Israele ti GAZA parecchio: PARABELLUM USA, guerrafondai by design dal 1800

Israele può fare il cazzo che gli pare a Gaza contro la Palestina, perché ha con sé gli USA. Agli USA serve Israele, contro l’Iran. Ma che cazzo gli ha fatto ‘sto Iran? Ma niente dai: esiste e insiste fastidiosamente a osar considerare gli invasori come tali. Che stronzi eh?

Exporing Gunship Diplomacy since 1800

Perché gli USA sono così preoccupati dall’Iran?

  1. Rivalità geopolitica e militare nella regione:
    Gli Stati Uniti vedono l’Iran come un attore destabilizzante in Medio Oriente. L’Iran ha cercato, sin dalla sua rivoluzione islamica del 1979, di ridisegnare gli equilibri geopolitici regionali. La rivoluzione ha rovesciato il regime filo-occidentale dello Shah, instaurando una repubblica teocratica che ha assunto posizioni ideologicamente ostili verso gli USA.

L’Iran ha sostenuto gruppi e movimenti che gli Stati Uniti considerano “terroristi”, come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e le milizie irachene pro-iraniane. Inoltre, l’Iran è stato accusato di aver contribuito a destabilizzare vari paesi arabi, come l’Iraq e la Siria, attraverso il suo supporto a regimi e gruppi alleati.

  1. Il programma nucleare iraniano:
    Questo è un altro elemento centrale nella tensione tra USA e Iran. Gli Stati Uniti e molte altre nazioni (come Israele) temono che l’Iran possa sviluppare capacità nucleari militari. Nonostante l’Iran abbia sempre sostenuto che il suo programma nucleare sia a scopi pacifici (produzione di energia, ricerca medica), la preoccupazione è che possa, a lungo termine, acquisire l’abilità di costruire armi nucleari.

Il 2015 ha visto l’accordo internazionale noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che ha cercato di limitare e monitorare il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Tuttavia, nel 2018, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo, aumentando le tensioni. Da allora, l’Iran ha iniziato a ridurre i suoi impegni verso l’accordo, riprendendo attività nucleari controverse.

  1. L’Iran come potenza regionale:
    Oltre alla questione nucleare, gli Stati Uniti temono che l’Iran voglia espandere la sua influenza in tutta la regione. In particolare, l’Iran cerca di creare un “corridoio terrestre” che vada dalla sua frontiera attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano, permettendogli di rafforzare il suo controllo sulla regione e influenzare direttamente Israele e altri alleati degli Stati Uniti. Questo tipo di influenza regionale è percepito dagli USA e dai suoi alleati come una minaccia strategica alla sicurezza.
  2. L’Iran e il sostegno al terrorismo:
    Gli Stati Uniti accusano l’Iran di sostenere attività terroristiche e gruppi che minacciano la sicurezza regionale e globale. Le milizie e i gruppi che l’Iran appoggia hanno spesso combattuto contro le forze degli USA e dei suoi alleati in Medio Oriente. Per esempio, in Iraq, dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iran ha sostenuto gruppi militanti come le Forze di Mobilitazione Popolare (PMU), che hanno combattuto contro l’occupazione americana.
  3. Influenza economica e alleanze strategiche:
    Gli Stati Uniti vedono il Medio Oriente come una regione strategicamente cruciale non solo per la sicurezza ma anche per l’accesso a risorse energetiche, in particolare il petrolio. Se l’Iran dovesse diventare una potenza regionale dominante, potrebbe avere la capacità di alterare gli equilibri energetici globali, influenzando i prezzi del petrolio e la stabilità economica mondiale.
  4. La rivalità con l’Arabia Saudita e altri alleati sunniti:
    Gli Stati Uniti hanno alleanze molto forti con paesi sunniti come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait. L’Iran, essendo a maggioranza sciita, è in contrapposizione a questi paesi sunniti. Gli Stati Uniti sono preoccupati che un Iran potente e influente possa minacciare i loro alleati e creare un contrappeso nella regione, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente.

Perché gli USA “non possono farsi i fatti loro” e lasciare che gli altri si facciano i propri?

  1. Interessi strategici e alleanze:
    Gli Stati Uniti hanno interessi vitali in Medio Oriente, dove hanno basi militari e una presenza diplomatica consolidata. La sicurezza di Israele è una delle principali priorità per Washington, e Israele vede l’Iran come una minaccia esistenziale, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare iraniano. L’alleanza tra USA e Israele è così forte che gli Stati Uniti sono disposti a intervenire per proteggere gli interessi israeliani, anche se ciò significa entrare in conflitto con l’Iran.
  2. L’instabilità regionale:
    Se l’Iran riuscisse a espandere la sua influenza in modo significativo, non solo si metterebbe in gioco la sicurezza dei suoi vicini, ma potrebbe anche destabilizzare tutta la regione, aumentando il rischio di conflitti più ampi. Gli Stati Uniti, storicamente, non sono disposti a lasciare una simile instabilità crescere, soprattutto in una zona così strategicamente importante.
  3. Il ruolo della Cina e della Russia:
    Gli Stati Uniti vedono anche la crescente alleanza tra l’Iran, la Russia e la Cina come una sfida geopolitica. Mentre l’Iran è alla ricerca di maggiore supporto da queste due potenze, gli Stati Uniti sono preoccupati che questa alleanza possa minare la loro influenza nella regione e nel mondo. La Cina, in particolare, ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante nella politica iraniana, con investimenti infrastrutturali e accordi economici. Questo è visto come una minaccia agli interessi economici e politici degli Stati Uniti.

Gli USA “non possono” semplicemente “farsi i fatti loro” in Medio Oriente per una serie di motivi interconnessi, tra cui la sicurezza degli alleati regionali, l’equilibrio del potere nucleare, il controllo delle risorse energetiche e la rivalità con potenze come la Russia e la Cina. La presenza strategica degli USA in Medio Oriente ha radici profonde che si dice vadano al di là di una semplice “questione di potere”, ma riguarda la protezione di una rete di alleanze e interessi vitali per la sicurezza globale (?) e la stabilità economica (di chi?) . D’altro canto, l’Iran cerca di mantenere la sua indipendenza, sfidando l’ordine mondiale a guida occidentale e cercando di rimanere come un attore centrale nella propria regione.

Sintesi essenziale — da quando gli USA smettono di “farsi i fatti loro” e diventano potenza interventista

Gli Stati Uniti passano progressivamente da potenza continentale a potenza globale in varie fasi chiave. Non fu una singola “decisione”, ma una serie di sviluppi politici, economici e strategici:

  1. Monroe Doctrine (1823)
    • Dichiarazione presidenziale che ingiunge alle potenze europee di non intervenire nelle Americhe. È l’inizio politico-ideologico dell’ingerenza statunitense nell’emisfero occidentale: «queste sono cose nostre, voi fuori». Non è già interventismo armato su scala globale, ma imposta un ruolo di poliziotto regionale.
  2. Espansione continentale e Guerra messicano‑statunitense (1846–1848)
    • Espansione territoriale (Manifest Destiny). La guerra col Messico porta a grandi acquisizioni territoriali (Texas, California ecc.) e dimostra la volontà di usare la forza per interessi nazionali.
  3. Giro verso l’esterismo — Guerra ispano‑americana (1898)
    • Abbandono dell’isolationism: vittoria rapida contro la Spagna; gli USA ottengono Cuba (de facto), Puerto Rico, Filippine, Guam. Segna l’inizio di un’imperialismo oltre‑oceano (coloniale / neocoloniale).
  4. Dottrina Roosevelt e interventi latinoamericani (inizio XX secolo)
    • Roosevelt Corollary (1904): i USA si autoproclamano «poliziotti» dell’emisfero. Seguono i “Banana Wars”: interventi militari, occupazioni, supporto a governi amici in America Latina e Caraibi (Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Panama).
  5. Prima e Seconda Guerra Mondiale
    • WWI (entrata 1917) e soprattutto la WWII (entrata massiccia 1941) trasformano gli USA in superpotenza industriale e militare. Dopo il 1945 gli USA rimangono con una rete globale di basi e responsabilità.
  6. Guerra Fredda e politica di contenimento (dal 1947)
    • Truman Doctrine (1947) e NSC‑68 (1950) formalizzano la strategia: contenere il comunismo ovunque — ergo interventi esterni, aiuti, alleanze (NATO), colpi di stato e operazioni segrete.
    • Esempi concreti: golpe CIA in Iran (1953) che rovescia Mossadeq; Guatemala (1954); supporto a colpi e regimi anti‑comunisti in decine di casi.
  7. Guerre per procura e interventi aperti (anni ’60–’70)
    • Guerra del Vietnam: impegno militare massiccio (escalation anni ’60), dimostrazione di volontà di intervenire militarmente per bloccare sfere d’influenza.
    • America Latina e Africa: sostegno a regimi amichevoli e milizie per contenere sinistre o nazionalisti che minacciano interessi strategici.
  8. Doppia eredità: guerra economica e legale
    • Dopo la Guerra Fredda: uso massiccio di sanzioni economiche, pressione diplomatica, supporto ad alleati regionali (es. Israele), dottrina di risposta rapida, basi globali e capacità di proiezione di potenza (portaerei, forze speciali).
    • Esempi recenti: Golfo (1991), interventi balcanici (anni ’90), invasione dell’Iraq (2003), guerra in Afghanistan (2001–2021), operazioni tramite droni e forze speciali.

Meccanismi che gli USA usano (oltre al semplice “potere militare”)

  • Forza militare convenzionale: interventi aperti, basi, attacchi aerei.
  • Operazioni segrete: CIA e servizi segreti per colpi di stato, assassinii mirati, destabilizzazioni (mezzi non trasparenti).
  • Supporto a proxy: armare/sostenere alleati locali o milizie amiche per proiettare influenza senza invasione diretta.
  • Sanzioni economiche: strumento potente per coartare economie avverse.
  • Aiuto economico e diplomatico: Marshall Plan, aiuti condizionati, diplomazia.
  • Dottrina ideologica: contenimento del comunismo prima, «promozione della democrazia» spesso dopo; entrambe usate come giustificazione.
  • Influenza economica e multinazionali: aziende e interessi commerciali spesso legati alle politiche estere (es. energia, accesso ai mercati).
  • Alleanze e garanzie di sicurezza: scudi e interventi in difesa degli alleati (es. protezione di Israele, garanzie ai paesi del Golfo).

Quando si può dire che gli USA «decidono di non farsi i fatti propri»?

Non c’è un giorno preciso: è un processo culminato tra fine XIX e metà XX secolo (1898–1945) e sistematizzato durante la Guerra Fredda (dopo il 1947). Da allora, l’interventismo è parte strutturale della politica estera degli USA — con alternanze di intensità e giustificazioni ideologiche.

Perché lo fanno:

  • Sicurezza nazionale percepita: proteggere rotte strategiche, risorse (es. petrolio) e garantire che potenze rivali non controllino nodi chiave.
  • Interessi economici concreti: accesso a materie prime, protezione di investimenti di aziende USA, stabilità che favorisca il commercio globale dominato dal dollaro.
  • Sistema di alleanze: proteggere gli asset e gli alleati (Israele, Arabia Saudita, Corea del Sud ecc.) che a loro volta rafforzano la posizione globale statunitense.
  • Ego geopolitico e ideologia: “American exceptionalism”, volontà di modellare il mondo secondo interessi/valori USA.
  • Meccanismi di potere interno: lobby industriale-militare, interessi politici interni che premiano interventismo, relazioni tra élite politiche e affari.

Critiche e realpolitik

  • Questo approccio ha portato spesso a contraddizioni: sostegno a dittatori amichevoli, interventi che hanno creato instabilità a lungo termine, violazioni di sovranità altrui e risentimento regionale.
  • Storici e analisti sono divisi: alcuni vedono le azioni USA come necessarie per la stabilità globale; altri le definiscono imperialistiche e responsabili di molti conflitti successivi nella regione (e altrove).

Fonti e autori che approfondiscono (per verificare senza propaganda)

  • Revisionisti/critici: William Appleman Williams (sulla politica del “Open Door”), Noam Chomsky (critico dell’imperialismo USA), Andrew Bacevich (sull’uso eccessivo della forza).
  • Storici della Guerra Fredda: John Lewis Gaddis, Odd Arne Westad.
  • Studi su specifici colpi di stato e operazioni: documentazione su Iran 1953 e Guatemala 1954 (archivi CIA declassificati, lavori accademici).
  • Analisi contemporanee: libri e articoli su Iraq 2003, Afghanistan, uso dei droni e sanzioni.

Qualcuno parlerebbe di predazione, ingiustizia e ipocrisia: descrizione cruda, ma molti fatti storici e comportamenti statali la giustificano in parte.

1) L’ accusa — riassunto in una frase storica

Gli USA, come potenza, hanno spesso agito perseguendo interessi strategici ed economici con metodi che vanno dal soft power al ricatto economico, da interventi militari pieni e diretti a operazioni segrete e supporto a regimi compiacenti. Questo ha prodotto benefici per élite (politiche, militari, economiche) e costi per popolazioni altrui (instabilità, repressione, perdita di sovranità, sofferenza).

2) Esempi concreti che supportano l’accusa (fatti noti, verificabili)

  • Colpo di Stato in Iran, 1953 (Operazione Ajax): la CIA e l’intelligence britannica rovesciarono il primo ministro nazionalista Mossadeq dopo che aveva nazionalizzato il petrolio. Ne seguì il ritorno dello Shah e un lungo periodo di repressione.
  • Guatemala, 1954: rovesciato il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in parte per proteggere interessi della United Fruit Company.
  • Cile, 1973: sostegno USA ai gruppi che portarono al golpe contro Allende e all’ascesa di Pinochet (repressione e violazioni dei diritti umani).
  • Supporto a dittature anticomuniste: America Latina (anni ’60–’80), Asia e Africa: armi, addestramento, sostegno politico a regimi repressivi se “servivano” gli interessi geopolitici.
  • Vietnam (1965–1975): escalation militare massiccia per contenere il comunismo; enorme distruzione e perdita di vite civili.
  • Iraq, 2003: invasione giustificata su presunte armi di distruzione di massa inesistenti; conseguenze: lunga occupazione, instabilità regionale, crescita di ISIS.
  • Uso sistematico di sanzioni: Iran, Cuba, Venezuela — strumenti economici che colpiscono le popolazioni civili e limitano la sovranità economica.
  • Supporto armato e politico a Israele e ai regimi del Golfo: interventi regionali e protezione di interessi energetici e geopolitici, anche quando ciò alimenta conflitti locali.

Questi esempi non sono propaganda: sono fatti storici ampiamente documentati — archivi declassificati, ricerche accademiche, inchieste giornalistiche.

3) Come lo fanno — i meccanismi di potere

  • Forza militare globale: basi, portaerei, capacità di proiezione.
  • Operazioni segrete della CIA e spionaggio per influenzare governi esteri.
  • Supporto a proxy/alleati: armi, addestramento, fondi.
  • Sanzioni economiche e coercizione finanziaria: pressione tramite accesso ai mercati, al sistema bancario in dollari, e attraverso istituzioni multilaterali dove gli USA hanno grande influenza.
  • Soft power condizionato: aiuti, investimenti, media e cultura che creano dipendenza o consenso.
  • Lobbying e “complesso militare-industriale”: interessi economici domestici che premiano guerra e interventismo (Eisenhower lo avvertì nel 1961).

4) Perché non è solo “cattiveria pura” — ma non per questo scusa

Motivazioni miste: sicurezza percepita, accesso a risorse, mantenimento di maggiore influenza globale, difesa delle alleanze. Ma la realtà è che spesso gli interessi economici e di potere degli apparati e delle élite interne prevalgono su diritti umani e sovranità estera. Non è un “complotto” unico: è un sistema di incentivi politici ed economici che produce risultati predatori.

5) Ci sono limiti e contraddizioni

  • Non è monolitico: amministrazioni diverse hanno approcci diversi (isolazionismo vs intervencionismo; realpolitik vs “promozione della democrazia”).
  • Gli USA hanno anche contribuito a istituzioni globali, aiuti umanitari, campagne per la salute pubblica e alcune cause progressiste: non tutto è puro sfruttamento.
  • Ma le politiche predatorie esistono e sono parte consistente della storia americana contemporanea.

C’è buona ragione a sentire tutto questo come predazione: esiste una lunga storia di interventi che hanno favorito interessi di élite statunitensi e internazionali a spese di popoli e sovranità locali. Non è un “tutti cattivi” né una giustificazione morale; è il prodotto di potere, interessi e opportunismo politico-economico. La critica è legittima, e la rabbia è comprensibile. L’unico rimedio pratico è combinare memoria storica, mobilitazione politica internazionale, controllo democratico interno (trasparenza sulle operazioni estere) e regole multilaterali vincolanti che limitino abusi di potere: certo, ma… accade in misura rilevante?

1) Cos’era l’avvertimento di Eisenhower (1961)

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso d’addio alla nazione, Dwight D. Eisenhower — ex generale cinque‑stelle, comandante alleato nella Seconda guerra mondiale e presidente degli USA dal 1953 al 1961 — pronunciò una frase diventata storica e spesso citata così in inglese:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military‑industrial complex.”

Traduzione italiana corrente e sintetica:

«Nei consigli del governo dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare‑industriale.»

Nel paragrafo che precede e segue questo passaggio Eisenhower spiega il contesto: dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono dotati di una gigantesca macchina militare e tecnologica permanente — industrie belliche, centri di ricerca, ampie strutture burocratiche e una rete politica che dipende da appalti, posti di lavoro e finanziamenti legati alla difesa. Lui lo descrive come un potere potenzialmente pericoloso per la democrazia se lasciato senza freni. Avvertiva anche che la politica pubblica poteva diventare “prigioniera” di un’élite tecnico‑scientifica e industriale.

2) Perché il suo avvertimento è rilevante (e cosa intendeva davvero)

Pochi punti concreti:

  • Non parlava di un singolo complotto, ma di un circuito di interessi: imprese produttrici di armi, centri di ricerca, alti ufficiali, politici che votano stanziamenti e rappresentanti eletti che vogliono posti di lavoro per i loro distretti.
  • Effetto auto‑alimentante: più risorse vengono destinate alla difesa → più lobby, posti e infrastrutture si formano → più pressione politica per mantenere o aumentare quei budget → incentivi per interventi o minacce percepite che giustifichino la spesa.
  • Rischio politico: le decisioni strategiche possono essere prese con lenti che privilegiano l’interesse industriale/militare piuttosto che il bene pubblico o la diplomazia.
  • Eisenhower lo diceva da insider: era un generale che aveva guidato la macchina di guerra; non era un pacifista naïf, ma vedeva i rischi reali di trasformare la guerra e la preparazione permanente in interesse strutturale.

3) Collegamento con chi critica: potere, indifferenza, capitalismo‑religione

Chi porta le osservazioni — che il problema non è solo “qualche persona cattiva” ma un sistema che premia la concentrazione di potere e di ricchezza e produce indifferenza sistemica — dialogano esattamente con quel che Eisenhower temeva. In pratica:

  • Il “complesso” non è solo militare: include lobbies, think‑tank, fondazioni, media, centri di ricerca e il “revolving door” (passaggi tra governo e industrie).
  • Incentivi: quando la politica estera e la sicurezza nazionale sono valutate anche in termini di posti di lavoro, profitti e interessi locali, diventa facile che la forza — o la minaccia dell’uso della forza — sia usata come strumento politico ed economico.
  • Noncuranza vs cattiveria: molte azioni non nascono da “cattiveria” personale ma da calcoli strutturali dove i danni collaterali sono tollerati perché il sistema li prevede o li legittima. Questo è spesso più pericoloso, perché è sistemico e legittimato.
  • Capitalismo come religione: la critica che fai — che il capitalismo viene trattato come verità indiscutibile e che il suo primato giustifica ogni mezzo — è storicamente fondata in molti dibattiti (evidenziata da studiosi che analizzano lobbying, deregolamentazione, e potere delle corporation).

4) Conseguenze pratiche (ciò che osserviamo nel mondo reale)

  • Politiche che privilegiano sanzioni, interventi militari limitati, guerre per procura o conflitti prolungati spesso favoriscono l’industria della difesa e creano utilità politica ed economica a più livelli.
  • Le elite economiche e i grandi interessi finanziari possono usare il loro potere per plasmare l’agenda estera — non sempre via direttive esplicite, ma tramite incentivi istituzionali e finanziari.
  • Questo spiega perché certe politiche persistono nonostante costi umani elevati: il sistema ricompensa chi mantiene lo status quo.

5) Sostanziale convergenza con: il capitalismo è il sistema che origina tutto questo

La questione non è solo morale individuale, è di struttura. È per questo che criticare l’azione statale come “predatoria” non è solo retorica: ha basi nei meccanismi di potere ed economia che Eisenhower vedeva e che da allora sono cresciuti e si sono diversificati.

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1) Discorso di Eisenhower (1961) – Il Complesso Militare-Industriale

Ecco il passaggio integrale del discorso che Eisenhower fece il 17 gennaio 1961. Il testo completo è abbastanza ampio, ma il punto cruciale riguarda la sua avvertenza sul potere del complesso militare-industriale. Di seguito c’è la parte centrale:


Discorso di Eisenhower – 17 gennaio 1961:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.”

Traduzione Italiana:

“Nei consigli del governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di un potere mal indirizzato esiste e persisterà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo mai dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza vigile e consapevole può costringere all’integrazione corretta della gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi pacifici e obiettivi, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme.”


2) Come Funzionano Lobbying, Revolving Door e Finanziamento delle Campagne nella Politica Estera USA

Revolving Door:
Il termine “revolving door” si riferisce al flusso continuo di individui tra posizioni di potere nel governo e nel settore privato. Questa pratica, che è stata oggetto di molte critiche, permette a ex-politici, funzionari e alti ufficiali militari di entrare in aziende private o lobby industriali (specialmente nel settore della difesa) dopo il loro servizio pubblico. Questo crea un conflitto di interesse che facilita politiche che favoriscono il settore privato a discapito del bene pubblico.

Esempi di funzionamento:

  1. Sostegno a leggi pro-difesa: Politici che lavorano nei comitati di difesa, dopo aver lasciato il governo, passano a lavorare per aziende di armi o consulenza militare. Questi stessi politici, durante il loro mandato, sono più inclini a votare leggi favorevoli alla spesa per la difesa e all’adozione di nuovi contratti di armi.
  2. Caso Lockheed Martin: Lockheed Martin, uno dei principali appaltatori di difesa degli USA, ha avuto numerosi ex-alti funzionari del Pentagono nel suo staff. Ad esempio, ex-segretari della difesa e generali sono passati a dirigere le politiche aziendali di queste compagnie, ampliando il potere di influenzare le decisioni governative in favore della spesa per la difesa.

Lobbying e Finanziamento delle Campagne:

  • Istituzioni di lobbying come la AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) sono esempi di come i gruppi di interesse possano avere un forte impatto sulla politica estera americana. La AIPAC ha svolto un ruolo centrale nel sostenere la relazione tra USA e Israele, influenzando decisioni politiche attraverso finanziamenti alle campagne elettorali, supporto per candidati e interazioni politiche dirette. Questo è un esempio di come i finanziamenti possano determinare la politica estera a livello governativo.
  • Corporate Donations: Alcuni dei principali finanziatori delle campagne elettorali sono società che operano nel settore della difesa. Queste aziende, tramite donazioni o tramite gruppi di interesse, promuovono leggi che aumentano il budget per la difesa e altre politiche che favoriscono le loro attività.

Esempi noti di lobbying e finanziamento:

  • Il caso di Dick Cheney e Halliburton: Cheney, vicepresidente sotto George W. Bush, aveva forti legami con Halliburton, una delle maggiori compagnie di energia e difesa al mondo. Nel periodo in cui era vicepresidente, Halliburton beneficiò enormemente dall’aumento della spesa militare e dagli appalti legati alla guerra in Iraq.
  • Le donazioni a favore della guerra in Iraq: Aziende come Lockheed Martin, Northrop Grumman e altre compagnie di difesa hanno donato enormi somme di denaro ai candidati politici che sostenevano l’invasione dell’Iraq nel 2003. Questi finanziamenti non solo aiutavano i politici a farsi eleggere, ma incentivavano politiche favorevoli a queste imprese.

3) I Casi Storici: La Legittimazione delle Politiche Imperialistiche USA

Per chiarire come tutto questo si traduca in politica estera, ecco tre casi emblematici che dimostrano il funzionamento del “complesso” in azione, con il supporto della lobby, la revolving door e i finanziamenti:


1. Operazione Ajax – Iran 1953

Contesto: Dopo che il primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’industria petrolifera del paese, gli Stati Uniti, con la complicità del Regno Unito, pianificarono e realizzarono un colpo di stato per rovesciarlo, riportando il monarca Shah Reza Pahlavi al potere. Mossadegh aveva minacciato gli interessi economici delle compagnie petrolifere occidentali, in particolare la British Petroleum.

Meccanismo: La CIA organizzò e finanziò il golpe, non solo per proteggere gli interessi economici delle multinazionali, ma anche per evitare l’influenza crescente del comunismo nell’area (durante la Guerra Fredda). Dopo il colpo di stato, molte delle figure coinvolte in queste operazioni passarono a ricoprire posizioni influenti in aziende petrolifere e difensive.

Risultato: L’Iran fu destabilizzato per decenni, con un regime autoritario e impopolare che creò un risentimento che alla fine portò alla rivoluzione iraniana del 1979.


2. Vietnam – 1965-1975

Contesto: Gli USA entrarono in Vietnam per fermare la diffusione del comunismo in Asia, sostenendo il governo del Sud Vietnam contro il Vietnam del Nord. Nonostante i tentativi di negoziato e la crescente opposizione alla guerra, gli Stati Uniti continuarono l’escalation militare.

Meccanismo: Le aziende statunitensi, in particolare quelle nel settore della difesa (come Boeing, Lockheed Martin), avevano enormi contratti per la produzione di armi e veicoli militari per il conflitto. Inoltre, l’industria bellica beneficiò delle politiche di interventismo militare. Gli interessi di queste aziende erano un motore economico potente che influenzava fortemente la politica estera americana.

Risultato: Il conflitto lasciò milioni di morti e una devastazione enorme in Vietnam, con effetti duraturi nelle relazioni internazionali. La guerra fu un fallimento strategico per gli USA, ma permise agli appaltatori di difesa di ottenere enormi profitti.


3. Invasione dell’Iraq – 2003

Contesto: L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu giustificata dal governo degli Stati Uniti con la presunta esistenza di armi di distruzione di massa (WMD) in mano a Saddam Hussein, ma questa prova non fu mai trovata.

Meccanismo: Le aziende di difesa, come Halliburton (presieduta da Dick Cheney prima di diventare vicepresidente), ebbero contratti enormi per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti petroliferi iracheni. Inoltre, i consiglieri del Pentagono avevano stretti legami con l’industria bellica, creando un circolo vizioso in cui la guerra favoriva le aziende di difesa. Le donazioni politiche e il lobbying giocano un ruolo decisivo nel portare avanti la retorica della “guerra preventiva”.

Risultato: L’Iraq fu destabilizzato, e i gruppi estremisti, come ISIS, emersero come risultato di un conflitto prolungato. Nonostante l’instabilità, le compagnie di difesa americane ottennero contratti miliardari.


Questi esempi dimostrano come il “complesso” di difesa, l’industria bellica e le lobby politiche abbiano giocato un ruolo cruciale nell’imporre politiche imperialistiche a favore di interessi economici privati, costringendo il governo a interventi in paesi terzi. Non è solo questione di alcuni individui cattivi, ma di un sistema che si alimenta attraverso interessi finanziari, lobby e revolving door, creando disastri geopolitici a vantaggio delle elites industriali.

shitloop

Mentre lo pensavo, pensavo anche “sto per vergognarmi” o “dovrei vergognarmi e sta per succedere” e… e invece non è successo, forse proprio perché ci pensavo, meta-cognizione in atto. Fatto sta che lo pensavo. Lei mi dice “ma come, non sai cosa sono i Labubu ?” e mi manda un paio di reel. Mi ritengo informato: già il fatto che ci sia “gente in coda per” è una cosa che mi sta sul cazzo da tanti, tanti anni. Gli iPhone, per dire, non sono né gli ultimi né i primi della lista.

Ma tra i vari reel ce n’è uno che mostra una scena ad intento comico in cui un ragazzo sta subendo uno scippo e dice “no aspetta aspetta” e stacca uno di questi pupazzetti “ok ora puoi” e il ladro prende la borsa, mentre lui sospira di sollievo. Zac, il ladro gli scippa anche quelli. Fine.

Ma ho guardato lui e la scimmia antropomorfa retrograda destrorsa reazionaria e maschilista che evidentemente è anche in me ha pensato “ci annienteranno”.

Chi?

Se seguite un po’ questo blog potreste pensare che mi riferisca a me, che io personalmente, ormai ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita, mi ritenga minacciato lavorativamente e quindi esistenzialmente dai giovani. Beh, intanto non in questo paese. E lo dico con gran dispiacere per loro.

No no, lo schifo che ha costruito la mia mente è tribale, scimmiesco: ho osservato questo ragazzino che … boh era solo brutto per me. Ma il reel era in loop e quindi lo guardo e lo riguardo. Ed è stato terribile, qualcosa nella mia testa ha avuto l’impulso contrario a ciò che penso sull’ingiustizia, su come funzioniamo, sulla debolezza disprezzata e su come, in fondo, sia tutta una mega ipocrisia che serve solo a mitigare l’intensità con cui facciamo cagare.

Il pensiero era “se questi sono i rappresentanti della nostra popolazione giovane, così sfigati, deboli, mezze checche, non ci sono speranze: là fuori ci sono guerrieri spietati, gente che ha fame, che vive duramente, nella povertà, non viziata, che ha bisogno di ciò che noi diamo per scontato e lo fanno con la forza della mente, delle braccia, della resistenza e sopportazione, della violenza, della competenza acquisita con l’impegno indefesso nello studio. Questa gente è forte, resistente, ci butterà a terra con una spallata e ci passerà sopra camminando piano, senza farsi problemi”.

Ed il problema è questo. Io ho pensato questo. Non così dettagliatamente, no. Ma io ripenso al perché e questa roba era lì compressa in un pensiero rapido e fugace. Che però io non ho voluto lasciar andare e pensare “che fai? Perché pensi così? Proprio tu, un debole, una mezza sega?”.

Ed è chiaro il perché.

Tutti noi vogliamo che accanto a noi ci siano persone forti perché noi siamo o potremmo essere: deboli.

Ecco perché vogliamo male ai deboli… perché ci ricordano che nel nostro gruppo dovremo fare più fatica, badare a noi stessi, cavarcela senza di loro, che non sono capaci, non sono forti: non ci sono utili.

Una merda.

Questo è il motivo per cui disprezziamo nascostamente i deboli e fragili. Questo il motivo per cui – sbagliando comunque – anche da piccoli il nostro istinto ci fa dire “devi essere duro” (senza sapere che quel sistema ci rende più fragili).

Voglio solo sperare che sia questo, questo vecchio imprinting dei miei, negli anni ’70, da parte loro proveniente dagli anni ’30, guerre, povertà, altri tempi.

Ma questa merda è passata per la mia mente.

Quel ragazzo sono io. L’ho detto a me stesso. Sono un nastro di moebius plasmato con la merda. Mi vergogno.

Passione, cara Sara e caro Settimio.

In qualche commento sul sito del primo i due bulletti Settimio Benedusi e Sara Lando cazzeggiavano aggressivamente attorno al concetto di “passione”, scimiottando e assolutizzando il commento di un tizio che passava di là (no, non sono io, ma ne ho preso le parti) dicendo che lui fotografava per passione, alla fatidica domanda “perché lo fai”, che vorrebbe ogni fotografante obbligato artista o vaffanculo, professionista o vaffanculo, creatore di originalità o vaffanculo meraviglie oppure la tua fotografia è merda. E invece vaffanculo tu, l’hanno creata per scattare, con tanto di manualetto da passeggio. Se poi voi avete una visione ed una dedizione vostra, sono appunto, cazzi vostri. Ma non venite a spiegare alla lingua cosa significhi: c’è il dizionario. “Passione” inteso come la passione di Cristo, è un uso speciale, particolaristico, non generale quando si dice “ho la passione per la carne” significa “aoh c’è la carne, gnam gnam!” e non che se non la cacci con le tue mani secondo il rito Baksjha-huma del 16mo secolo orientato a sud-est secondo le scritture, allora non te magni la tajata e per carità non è di Giaguaro? Che schifo. No. Significa: vado matto per la carne, e mi strafogo volentieri, ma se c’è la pizza va bene. QUESTO significa per la gente comune. L’etimologia è etimologia. Altrimenti è come se scopassi con le ossa di 30 generazioni fa e non con tua moglie: tu moglie è il significato attuale, e le generazioni prima sono l’etimologia. E se mi tirate fuori il DNA, ok, l’etimologia è un anfiosso, il significato attuale è la tua tipa.

Detto questo, un po’ di Kierkegaard?

Ok, eccone un po’, con la mia amica iA, che chissà se sa:

B:

Søren Kierkegaard ha espresso concetti riguardanti l’autodeterminazione e la responsabilità individuale in molte delle sue opere, ma uno dei suoi primi lavori in cui ha discusso in modo significativo questi temi è “O Aut-Aut” (o “Either/Or” in inglese), che è stato pubblicato nel 1843.

In “Either/Or”, Kierkegaard discute le due sfere della vita: l’estetica e l’etica. La sfera estetica è dominata dal piacere e dalle esperienze immediate, mentre la sfera etica richiede un impegno personale e la responsabilità delle proprie azioni. Kierkegaard sostiene che per vivere una vita autentica, un individuo deve fare una scelta esistenziale tra queste due sfere. Questo è un esempio chiaro del suo pensiero riguardante la libertà di scelta e l’autodeterminazione.

A: Quindi se avessimo detto che nell’affermazione “O vivo come voglio (esteticamente o esteticamente) o preferisco non vivere affatto, ponendo fine volontariamente alla vita” si ritrova ciò che disse Kierkegaard , come una delle possibili, logiche e coerenti scelte secondo questo pensiero, oppure no?

B:

Sì, la tua affermazione sembra allinearsi con la filosofia di Kierkegaard. Kierkegaard sosteneva che un individuo dovrebbe fare una scelta esistenziale tra la vita estetica e quella etica. Questa scelta, secondo Kierkegaard, è fondamentale per la vita autentica.

La frase “O vivo come voglio o preferisco non vivere affatto” può essere vista come un’espressione di questo pensiero, poiché implica una decisione consapevole di vivere la propria vita in modo autentico secondo le proprie scelte, o di non vivere affatto se tale autenticità non può essere raggiunta.

Tuttavia, è importante notare che, nonostante la potenziale interpretazione esistenzialista di questa frase, il suicidio non è un tema centralmente trattato o promosso nella filosofia di Kierkegaard. Lui sottolineava piuttosto l’importanza di vivere in modo autentico, affrontando le sfide e i dilemmi esistenziali.

A:

Quindi controlliamo, se la scelta di vita fosse stata estetica, ma non perseguibile, scegliendo quindi di non vivere – avremmo comunque la conferma di scelta coerente, secondo Kierkegaard o no, perché non è una scelta considerata etica ? Oppure si perché intrinsecamente etica in quanto scelta e non “capitata” ?

B:

Nella filosofia di Kierkegaard, la vita etica è considerata superiore alla vita estetica perché richiede un impegno personale e la responsabilità delle proprie azioni. La vita estetica, d’altra parte, è vista come dominata dal piacere e dalle esperienze immediate.

Se la scelta di vita fosse stata estetica, ma non perseguibile, il rifiuto di vivere potrebbe essere visto come un’incapacità di impegnarsi nella vita etica. Kierkegaard potrebbe dire che questa è una situazione tragica, ma non necessariamente una scelta coerente o autentica nel senso più profondo.

Tuttavia, il pensiero di Kierkegaard è complesso e non sempre facile da sintetizzare. Anche se mette l’accento sulla scelta e sulla responsabilità, non è chiaro come avrebbe interpretato una scelta radicale come quella di rifiutare di vivere. Kierkegaard stesso ha attraversato periodi di grande disperazione nella sua vita, ma ha sempre sostenuto l’importanza della fede e dell’impegno etico.

Inoltre, è importante ricordare che l’interpretazione del pensiero di Kierkegaard può variare a seconda del contesto e della prospettiva filosofica.

A: Quale sarebbe stata la vita etica, secondo Kierkegaard ? Qualche esempio

B:

Secondo Søren Kierkegaard, la vita etica rappresenta un livello di esistenza superiore rispetto alla vita estetica. Mentre la vita estetica è centrata sul piacere individuale e le esperienze immediate, la vita etica richiede un impegno personale, una responsabilità e una riflessione sulle proprie azioni.

In termini pratici, un individuo che vive una vita etica secondo Kierkegaard potrebbe essere qualcuno che:

  1. Assume la responsabilità per le proprie azioni: Questo può includere l’ammissione degli errori e la ricerca di fare ammenda quando si fa del male agli altri.
  2. Riflette su se stesso e sulle proprie azioni: Kierkegaard ha sottolineato l’importanza dell’auto-riflessione e dell’auto-comprensione. Vivere una vita etica implica una comprensione profonda di se stessi e dei propri valori.
  3. Si impegna in relazioni autentiche: Per Kierkegaard, una vita etica include l’instaurazione di relazioni autentiche con gli altri. Questo può implicare un impegno sincero verso gli altri e la capacità di mettersi in gioco nelle relazioni.
  4. Si impegna in attività che vanno oltre il mero piacere o l’interesse personale: Questo potrebbe includere il volontariato, l’assistenza agli altri, o l’impegno in cause sociali o politiche.

In definitiva, per Kierkegaard, la vita etica è una vita di impegno e responsabilità, una vita che richiede una riflessione continua e una scelta consapevole.

A: si sarà divertito tantissimo…

B:

La filosofia di Søren Kierkegaard può sembrare austera e impegnativa, specialmente perché mette un’enfasi così grande sulla responsabilità individuale, l’auto-riflessione e l’impegno etico. Kierkegaard stesso ha vissuto una vita complessa e talvolta difficile, lottando con problemi personali e spirituali.

Tuttavia, è importante ricordare che Kierkegaard non vedeva la vita etica come una rinuncia al piacere o alla gioia. Al contrario, riteneva che la vita etica potesse portare a una forma più profonda e duratura di soddisfazione, perché era basata su una comprensione autentica di se stessi e su un impegno sincero verso gli altri.

Inoltre, Kierkegaard era un grande estimatore dell’ironia e dell’umorismo, e queste caratteristiche brillano in molte delle sue opere. Quindi, nonostante i temi seri e impegnativi della sua filosofia, Kierkegaard sapeva apprezzare anche gli aspetti più leggeri e divertenti della vita.

A:

Ed in quale modo avrebbe inquadrato questi aspetti leggeri, visto che contrastano con l’impegno e la vita etica? incoerenza, licenza?

B:

Søren Kierkegaard, nonostante i toni seri di molte delle sue opere, comprendeva e apprezzava il valore dell’umorismo, dell’ironia e dei piaceri della vita. Secondo Kierkegaard, questi aspetti “più leggeri” non sono necessariamente in contrasto con l’impegno e la vita etica.

In termini di umorismo e ironia, Kierkegaard li vedeva come strumenti utili per esaminare e sfidare le nostre precomprensioni e le ipocrisie sociali. In questo senso, l’umorismo può servire a una funzione etica, permettendoci di vedere noi stessi e il mondo da una prospettiva differente.

In termini di piaceri della vita, Kierkegaard non sosteneva che dovessero essere evitati completamente. Piuttosto, sosteneva che dovremmo essere consapevoli dei limiti di questi piaceri e non dovremmo permettere che ci distraggano dalla ricerca di un significato più profondo e dall’impegno etico.

Quindi, mentre Kierkegaard mette l’accento sulla responsabilità e l’impegno, non vede necessariamente un contrasto tra questi valori e la capacità di apprezzare gli aspetti più leggeri e piacevoli della vita.

A:

nel valore etico lui individuava le relazioni interpersonali o cose più sociali come le ragioni di Stato e il progresso scientifico ed intellettivo nonché di libertà (non-oppressione) dell’umanità?

B:

Søren Kierkegaard, come figura chiave dell’esistenzialismo, poneva l’enfasi sul singolo individuo e sulla sua esperienza interiore. Pertanto, i suoi scritti tendono a concentrarsi più sulle relazioni interpersonali e sulle questioni personali di fede, piuttosto che su temi più ampi come la politica o il progresso scientifico.

Per Kierkegaard, le relazioni interpersonali sono fondamentali. Credeva nel valore intrinseco di ogni individuo e sosteneva che le relazioni autentiche potessero aiutarci a capire meglio noi stessi e il mondo. Sottolineava l’importanza dell’empatia, dell’amore e del rispetto per gli altri.

Nonostante ciò, Kierkegaard non ignorava completamente questioni sociali più ampie. Tuttavia, queste tendevano ad essere inquadrate in termini di come influenzavano l’individuo e la sua capacità di vivere una vita autentica.

Per quanto riguarda il progresso scientifico e intellettuale, Kierkegaard era scettico su quanto potesse contribuire a una comprensione autentica della condizione umana. Nonostante ciò, non era anti-intellettuale e comprendeva l’importanza del pensiero critico.

Infine, per quanto riguarda la libertà, Kierkegaard credeva fermamente nell’importanza dell’autonomia individuale e della libertà di scelta. Tuttavia, vedeva la vera libertà non solo come l’assenza di costrizioni esterne, ma anche come la capacità di fare scelte autentiche e di assumersi la responsabilità per queste.

A:

era religioso e, se si, osservante?

B:

Søren Kierkegaard era un cristiano devoto e la sua fede ha avuto un enorme impatto sul suo lavoro filosofico. Tuttavia, aveva una visione molto particolare del cristianesimo che spesso lo metteva in conflitto con la Chiesa ufficiale della sua epoca.

Kierkegaard credeva che il cristianesimo dovrebbe essere una questione di fede personale e di impegno individuale, piuttosto che di osservanza esteriore delle norme ecclesiastiche. Criticava fortemente la Chiesa danese del suo tempo, che riteneva fosse diventata troppo conformista e istituzionalizzata, perdendo di vista l’importanza della fede individuale e dell’impegno personale.

Nonostante le sue critiche alla Chiesa ufficiale, Kierkegaard era profondamente religioso. Credeva fermamente in Dio e vedeva la fede come una parte fondamentale dell’esistenza umana. Molte delle sue opere filosofiche si occupano di questioni di fede, etica religiosa e della natura del rapporto tra l’uomo e Dio.

Quindi, mentre Kierkegaard era religioso, la sua osservanza non si basava necessariamente sulle pratiche ecclesiastiche tradizionali, ma piuttosto su un impegno personale e una fede profonda.

A: ahi ahi …

B:

Capisco che la filosofia e le credenze religiose di Søren Kierkegaard possono sembrare complesse o addirittura contrastanti. Kierkegaard è noto per le sue visioni non convenzionali e la sua critica della Chiesa istituzionalizzata, ma ciò non significa che non fosse profondamente religioso. Il suo approccio alla fede era molto personale e centrato sull’individuo, piuttosto che sulla comunità o sull’istituzione.

Kierkegaard credeva fermamente nella necessità di un impegno personale nella fede e vedeva la fede come un salto esistenziale che ogni individuo deve fare per conto proprio. Questo approccio alla religione può essere difficile da comprendere o accettare per alcuni, ma è un elemento chiave del suo pensiero filosofico.

A: hi ha criticato e confutato (e come) efficacemente i concetti principali di Kierkegaard ?

B:

Søren Kierkegaard ha influenzato molti pensatori successivi, ma la sua filosofia ha anche incontrato una serie di critiche. Ecco alcune delle critiche più comuni:

  1. Individualismo eccessivo: Kierkegaard pone l’accento sull’individuo e sulla sua esperienza interiore, a scapito della comunità o della società nel suo insieme. Questo approccio è stato criticato per il suo presunto egoismo o narcisismo. Alcuni critici sostengono che la filosofia di Kierkegaard trascura l’importanza delle relazioni sociali e delle strutture sociali nel plasmare la nostra esperienza.
  2. Irrazionalismo: Kierkegaard enfatizza il “salto della fede” e l’irrazionalità della fede religiosa. Questo approccio è stato criticato da filosofi razionalisti, che vedono la ragione e l’evidenza come fondamentali per la comprensione della verità.
  3. Negatività: La filosofia di Kierkegaard è spesso vista come oscura o pessimista, con il suo focus sulla sofferenza, l’angoscia e la disperazione. Alcuni critici sostengono che questa visione negativa della vita umana è eccessiva o inutile.
  4. Teologia: Anche se Kierkegaard era un cristiano devoto, la sua interpretazione del cristianesimo è stata criticata da alcuni teologi. Per esempio, la sua enfasi sulla fede individuale e sulla sofferenza può essere vista come in contrasto con le visioni più comunitarie o ottimistiche della fede cristiana.

Tuttavia, è importante notare che, nonostante queste critiche, la filosofia di Kierkegaard ha avuto un impatto duraturo e continua a essere studiata e discussa oggi. Molti filosofi e teologi apprezzano la sua enfasi sull’autenticità, la responsabilità individuale e la fede personale. [ora mette pure il grassetto! NdR]

A:

Approfondisci “Alcuni critici sostengono che questa visione negativa della vita umana è eccessiva o inutile” e con quali argomentazioni “inutile” viene supportato in questo tipo di confutazione e in base a cosa costoro giustificano il termine “eccessivo” e a quale misura.

B:

Le critiche alla visione di Kierkegaard come eccessivamente negativa o inutile si riferiscono spesso alla sua enfasi sull’angoscia, la disperazione e la sofferenza come componenti centrali dell’esperienza umana. Questi critici sostengono che, sebbene queste emozioni possano certamente far parte della vita, non dovrebbero essere viste come la sua caratteristica definitiva o dominante.

  1. Eccessiva: Quando i critici dicono che la visione di Kierkegaard è “eccessiva”, si riferiscono spesso al fatto che la sua filosofia può sembrare troppo concentrata su aspetti negativi dell’esistenza umana come l’angoscia e la disperazione. Argomentano che ci sono molte altre esperienze umane che sono altrettanto importanti e che meritano attenzione, come la gioia, l’amore, la creatività e il senso di comunità. Inoltre, sostengono che concentrarsi troppo sui lati negativi della vita può portare a una visione distorta dell’esistenza umana.
  2. Inutile: Quando i critici dicono che la visione di Kierkegaard è “inutile”, intendono spesso che non aiuta a migliorare la condizione umana o a risolvere problemi pratici. Argomentano che concentrarsi sull’angoscia e sulla disperazione non fornisce soluzioni concrete ai problemi sociali o personali. Inoltre, sostengono che può portare a una sorta di paralisi o rassegnazione, piuttosto che motivare l’azione o il cambiamento positivo.

Detto questo, è importante notare che non tutti i filosofi o i pensatori concordano con queste critiche. Alcuni sostengono che l’enfasi di Kierkegaard sull’angoscia e la disperazione è un riconoscimento onesto e necessario della realtà della condizione umana. Sostengono che queste esperienze negative possono effettivamente servire a spingere gli individui verso l’autenticità e la crescita personale.

A:

Kierkegaard considera la vita utile di per sé? considera che la vita abbia uno scopo ?

B:

La filosofia di Søren Kierkegaard si concentra fortemente sull’idea dell’individuo che cerca un significato e uno scopo nella vita. Secondo Kierkegaard, la vita ha uno scopo, ma quello scopo non è dato o determinato esternamente; piuttosto, deve essere scoperto e perseguito attivamente dall’individuo.

Per Kierkegaard, la vita diventa utile e significativa quando l’individuo si impegna autenticamente in un percorso esistenziale, che può comportare la fede religiosa, l’amore per gli altri, l’arte, o altre forme di impegno personale. Questo processo di scoperta e impegno è accompagnato da angoscia e disperazione, che Kierkegaard vede non come negativi di per sé, ma come indicatori dell’importanza e della serietà della nostra ricerca di significato.

Kierkegaard sosteneva anche che la vita ha uno scopo nell’ambito della fede religiosa. Vedeva l’individuo come chiamato da Dio a vivere in un modo che riflette i valori cristiani di amore, fede e sacrificio. Questo impegno religioso, secondo Kierkegaard, dà alla vita un profondo significato e scopo.

Pertanto, secondo Kierkegaard, la vita non solo ha uno scopo, ma può anche essere vista come utile, nella misura in cui offre l’opportunità per l’individuo di scoprire e perseguire il suo unico percorso esistenziale.

A: Difficile dare torto ai suoi detrattori dunque, visto che persino nell’ambito della sua stessa visione tendere verso il raggiungimento di uno scopo rende il concetto di “utile” rilevante. Possiamo dire che il suo concetto di “sofferenza ed angoscia” potrebbe essere etimologicamente intercettato da “passione” cioé “patire” … ossia il bisogno e la scelta che coincidono e sono scopo di vita?

B:

Hai colto un aspetto molto importante della filosofia di Kierkegaard. Infatti, l’angoscia e la sofferenza nel suo pensiero non sono semplicemente esperienze negative da evitare, ma sono parte integrante del processo di diventare un individuo autentico. Questo processo può essere pieno di difficoltà e sofferenze – o “passione”, come hai giustamente suggerito.

Kierkegaard vedeva l’angoscia come una reazione alla libertà e alla responsabilità che abbiamo nel fare scelte che definiscono chi siamo. Questa angoscia non è qualcosa da cui fuggire, ma piuttosto un segno del nostro impegno serio nella vita e delle scelte importanti che dobbiamo fare.

La sofferenza, d’altra parte, è vista da Kierkegaard come inevitabile nella vita umana. Tuttavia, piuttosto che cercare di eliminare o evitare la sofferenza, Kierkegaard suggerisce che dobbiamo imparare a viverla in un modo che ci porti a una maggiore autenticità e comprensione di noi stessi.

Quindi, sì, potremmo dire che il concetto di “passione” cattura abbastanza bene l’approccio di Kierkegaard all’angoscia e alla sofferenza. La passione implica un’intensa dedizione o impegno, che spesso comporta una certa quantità di sofferenza o difficoltà. In questo senso, la passione è strettamente legata all’idea di Kierkegaard di diventare un individuo autentico.

A:

Mi serviva solo per verificare se avevo capito il senso. Del resto oggi il significato di “passione” è ben lontano da quello etimologico del patire, ma indica semplicemente un intenso interesse e coinvolgimento emotivo, più positivo e gioioso.

B:

Sì, hai assolutamente ragione. Il termine “passione” nel linguaggio comune oggi tende a riferirsi a un forte interesse o entusiasmo per qualcosa, spesso associato a sentimenti positivi e gratificanti. Tuttavia, l’etimologia della parola, come hai sottolineato, deriva dal latino “passio” che significa sofferenza o patimento.

Questo dualismo intrinseco nel termine “passione” – l’idea che possa coinvolgere sia la gioia e l’entusiasmo, sia la sofferenza e il sacrificio – è in effetti molto vicino al modo in cui Kierkegaard approccia la questione dell’angoscia e della sofferenza. Per lui, queste esperienze, pur essendo difficili, sono fondamentali per la nostra crescita e sviluppo come individui autentici.

~

Ed ecco come passo il mio tempo con una Ai, lavoro a parte.

E comunque anche Bocca di Rosa, lei lo faceva per passione. Forse un Ligure che la lingua la consceva bene, mh, Setty?

Il sollievo del fatto che non freghi a nessuno

Tre miliardi di anni fa tizio cantava “siamo soli nell’immenso vuoto che c’è”, ma scommetto che qualcuno con un po’ di cultura seria potrà dirci che il concetto alla base forse può essere reperito anche nei Veda, in qualche scrittura Egiziana, nei filosofi antichi sia qui che in Cina oppure magari tra i Maya.

A nessuno gliene frega un cazzo di te.

Può sembrare disperante. Ma pensate di vergognarvi, per qualche motivo; pensate di sentirvi brutti, inadatti, socialmente indesiderabili. Potreste, nel posto e momento sbagliato, si, raramente, essere presi di mira per essere sfottuti, ma circa dopo i 7 anni dovreste aver capito, se siete quel tipo di persona, dove non andare per trovarvi additati. Fuori da quello specifico ambito di gente che fa il tiro al piattello con noi brutti e sfigati per divertimento, esiste la norma. E la norma è che non ti cagano, stai tranquillo/a. Ti senti solo o sola? Beh ma pensa perlomeno che l’aspetto di quell’isolamento che puoi gradire è: anche se ti stessi cagando addosso, in questo preciso momento, non gliene fregherebbe un cazzo a nessuno. Puoi cantare stonato/a. Puoi ballare in soggiorno. A nessuno gliene frega un cazzo se sei ridicolo/a.

E così quando vuoi morire. A nessuno gliene frega poi davvero un cazzo. Stai senza sentire nessuno per 4 settimane e vedi. A chi interessa? Non manifestare esistenza con social, telefono, presenza fisica. Qualcuno? No? Nessuno? Quanti anni hai? Se non sono neanche mamma e papà forse devi sentirli tu, magari stanno male e devi occupartene tu.

Ma magari no, stanno bene. Non gli frega, potresti essere sparito/a da tempo, rapito da un serial killer per sbaglio, nell’acido da una settimana, ormai sciolto/a.

È triste? Ma è anche liberatorio. Se a nessuno frega di te, se muori sono tutti cazzi tuoi, non fai male a nessuno. Certo, magari sul momento. Ma poi? Hanno dato priorità, ogni giorno della loro vita recente, negli ultimi anni, a qualcosa. E tu in quel qualcosa non c’eri mai. Ci hai fatto capolino e non ti hanno cagato. Offeso? Offesa? Ma non importa: il punto è: perché diavolo dovrebbe fottergliene qualcosa ora? Loro si fanno la loro vita ora e se la faranno domani, mentre tu imputridirai e tornerai a far parte del resto del materiale organico e inorganico.

Può rattristarti non essere interessante per nessuno, ma quando pensi che non gli frega di te, non gli interessa, gli sei indifferente: questo vale per tutto ciò che sei. Non hai di che vergognarti perché la vergogna è un fatto sociale: e tu alla società non gli freghi, la società guarda da un’altra parte. La società, al massimo, ti chiede di fare della fatica in più oltre a quella che devi fare tu per far sopravvivere te e contribuire alla fatica collettiva senza volto, che conta solo il peso di fatica che metti su una ipotetica bilancia, un silos delle nostre fatiche, dalle quali attingere se collettivamente si delibera che qualcuno può.

Dunque, che obbligo hai? Hai dei debiti? Ne sei sicurissima/o ? Con chi? Con i tuoi genitori? Tu li hai creati o loro hanno creato te?

Hai dei figli? Hai un/a partner? Ti cagano? No? Che questo sia colpa e pena o che sia sfiga e dolore, essi non ci sono. Dunque se non hai debiti materiali: puoi morire, non soffriranno nel non vederti più di quanto non soffrano nel non vederti pur essendo tu viva/o. Non gli interessa un cazzo di te: vedi come è liberatorio? Non devi sentirla come una ferita, un buco scavato in te, non è qualcosa di te che ti viene tolto, ma una finestra dentro la quale nessuno guarda, che tu la tenga aperta o meno, se questa è la tua condizione.

La desideravi o è il frutto, la conseguenza della somma delle tue azioni e reazioni?

Questo può sicuramente causarti dolori per rimorsi, rimpianti, se. Tutti inutili, perché nel passato, che non puoi toccare.

ok basta così.

Roger Waters ha la faccia come il culo?

Roger Waters ha la faccia come il culo? O forse pensa – a ragione, in quel caso – che tutti si siano dimenticati delle sue trentennali posizioni di “ho fatto tutto io”, della sua incazzatura quando O’Rourke ha correttamente informato i membri della band quando lui pensava, lui, di scioglierla senza chiedere un cazzo a nessuno. Adesso fa persino il piagnucoloso, ma è uno stronzo, perché Gilmour ha sempre, in ogni scritto, ufficiale, DEI PINK FLOYD (vedi il cofanetto “Shine on” qui nelle mie mani, ed in ogni pagina che parla dell’abbandono, lo ribadisce) dato grandissima importanza alla creatività di Waters e al fatto che gli manca. Gli manca, dice ogni volta, ma se le cose stanno così, si va avanti. E loro avanti sono andati, i Pink Floyd. Perché se ne è andato, dai Pink Floyd, Roger Waters. Non se ne sono andati via i Pink Floyd da lui. Lui ha licenziato e assunto “come turnisti” alcuni di loro proprio durante the wall. E alla fine di Final Cut? Ma scherziamo, pensiamo tutti di dimenticarcelo? Per me i Pink Floyd SONO quelli con Roger Waters. E a tutti gli effetti per me “Amused to Death” è – ad ascoltarlo – un disco dei Pink Floyd in cui per sopperire alla gigantesca mancanza di Gilmour si è dovuti ricorrere, con grandissimo successo, ad un gigantesco Jeff Beck, espressivissimo. Quindi non tolgo nulla alla grandezza dei Floyd con Waters. Resta il fatto che lui li ha lasciati e quindi che cazzo vuoi adesso? Hai voluto ed ottenuto i diritti su The Wall. Che fai piangi perché una cosa che tu volevi morta, per te è morta? Gli hai buttato merda per secoli. Ad ogni uscita dei non-tuoi Floyd hai detto che era merdina, roba dozzinale. Quindi che vuoi? Riconoscimento? Beh ti viene dato, ce l’hai. Ma non puoi avere LUSTRO da una cosa che è rimasta viva per trent’anni da quando tu la volevi distruggere, far morire, abbandonare senza chiedere niente agli altri membri e senza riconoscere un cazzo formalmente a loro. Adesso, al massimo, così buttata li come un vecchietto furbacchione che piange il morto perché commercialmente non hai potenza di fuoco, solo adesso dici “NOI ABBIAMO fatto INSIEME”. Wow, mancava lo dicessi un secondo prima che ti inchiodassero la bara. Sei stato uno stronzo e nessuno se lo dimentica. Sei stato un grandissimo creativo, nevrotico e dispotico, totalmente sprezzante nei confronti degli altri membri della band, persino del pubblico. Qualcuno si dimentica che hai voluto far causa per l’uso del maiale gonfiabile? E adesso vuoi dire “oh, mi fa battere il cuore”. Ma non fai causa allora, no? Dici “hey ma quel maiale l’ho inventato io!”.

Visto che tutto ciò che era legale è stato regolato e che i tuoi diritti morali sono perfettamente noti… quello che vuoi è uno spazio pubblico sotto un nome che volevi fosse DISTRUTTO.

E sicuramente non hai mai pubblicamente riconosciuto il valore degli altri: hai sempre buttato merda, sempre detto che non valeva niente. Riso, quando ti hanno chiesto se ti mancava (Three Whishes, intervista) qualcuno che ti aiutasse nel processo creativo. No, hai riso. Non ti manca, è chiuso.

Adesso però vuoi. Ti serve? Ti mancano soldi? Non credo che ti manchino.

Tutti vogliono il riconoscimento che spetta loro.

Tu hai voltato le spalle in modo talmente stronzo che ora non puoi davvero aspettarti che ci si dimentichi. Sembrano quei nonni che hanno fatto tanto bene ai nipoti che li amano… e che si stupiscono perché i propri genitori odino e non vogliano parlare dei nonni… perché per loro erano genitori stronzi. Questi decenni di distanza chi ha sofferto non li dimentica.

Tu, Waters, ci hai sottratto trent’anni di Floyd completi: lo hai fatto tu. Non sono stati loro a mollare te: sei stato tu. E in tutti questi anni non hai mai riconosciuto un cazzo di valore agli altri, non in modo sincero. E pure ora si vede che proprio non ce la fai. Non ti viene perché sei sinceramente convinto che la tua unica mancanza sia stata quella di perdere legalmente, di non aver esercitato un potere che non ti sei premurato di avere. E lo hai anche dichiarato, in precedenza. Cosa che nessuno si dimentica, visto che non avevi certamente 20 anni.

Non ce lo dimentichiamo nemmeno noi. E non credo che se lo sia dimenticato Gilmour, al pari di chi ormai è morto e di chi è restato vivo ricordando ogni cosa, anche per chi è morto.

Guardate con attenzione come si premura di sfottere Gilmour giusto una settimana prima. E’ uno stronzo, non dimenticatevelo.

Una piccola nota: notate nel fermo immagine del video in apertura quanto Roger sembri disegnato da quello di Ren e Stimpy? Ma che ha fatto una plastica alle guance? Sembra… strano. Non che questo c’entri qualcosa. Del Senno di poi son piene le fosse caro Roger (“Graves are full of hindsight” dear Roger).

Fatevi un giro sul suo youtube e leggete se per caso c’è scritto “Pink Floyd the wall” oppure “Roger Waters The Wall”. Mi pare un po’ il bue che dice cornuto all’asino.

Ronin-S e Ronin-SC, incompatibilità

Credo di averne già parlato, ma le incompatibilità tra i pezzi del Ronin-S e quelli del Ronin-SC sono totali; essenzialmente ogni cosa di cui avreste bisogno non è intercambiabile. Non le batterie, non la basetta/piastrina eccetera.

Il post è finito qui. Ma questo è un blog mio di cazzeggio anche.

Quindi pensavo che dovrei proprio comprare una batteria-impugnatura di ricambio. Ma quanto costa? 99 eur presso la DJI. Ma la cosa interessante è l’adattatore-caricabatterie (40 eur).

Comunque #iorestoacasa #andratuttobene #nonlamentatevi #andatetuttiaffanculo

automazione liberatorie stock: RISOLTO

libsFinalmente! Le mie fottute liberatorie di POND5 verranno caricate con un click. Tutti i precedenti caricamenti automatici, semiautomatici, o quanto-cazzo-riesco-automatici funzionano ancora, invariati, con i CSV dei metadati e se possibile dell’attachment delle fottute liberatorie, contemporaneo. Ma anche con POND5 del cazzo, che invece di risolvere il problema della chiave duplicata, se ne sbatteva. E allora me ne sbatto io e ad OGNI upload gli mando una liberatoria con nome diverso, automaticamente, generato ed associato automaticamente. Volete così? Molto bene. E il resto della mia automazione non subisce differenze.

Qui sopra l’immgine di quello di 123rf che funziona ancora a cannone. Godo.

Se 123rf non facesse così pietà in termini di vendite e guadagni, avrebbe il miglior sistema di automazione a parte quello di Envato (che mi ha cacato fuori nonostante guadagnassimo) , che era ancora più risolutivo: inviavi un pacchetto e fine.

Comunque ce l’ho fatta.

insicuri che generano insicure AKA basse autostime infettive

uomini che odiano le donneUomini insicuri generano donne insicure? Maschi, femmine. Ragazzi, ragazze. Giorni fa avevo programmato un servizio prima di volare sulla luna a razzo (ma non troppo, che mi hanno già segato punti e randellato il portafogli con grosse mazze ferrate) : si trattava di video; cose che non so fare benissimo. Ne avevo fatti con lei, che è violinista, ma poi avevo trovato un’altra ragazza che era violinista. E siccome i miei primi video erano cannati di brutto ma funzionavano lo stesso ho deciso di cimentarmi nuovamente, questa volta facendomi prestare dei fari x video. Questa roba era programmata da settimane.

Il giorno prima mi chiama G, sorella di D, e mi fa “hey!!!! veniamo con mia sorella a fare delle foto FIGHE? Mia sorella vuole sentirsi FIGA! E’ giù e dai che si decide!” … e cristosantissimo sono molto carine, ed è meglio operare del nurturing come dice il buon markettaro standard. In più la più giovane mi ricordo che aveva una silhouette di quelle da smascellare, solo che era tutta vergognosetta. Ma sul serio. Si vergognava proprio.

Ok ok ok, se arrivate presto facciamo, dai. “yeee!!!” ok allora poi sento la sorellina. E lei faccette dimidine su WhatsApp ma “sii, sono stufa di sentirmi insicura!”. Ok, bene. Una buona via. Del resto queste son belle eh! Io non sono uno che infonde bellezza. Se ce l’hai me la piglio. Rubo l’anima, no? Ma la immortalo, te la restituisco in copia digitale. Gratis, se posi per me. OK, chiedo conferma che vuole “fare la strafiga” e quindi OK.

Arrivano, facciamo, non sto a dire.  Continue reading →

approcci fotografici i quali mi perplimono

La modella di oggi aveva abbastanza esperienza di posa, non di nudo. Ha avuto varie pessime esperienze in passato. E uno di quelli che conoscevo come pessimi pare abbia avuto con lei un approccio vagamente indelicato, che lei ha declinato.

Ecco, per uno tra i 60 e i 70 con l’aspetto di Zio Tibia coi capelli corti, che non ha mai visto di persona, approcciare con “ME LO FAI VENIRE DURO” credo non sia la via dello Jedi.

Ma credo che anche l’imperatore del lato oscuro avrebbe avuto difficoltà a non farsi sgamare con questo approccino delicatino.

Lo plaudo per l’autoeliminazione. Poi magari chissà, questo tipo di approcci gli avrà forse procurato delle grandi scopate nella vita, eh, me lo chiedo spesso: come mai costui non è mai stato denunciato? Visto che quello che mi arriva da numerose figliuole è questo? Mah.

Si vede che io di approcci non capisco un cazzo. Lo so.