Quando piove vuoi comprare ombrelli

Il testo di “Immortality” dei Pearl Jam non lo avevo mai letto. L’ho suonata, ci ho pianto sopra per i cazzi miei personali, sentendo qualcosa. Ora l’ho letto e in effetti lo trovo molto criptico, traducendo o meno. La sensazione però, la sento. Perlomeno io credo che sia la mia, la stessa, sempre la stessa visto che non cresco, anche se invecchio.

Tutte queste generazioni che si succedono e danno dei vecchi ai vecchi, spero non lo facciano nei confronti delle espressioni della giovinezza di questi. Perché i vecchi ieri erano giovani come te. Cosa dicevano, sentivano, pensavano e cercavano in quel momento – fermato nel tempo con l’espressione, artistica o meno che la vogliamo considerare – quei giovani, quanto diverso è?

Come forse ho già scritto (scusate) ad un certo punto mi sono trovato a sentire quello che diveva Fabri Fibra e mi è venuto in mente Eros Ramazzotti di “Nuovi Eroi”. Altri modi, altri stili, ma le sensazioni sono quelle. Perché i problemi, il mondo, i rapporti tra la società, le generazioni e i vari ruoli, non sono troppo cambiati. Questa merda stantìa era spesso vecchia già al tempo: il riproporsi oggi, con le sempre nuove spolverate di fighettume che ti farebbero aspirare a ben altro, della stessa merda ancora più stantìa, non è incoraggiante.

Il motivo per cui IO vecchio penso “non sono cazzi miei, io me ne andrò presto” (“I cannot stop the thought / Running out the door” era questo Eddie?) e quindi con il mio disoccuparmene non contribuisco al futuro è disperazione ed ovviamente un “tanto per me non c’è niente”. Egoismo, certo. Che viene da lontano: i presupposti per lammerda c’erano già quando non ero maggiorenne, il mondo stava già andando in questa direzione. I cazzi miei erano potenziali. Beh ora non lo sono più. Certo, il buon Gennaro Romagnoli ci dice che non è mai troppo tardi e potrebbe anche avere tante ottime ragioni, ma nell’accettare c’è sempre anche l’accontentarsi, nel mangiare la merda perché quella puoi permetterti, e star contento. Decidere di star contento con quel che puoi permetterti, “questa è la via”. E siamo chiari, con non stiamo parlando di affordable, ma di capability in tutta la sua completezza. Sei vecchio e ricco, comunque non puoi permetterti una certa cosa. Sei giovane e povero ma hai altre caratteristiche poco desiderabili idem potrai permetterti solo certe cose. La via del non desiderare sembra sempre quella che ci consigliano. Accettare, accettare, accettare: la realtà è quella che è. Accettare è la via, se vuoi percorrerla serenamente. Ma puoi decidere: di non percorrerla affatto.

Uno dei confronti che non ci diranno di evitare è questo: gli altri vivono, devo farlo anche io. Questo confronto stranamente non ci dicono mai di evitarlo, di chiedere la libertà di una morte medicalmente assistita rapida ed indolore come fondamento primario di tutte le libertà. Di non essere schiavi della paura del dolore della morte, così come di non essere schiavi dell’istinto di sopravvivere. Solo così potrai scegliere davvero di vivere.

Certo, quando piove e sei sotto da due ore, l’unica cosa che vorresti sono gli ombrelli, che dopodomani col sole a picco non faranno che starti tra i piedi in una casa piccola. E magari puzzare di marcio se continuava a piovere e non potevi metterlo fuori ad asciugare.

Mio fratello a suo tempo aveva messo lì la frase “se continua così me ne andrò, chiamerò per sapere come va e basta” e la metteva giù come una specie di lamentosa minaccia, del tipo “e ve ne pentirete tutti!”. Questo perché vivendo sul groppone dei miei, da anziano tra anziani, nella stessa casa e con regole che non sono della medesima, gli attriti sono stati tanti. Gli stessi di un adolescente, che posso capire, figurarsi con quel rompicoglioni che sa essere mio padre.

Ma la scarsa lucidità del non rendersi conto che avrebbe potuto accettare metà e metà, costruendosi con calma una possibilità, invece di fare lo scappato di casa, mi ha preoccupato. Poi ha fatto talmente tante cazzate che adesso che questa cosa, da 10 giorni, l’ha fatta (chiama a casa, ma non ci va, sta a <cittàdistantecirca70km> ), io non sono particolarmente preoccupato. Ha fatto una scelta assurda, che io da ragazzino ho vagliato e non cambierebbe, non ci sono differenze, la situazione di base è la stessa; l’ho vagliata e l’ho scartata. E non una volta. Due volte. Quando D scelse di vivere letteralmente per strada io glielo dissi. Se mi chiedi di morire, ci posso pensare: ma in questo momento – dissi – ho altre cose da provare. Forse fu deluso, avrebbe voluto un romantico suicidio a deux per rendere epica la disperazione. E quindi gli dissi che anche il vivere per strada per me non aveva proprio nessun appeal, non aveva senso. Forse il suo senso di “fuori dalle regole” (chissà, sarebbe stato novax oggi?) era anche questo. Non so, a me sembra un prezzo che paghi per avere uno sconto: un loop di assurdità. Ma immagino che la cosa possa essere vista al contrario.

Mi chiedo dove sia mio fratello. Mi chiedo se avrei potuto fare qualcosa, cerco anche di chiedermi se lui stesso ha fatto qualcosa quando io ero così. Ma non si tratta di un commercio. Quindi penso piuttosto a ciò che ho deciso ragionandoci di volta in volta. E anche alle balle, alla verifica successiva, alle balle che ha detto a tutti. Quindi alla fine penso: di roba in sospeso che dovevi fare ne hai lasciata comunque. Hai la macchina di papà quando hai fatto tutte quelle storie per avere la tua, i soldi, l’anticipo, l’eccezione. Ma la macchina la hai tu, il bollo, l’assicurazione ed i rischi connessi sono in capo a papà. E tu la tua, con onori ed oneri della libertà, non ce l’hai. Che fai? Tanto non mi fiderei della risposta. Non ci crederei.

Spero che tu non ti faccia del male stupidamente. Che tu non te ne faccia perchè non consideri cause ed effetti. Se uno desidera fare una cosa che gli fa male e sa che gli fa male, allora è piena libertà. Non si lamenterà, né darà colpe agli altri. Questo intendo: spero che tu non stia facendo questo, fratello. Se hai scelto di vivere, spero che tu non soffra.

Oggi non ho fatto niente per l’autoeliminazione. Devo procedere. Almeno un’ora: riordinare, buttare. Pensa a quanta merda trovi in giro che non sai come gestire quando muore la gente.

La famigghia, soap opera, puntata 239487

[ musica: Dredg, in random, senza l’album del 2011 ]

Per decenni mi osservavo vivere in una Italia senza guerra. Mi dicevo solamente “spero che non mi capiti: è davvero da troppo tempo che nel nostro stato non c’è guerra… ” bla bla considerazioni sulla leva, sull’esercito, sulla nostra nullità e sulla stupidità della guerra di conquista in generale, sia durante che, specialmente, dopo la guerra fredda.

Mai e poi mai mi sarei invece detto che avrei visto la mia famiglia meno normale. Continue reading →

Possibile che io faccia così tanto schifo?

È possibile si, i segnali ci sono tutti. Oggi B mi aveva chiesto di accompagnarla a portare l’auto dal meccanico, una cosa che facciamo sempre, da quando eravamo assieme a quando non lo siamo più stati, sempre, ogni anno, ad ogni cosa qualsiasi da fare dal meccanico. Una delle cose più normali ed invariate che ci siano: la stabilità più assoluta. Andiamo la sera/notte prima e lasciamo le chiavi nella buchetta del meccanico, lui il giorno dopo ha fatto tutto e quando si può si arriva in orario per pagare. Comunque il giorno dopo ci si riaccompagna a prendere l’auto. Quando lei non aveva l’auto aziendale, poi, la accompagnavo io al lavoro tanto quanto lei avrebbe fatto con me a parti invertite. Tutto normale. Tutto identico. Dal 1998 ad oggi.

B ha l’abitudine, finito al lavoro, da quando sua madre è morta, di andare a bere il caffè con suo padre. Oggi c’era l’auto da portare, quindi l’ho portata sia dal meccanico, sia da suo padre.

Ma mentre ci si apprestava ad arrivare a casa di suo padre mi ha chiesto se l’avrei lasciata lì o se sarei salito a prendere un caffè per riportarla poi a casa.

Questo mi ha distrutto. Che razza di persona di merda sono diventato se le viene anche solo l’idea che possa lasciarla lì?

Vorrei dire che tutto in me urla che non è giusto, che non è così che io faccio, che sono disponibile e che chiunque potrebbe…

Ma se lei, proprio lei, non agisce come se fosse ormai scontato che non sono una merda simile… non posso che dedurne che lo sono. Dice solo che “non ci fa affidamento”. Evidentemente ne ha motivo. E quindi si, mi dico che certo, faccio schifo, persino sul piano umano, anzi soprattutto, faccio schifo ANCHE per cose così semplici, basilari. Sono una merda.

Così mi rispondo anche al dubbio: ho spesso l’impressione che mi si tratti con fastidio, ma se accade così spesso… la costante sono io: sono io che ricevo in RISPOSTA al mio comportamento, di cui evidentemente non mi accorgo, un atteggiamento infastidito. Rompo i coglioni di base, così senza rendermene conto? Sono solo degli uffici pubblici o pubblici esercizi di gente che ne ha piene le balle di tutto e io lo penso su di me? Facili autoindulgenze: sono il maestro in questo. I segnali mi dicono che rompo il cazzo al mondo. Giuro che non è mia intenzione: mi addolora sapere che vi sto rompendo i coglioni. Dai quali intendo togliermi.

Tutto in me urla: ma sono due fazioni opposte: una dice “non vedi che fai schifo?” e l’altra “no! non lo vedo! non mi pare di comportarmi così!”.

E non vedono ciò che vede l’altra fazione. Comunque il contesto non se la vive bene questa contrapposizione interna.

Buco nero #29384723 (delirium)

Il momento presente, fare qualcosa ora, per ora; e basta. Niente per il futuro, niente per domani, per l’umanità, per il futuro. Lo scopo della vita, realizzazione di sé. Immagino un DJ, un musicista che fa un pezzo alla moda, oggi per oggi, che non serve a null’altro che a divertire oggi, a soddisfare l’oggi. Questa è l’immagine che mi viene in mente: le persone che più incarnano “il momento presente”. Due amanti che scopano, la realizzazione dei sensi, costante, ogni giorno ripetuta. Tu che lavori ad una cosa e poi la raggiungi, naturalmente. E che mentre la raggiungi ne hai già in mente un’altra certo, quella roba lì. Ma l’arte o la produzione di espressioni? Che scopo ha, avrà, domani? Costruire qualcosa che duri … che senso ha? Ha senso per chi?

Delirio.

Oggi male.

Mi hanno prestato un big muff. 20 anni dopo che me ne sono interessato e sicuramente almeno 15 da quando me lo sarei anche potuto comprare.

La mia solitudine è fastidiosa.

La mia antipatia è peggio?

Accumulo musica, dopo quasi 17 anni da quando avevo deciso che era troppo, che non sarei mai riuscito ad ascoltarla, che non riuscirò, nuovamente, mai ad ascoltare. Questa volta ad una qualità impareggiabile, infinitamente superiore. Mi dico che lo merita, che merita di sopravvivere, di essere preservata.

Mi dico anche che a nessuno frega un cazzo molto poco dopo.

La vita eterna potrebbe essere un paradiso di esplorazione e godimento del tutto. Oppure un inferno di infinita solitudine e malinconia.

Delirio ancora. Che dice il dizionario? Ah beh si, ci sta, sono io: “stato di alterazione mentale, consistente in una erronea interpretazione della realtà, anche se percepita normalmente sul piano sensoriale, dovuta a profonda trasformazione della psiche e della personalità”. Sono io: psicologia, tu sai sempre dipingere un marrone della miammerda.

Essere una merda, fare schifo, ep.#192837

Ecco che la sensazione di essere completamente inadatto, inadeguato, non all’altezza che di una media che si arrabatta per la sopravvivenza, ma neanche, neanche all’altezza di quello, di fare schifo ed essere una merda diventa una schiacciante vergogna di esistere, una impresa il cui proprietario insiste a fare debiti su debiti per tenere in piedi una baracca che è l’unica cosa che sa, ma che non serve a nessuno, nessuno la vuole, nessuno vi si reca più. Un edificio che se ci si impegna molto esiste nel buon ricordo di un istante di qualcuno, ma era tanto, tantissimo tempo fa.

Sto perdendo tempo. Devo muovermi. So quello che devo fare. Devo ringraziare di poterlo fare in relativa calma. Pensavo che l’azoto fosse una soluzione accettabile e preferibile, più facile da reperire del monossido. Ma temo che procuri crampi, vomito, dolori. Porca quella granputtana. Un gelido dottore, senza IPPOcrasia, che mi dica “guarda, è molto semplice, basta fare click qui e hai finito di esistere e nemmeno te ne sei reso conto”.

Cosa causerebbe la morte cerebrale in un istante, mentre mi avvicino al bordo di un lago attorniato dal ghiaccio? Scivolare li dentro, assideramento… ma senza sentire assolutamente niente. Certo poi per cremarmi bisognerebbe essiccarmi! 😀

Crown, storia, geografia, umanità

Non ho considerato che per un 10% “the Crown” come una soap opera. Quello che invece mi ha mostrato mi ha risvegliato in primo luogo il mio rifiuto istintivo per quel tipo di autoritarismo, viscerale, che ho sempre avuto e che non è lontano da usi-e-costumi che abbiamo avuto in tanti in famiglia e di cui la provincia e “laggente” non si è ancora liberata, anzi.

La seconda cosa che mi ha risvegliato è l’interesse per la Storia in un modo che avevo odiato. E – sorpresa delle sorprese – la geografia. Geografia politica? Credo di si. Scoprire che quello che per me è sempre stato solo un nome, di quella strana zona, vista quasi con la forma con cui guarderesti una nuvola… che chiami indifferentemente Inghilterra, Gran Bretagna, Regno unito, United Kingdom, UK … anche se vai in Irlanda, in una zona qualsiasi dell’Irlanda senza porti domande… A partire dai vuoti riti, protocolli, regole… e dalla prepotente domanda che non mi sono potuto smettere di porre continuamente, cioè “perché ve li tenete? Perché pagate per questa banda di avanzi viventi che vi disprezza come esseri umani e che non serve a nulla e che non ha potere di nulla da così tanto, tantissimo tempo…”?

… che mi sono iniziato a cercare roba di cui non mi fregava nulla tempo fa. Ma “Regno Unito” ora ha un significato. Ora il Galles ha un significato, ora lo capisco meglio. Ora starei attento, anche, a non trattare l’argomento come “un posto vale l’altro” o “è tutta Inghilterra”. Forse la mia visione è stata quella del Re? Perché le “founding nations” sono appunto Nations e tali si sentono? Ma almeno ora me lo chiedo. Perché noi abbiamo smesso di essere in Monarchia da non tantissimo. E mi chiedo anche quanto potere avesse il nostro re. A partire da eventi come le 5 giornate di Milano: il re o un militare è responsabile?

E noi? Quanto Regno Unito siamo noi? Che ci sentiamo dire “il mezzogiorno” da così tanti anni. Che forse oggi stesso ce ne fregheremmo se la Sardegna diventasse Regno e così la Sicilia. Anzi, ci diremmo, meglio. Che non vedremmo l’ora di spezzare in due lo stivale… quanto poco differenti sono le nazioni in questo senso? Perché la Francia se non sbaglio è quello che è, territorialmente, da davvero tanto tempo.

Quindi un paio di cose, insomma, mi ha risvegliato. Quello che, di disumano, succede in quella famiglia, è quello che mi fa sempre dire “perché” e che sempre me lo ha fatto dire. Che di solito riceve come risposta “perché si” – e allora no, dico io, ho sempre detto, io. Perché si fa così, perché non sta bene, perché cosa diranno gli altri. Ecco, tutte queste sono cazzate. E li, nei protocolli e nella tradizione, sono tutte concentrate. Se la Corona deve rappresentare qualcosa, mi dice quella rappresentazione, ecco, quello che sta rappresentando fa schifo. Io non vorrei avere quel simbolo, fatto in quel modo. Incarna l’inumano, che non è nemmeno la fredda macchina dello Stato… perché non lo è, non è nemmeno politica. E’ formalità, proveniente da millenni di affastellamenti di pura affermazione di potere, religione, territorio. La peggio merda tribale trasformata in possedimento terriero e potere militare, mescolato con diritto divino, quindi superstizione e antica supremazia da bulletti. Questo è. Questo simboleggia, queste regole segue. Quelle dell’umano che se è umano fa scandalo, che se è logico, che se è sentimento ma non è forma, allora non si fa, si nasconde. Che segue la purezza del sangue, che segue regole di derivazion religiosa. Lo schifo. Che schiaccia chi non vi si conforma … anch’esso però ormai così malato da lasciarsene toccare invece di dire “pazzi, fottetevi tutti”. Scandalo. Lo scandalo dovrebbe essere solo il rivelare che hai fatto del male, hai oppresso, hai estorto, hai piegato un altro essere umano. E tanto più è scandalo quanto più devi curarti del bene pubblico. E invece sono scandali sempre cazzate. Sesso, relazioni personali.

Fate il parallelo tra i protocolli dei Reali e le puttanate attorno alla vostra vita pubblica. Quanto sono diverse? Sono puttanate tanto per noi quanto in quel mondo. E ce ne dobbiamo liberare.

Inutile dire che dal punto di vista tecnico The Crown è splendido. Ogni scena è una foto perfetta. Tutto funziona bene, i personaggi hanno un giusto livello di complessità e quel “backstage” che ci viene mostrato è anche “backstage della mente”, perché almeno in 2 occasioni ciò che i personaggi affermano ad alta voce è la prosa della mente, che spesso si comporta come la poesia, senza neanche essere pronunciata. E qui invece lo sentiamo dire: due personaggi almeno hanno detto A-B-C io penso-quello-che-sento… Cosa che non credo abbiano mai fatto con nessuno.

Di alcuni fatti storici, che accadevano quando non esistevo o quando facevo altro ho cercato qualche notizia.

Ma non ho ancora verificato se, ad esempio, qualcuno di quelli di cui hanno raccontato la gelida meschinità umana ha dato il permesso, anche pagando, per le riprese in esterna dei loro palazzi, sgombrando tutto… sono splendide. Anche se dovesse essere CGI: splendido.

su “femminicidio”

Non sul, ma su. Sulla parola. La parola mi ha lungamente infastidito, dal punto di vista della pedanteria, pignoleria, del ragionier rompinelli, dei conti che non mi tornano. E tutt’ora, quelle ragioni non scompaiono. Tuttavia la spiegazione fornita dall’aforisma attribuito a Michela Murgia mi spinge a riflettere sul fatto che la parola mi spinge a riflettere, la usiamo per quello. La citazione dice

A cosa serve chiamarlo femminicidio? La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi!

No, la parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa.

Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.

Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché

Michela Murgia

e così la prendo.

La mia palinculaggine (o pigna, se siete più moderni) mi spinge a ricordare che se questa fosse la logica dovremmo avere dei termini di sottoinsiemi di omicidio-con-causa-e-autore infiniti. Non abbiamo il tradicidio (omicidio-assassinio ai danni del traditore operato dal tradito quale che siano i sessi degli interessati) o il “sindacalisticidio” o una parola unica pari ad “infanticidio” ma dedicata a “omicidio-per-mafia”. Continue reading →

donne nude a un depresso cronico

Sono anni che G viene a posare da me (vestita!). Almeno un paio. È sempre stata entusiasta, gioiosa. Anche se aveva un sacco di storie in mezzo di maschi idioti e (mal) giudicanti. Da un po’ si è decisa che le va di posare nuda. Meraviglioso, bene. F mi ha scritto che non sa più cosa decidere di stampare perché per lei sono una più bella dell’altra (nudi).

Eppure io mi sento la morte nelle vene, mi viene da piangere sempre più spesso in questi giorni, mi faccio schifo, mi sento una merda. Non mi odio eh. Se penso a quanto ho fatto perdere il tempo della vita a B, questo si, allora mi odio. Lei no, mi ha perdonato in un attimo ora e forse prima, col tempo. Ma è una cosa “localizzata” e specifica, non generalizzata come la demoralizzazione che provo per il fatto che … sono inutile. Se fossi ricco non sarebbe un problema. Non mi interesserebbe. Ma sento la pressione della sopravvivenza utile, l’autosufficienza economica passa per la necessità altrui. In qualche modo mi fa sentire schiavo e contemporaneamente inadatto ad essere persino quello. Uno schiavo che non comprerebbe nessuno.

Assurdo, no? Cosa fa la chimica di questo cervello. Ci sono persone che mi invidierebbero la capacità e la possibilità di fare quello che faccio. E io lo faccio nel modo in cui voglio: senza interesse economico (le ragazze che posano nude lo fanno perché vogliono). In effetti ormai funziona come una droga. Mi da contentezza per il tempo in cui questo succede. E poi mi sento di nuovo una merda.

giornatella dimmmmm…

Sento che la porta si chiude: B è andata a lavorare. (per chi non segue: convivo con una donna che fu la mia compagna, abbiamo acquistato casa circa 10 anni fa, mutuo trentennale, ora ognuno si fa le sue cose, anche se siamo come fratelli). Ma la giornata non inizia bene, sento. A parte che ho caldo, caldo, caldo e questo mi infastidisce già. C’entra? Forse.

Ma inizia subito a mordere, il pensiero ossessivo: sei una merda sei una merda sei una merda fai schifo fai schifo fai schifo non combini un cazzo tutto è un fallimento quello che sei e fai fa schifo e nembutal, come me lo procuro? come so che quello che vedo online è vero? sono 500 euro, e se me lo buttano in culo? Quando sei depresso e vuoi morire, essere preso in giro proprio su quello non ti fa bene, vi assicuro. Io non voglio soffrire. Antiemetico e Pentobarbital di sodio è la ricetta delle cliniche della morte decente. Non sono segreti, non vi sto istigando a fare lo stesso: vivete la vostra vita, scegliete voi. Ma io a volte voglio solo premere il tasto OFF e spegnere tutto, subito, senza dolore, senza dover avere coraggio per qualcosa.

Mi rigiro, sento il classico mal di pancia che conosco dall’adolescenza ad ogni momento di merda della vita. Eccomi, mi dice, sono qui, non me ne sono andato, ti accompagno sempre! Pezzo di merda di un bastardo. Pure doloroso fisicamente, deve essere.

Fotografare figa nuda forse è la sola cosa carina che mi fa dire “ho fatto una cosa bella oggi”, ho eternato bellezza, ho catturato un’opera d’arte vivente per quando non esisterà più. Lo dico volgarmente, figa nuda. Perché si vede, nelle mie foto il pube, il monte di venere, l’osso iliaco adorato, si vedono il più possibile. Nessuna vergogna: è bello. Splendidi corpi di ragazza, di donna. Cosa c’è in quelle teste, in quei cuori io provo a farvelo vedere dagli occhi, che io voglio sempre. Ma ovviamente è solo una foto. Mi dicono che io catturo l’anima delle persone, quando mi vogliono fare complimenti. Spero che sia vero.

Preparo il riso. Lo scuocio, porcaputtana, di nuovo. Ripenso alle mie letture di ieri sulla visione di un certo femminismo riguardo a quella che chiamano pornografia, alla nudità, al sesso, all’eros, a quello che è stato il post, alla visione anarco-femminista, libera, completamente diversa. Poi mi dico “basta seghe mentali, chi vuole lo fa, e sa che lo fa perché è bellezza”.

Bevo acqua, bevo caffè. Sento il malumore generale di un sacco di gente, vedo gli stati. Sento beba, sta di merda. Siamo in tanti in questi giorni. Che succede? Umidità?

non so se non voglio vedere nessuno oggi o se è meglio che mi metta a parlare con la gente

Hey, 12.30! Riso. Poi insalata. Con il maestro, magari. Che sta di merda pure lui. Ma lui almeno ora identifica con il solo amore perduto. Io che ho da dire? Che l’amore mi salva la vita. Che ora non c’è. Né chi ama, ne chi amo. Niente. Resto io, che sto fallendo, una vita fallita. Che spreco di materia, energia, esistenza, denari altrui. Miei cari genitori, quanta sofferenza avete patito per causa nostra? Quanta poca gioia vi abbiamo dato? Solo delusioni. Certo, ve la siete cercata: ci avete creato, e con la nostra esistenza avete creato aspettative. Come tutte le aspettative non sono correlate con la realtà ma con l’illusione che il nostro desiderio sia fondato su qualcosa di realizzabile “perché si”. Ma non è mica una colpa. E mi dispiace. Poca gioia, davvero poca, vi avremo dato: forse da piccolini.

Oggi me la piango di brutto. Fantastico. Quindi devo fare gli esercizi-facciali (quanta esperienza raga!!! sono 30 anni che lo faccio!) per ricordare ai muscoli facciali che io so ridere, cercare di non avere gli occhi rossi e andare a prendere le minchia di verdure senza sembrare un drogato. Che poi… lo sono? Beh, si, l’efexor non è aspirina.

Ora ricordo che chi mi ha amato, il giorno dopo, un solo fottuto giorno, dopo, mi ha detto “e non fare la vittima”.

E perché? Perché devo obbedire a questo ordine? Hai autorità per darmelo?

Non mi ritengo vittima. Vittima di chi? Sono vittima e carnefice. Sono artefice della mia vita di merda. E’ tutta colpa mia. Ogni cosa.

il sangue alla testa: mi incazzo con alcune persone

tipo lei

e “la bestia”

e mia mamma

e secondo B tutte le persone che come me vogliono avere ragione fino all’ultimo ecc

per me il meccanismo è un altro: durante il percorso ci sono elementi che diventano nuovo argomento, sono offensivi (permaloso, permalosi) e non vengono chiariti in modo definitivo , rimangono a stazionare attorno alla cosa e mi prosciugano tutta l’attenzione ed energia e non ne esco non sorvolo e così fa l’interlocutore e non molliamo come cani rabbiosi

e io rimango turbato e offeso, poi turbato, rattristato, anche in colpa per non aver dominato l’impulso, poi desideroso di risolvere, come ogni conflitto di opinioni finito in litigio invece che in discussione

ma poi … mi si dice che il buon vecchio WAZ può aiutare. Vediamo.

Pensavo di andare da qualche psic, prima o poi. Bello no, risolvere tutto prima di schiattare, quando non serve più a un cazzo, quando dovresti usare questo per la tua vita da giovane-adulto, la più attiva, vitale, intensa, utile e produttiva.

E vabbè. Vecchi adagi sui giovani che se sapessero e i vecchi potessero, eccetera.

Ricordando che quando questi adagi furono scritti, l’età media era 45-50.