Sleeping with the pest*

Parlare del passato non risolve il presente. Indagare molto, pare, non serve granché. Spiega magari la formazione di problemi, ma concentrarsi su quello non funziona sui pattern che seguiamo nel momento presente in presenza di frustrazioni, casini, risoluzioni, risposte/reazioni. Whatever.

Ciò detto, spesso indago sul passato quando ascolto la ottima Dott.Sa Francesca Cardini (principalmente su instagram). È fantastica perché è science-based ed evidence-based, non tratta la psicologia dell’età evolutiva, dichiaratamente, ma “si vede costretta” a parlare di cosa crea i casini perché – dice lei stessa – “poi mi arrivate in studio a causa di quello”; quindi credo lo dica più che altro per risolvere alla radice. Adoro che questo incida in qualche misura sulla rottura della catena intergenerazionale dellammmerda. Ossia la combinazione di autoritarismo+permissivismo che genera molti disastri. Soprattutto l’interruzione della catena del trauma che, in ultima istanza, difende sé stesso (“ne abbiam prese eppure guarda come siamo venuti su bene! Uno scapaccione che vuoi che sia? Non siam mica morti!” e così via stronzeggiando); quella dello scapaccione la difendevo pure io. Ma no, non è corretto, sbagliavo: le prove ci sono del contrario, non a sostegno che sia vero.

Servono? Servono a salvare-dalla-morte. Solo in quel caso un gesto violento o potenzialmente traumatico è giustificabile e non solo comprensibile. Ma se ne sei cosciente immediatamente dopo ti prodigherai per far capire che è sbagliato farlo, che ti dispiace, che senti il disagio, la tristezza, la sofferenza che hai causato anche se era assolutamente necessario ad evitare un danno indubitabilmente maggiore: la morte del(la) tuo/a bambino/a. Unica tollerabile eccezione. E subito spiegata e dando spazio validante al fatto che lui / lei si sentono male.

Detto ciò io indago eccome. Cerco di ripercorrere, metto assieme date, date di nascita, età. È stato molto utile a capire chi era e chi non era “maturo”. Certo, nell’arte della sopravvivenza le vecchie generazioni erano maestre. Ma dal momento in cui alzi la testa dalla polvere e ti chiedi perché diavolo dovresti farlo, se ha senso, come farlo… allora la qualità e non la semplice esistenza in vita cominciano a contare di più del fatto che sei un trauma vivente che replica sé stesso. Evviva il gene, ma vaffanculo al gene.

Così ecco che indago e ricordo: ho certamente preso SIA “spasmomen” che “librax”. Avevo un sacco di tic nervosi, già alle elementari e alle medie sono aumentati. Alle superiori anche (tra medie e superiori ho preso quella roba: lascio a voi andare a vedere online OGGI i foglietti illustrativi… )… inoltre alle superiori ho ricordo vivido di quello che facevo appena tornato a casa. Andavo in camera, mettevo giù lo zaino, mi buttavo sul letto spesso ancora con la giacca e tenendo le braccia lunghe davanti a me a “V” molto stretta con le mani tra le cosce stavo li con gli occhi chiusi. Fino a che ad un certo punto non sentivo un po’ di caldo e una specie di torpore… forse mi addormentavo. Principalmente non volevo pranzare coi miei, con mio padre magari. Rispondere a domande. Pensavo fosse solo quello.

Ma vedete voi. Vi ho già dato una serie di elementi.

Ma ecco una special diagnosi medica di mia madre che ricorderò sempre per quanto dicesse del suo zero-ascolto-della-realtà e del “io so quello che credo, quindi so”: mio figlio da quando ha fatto la cresima ha sentito molto la responsabilità di questo passo nei confronti del signore. E cazzi di questo tipo. Ma certo. Sicuramente: le migliaia di volte in cui ti ho detto che per me non quadrano un sacco di fatti e che le tue risposte non hanno senso e che recitare roba a memoria non serve a una sega… come scoregge.

Ma pensavo fosse solo voler pranzare in pace. Evitamento, direi oggi. Ma ci sono così tanti segni che un esperto avrebbe potuto vedere e poi trattare.

NIENTE. Niente di tutto questo è successo.

Dio mi serve solo per bestemmiare: è il livello max del turpiloquio e quindi dai … 45 anni circa ho iniziato in solitaria a bestemmiare.

Ma quando davvero voglio indirizzare odio alla divinità, per sfogo verso ciò di cui non sono responsabile ma subisco, essendo ateo nichilista e qualcosa altro di affine, ho deciso di divinizzare un semplice concetto astratto, un attributo che non-è: la vita. La vita che non è vita, quella è il mio Dio. Non per adorarlo: al solo scopo di insultarlo, maledirlo, bestemmiarlo, attribuire colpe – pur non essendo un finalista – ma per sfogare, per attribuire responsabilità a ciò che è solo caso e causa.

Maledico quel meccanismo che non sa nulla, non vuole nulla, non fa nulla eppure informa tutti i viventi e senza pietà è il motivo (la causa) di crudeltà, fatica, sofferenza, dolore, inutile necessarietà dell’utile. Propagazione, riproduzione, sopravvivenza: per? Per propagazione, riproduzione e sopravvivenza.

Ho aggiornato la tabella delle nascite e delle età: la bisnonna che nacque nel 1888 e morì nel 1985 (non 97… aveva 97 anni, mi pareva!). La nonna che nacque nel ’14 e morì nel 2000. Così posso controllare quanti anni avevano tutti quando… qualcosa. Quando hanno fatto, partorito, detto parole, preso decisioni, visto o non visto fatti coevi.

E aiuta a fare certi ragionamenti. Poi se non vuoi restare proprio stronzo duro (scelta, non dovere) puoi anche collocare tutte queste nascite in contesto storico, geografico, culturale, sociale e comprendere di più. Anche se comunque alla fine entra tutto nel culo tuo.

* per il titolo

nkezzenz indisponibile?

Prima di tutto è importante saper che provengo dal tempo in cui “nkezzenzz?” era un condiviso atteggiamento di debosciato rincoglionito che alle domande rispondeva “in che senso?” tanto che Carlo Verdone ne fece un personaggio di suddetto debosciato. Youtubatevelo se volete. Di solito, in effetti, sono parecchio infastidito dal fatto che non esiste alcun tipo di polisemia, livello di lettura diverso, possibilità di ambiguità di interpretazione. Insomma sono più propenso a chiederti “in che senso in che senso? Cioè quanti sensi possono esistere?”. Ma sono stronzo. A volte i diversi sensi esistono e preferisco controllare, usando ormai una tecnica che mi potrebbe salvare spesso (e che non spesso ricordo di usare) quando in effetti c’è il pericolo che non ci stiamo capendo. Che tu intendi una cosa e io un’altra. In un modo qualsiasi. Tono, moda, convinzione che un vocabolo o una frase abbiano altri significati. Varie ed eventuali. Meglio verificare.

Ed eccoci a una cosa che mi sono ricordato di avere sentito più che altro in soap o roba da femmine. Ma di solito è interessante, a me le femmine m’interessano: “emotivamente indisponibile”. Nella forma di accusa, nella forma di citazione di giudizio. “Sei emotivamente indisponibile” “lui è emotivamente indisponibile, sai…”

Ad un certo punto mi viene in mente che “disponibile” quando si parla di sesso significa “ci sta, gli/le va”, una disponibile è una propensa a fare sesso. Ma l’effetto collaterale è che di solito per gli/le stronze la stessa frase significa “è una facile, quindi una troia”. Allora questo “disponibile” sembra non essere più solo quello che è : libera e ben più che consenziente: c’ha voglia anche lei, evviva. No, c’è il giudizio morale. Metto questo qui, lo lascio da parte, va menzionato, fa parte del discorso.

Poi però c’è che disponibile e disporre hanno pochissima parte di accezioni del significato che si discostano dal posesso: io posso disporre di te, posso fare quello che voglio io. Beh, penso, io non voglio che tu disponga delle mie emozioni. Potrei volere – in alcuni casi – che tu disponga del mio corpo: ma in effetti si tratta di un determinato range di possibilità e anche di un limitato periodo di tempo. Ad esempio se vedo che ti avvicini ad un dildo ecco che il mio consenso viene revocato. Io so’ io, scusatemi, sono limitato.

Ma poi – grazie giornalidifemmine – ecco qui un articolo di THEWOM che mi dice che la locuzione “emotivamente indisponibile” va intesa (grazie, grazie per chi dissemina il testo di cosa significa!!!) come “Essere emotivamente non disponibile significa non essere aperti alle proprie emozioni e a quelle degli altri. Potresti allontanarti, evitare o ritirarti quando le emozioni si presentano, per vari motivi“.

Beh, essere “aperti a” è diverso da “puoi fare quello che ti pare”: è una posizione di ascolto attivo, di quella parte ricettiva che subito può diventare scambio, risposta. Quindi non si tratta di disporre dell’altro, di fare quello che vuoi, nel senso del potere. Ma quello che vuoi è relazionarti sul piano emotivo, avendo dall’altra qualcuno “aperto/a” a questo. Non “fare quello che ti pare”.

Che saghe mantéli eh? Eppure, “disporre” e “disponibile” (Treccani, raga) hanno un precisissimo significato e, lo ripeto, serie di accezioni che puntano tutte nella direzione che ho detto, quella di “disporre di”, come puoi disporre della tua bici, dare disposizioni. Qui assomiglia di più a “mettersi a disposizione” ma nella parte del “sentiamo…”.

Saluti a voi tutti.

Accettazione #345928347

Accade che si possa avere accesso a qualcosa ma che le condizioni o le conseguenze siano talmente negative, per noi, che preferiamo rinunciarci del tutto: il beneficio sarebbe inferiore al danno e non si può essere grati per il danno o poco coraggiosi ad andare incontro a danni potenziali assicurati, facendoli diventare reali, così, solo per l’esperienza. È stupido e masochistico. La passione esiste, la gioia esiste, il bello esiste, ma anche i loro contrari: si fa il conto e si decide. Qualcuno accetta un granello di gioia in una distesa di nulla. Altri no. Perché, sempre, prendere atto della realtà ed accettare che è così, non significa che mi deve anche piacere. Non pretendo, quindi, che ciò che è cambi: lo accetto. Ma decido io quale tipo di relazione, con tale realtà, intendo o non intendo avere (accettare). Il libero arbitrio è questo?

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ChatGPT Plus, chat temporanea con GPT-4, a specifiche questioni su questo testo mio, dice:

Analisi Critica del Testo

Il testo proposto si concentra sul concetto di “accettazione” di realtà non piacevoli, esaminando il rapporto tra libertà di scelta e conseguenze derivanti da tale scelta. Una prima osservazione critica può essere indirizzata alla mancanza di una definizione chiara di termini come “danno”, “gratitudine” e “libero arbitrio”, che potrebbe portare a interpretazioni vaghe o ambigue. Il testo, tuttavia, non sembra presentare fallacie argomentative evidenti come attacchi personali o appelli emotivi non pertinenti. La struttura logica è generalmente coerente, poiché l’autore espone una situazione, ne analizza gli aspetti e conclude basandosi sulla riflessione iniziale.

Tuttavia, una possibile debolezza potrebbe risiedere nell’assunzione implicita che la decisione di non accettare una realtà non piacevole sia sempre un atto di libero arbitrio, senza considerare influenze esterne o condizionamenti che possono limitare le scelte individuali. Questo potrebbe essere visto come una semplificazione eccessiva di una questione molto più complessa.

Trattamento da Parte di Diverse Discipline

Filosofia: La questione dell’accettazione e del libero arbitrio è centralmente trattata in filosofia, con figure come Sartre che enfatizzano la libertà dell’individuo di scegliere nonostante le circostanze esterne. Argomenti contro possono includere le teorie deterministe, che negano la libera volontà a causa di fattori predeterminati biologici o ambientali.

Psicologia: La psicologia esplora come gli individui affrontano le situazioni avverse attraverso concetti come la resilienza e la percezione del controllo. Studi su queste tematiche spesso supportano l’idea che accettare la realtà, anche quando è negativa, può contribuire a una migliore salute mentale.

Sociologia: La sociologia può guardare alla questione dell’accettazione all’interno dei contesti sociali, analizzando come le norme culturali e le pressioni sociali influenzano le decisioni individuali. Ciò potrebbe portare a un dibattito sull’entità del libero arbitrio in contesti sociali densi di normative e aspettative.

Morale ed Etica: Queste discipline indagano spesso i principi dietro le decisioni di accettazione o rifiuto, interrogandosi se sia “giusto” accettare condizioni negative o se sia moralmente obbligatorio cercare di cambiarle.

Politica: La politica considera come le leggi e le politiche possano influenzare l’accettazione di certe realtà sociali o economiche. Il dibattito può riguardare questioni di giustizia sociale e diritti individuali versus il bene collettivo.

In conclusione, il testo solleva questioni significative che sono state ampiamente dibattute in molteplici campi del sapere, offrendo spunti per ulteriori riflessioni e discussioni.

L’assunzione che la decisione di accettare o non accettare una realtà sia sempre un atto di libero arbitrio è complessa e può essere analizzata sia da prospettive a favore (pro) che contro (contro). Esplorerò entrambi gli aspetti offrendo esempi specifici per illustrare meglio il dibattito.

Argomentazioni a favore (Pro)

  1. Autodeterminazione personale: Dal punto di vista filosofico, autori come Jean-Paul Sartre sostengono che gli individui sono sempre liberi di fare scelte, nonostante le circostanze. Questa visione enfatizza l’autodeterminazione. Ad esempio, una persona può scegliere di lasciare un lavoro stressante nonostante la sicurezza economica che offre, evidenziando un esercizio del libero arbitrio in contrasto con le pressioni finanziarie.
  2. Resilienza psicologica: In psicologia, la resilienza è la capacità di riprendersi da situazioni difficili. L’esercizio del libero arbitrio è evidente quando individui affrontano traumi o stress significativi e decidono consapevolmente di cercare aiuto o adottare strategie positive di coping, piuttosto che cedere alle circostanze.
  3. Rifiuto di conformismo sociale: Dal punto di vista sociologico, il rifiuto di conformarsi a norme sociali opprimenti è un altro esempio di libero arbitrio. Le rivoluzioni e i movimenti sociali come il suffragio femminile o il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti sono esempi storici di individui che rifiutano una realtà accettata dalla maggioranza e agiscono per cambiarla.

Argomentazioni contro (Contro)

  1. Determinismo biologico e ambientale: Le teorie deterministe sostengono che molti aspetti delle decisioni umane sono predeterminati da fattori biologici o ambientali. Ad esempio, la ricerca ha mostrato come certi comportamenti possano essere influenzati da geni o condizioni ambientali come la povertà, limitando di fatto il libero arbitrio nell’accettazione o rifiuto di determinate situazioni.
  2. Influenza delle condizioni psicologiche: Condizioni come la depressione o l’ansia possono limitare significativamente la percezione delle scelte disponibili per un individuo, influenzando la sua capacità di esercitare il libero arbitrio. Una persona con depressione severa potrebbe sentirsi incapace di cambiare la propria situazione, anche se esternamente sembrano esserci opzioni disponibili.
  3. Pressioni e aspettative sociali: In sociologia, è riconosciuto come le aspettative sociali possano limitare le scelte individuali. Ad esempio, in certe culture, il matrimonio può essere visto non solo come una scelta personale ma come un obbligo sociale, limitando la libertà individuale di scegliere diversamente senza subire significative conseguenze sociali.

In sintesi, mentre il concetto di libero arbitrio è centrale nella discussione sulla capacità di accettare o rifiutare situazioni, esistono argomentazioni valide sia a favore che contro, che dipendono da una varietà di fattori psicologici, biologici, e sociali. Questo dimostra la complessità e la multidimensionalità del concetto di libero arbitrio nelle scienze umane.

Riguardo alla resilienza e alla psicologia (io)

questo assunto è assolutistico, sembra fondato sul fatto che la libertà sia solo quella di non fare valutazioni che portino a cedere, come se queste non fossero lucide, senza dimostrare che sia invece un preciso calcolo di costo VS beneficio

Risposta (ChatGPT):

Hai sollevato un punto interessante sulle limitazioni della visione che associa il libero arbitrio solo alla capacità di non “cedere” alle circostanze avverse, che sembra suggerire una valutazione non lucida. In effetti, esiste una dimensione del libero arbitrio che implica un calcolo attento e razionale dei costi e dei benefici, che può portare a decisioni più meditate e potenzialmente diverse.

Costi vs Benefici nella Decisione

L’approccio di costo-beneficio è un aspetto cruciale nella teoria delle decisioni e può essere applicato efficacemente anche nell’analisi del libero arbitrio:

  1. Valutazioni lucide in situazioni avverse: Anziché una semplice resistenza alle circostanze negative, il libero arbitrio può manifestarsi attraverso decisioni ponderate, basate su un attento bilanciamento tra i costi e i benefici previsti. Ad esempio, una persona che decide di rimanere in un lavoro poco gratificante potrebbe farlo valutando che i benefici economici superano il disagio personale, piuttosto che semplicemente “sopportare” le condizioni.
  2. Lucidità nelle crisi personali: Anche nelle crisi personali, come una malattia grave, la scelta di accettare o cercare un trattamento alternativo può essere basata su una valutazione dettagliata dei possibili esiti, degli effetti collaterali, della qualità di vita attesa e delle opinioni mediche, anziché un mero atto di resistenza al destino.
  3. Scelte sociali e culturali: Nel contesto socioculturale, le decisioni riguardanti l’adesione a tradizioni o norme possono anche essere il risultato di valutazioni dei costi sociali e personali associati alla conformità o alla deviazione. Ad esempio, una persona può scegliere di seguire una norma culturale non perché la subisca passivamente, ma perché valuta che il mantenimento delle relazioni familiari e sociali offra benefici superiori rispetto al costo della non conformità.

Questi esempi dimostrano che il libero arbitrio può essere esercitato attraverso decisioni che non sono semplicemente reazioni a circostanze avverse, ma risultati di processi decisionali complessi e riflessivi. Questo punto di vista offre una comprensione più ampia del libero arbitrio, considerando sia la resistenza alle difficoltà che la capacità di fare scelte consapevoli basate su valutazioni logiche e informate.

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L’argomento di questi ultimi anni, per me, è: vorrei che la psicologia clinica si assumesse la responsabilità di dichiarare che tutte le sue operazioni sono volte al benessere dell’individuo che sia lucidamente determinato a sopravvivere a prescindere dal fatto che tutte le terapie si fondano sull’accettazione che la vita è intrinsecamente mescolata a fatica, sofferenza, dolore. Questo però non è un assunto fondativo generale. Si tratta infatti già di una delle due biforcazioni di un bivio: mi sta bene / non mi sta bene. Quello che trovo pericoloso dal punto di vista normativo/legislativo è che, nel momento di prendere decisioni informate, il legislatore non si interroghi sufficientemente sulla base di alcuni ragionamenti degli specialisti psicologi e finiscano, in tema di libertà di scelte su fine vita, esistenza eccetera, per accettare acriticamente ciò che sembrano acriticamente accettare coloro che sono dediti al “far stare bene la gente” mentre si tratta di “far stare bene la gente CHE VUOLE SOPRAVVIVERE, automaticamente appiccicando una patologia a chi liberamente decide che questa valutazione sia soggettiva “.

Il fondamento legistlativo che patologizza una scelta libera soggettiva solo perché minoritaria nascondendo invece l’utilitarismo monodirezionale della società che intende estrarre beneficio dall’esistenza dei singoli, senza curarsi della loro felicità (poiché intrinsecamente considerano deboli e biasimevoli alcune condotte che altrimenti richiederebbero sforzo collettivo) è, per me, fascista. Malvagio, egoistico mentre considera egoista il singolo che non si fa fregare dall’egoismo di tutti gli altri singoli mentre ipocritamente si aspettano contributo. I numeri su quanti siano ricchi e quanti poveri nel mondo, rispondono alla critica di “assurdità”.

Scegliere di sottrarsi deve essere considerato al pari della scelta del lavoro intrinsecamente forzato della sopravvivenza. Come scelta libera riconosciuta valida dalla società dovrebbe, quindi, trovare un aiuto rapido ed indolore che renda effettiva questa pratica libera, deliberata di interruzione volontaria dell’esistenza. Additare a pigrizia del singolo la poca voglia di fare lo schiavo ignora la contemporanea pigrizia di tutti di adoperarsi per rendere la società collettivamente responsabile nell’elevarci rispetto alle scimmie ed altri animali gerarchici, competitivi, dominatori dei propri simili e collaborare, considerando il vantaggio proprio che porta danno ad altri come il principale dei mali inaccettabili. La scelta di non-esistenza, in questa ottica, scomparirebbe come “male” e sarebbe una valida scelta come tante altre, che non parte da presupposti machisti, efficientisti (solo per i sottoposti e i singoli), arrivisti, aziendalisti che spostano la responsabilità sul singolo che DEVE sopravvivere, ma sulla società nel suo complesso che la renda una scelta DESIDERABILE ed attrattiva. Soprattutto se, in fondo in fondo, quel che vuoi da quel singolo è che contribuisca a fare qualcosa per te. Beh sbattiti, o lasciami morire, ma con onestà intellettuale.

Broken people

MD, ragazzo che ho osservato crescere e diventare da studente universitario, ricercatore di punta, è stato bruciato dall’impegno e dalla mancata corresponsione di contropartita. Forse ingenuamente convinto che l’impegno dovesse essere giustamente essere scambiato con qualcosa di valore, un vantaggio reciproco, ha scoperto sfruttamento e menefreghismo. Tra l’altro l’ha scoperto laddove mi aveva raccontato di cose molto belle, di speranze per l’umanità, pensavo. Comunque ha dato molto e si è sentito semplicemente abbandonato, alla fine.

Per un secondo mi viene da pensare al fatto che il senso di abbandono, il non saper stare soli con sé è la differenza, che i problemi li hanno tutti, e gravi, che l’ingiustizia è la base, ma la differenza la fanno tutti quei soggetti che sanno combattere da soli, trovando certamente, di tanto in tanto, conforto in qualche alleanza, in un attimo di riposo mentre appoggiano armi e scudi, ma che poi rifanno un profondo respiro, caricano il peso del vivere solo su di sé, senza aspettarsi alcunché: loro, solo loro sono gli adatti, non noi.

Ma in fondo non è di questo che parlavo: di gente spezzata ce n’è tanta. Rotta dentro, con una crepa, una ferita che non li farà mai più tornare come prima. Azzoppati quando prima volevano – e potevano – correre. Troppo sensibili forse, troppo bisognosi di affetto senza abituarsi che no, non ce n’è sempre?

Non lo so. Penso di trovarli tutti in un club, un centro sociale. Reduci dai campi di concentramento del dolore intimo: persone che semplicemente capiscono, oppure “ora capiscono”. Sanno di cosa parli, sanno che in fondo si potrebbe fare, che in fondo sarebbe facile, ma che ora non lo è più, che ora non ne hanno più la forza, che vogliono solo che quel dolore abbia fine. Qualsiasi sia la causa di quel trauma, sono e sanno qualcosa che altri potrebbero non capire mai, né per esperienza né per ragionamento. Persone che potrebbero avvicinarsi, bersi una cosa, chiacchierare, farsi forza a vicenda… tanto quanto tirarsi giù a vicenda, invece. Come una grande mensa aziendale o scolastica, immagino donne e uomini, ragazze e ragazzi, cercare di buttar giù qualcosa, anche preoccupati di qualcosa sul cibo, sul corpo, sulla poca voglia, ma fondamentalmente seduti assieme, consapevoli gli uni degli altri e almeno miseramente confortati dal fatto di non essere esemplari unici di qualcosa che vorrebbero non fosse mai esistita.

Non essendo qualcosa con cui fare soldi resta certamente un’idea di fantasia. Non so poi se avrebbe una utilità o se sarebbe solo benzina sul fuoco del dolore, autoindulgenza quando è necessaria forza d’animo e disciplina, non stupido wishful thinking badate bene, ma solo alzarsi quando vorresti stare seduto, perché è necessario e perché potrebbe portarti qualcosa di buono, non per un senso di fascistissima volitività o di disprezzo verso il debole e una intima convinzione di inferiorità di quello stato, con colpa e magari dolo … semplicemente non so se troppo lenimento alla fine scioglie e diluisce quel po’ di entusiasmo che sappiamo tutti che potremmo avere prima che qualcosa o qualcuno lo polverizzi con qualche merdata.

Boomer ang

Una mia anzianità. Oggi un piccolo battibecco su quella che lei considera una mia rigidità. I fatti: oggi pomeriggio l’ho pigliata per andare a prenderci un caffè; in casa di sua madre perché è gratis, non vedeva l’ora di uscire. Arriviamo in loco, arriva telefonata del suo attuale tipo, si premura di “non farsi sgamare”, poi lo fa e sta a giustificarsi con lui che “non ci vediamo tutti i giorni” (al quale non interessa, anche fosse) … lei che è per il femminismo. Indipendenza non ci siamo, né come autosufficienza, né dal maschio. Se la prima è ok per l’età, la seconda non è coerente per ciò su cui attualmente si infervora. Mette giù, prendiamo il caffè, mi racconta un video e poi me lo vuol far vedere. Mi rifiuto, di persona voglio te, poi il video l’ho capito, non è un film, me lo hai raccontato. Si offende credo, vedo, si trattiene, ce ne andiamo.

Verso sera le mando un video, premurandomi di specificarle che per i suoi standard è lungo: ogni volta che le mando qualcosa mi dice che è lungo, i messaggi erano lunghi, ogni cosa era lunga, gli scritti lunghi. Visto che il video riguardava un argomento che le sta a cuore e di cui parliamo, la avverto che è lungo, ma che il suo contenuto vale la pena.

Mi dice “ma è di Mercadini, non importa se è lungo, lui mi piace! E poi sei tu che non vuoi vedere un video di due minuti, che sei rigido!”.

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andare ai matti

Mi stupisce tutt’ora che alcune delle persone più intelligenti che io abbia conosciuto personalmente – quindi non intendo le persone più intelligenti di cui io abbia notizia – si vergognino alla sola idea di considerare la possibilità di avere bisogno di un aiuto psicologico.

Ancora esiste lo stigma della pazzia. E sia, lo stigma ci sta: la gente è merda. Ma al di fuori del branco, del magma amalgamato di teste di cazzo, del giudizio altrui, dell’esposizione di sé pubblica. Dico tu, con la tua capacità di pensare, di ragionare: non puoi capire che quello che un buon amico, una serie di buoni amici, di persone dotate di buon senso, di persone sagge, esperte (vecchi o gente che ha vissuto, o che ha letto da fonti affidabili) sanno fare e possono fare e, in effetti, fanno in maniera innata, può essere fatto anche professionalmente ? Quindi niente di incredibile, niente di macchiato dall’oscurità del manicomio. Qualcuno che ti ascolta e ragiona con te. Solo che tutte le stronzate che ti racconti lui le ha già studiate, conosce i meccanismi.

L’analisi serve a conoscersi. Ed ha dei meccanismi.

Mica vuol dire che sei matto. Mica se ti fa male una gamba sei storpio. Mica se hai bisogno degli occhiali sei cieco. Mica se ti serve l’amplifon sei sordo.

Visto che la “pazzia” la possiamo considerare come un livello di handicap “irreversibile e supremo”, mi sento di fare questo assurdo paragone con degli altri malanni del corpo. Non hai “la mente malata”, non è che non ti funzionano i neuroni, che sei rotto, che hai un problema elettrico, strutturale. Certo si, qualcosa si è spezzato, ma non sei fuori di testa. Sei solo disorientato: riconoscere di avere bisogno di aiuto e farselo dare, o lasciarsi consigliare … non significa essere matto.

Il re ha i consiglieri. Il governo (non il nostro, dai, pensatene uno che funzioni) ha gli esperti. Persone che conoscono specificamente quelle date discipline sui cui è bene essere consigliati prima di decidere. Bene, l’analisi analizza: ma tu non sei una cavia. L’analista, sempre ammesso che tu vada in analisi, aiuta te a conoscere te. Non ti conosce mica. Ti aiuta a conoscere te stesso, a capire qualcosa che tu non stai capendo. Ma non fa sparire il dolore. Aiuta a sciogliere la confusione, la poca chiarezza. Ti aiuta a scavare dove tu non vuoi, non sai. Continue reading →

Perché alcuni uomini sono feticisti dei piedi? – o anche no?

gambe magre con tacchi a spillo

io penso subito alla figa

via Perché alcuni uomini sono feticisti dei piedi? dice questo sito – Io non sono d’accordo praticamente su niente, quando consideriamo il fatto puramente estetico. Visualizzate la gamba nella sua interezza: piede a martello: goffo, taglia la sinuosità della “S” fatta dalla gamba. Piede in punta: gamba lunga, magra, snella, molto vicina all’aspetto estetico generale che esprime vigore e giovinezza. Tacco: aiuta ad ottenere questa posizione anche in piedi senza essere una ballerina, costantemente, oltre al fatto che favorisce una postura sexy, imponendo un certo “raddrizzarsi” culo-pancia-seno-spalle-collo che rende meno curve e più “sicure”. Certo, poi devi saperci camminare. E ti fa sculettare, facendo in ogni istante evidenziare curve e controcurve.

Sesso? Beh, tieniti le scarpe e avrò una maniglia interessante per rivoltarti in vari modi, oltre all’aspetto sexy che prenderà la tua gamba, manifestando costantemente nel rapporto la voglia di essere troia con impegno. E ricordo che uso questa parola come sinonimo di “amante del sesso, amante del cazzo, persona con notevole appetito sessuale e determinato impegno a godersela, non solo a farlo accadere perché capita”.

Piedi da soli? Da soli che me frega? Se sono il termine di una splendida gamba. Se sono in un posto molto vicino al viso mi dicono che ti sei messa in un modo particolare… se sono vicini alla testa vuol dire che mi stai accogliendo tutta, per farti prender meglio, ti scopo il culo? Ti scopo la figa? Ti scopo in bocca? non so, ma se ci sono di mezzo tutte le gambe tanto che possa vedere anche la parte sotto del piede posso abbracciarti tutta, prenderti tutta, sentirti tutta, accarezzrti mentre ti scopo. A me le belle gambe ricordano sempre l’insieme, e sempre le creste iliache, il monte di venere e la figa, splendida. Sono un feticista della figa? Ah. Come fotografo. Ma come uomo… se la porta una stronza può metterci dentro anche un frullatore e divertirsi. Continue reading →

l’aiuto non ti sostituisce

Ci sono momenti in cui sei spezzato. Una crepa ti passa da testa a piedi e il dolore ti devasta. Non riesci a fare niente, senti il tremore negli arti: il più piccolo gesto diventa difficile.

Se hai predisposizione o una storia di introspezione, lo fai, cerchi di guardarti dentro, di aiutarti. Ma se lo fai da tanto, a parte avere familiarità con la cosa, se continui a farlo, non hai risolto. La parte “aiutati” ce la stai mettendo, ed è ora del “che Dio t’aiuta”. Ma siccome Dio non esiste, ti devi far aiutare da qualcun altro. Che poi questo qualcun altro sia la persona giusta e che ce la faccia ovviamente non è detto.

Quello che è detto sempre troppo poco è che costa tanti soldi e che il dolore ce l’ha tanto il povero che il ricco.

Ma a volte qualcuno pensa: se mi faccio aiutare mi adagerò, mi metterò nelle mani altrui e io non mi rialzerò più: se uso un farmaco ne diverrò dipendente per sempre, se uso una persona che è un farmaco, lo stesso: io non saprò più aiutare me stesso.

Ma fino ad ora davvero ti sei aiutato? Magari un po’. Ecco. Questo ti risponde: un po’ puoi farti aiutare: non diventi TUTTO di qualcuno. La stampella non dura tutta la vita. Magari le pillole per la pressione si. Ecco: ci sono differenze.

Ma il dolore può essere talmente insopportabile… e venirne fuori e tornare a respirare… riguadagnarsi alla vita… sempre che questa vita la si fosse apprezzata, prima, è una cosa da tentare.

Quali risorse gratuite ci sono per l’aiuto psicologico in Italia? A me risulta che solo per le dipendenze (gioco, alcol, droghe) ci sia vera disponibilità, continuativa, gratuita. Qualcuno ne sa di più? Quando ho avuto bisogno io ho trovato il consultorio. Ho anche trovato il “telefono amico” (via mail) ma quello mi serviva a poco. Alla fine quando vuoi farla finita loro non sono quelli giusti. Altro, esiste? Io lo so che la gente deve essere pagata. Non sto dicendo che debbano lavorare gratis. Sto chiedendo come i pazienti possano accedere gratuitamente a qualcosa che qualcun altro (la società, lo Stato, qualche ente) mette a disposizione gratuitamente.