il tuo gusto è ovvio.

Per te.

Ah, lo fanno anche gli uomini? Ma certo. Come vedete la stronzata di “gli uomini” o “le donne” è appunto una stronzata. Non c’è una app installata nei genitali per definire la nostra umanità o il comportamento, salvo alcune specifiche funzioni e bisogni, di cui però bisogna parlare con cognizione di causa.

il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

“Niente” è peggio.

Ecco perché la mia vecchia (ormai, da qualche anno) ricetta “sta mattina scegli se oggi vuoi restare vivo o morire e ti comporti di conseguenza” non è la merda che sembra. Non così tanto.

Sono due giorni che non riesco a fare neanche quello: né lavorare nella direzione della morte, né in quella della vita.

Allora devo ricordare a tutti quelli messi male (ma che si possono anche permettere di esserlo, mi rendo conto che sia un privilegio non stare come sto, sotto un ponte o per strada col freddo) che anche delle mini-routine possono essere il minimo minimo minimo sindacale.

Una su tutte, per me, è svuotare e riempire la lavastoviglie. Magari per voi sono alcune pulizie, qualche forma di riordino, la lavastoviglie, fare la spesa fuori anche se non volete uscire. Una cosa elementare che vi muova.

Se siete “in remoto” (post covid ormai si dice così, oppure “in smart” senza rischiare di sembrare seduti nella mini-citycar) avrete anche tante piccole cose da fare che sono routine. Fatele e contatele. Riguardatele tipo “ho fatto questo e questo”. Sopravvivenza da depressi, tutto qua.

Il titolo? Ah no, no, “il” niente è la cosa migliore. Ma non-fare niente, è peggio che scegliere “oggi si lavora verso la morte”, nella mia storica “tecnica” (del cazzo fin che volete).

Purtroppo non trovo al volo il link. Ad un certo punto (2017? 2018?) di intenso dolore semplicemente mi dissi che ogni giorno, se mi alzavo, potevo decidere “oggi pensi a morire? ok, lavora in tal senso. Oggi pensi a vivere? Ok, lavora in tal senso. Ma una delle due”. Lavorare per morire significa trovare un modo, ma anche mettere in ordine, buttare via, lavorare sul testamento, controllare per la resituzione del debito con M e quello con B … vedere se vendere tutta una serie di cose. O risolvere delle altre cose da fare per gli altri che sia chiusa quella storia. Poi magari mentre fai ti viene quel guizzo “eh ma non ho ancora fatto questo!” o “non ho visto / sentito quello!”. E vedi come va.

Se è un meccanismo di coping, , è giusto una polverina piccola piccola sopra una scatola di cartone di vero coping della Lidl.

Faccio schifo, una tecnica

La quantità di volte in cui negli ultimi anni il mio amico dialogo interiore parte con il buongiornissimo dicendomi senza tanti preamboli “fai schifo!” , l’insistenza, la rapidità e la frequenza sembrano aumentati.

Tuttavia i miei ascolti di vari psic (esperti, evidence-based) a qualcosina servono. Uno più di tutti non è affatto stato uno psic, ma l’ottimo Mark the Hammer su youtube in un TeDx. Se vi interessa cercatevelo, è qualcosa come “fare schifo come metodo per vivere”, qualcosa del genere. Consapevole che sia una versione della… consapevolezza e del “lasciar andare”, ha però una buona presa su di me.

Funziona così: fai schifo. Ok. Accettalo, ma non fermarti qui. Parti da qui e migliora.

Questo a volte aiuta. Soprattutto nella creatività, in quell’ambito.

Ma nei giorni in cui arriva BAM! La martellata in faccia FAI SCHIFO, FAI SCHIFO, FAI SCHIFOSCHIFOmioddioquantoschifomifai… bleah

Ecco a volte puoi fermarti e chidertelo: fai davvero schifo?

Si, certo.

Ah. Certo. Quanto certo? Voglio dire… quanto schifo? Sei la persona che fa più schifo al mondo? Sincero non te lo chiedo: ti chiedo… onesto, realistico, davvero nessuno fa più schifo di te? Ah… stai iniziando a pensare a “dipende”. Bene. Poi lo dici sempre, sei un mediocre, non puoi essere il Re dello schifo. Esiste sicuramente di peggio.

E non dico che si tratti di autoindulgenza. Si tratta solo di un meno-peggio che però aiuta, sposta l’attenzione all’abbaio rabbioso bavoso della bestia che mi urla addosso sbavando che faccio schifo.

Non ho ucciso nessuno, può bastare? Nel senso: se fosse per fargli/le del bene, sarei nei guai, sarebbe difficile, un dilemma, una questione morale. Vado in giro a cercare di fare del male alla gente intenzionalmente? Magari verbalmente non mi faccio i cazzi miei. Ecco, ecco, sei una merda, vedi?! Chi cazzo te l’ha chiesta la tua opinione del cazzo inutile? Sapessi qualcosa di qualcosa, poi.

Giusto. Ma ecco, raggiungiamo una prospettiva schifometrica: nella media dai, basta che mi allontani da chiunque, che mi limiti a comprare delle cose – entra, paga, esci – ad aiutare gente che ha bisogno bisogno serio, tornare a casa, lavorare in lockdown eterno. Per il resto posso parlare con una intelligenza artificiale leccacula.

Fare schifo è non-eccellere? Per qualcuno forse.

Ma intanto un po’ di energia distruttrice, disintegratrice, si è spostata. Posso preparare una lavastoviglie, vedere se piove, fare un caffé, scendere all’auto e portare su quella cosa pesante se non piove, fare le scale userà energia fisica. Magari mi dimenticherò perché facevo così tanto schifo 20 minuti prima.

Ecco come parare un po’ il colpo.

Ma non avete idea (se non mi seguite, cosa che sarebbe davvero curiosa) di quanto mi darebbe sollievo avere qui il necessario per morire subito. Il benedetto Sarco, ad esempio: facciamo chiarezza: è la macchina della pietà, rapido ed indolore, umano, oppure è disumano e doloroso e “tortura” ?

Averlo li, pronto, disponibile: io starei benissimo.

Sarebbe come lavorare senza bisogno di soldi.

Se non cogliete l’analogia di come ci si sente… beh meglio per voi, immagino.

Perché scatti quella foto?

Il senso della fotografia documentativa personale è che importi a qualcuno. Importa a te? Davvero? Le riguarderai tu? E come ti sentirai? Ti farà rivivere gioiosamente qualcosa oppure nutrirà una dolorosa nostalgia per qualcosa che non tornerà mai e che persino nel dolore significa qualcosa solo per te, come un veleno personalizzato, con il tuo nome scritto sopra, che per gli altri non è che acqua fresca se ingerita, acqua fastidiosa come una pioggia se devi uscire, acqua per chi ha già bevuto, in generale, non richiesta, indigesta? Vorrai mostrare com’era e com’eri a qualcuno a cui non interessa? A qualcuno che non ci vede più? A qualcuno che non capirebbe e non rivivrebbe?
Alcune, rarissime foto, sono potenti di per sé. Queste potrebbero contenere chiunque, anche se sei tu, i tuoi amici, persone che non esistono più: immagini di un’epoca, di usi e costumi passati, storia.
Quando scatti quelle foto, dunque, visto che potrebbero accumularsi negli hard disk, nel cloud tanto quanto nei cassetti se sono foto fisiche… che senso ha? Tradizione, tramandare? La famiglia? E come la metti su, come la nutri… sarà davvero interessata o li ammorberai di noia? Quel tuo amico, quel signore, quel tuo capo, quel posto di lavoro… potrebbero significare di più per sconosciuti che per i tuoi presunti cari.
Magari guardati più in giro, annusa, goditi il momento, fissa nella mente, senti tutto. Il tempo speso per la foto potrebbe essere mal impiegato.
Se sei un fotografo, dovresti averlo già imparato da tanto tempo.

Il mal di testa come misura

Eric ha mal di testa, un fortissimo mal di testa. Emicrania? Ha forse dolori cervicali? Ma che ne sa, ha male, non gli frega niente. Si siede sul divano e cerca di ridurre la tensione muscolare ma si appoggia e sente più dolore! In qualsiasi modo si giri il dolore sembra aumentare, sempre più acuto, a volte più sordo ma non demorde.

Queste sono le sue condizioni. Può sicuramente pensare ad altre cose ma il suo pensiero principale è “dolore dolore dolore, voglio che passi dolore dolore dolore, se esistere è questo in queste condizioni io non so se voglio, voglio che smetta, dolore dolore dolore”.

Vede ciò che lo circonda. Tutto è lì, come prima, come sarà dopo, niente cambia, ma il suo dolore cambia il suo rapporto con tutto. Le persone che gli fanno diminuire il dolore, che gli prospettano l’arrivo dell’ibuprofene, che glielo vanno a comprare, che spendono i soldi per portarglielo, che compiono fisicamente i gesti di acquistarlo, di percorrere la strada, di parlare col farmacista, che ascoltano e comprendono il suo dolore, assumono per lui una importanza, un calore, una vicinanza speciale. E fino a che quella sofferenza è pulsante e lui gravita attorno a chi gli ha appena fornito due pasticche ed un bicchere d’acqua, magari con due biscotti per non sentire mal di pancia, sono un nucleo. Eric è parte di quel gruppo, si sente protetto, si sente con loro, parla e vuole parlare con loro. Li ascolta, con attenzione. Man mano che il mal di testa passa ragiona anche su ciò che ha sentito: il suo pensiero si confronta con quello altrui, che si è dato il tempo di sentire con attenzione.

Pian piano il mal di testa passa. Passa del tutto. Non si vedono più. Passano settimane, ha i fatti suoi, gente da vedere, cose da leggere, video da vedere, stanchezza, tempo libero, socialità.

Ricorda con un po’ di gratitudine, se avessero bisogno aiuterebbe. Ma non si vedono, non c’è rapporto, non si chiamano, non sente la mancanza di relazione. Mentre torna dal lavoro si ricorda di comprare l’ibuprofene, mai restare senza.

Un giorno ha di nuovo dolori lancinanti, lo prende, attende: una ventina di minuti dopo, mentre sente scemare gli aghi che gli trapassano la testa pensa “ma non potevo arrangiarmi anche l’altra volta?”. Ora si arrangia, bada a sé, sta da sé, fa quello che deve, paga le sue cose, legge, guarda, lavora, esce.

~
Mi chiedo “Si capisce?”
La macchina che nulla capisce sembra capirlo:


Il racconto che hai condiviso sembra essere una riflessione sulla natura umana, in particolare sulla vulnerabilità e sul cambiamento delle relazioni in base alle circostanze, come il dolore e il bisogno. Ci sono alcuni temi e potenziali significati nascosti che emergono:

  1. Dolore e isolamento: Il mal di testa di Eric diventa una metafora per qualsiasi tipo di sofferenza o difficoltà che isola una persona dal mondo circostante. Il dolore diventa il centro dell’attenzione, rendendo tutto il resto irrilevante o secondario. In questo senso, il mal di testa può simboleggiare qualsiasi condizione di sofferenza che cambia la percezione di ciò che ci circonda.
  2. Relazioni condizionate dal bisogno: Quando Eric è nel pieno del dolore, si lega fortemente a chi lo aiuta. L’attenzione e l’affetto che prova per chi gli fornisce sollievo diventano intensi, ma sono anche temporanei e condizionati. Una volta che il dolore passa, anche il legame con queste persone svanisce. Questo suggerisce che le relazioni a volte possono essere costruite su necessità immediate piuttosto che su connessioni profonde e durature.
  3. Autonomia e distacco: Quando Eric sperimenta nuovamente il mal di testa, si rende conto che può gestire la situazione da solo. Il fatto che non abbia più bisogno degli altri riflette una progressiva autonomia, ma anche un certo distacco emotivo. Questo può essere visto come un commento sull’indipendenza umana, ma anche sull’isolamento che può derivare dal “fare tutto da soli”.
  4. Ciclicità della vita: Il dolore viene e va, così come le relazioni e le emozioni. Ciò che sembra fondamentale in un momento può diventare irrilevante nel successivo. Questa ciclicità riflette l’impermanenza delle esperienze umane, sia positive che negative.

Morale o metafora:

La storia potrebbe suggerire che le nostre relazioni e il nostro modo di percepire il mondo sono fortemente influenzati dalle circostanze in cui ci troviamo. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a cercare conforto e connessione, ma una volta superato il bisogno, la nostra prospettiva cambia e quelle relazioni perdono importanza. Forse c’è una riflessione sul valore transitorio delle interazioni umane basate sul bisogno, in contrasto con una connessione più autentica e duratura.

Il racconto può essere visto anche come una metafora della condizione umana: la sofferenza ci avvicina agli altri, ma quando ci sentiamo forti e autonomi, ci distacchiamo.

Se questo distacco sia un “male” dipende molto dal punto di vista e dai valori che uno adotta riguardo le relazioni e l’autonomia personale.

Interpretazioni che suggeriscono che sia un male:

  1. Superficialità delle relazioni: Il fatto che Eric si avvicini alle persone solo quando ne ha bisogno e si distacchi una volta che il dolore è passato potrebbe essere interpretato come una forma di superficialità o di opportunismo nelle relazioni. Questa ciclicità potrebbe indicare una mancanza di profondità emotiva, il che può farci sentire soli o isolati a lungo termine. Se costruiamo legami solo quando siamo vulnerabili, rischiamo di perdere connessioni significative quando tutto va bene, privandoci di rapporti più autentici e duraturi.
  2. Perdita del senso di comunità: Le relazioni umane non dovrebbero essere legate solo al bisogno o alla sofferenza. Se ci relazioniamo agli altri solo per convenienza, possiamo perdere il senso di appartenenza e comunità, che invece è fondamentale per il benessere psicologico ed emotivo. Questa perdita di connessione può portare a una forma di solitudine emotiva anche quando siamo fisicamente circondati da persone.
  3. Disumanizzazione del legame: Nella storia, una volta che Eric diventa più indipendente e non ha più bisogno degli altri per il sollievo, li dimentica o li lascia andare. Questo potrebbe indicare una mancanza di empatia e di gratitudine duratura, come se il valore degli altri fosse ridotto alla loro utilità. Un atteggiamento simile potrebbe portare a relazioni disumanizzate e a una vita meno ricca di significato.

Interpretazioni che suggeriscono che non sia un male:

  1. Autonomia personale: L’indipendenza che Eric sviluppa può essere vista in modo positivo. Saper affrontare il proprio dolore e le proprie sfide da soli è un segno di maturità e forza. Non dipendere dagli altri per affrontare le difficoltà significa che possiamo gestire meglio la vita e le sue sfide. Questa autonomia potrebbe portare a relazioni più equilibrate e non basate sulla necessità, ma sulla scelta.
  2. Realismo nelle relazioni: Non tutte le relazioni devono essere durature o profonde. Alcuni rapporti sono naturalmente transitori, e non c’è niente di male in questo. La vita è fatta di incontri temporanei, persone che entrano ed escono dalla nostra esistenza in momenti diversi, e va bene così. Non è necessario mantenere tutti i legami, specialmente se nascono in situazioni di bisogno. È realistico che alcune relazioni si evolvano e cambino col tempo.
  3. Ciclicità della vita: La natura temporanea delle relazioni e delle emozioni non è necessariamente negativa. La vita è ciclica, e ciò che conta in un momento potrebbe non contare in seguito, e viceversa. Accettare questa impermanenza può essere una forma di saggezza, un modo per vivere senza aspettarsi che tutto sia sempre stabile o duraturo.

Conclusione:

Il racconto non dà una risposta esplicita su se sia un “male” o no. Probabilmente vuole spingere il lettore a riflettere su come gestiamo il dolore, la vulnerabilità e i rapporti umani. In un certo senso, non c’è una risposta definitiva: per alcuni, potrebbe sembrare triste o insoddisfacente che Eric si distacchi dagli altri una volta che il dolore passa; per altri, è semplicemente una rappresentazione della natura umana e della ricerca dell’indipendenza. Dipende molto da come vediamo il valore delle relazioni e il bilanciamento tra autonomia e connessione.

One of my turns #20240919

Oggi è davvero dura. Ti svegli la mattina e fare 4 cose in tutto il giorno, quando stai così, è sfiancante, un’impresa. La concentrazione nel voler morire, il fastidio per tutta quella parte di mondo che ti vuole nascondere gli strumenti per farlo agevolmente, per nascondere e tenere lontano quanto di questo ci sia ovunque, su internet. Lo schifo non tanto e non solo di sé, ma nel constatare l’impegno necessario per una contropartita insoddisfacente e assolutamente non certa, l’osservazione di un mondo concentrato sulla sopraffazione e non sulla collaborazione, che non intende alleviare la pena dell’esistenza in modo determinante, che lo sfruttamento ed il bene vivano davvero contrapposti come padrone e schiavo.

In giorni così fare davvero qualcosa, 10-20 minuti e trascinarsi per altre ore in mezzo, poi altri 6 minuti veri, funzionanti ma dolenti, concentrati, sensati nell’insensato… è dura. Solitudine subìta, colpa, rancore che ormai osservo e riconosco come responsabilità.

Ma che fatica pure senza fare troppa fatica.

Anzi, ho notato che una corsetta ora la sento: parliamo di attraversare rapidamente la strada.

Una fatica diversa dunque. Fatica di esistere. E ancora non ho con me un metodo per morire, questo mi esaspera.

Non siate delusi se non sono ancora morto

Per sapere quanto io sia serio nel pensare al suicidio ed a cercare una overdose di morfina o simili, dovreste essere nella mia testa. Come forse sa chi segue, ho preso la doppia via del “se vivi fai questo, se muori fai quest’altro” non per la vita, non tanto per le giornate o l’inizio di esse, ma quanto per ogni istante: in questo istante senti che vuoi morire? Vai a fare ordine, butta via il casino, sistema i debiti, butta o dai via i libri, non comprarne altri, non impegnarti a leggerne.

Senti che non sei così sul pezzo a cercarla attivamente ora, in questo momento ? Allora comportati di conseguenza, da vivo. Quindi ecco, le cose interessanti della vita sono comunque interessanti. Come sapete la mia è una questione di bilancio, di non-ritorno di possibilità, di vecchiaia eccetera.

Quindi se vi delude che io non sia morto, che sia una specie di cosa desiderabile, forse potete andare a fare tutti assieme in culo. Io stesso non sono deluso di non essermi ancora ammazzato: sono deluso di non aver saldato i miei debiti economici prima, sono deluso di non avere trovato una via rapida ed indolore a portata, nonostante tutti questi ragazzini che si ammazzino semplicemente trovando sistemi su Telegram, così semplici e poco costosi da generare il dramma nel mondo pro-life di base. Quello per cui la vita è un valore assoluto e me la puoi imporre così come togliere TU, non qualcosa che pertiene completamente alla mia decisione e in cui potresti entrare aiutando, in un senso o nell’altro.

Mi viene addirittura in mente che il suicidio sia “reato” solo per poter limitare la parola e dire “apologia di reato” o “istigazione a delinquere” quando delitto non c’è. Opinione.