“La teoria la so tutta”

Parlavo con B, quei 10 minuti al giorno in cui guarda altra roba e in qualche modo con un orecchio mi ascolta, con l’altro ascolta tablet e cellulare, ma ha la grande abilitàò di ripetere le ultime 10 parole correttamente per cui sembra che mi ascolti, ma poi a volte ascolta davvero, specie se ha iniziato lei. Mi diceva che P è incredibile perché ha studiato psicologia eppure si comporta in quel modo. Mi ha ricordato la donna lunare, che spero ora il più felice possibile con qualcuno accanto che non sono io, che diceva sempre “la teoria la so tutta”, a ricordare che aveva sentito e letto molte cose che riguardavano i suoi mali.

Spesso abbiamo la mappa, le foto del luogo, persino cartoline con la foto di chi ha raggiunto la meta, ma niente dentro di noi per percorrere serenamente il tragitto.

La spero sempre felice.

Una delle luci che ha acceso in me è stata quella del “se non mi amassi ti farei cagare”. Proprio scrivendo qui (nella versione del blog in cui ci conoscemmo) ne avevo parlato e lei ironicamente mi scrisse “fattene una ragione, vieni apprezzato per le tue qualità umane”. Come dire “buttale via… perché ti fa schifo?”.

Ma perché per me è come essere educati. Cioè, il problema è NON esserlo, la normalità è esserlo, la virtù è qualcosa di eccellente, che so… restare educati e pacati in situazioni difficili. Ma è come respirare. Io respiro e Usain Bolt respira, se usain bolt è amabile o meno, questo non lo rende meno forte. La sua forza è misurabile, il record lo stabilisce anche se è antipatico.

Amore, infatuazione. “Mi stai sul cazzo e spari cazzate ma ti amo”. Per me questa cosa non esiste. Esiste invece “talvolta spari cazzate, talvolta fai cose che non sopporto e non sono queste quelle per cui ti stimo e che mi attraggono, ma di solito ragioni, di solito fai cose che mi piacciono, in generale ed in particolare nei miei confronti”. Questo è sensato. Ma quando ti piace questo perché piace a me, fai questo perché piace a me… qualcosa non va, qualcosa è pronto a spezzarsi, il tuo pensiero è pronto a diventare “e io che ho fatto tutto questo per te! TI HO DATO i migliori anni… ” eccetera, “solo perché ti amavo!”.

Ma se stavi male che cazzo?!?!!!! Se NON VOLEVI FARE non dovevi fare. Se non ti piaceva fare, non dovevi fare. Se non amavi parlare o ascoltare, non dovevi farlo. E questo proprio mentre amavi la persona. Perché proprio mentre la amavi le stavi mentendo. Ti succhio il cazzo perché piace a te.

Ma che schifo! Te la lecco solo perché piace a te? Ma che schifo!

Ti ascolto mentre sproloqui e affermi assurdità insensate perché ti amo e non ti dico niente perché ti amo.

Magari anche se non mi ami puoi dire solo “non sono d’accordo ma soprattutto sono argomenti che mi interessano poco e non ho voglia di investirci tempo ed emozione, mentre invece lo farei su questo questo e questo”. Ma se non lo faresti nemmeno in altro, ecco, mi chiedo: ma perché esiste questa relazione? Amicale, di frequentazione, perché?

photographer in his studio

Se invece la spostiamo sul “fare qualcosa”, diventa una aberrazione ancora più grande: vengo da te a farmi i capelli perché sei simpatico. E se ti monco un orecchio? Se ti faccio un taglio sbagliato? Anni 30?

Vengo da te, fotografo, perchè sei mio amico. Conosco te. Si ma ti fa schifo il mio stile o comunque non te ne frega un cazzo perché vuoi quello che vuoi tu, che è il contrario di quello che faccio io.

Vengo da te perché mi stai simpatico. Mi fa uscire pazzo. Chiaramente io sono felicissimo di starti simpatico, su questo non ci sono dubbi. Non mi piace starti antipatico, amo relazioni allegre, magari gentili. Ma quello che faccio è importante: se per te non conta mi sento una troia. Perché tu compri il mio aspetto umano e non la mia prestazione lavorativa. Che sia un problema mio può darsi, che sia anche un problema della mancanza di rapporti umani? Cioè finisci per pagare una cosa che dovrebbe eserci sempre?

Certo non ti prendo a calci in culo “vattene, non ami la mia arte, ami me!”. Ma qualcosa si rompe. Cerco sempre di pensarci “ma questa persona ci capisce qualcosa? vede la differenza?” e di dare comunque il meglio che posso, contanto che il risultato lo vedrà qualcuno che non sta vivendo l’esperienza.

Fatto sta che in una auto-meritocrazia mi sembra un imbroglio, un inganno, un agitare le mani per distrarti da una macchia sulla mia camicia, sulle mura imbrattate, sulla mancanza di qualcosa per cui eri invece entrato da me. Come se la mia gentilezza fosse un gioco delle tre carte e tu te ne uscissi con qualcosa di cui io non sono soddisfatto e tu non sarai orgoglioso, magari chiedendoti perché costi così tanto… che non era mica poi così tanto simpatico quello la eh.

Quello che ti offre un bar, un locale, è differente da quello che ti offre il fornitore di un servizio, anche alla persona, anche artistico. Da ritrattista sono il primo a dire che la relazione è fondamentale. Ma se è un matrimonio, un reportage… le foto le dovrai guardare, no?

l’armanda

quando ero studente c’era un bar, che ha un nome, ma dicevamo che si andava dalla tipa che lo gestiva. Mi trasmetteva disagio, fastidio, malcelata sopportazione al limite, nei miei confronti. Portamento militare, pulizia in stile austriaco, qualcosa nel terrore della sua dipendente e nel suo apparente servilismo nei suoi confronti sembrava dire di più.

Non avevo notato subito, poi, che stava molto attenta alla gente bene. Dottore! Ingegnere! Avvocato! Maresciallo! Persone importanti, grandi leccate di culo. A me, capellone del cazzo che viene a marinare la scuola, quasi non mi badava. Le avevo detto chiaramente che venivo li per i suoi splendidi caffè aromatizzati (allora non si usava) e che le avevo portato almeno 20 clienti. Sbattercazzo. Mi guardava sempre schifata. Distacco, servizio, lavoro. Me ne sono sbattuto: io volevo quel buon caffè, il caffè dell’armanda. Che era pure sul giornale perché era una donna, perché aveva innovato, perché piaceva. Ho scoperto dopo quanto facile fosse finire sul giornale.

Ecco, ad un certo punto, e neanche tanto tardi, il fastidio è diventato reciproco. Forse entrambi ci lasciavamo di spalle con un “… di merda” sussurrato a denti stretti? Chi lo sa. Non ricordo con esattezza. Io ho sempre distinto il buon prodotto dal resto. Mai detto che siccome uno mi sta sul cazzo non fa bene le cose. Ma specifico bene quali. Ad esempio: è antipatica come la dermatite nel retto, ma il posto è più pulito del dentista e il suo caffè al cocco è meraviglioso. A parte per l’ordinazione non le rivolgerei la parola ma niente, anzi, tutto, da dire sul caffè. E quando ha chiuso, anche se ho pensato “ben le sta, così impara che un bar non è solo prodotto ma anche servizio e che noi non siamo plebe”, chi l’ha sostituita non mi fa la minima voglia di entrare. Tranquilli, regolari, offerta noiosamente irrilevante. Continue reading →

non ci meritiamo un cazzo

Prendo spunto dal sintetico e sagace “ci meritiamo tutto” di Tiasmo ad un mio commento da zitelloacido (sul fatto che “voi donne che dite così vi meritate gli stronzi che scegliete”) …

Da intelligentissima qual’è, mi fa riflettere. Ha ragione. Le donne così si meritano ogni cosa: sono causa dell’effetto, consapevoli, attrici ed artefici della propria fortuna o sfortuna. Non si tirano indietro: si meritano la lode, si meritano (si MERITANO, non è accaduto per caso) il risultato. Non accade e basta … sono li, sul pezzo, non è una rendita prestabilita. Devono sempre fare. E fanno.

Quindi anche sul mio commento da zitelloacido … si: si scelgono gli stronzi e quindi hanno gli stronzi che si meritano, che sono meno affascinanti quando sono stronzi con te. Ma sono attive nel prenderseli: li vogliono, se li contendono, si preparano per conquistarli, non se li fanno piovere addosso e poi, per pigrizia, non li tolgono via come se fosse forfora.

Cosa che invece, cari maschietti, molti di noi certamente fanno con le persone, le cose, con i fatti della vita. Molte volte. Troppe volte.

Poi magari lei intendeva altro 😀

Aziende in chiusura, quattro gatti e sotto pressione

Vivere la chiusura di un’azienda strutturata in cui non si era tantissimi, ma comunque un buon numero, ognuno con il proprio compito e settore, e specifica competenza diventa davvero dura quando si riduce sempre più il personale e si da per scontato che “qualcuno le cose le farà”. Perché ovviamente non è così. La gente non è competente perché gli dici “da oggi sei competente” … al massimo puoi dire che “gli compete” nel senso che se ne deve occupare… ma non gli conferisci automaticamente la capacità di farlo.

E così succede che prima uno che faceva 4 cose poi ne fa 24 … e ancora ce la fa… pur impazzendo ma ce la fa… ma poi arrivano cose proprio che non sai fare… che nessuno ti ha insegnato e chi le faceva prima era bravo, aveva una conoscenza. Il meccanismo macabro però rischia di trasferirsi dai piani alti a quelli bassi.

I colleghi – in panico – cominciano ad aspettarsi anche loro che qualcuno “faccia le cose”. Ma chi le faceva prima non c’è più. E nessuno sano di mente penserebbe, di fronte ad un supermercato chiuso da un mese di suonare il campanello di fianco e dire “ma scusi… io dovevo comprare… io mica posso fare senza… me la da lei la roba, no?” e se il tizio ti risponde “ma sei fuori di mela?” – che tutto questo sia consentito. Eppure… ognuno vede venir meno la possibilità di completare un processo che si faceva in team… ma mica per parolone: perché – semplicemente – non è vero che tutti fanno tutto. Continue reading →

Sgarbi e l’antimeritocrazia, lui ironizza? forse, ma…

ubi maior minor cessatHo sentito una registrazione di una intervista a Sgarbi, credo su radio24, dove Sgarbi sostanzialmente diceva – immagino ironizzando – “quelli che ce la fanno comunque si arrangiano, ma noi dobbiamo pensare agli altri, quelli che non ce la fanno: li mettiamo lì, gli diciamo fai quello che riesci, stai zitto, stai buono, rivotami, prendi il tuo stipendio e andiamo avanti” …

era qualcosa del genere, non dico affatto che le sue parole fossero queste, ma il modo in cui le ricordo e le ho percepite io.

In effetti credo che abbia detto anche “perché altrimenti a questi altri cosa gli facciamo, gli spariamo? li lasciamo morire?”

Guardiamoci intorno; io la trovo interessante questa dicotomia “o sono meritevoli, o muoiono” … a voi basta così?

Per me “-crazia” significa “governo dei” … quindi per me la “meritocrazia” sta bene: governo dei meritevoli … mi piacerebbe di più “governo di quelli che cercano il meglio per tutti senza far danno a nessuno” ma ok, l’utopia non è un buon obiettivo principale. Ma non significa “modo di stare al mondo per tutti” … è per scegliere chi comanda, chi dirige verso il meglio, non chi deve vivere. E lo so bene che la gente la si lascia morire. E’ più codardo lasciar morire la gente organizzando la società in modo tale che rimangano senza nulla o metterCI al muro e farci fuori tutti presto e bene? mi ci metto anche io in mezzo, che non pensiate che sia per l’eugeneticadegli altri. Ci metto anche il mio di culo in mezzo.

Ma ovviamente avrò frainteso.

AAA cercasi perdi tempo full time

immagine raffigurante offerte di lavoro su un giornaleAAA – cercasi perditempo: causa doppio regalo, astenersi impegnati, persona non qualificata, non specializzata, possibilmente non abile in alcunché, incapace di ragionare onestamente e pacatamente o di fornire un qualsiasi servizio a chiunque, con meno esperienza possibile (eccetto lo “scarica-barile”), da assumere immediatamente come figura quadro, superminimo garantito a piacere, 13ma, 14ma, 2 mesi di ferie, auto, carburante e mensa pagate. Prerequisito minimo è non parlare correttamente la lingua italiana, possibilmente denigrando chi lo fa (trad: se parli male è mejo e mi raccomando sfotti i fighetti che parlano da fighetti), una predisposizione alla distrazione mentre gli altri parlano sarà considerato un plus. Continue reading →

Depressione e mondo del lavoro (o del business)

Avete mai guardato i sintomi (cardine e/o associati) o le caratteristiche della depressione maggiore ? E’ probabile che lo abbiate fatto solo se ne siete affetti o se vi sembra (o siete certi) che un vostro caro ne sia affetto; quindi è un peccato che a questo discorso non si accostino tutti quei baldanzosi spaccamuri che poi magari se ne escono con i vari maddaaaaaaaaaaai e altre frasi alla seisolopigro stile venditori in postipnosi da PNL.
Ma i sintomi li avete letti? Cercatevi una fonte attendibile e date un’occhiata. E’ una malattia, badate bene.
Eppure ognuna delle cose che il depresso ritiene di sé o della vita potrebbero essere di per sé valide (davvero non serve a nessuno, davvero non sa fare niente, davvero non vale nulla per nessuno – dispiacere dei parenti a parte – davvero ha sempre sonno, davvero le condizioni non si risollevano per motivi che basta seguire assieme per concordare sulla loro fondatezza, senza ricorrere alla “speranza” che di per sé è già indice di un problema) …
Ecco, supponiamo che il patologo dica “ah, consideri di non valere nulla ma non è vero, sei depresso”. Ok, il tipo è malato? Ok, è malato. Poi legge gli annunci sul giornale e sembra che il giornale sia malato anche lui, perché il messaggio che gli manda è “non vali un cazzo, di annunci per te non ce ne sono”. Poi si devono essere ammalate anche le aziende perché quando il tizio manda i curricula in giro per il pianeta nessuno gli risponde. Poi quando il tizio pensa che sa fare questo o quest’altro a nessuno serve, lo sanno fare anche loro uguale o anche meglio e comunque di certo non pagherebbero perché quella tal cosa venisse fatta; devono risentire anche loro della malattia di Tizio, no? Sicuramente.
Vediamola dalla parte del superbo, del critico, del capace, di qualcuno che deve riconoscere il valore di altri per qualche motivo. Ognuna di queste persone NON riconoscerà alcunché a Tizio. Gli mancherà sempre qualcosa. Non sarà mai bravo come Caio, non è possibile pagare la cifra taldeitali perché “cosa ci vuole a fare quello che fa? Lo posso fare anch’io” o “lo può fare uno più giovane, più vecchio, più esperto, più simpatico, meno costoso, più qualcosa, meno qualcos’altro.
Bene.
Allora Tizio è malato o no? Sono tutti malati con lui?
La pecora che bruca l’erbetta non ha questo problema. Lei vive. Non preda, ma potrebbe venire predata, certo. Ma, aggressioni a parte, le basta brucare e non procreare eccessivamente.
Se “la norma” dice che tu operaio devi fare cento pezzi all’ora e tu non li fai, allora tu non sei depresso, tu non vali un cazzo. Se tu muratore devi fare 4,5 metri di muro in una giornata e tu ne fai 3,5, tu non vali un cazzo.

La scomparsa della qualità #20120322

Fare lavori che tutti possono fare, che molti possono fare, che molti possono autonomamente imparare, può essere una scelta relativamente facile, talvolta controproducente. Così magari ne impari uno più difficile, oppure impari a fare la versione “pro” , oppure solo l’applicazione “pro” … ma quando la qualità del tuo lavoro non viene più compresa dal tuo cliente, essere pro è solo uno svantaggio, mi pare, ormai. Perché essere pro significa spendere più energia, dover spiegare, metterci più tempo, a fare qualcosa che non viene percepita, che sembra scontata o strana, che sembra una fregatura rifilatati da un azzeccagarbugli che fa “sembrare complicato e difficile e di qualità una cosa che tanto mi faccio anche io”. Succede in tanti mestieri. Lo trovo sconfortante perché molti non fanno altro che considerare questo rilancio verso il basso nella qualità di ogni cosa come normale; non come decadenza della civiltà e scomparsa di capacità di apprezzare e riconoscere il valore che in seguito lo promuove, invece di squalificarlo.
Quando lo disprezzi (non ne accetti il prezzo) allora finisci per considerare accettabile ciò che è di più bassa, se non di scarsa, qualità. E ciò che è, qualsiasi cosa sia, peggiora, invece di migliorare. Ciò che tutti possono fare non tende al meglio. Tende alla stagnazione. Magari nasce un modo nuovo, ancora meno costoso, ancora meno faticoso, ancora più “vai che va bene” sempre più alla portata di qualunque incapace.
A cosa porta tutto questo?