Red-Anzian 578348957

Nel 2015 (credo sia reperibile scartabellando nei link) finalmente ottenevo la mia sala di posa. Dopo 2 anni di incessante ricerca, scontro con condizioni impossibili, tentativi di lavorare in studi di amici, scoperta di alcuni limiti umani dolorosi, scoperta di tantissima umanità nel cammino, finalmente si poteva lasciare la roba lì, trovarla il giorno dopo, avere un posto dove lasciarla, la roba, ti permetteva di averla, anche: furono gli ultimi soldi della liquidazione del vecchio lavoro insieme alla mia ultima ed attuale auto (puttana di una puttana di auto che adesso mi stai facendo morire).
Anziani che volevano aiutare “i giovani” (chi, io, signora? mi ha visto? Le faccio vedere la carta d’identità?), gente del posto che non mi ha aiutato ma MANCOPELCAZZO, stranieri che mi avrebbero aiutato anche con un centimetro quadrato gratis. Prima facevo altro, la storia la sapete, la fotografia l’ho toccata davvero a partire dal 2003 eccetera eccetera. Ho festeggiato i 10 anni di “studio” ?

Per ora no.

Sono un coglione ingrato?

Coglione si. Ingrato non lo devo essere né voglio esserlo. Ora mi devo inventare che sbarabaus posso permettermi per “festeggiare”. Manifestare gratitudine: senza quelle persone io non potrei fare quello che faccio. Niente di quello che faccio “dipende solo da me”. Certo, niente potrebbe essere fatto se non lo facessi, ma thanks to the dick, many thanks to graziella too.

Ok ci penserò. Non manca molto alla fine del 2025. In realtà quando pago l’affitto le mie buste sono diventate una raccolta attesissima dalle segretarie di sopra. Visto che consegno personalmente la busta al presidentissimo e che lo conosco, anni fa ho iniziato timidamente con una stronzata: ho scritto allusioni a bustarelle, corruzione. Trattandosi di un luogo ad altissimo impegno sociale, invece, era divertente. Per fortuna lo è, continua ad esserlo. Ma ad ogni mese alzavo l’asticella, alzavo il tiro: mafia, terrorismo, connessioni internazionali, prostituzione di disabili, Al Qaida talebani e Isis, criminali di guerra, malaffare di qualsiasi genere. Prima di dare quella fottuta busta studiavo per fare una cazzata migliore!

Un mese non ero ispirato e ho solo scritto il mese e l’anno. Mi è arrivato un messaggio whatsapp inquadrato-selfie con il presidentissimo e la segretaria che registra le entrate con la busta e le loro facce che dicevano “CHE CAZZO SUCCEDE QUI?”. Ha ha!!! 🙂 Mi sono scusato per non essere idiota.

Questo è già bello.

Però sono anche un vecchio rompicoglioni. Passo presso i loro uffici perché c’è armonia… ma credo che nei miei confronti, presidentissimo a parte che conosco, ci sia più che altro tolleranza. Non so.

Nel 1992 che facevo? E che c’entra? Niente, una inaspettata visitatrice del mio blog aveva alcune date nella sua bio che mi hanno fatto pensare. Nel 1992… credo io fossi ancora in un dolente mondo interiore che iniziava… ma fisicamente? Liceo? Terza? Quarta. Si, la mia prima quarta. 120 ore di assenze. Non credo avessimo già iniziato a suonare, a mettere assieme il gruppo, penso fosse più 1994-1995.

Ma ora che ci penso: come fu che mettemmo su il gruppo? Cioè, io me lo ricordo esattamente il momento. F, T, C mi dissero “eh non è giusto che tu sappia suonare uno strumento! (pianoforte / tastiera NDr) Devi anche tu suonare qualcosa che non sai suonare!!!” – non faceva una piega, ero d’accordo, mi piaceva il basso, mio cuGGGGino aveva un basso, a occhio a nessuno fregava di suonare il basso. Una combinazione di fattori che mi ha immediatamente reso Marcus Miller mescolato a Jaco Pastorius? AHAHAHAHAHHAHHHA manco pe’l’cazzo. Merda ero, merda sono rimasto. Ma con gusto. Ovviamente primo pezzo che ci vide “imparare a suonare”: come as you are (e Kurt era vivo). Si, ovviamente senza chorus, chi sapeva che il chorus esisteva? Mia madre (che va verso i 90 attualmente) quando cito C dice sempre “ah quello che sembrava un gallo a cui tirano il collo?” – apprezzando il suo canto melodioso.

Ricordo il luogo, il momento. Le 6 gestioni di pizzerie che oggi sono invece un susharolo. Ma la colonna attorno alla quale c’erano le panche presso le quali dicemmo le fatali parole… è ancora lì, è tutto ancora vivo, in questa provincia per il resto morente: lì decidemmo di mettere su il gruppo.

Ma com’era successo? Perché ci incontrammo, ci incontravamo e alla fine decidemmo di suonare? Figa? A mia memoria non è mai stato l’obiettivo principale. Gradito, sarebbe stato, ma non eravamo un gruppo acchiappone. Ci fregava di fare la nostra musica, era “la scena degli anni 90” … una cosa che pensavo normale, ma oggi so che è stato un miracolo. Si suonava ovunque, tutti suonavano, tutti ascoltavano, gente con la birretta in mano e la fettina di limone infilata (cose che osservo come un antropologo: io non bevo, non fumo, non altero la mia percezione con le TTTTTTTroke, sorry, strano & noioso since 1974).

M lo vedevo perché eravamo in classe insieme e basta? Boh. E anche lui… so perfettamente perché ci siamo visti: non so come cazzo faceva a saperlo ma arrivò in spogliatoio della palestra del liceo, timidissimo (e per questo coraggiosissimo, comprendo ora) a dirmi “mi hanno detto che hai [nomedivideogioco] con tutti i codici… me lo passi?”. Avventato… pirateria in luogo pubblico… birbantello. Eravamo entrambi degli sfigati, ai miei occhi. Riguardando le foto oggi devo dissentire: non facevo cagare come sembrava a me. E lui è sempre stato sportivo. Ma gli sfigati sono sfigati inside. Credo che dissentirebbe lui, oggi, se lo dicessi. Ma se lo inducessi a ripensarci lentamente, a come si sentiva davvero… ricordo chiaramente che era la prima volta – e lo ringrazio per essersi aperto – che sentivo qualcuno pronunciare qualcosa che comprendevo bene, ma che non era affatto pronunciato da maschi che conoscessi: sentirsi una nullità, invisibile, irrilevante, qualcosa del genere. Per qualche assurdo motivo io non ne ero ancora cosciente, non mi sentivo ancora così. Forse fu così che facemmo amicizia? Oppure nerdaggine informatica? Io avevo l’abitudine di autoinvitarmi dalla gente: in provincia anni 90 no macchine, no cellulari, no mezzi di trasporto… se arrivavi da una parte ad una certa ora… tornare indietro non era un’opzione. Mangiare? Beh soldi. tempi molto diversi dalle laute paghette che ci si attende di avere oggi. I miei mi davano due soldini da quando avevo 8 anni per comprenderne l’uso. Fine.

Nella mia seconda quarta però con M finimmo per essere compagni di classe. E non mi ha mai fatto copiare il compito di matematica. Bastardo. Glielo ricorderò per sempre, anche se mi ha prestato 10000 euro per la caparra di casa che gli sto restituendo euro su euro con fatica e lui non ne ha alcun bisogno perché guadagna i milionardi.

Si, alla fine io ero un lupo solitario e quindi C era amico d’infanzia di M? per questo ci incontrammo? Lui che scuola faceva? Forse no, forse era in classe con M ed era anche amico d’infanzia. T era il fratello di M e probabilmente nel loro mondo erano influenzati da quelli che oggi sono i (nonpossodirlo*) … moltissime influenze ed interessi “alti”, stimoli.

Si, ecco. Grazie blog!

E oggi, per ripagare una parte del mio debito con M sto pianificando un servizio a dicembre per la sua Azienda, così non abbiamo casini di transazioni, iva, tasse, cazzi e mazzi, lui ottiene un servizio vero professionale, si fida, io tiro via parecchio del mio debito. Ma la cosa più importante è che mentre sarò lì gli scasserò la minchia per tirare fuori i pezzi di chitarra del demo del ’98. Fanculo se muoio prima che quela roba sia pubblicata. Non mi frega niente se non lo ascolterà neanche una iA. Deve essere fatto.

Il titolo? riferimenti culturali per meme d’altri tempi.

Merda adesso mi tocca ascoltare smell. Ma… io lo so, lo so che ai tempi non li ascoltavo!!!!!!

* Nome di gruppo musicale Italiano – attuale – apprezzato da gente che se la tira parecchio e che ha ragione di farlo, ma i cui componenti fanno altri lavori per campare, non stiamo parlando di star del pop. Se ve lo dico divento troppo identificabile e non voglio.

Una notevole somiglianza

Nel 1989 quello che ricordo di aver ascoltato sono i Guns And Roses. Appetite for destruction in particolare. Una tipa mi ha dato la cassettina in … non so, seconda liceo? Credo di si. Io ero già “rock”. Quello che passava allora: Bon Jovi intanto, un po’ di glam e hair … “Commerciale”. Ricordo che feci ascoltare due robe dei Bon Jovi a CB, il mio amico, che da quel momento in poi divenne super rockmetaldeppiù mentre io ascoltavo roba varia. Io avevo già una infarinatura-plagio dei miei fratelli, U2, Pink Floyd, Led Zeppelin. Poi lì intorno, nel paesello, c’era tutto un insieme di chitarrismo per cui si sentiva parlare di Blackmore, di Dio, Ozzy, ma io non è che proprio ci stessi dietro: Iron Maiden soprattutto, poi Metallica (mai piaciuti fino al Black Album, a parte alcuni momenti). A me iniziava a piacere Madonna e altra roba pop, anche Italiana. Mi ero consumato tutto De André in concerto con la PFM Vol.2 miliardi di volte (in cassetta) dopo aver ascoltato nell’infanzia alcuni LP. Baglioni “alé oo” una cassetta sola, per anni ho pensato che esistesse solo quella. Ho apprezzato molto gli Spandau Ballet di “Through the Barricades” in una gita alle medie particolarmente triste e solitaria. Sicuramente sentivo anche Zucchero di “Rispetto”, altra roba di mio fratello, qulcosa forse in radio, ma poco la radio io, da piccolo.

Comunque nel 1989 io ricordo che mi fu passato Appetite for Destruction e lo stra-mega-ultra consumai. Poi ci furono le vacanze e scoprii così che era uscito un nuovo album di Zucchero perché me lo vendette un – così li chiamavamo prima che arrivasse altro – “marocchino”. Un venditore ambulante di una qualsiasi etnia e/o provenienza che chi lo sa. Era, ovviamente, stra-piratatissima la cassetta. Ma io, al massimo, notai che la stampa della copertina non era “perfetta”. Ho consumato quella cassetta (Oro, Incenso e Birra) forse ancora di più di quanto non abbia fatto con l’altra.

Ma il mondo stava iniziando una rivoluzione diversa, momentanea, una moda anche, scoprii poi.

Così questa sera quando il mio ex collega Z è venuto a prendermi e ha messo su “una roba” che è iniziata, io ho ascoltato. Sento le chitarre distorte, sento la batteria, il cantato urlacchioso, una registrazione che mi sembra un po’ così.
Ma non con voglia di cambiare. Ascolto ancora, lui mi fa “se vuoi cambiare pezzo…”, io – “no, lascia”.
Nella mia testa penso … beh che sento male, chiedo di alzare. Poi ricomincio, penso “questa gente si è sparata il Seattle sound in vena. Sembrano voler arrivare dove arrivavano gli Alice in Chains ma senza farcela. Però… però il suono delle chitarre… la parte sonora non è male, non la disprezzerei… sembra un ottimo demo di qualcuno che ci credeva davvero, peccato che quel tempo ormai sembra finito nel dimenticatoio, ma chi sono? – penso.
Sento la voce… urla sempre, lamentoso. Casino vario, poca melodia… ma non mi dispiace e poi quel mood… E mi ricordo che la settimana scorsa gli ho regalato “Bleach” masterizzato.

Hey! Ho scoperto che i Nirvana fanno i Nirvana, nel 2025. Bravissimo! È che… io Bleach non l’ho praticamente mai ascoltato; l’avrò sentito… ma ho apprezzato solo qualcosa dei Nirvana di Nevermind ed In Utero, sempre le più famose o riconoscibili? Chi lo sa ormai. Comunque quando lui cantava, quando si capivano delle note del cantato.

A suo tempo ero più sul prog metal, sulla melodia, su altro. Persino gli Alice in Chains mi sono arrivati dopo, li ho cagati dopo. Come sempre pensando “quando non sarà di moda lo ascolterò”. Certo li mi sono innamorato poi, troppo tardi caro Layne. Forse mi serviva più… dolore? Chi lo sa. Ho dovuto sintonizzarmi su certi suoni, scavare nel frastuono per sentire che era si, frastuono, ma prodotto da un centro che suonava, eccome. Oggi cambierei solo la batteria di Dirt perché suona troppo rimbalzosa plasticosa anni-80, così come in Undertow dei Tool. Forse qualche cosa sugli alti, ma in generale è perfetto.

Quindi ecco, ormai quel sound per me è possibile. E quando l’ho sentito… beh mi è sembrato proprio del periodo del grunge.

I Nirvana.

Applausi a me eh?

Ad ogni modo un regalo a voi qui. Pensavo fosse il contrario, invece…

qui una volta era tutta f

Vivo di notte (con le anime perse? non saprei proprio) molto spesso. In ufficio di X mi fanno arrivare la cover con Amazon, poi con il locker ho preso alcuni adattatori (che non bastano mai) per cuffie varie.

Esco, saranno le 2-3 di notte, io ho le cuffie, vi ricordo che tecnicamente sono un cinquantX enne con vario pelame grigiastro, in braghe corte, sneakers, maglietta (ma panza) e codino. Occhiali, ahimé. E incontro anche te (che corri a pregare un po’ Dio? non credo) , ragazzino, che … beh tu torni a casa. Non mi guarda, immagino che mi abbia comunque visto e si faccia i cazzi suoi. Com’è bello che a lui pantaloncini e maglietta stiano così bene. Io comunque ho caldo, quindi fottesega.

Salgo nella brum, vado verso il locker, parcheggio, scendo, vado al locker, prendo gli adattatori (w il locker santo subito) buttando via la busta di cartone. Penso che andando ad X mi fermerò in studio e lascerò 2x di ogni adattatore e gli altri a casa, magari controllando che tutto sia in ordine.

Ma ad un incrocio noto che i caramba mi stanno seguendo. Ho le cuffie. Non ho la cintura. Quindi prima cosa via le cuffie! Poi freccia qua, gira là intanto metto le cinture. Fine. Per il resto sono un cittadino modello (non top-modello esteticamente, altrimenti forse mi fermerebbero meno… ma mi mi fermavano anche quando ero piacente: capelli lunghi: quindi ricchione; ricordo un “eh ma voi potreste anche essere omosesuali!” negli anni ’90) ma… si, mi stanno seguendo. Me ne fotto (perché ho la maglia di lana e me la rido, har har – questa è proprio per pochi; hint: RatMan) e procedo esattamente al limite. Perché lo sappiate: io corro e mi dimentico la cintura. Fine della mia criminosità. Ah beh, ascolto anche musica a palla. Quindi in effetti metto quella. Gira, rigira. Lampeggianti, mi fermano, patentelibbretto.

Non bell’atteggiamento, prossemica, postura, tono, posizione dei due; sono abituato perché sono vecchio, me ne fotto. Buonaseragienteeeeeee. Dove sta andando? Per anni ed anni ho risposto “questi non sono affari vostri” andando a divertirmi per le successive mezz’ore. Mentre oggi “vado a <nomedellacittà>”. Avevo quasi pensato di dire “e se volete venire con me vi offro accesso alla macchinetta del caffé ma le monetine dovete mettercele voi” … ma non sembravano simpatici. Uno era ragionier pignetta… E infatti “ma … mi tolga una curiosità… perché quella sosta di 5 minuti in viale taldeitali?”. “C’è un locker”. “ah.” Non saluta. Io da buon anziano “BUONA SERA E BUON LAVORO AGENTE!” che, mentre si allontana bofonchia un saluto.

Più invecchio e voi diventate giovani, più è sempre quella merda di conformismo del cazzo: io sono anomalo, sono strano. Ma a quella merda di coglione che mi affumica ad orari ufficio in pieno giorno con quella puzza di canna a THC assicurato… tre volte al giorno per due settimane… in condominio, stando a casa, di giorno col sole… quello no. Quello non ha problemi parcobìo.

Vado, arrivo sopra lo studio, prendo gli adattatori , butto via l’altro cartone. Ne estraggo per portarli giù… il tipo che ho faticosamente trovato per tagliare l’erba ha fatto un così buon lavoro proprio lungo il perimetro che un rampicante con spine si sta mettendo di traverso alla porta. Entro e do’ un po’ di aria alla sala prove degli <nomedelgruppo>. Apro la mia porta… e la signoragina è incastrata sulla gamba di un tavolo, si è portata via le cuffie scrause… guardo a sinistra… disastro. Ma ho le cuffie e la musica. La signoragina aveva tirato giù il tavolo dove stavamo provando con il Minibrute 2S e il pc messo sui cavalletti. Per fortuna il minibrute, che non è mio, lo avevo messo su un supporto più solido e stabile. Tiro su tutto, rimetto la signoragina sulla sua base, ascolto Caterina Barbieri produrre la sua marcetta con sottofondi simil-ambient, penso ai suoni… finisco, chiudo tutto, mi aspetto che nel piazzale ci siano di nuovo i caramba, ma non ci sono. Allora vado verso S, sperando che la sua stazione sia ancora un po’ vecchiotta. Per i clip del video che voglio fare mi serve la stazione messa male… cazzo le stanno sistemando tutte. Proprio ADESSO. Eh certo, ci sono i giochi olimpici. Quella non è malissimo… ma quelle piastrellette che mi ricordavo… io le volevo.

Ma alla fine… mi sarebbe servita anche una Fiat Tipo stile anni ’80 … dove cazzo la trovo così al volo? Quindi dai, pazienza. Come dice L … “basta dare l’idea”. Vedremo di farlo.

Nel frattempo studio (poco) Reaper, raccolgo informazioni che aumentano il freezing da indecisione, raccolgo materiali, di tanto in tanto ne analizzo e scopro che c’era davvero della roba buona nel nostro demo… e nelle cassette che ho avuto cura di registrare in quegli anni. Credevo di averne di più sinceramente. Forse nel 2014 ho già fatto un buon lavoro iniziale: infatti ci sono alcuni testi che nel demo non ci sono.

Certo ci sono altri che dovrebbero fare cose. Ma … io non posso dire a nessuno che li sto solo aspettando: non sarebbe affatto vero. Non so davvero registrare una batteria. La mia parte non l’ho già registrata in modo ineccepibile. E se poi Mx cambia tutto quando finalmente si mette con le chitarre?

Quindi intanto faccio passetti.

Mio padre declina. Mia madre quasi meno. Ma quanto tempo avrò? Non è con le mie forze che la mia sussistenza si mantiene. Quindi visto che non ho nessuna voglia di sopravvivere intanto cerco di fare l’unica cosa di cui mi frega. Sarebbe davvero stato tutto stupido senza almeno questo. Da lei sono passati 7 anni. E come 7 anni fa… non ho davvero un motivo serio per sopravvivere. Solo cercare di non soffrire troppo. E dai, si, ho un paio di cose che vorrei che vedessero la luce. Ma credo sarà solo la luce a vedere loro.

Il demo deve diventare musica vera, professionalmente prodotta.

E le foto di nudo … devono trovare una via. Una mostra? un libro? qualcosa.

E non ho ancora il mio tasto rosso.

Tornando indietro ho fatto la strada alternativa e ho guardato quella di DEFGHI di stazione: oltre a venire rinnovata dove era decrepita… ormai è diventato decrepito quello che quando andavo a Liceo io non c’era! Nè il SOTTOpassaggio, né il passaggio rialzato. Entrambi sono apparsi dopo. E ricordo quanto “non è un problema mio” in versione “sono tutti cazzi tuoi non mi interessa” mi venisse opposto quando il mio ritardo era dovuto ai ritardi di treni e corriere. Ricordo anche quando la pula mi portava in ufficio perché avevo attraversato i binari pur di non arrivare in ritardo.

Sono sempre d’aiuto, è bello, mi sento protetto.

IL DEMO

Il pensiero di morire, abbandonare, andarmene, uscire dalla vita non mi molla mai. L’inadeguatezza sempre, sempre essere fuori “moda”, questa è la forma che prende, essere fuori tempo (insomma sempre fuori dai, diceva quello), sempre in ritardo, hai imparato una cosa, forse, ma non serve più. A chi? Beh non a me. Lo so che il discorso è sempre quello.

Ultimamente il nuovo “faccio quello e poi muoio” è il recupero del demo di tanti anni fa. Voglio farne una produzione professionale. È stato interessante… anzi emozionante, arrivare a trovare il backup che avevamo fatto nel 2001 e anche anni prima. In alti post magari potrei raccontare le faccende tecniche che lo riguardano. Ho fatto largo uso di assistenza Ai per imparare cose. Poi le devi imparare tu eh, sia chiaro.

Ma la sensazione resta. Di fare schifo, di essere inadeguati all’esistenza, soprattutto esistenza competitiva. La voce costante “sei un coglione, fai schifo, muori merda, togliti dal cazzo, non rubare l’aria agli altri, parassita, vecchio schifoso” … è difficile fare 1) sistema mindfulness ovverosia “notarlo, metterlo da parte, proseguire” 2) anche fermarsi un secondo e dire “si, mediocre si, ma il peggiore dei peggiori no, esiste di peggio, in quanto mediocre devi saperlo, non eccelli nemmeno nel fare schifo… il che non è tutto sommato un male eccessivo ma, appunto, mediocre”.

Dici … beh, ormai ho dato, superata questa età basta. Non siamo evoluti abbastanza per (co) esistere così tanto. E infatti, confermo, datemi subito il sistema rapido e indolore, lo desidero, voglio averlo qui: aspetto che la pressione diventi nuovamente insopportabile… lo sapete, niente di nuovo. Codardia, paura, fragilità, insofferenza alla sofferenza, ipersensibilità mia e poca a quella degli altri… sono tollerabile, ma da tollerare. “Difficile e faticoso” disse qualcuno che scemo non era di certo, pure se avvelenata d’amore (veleno per lei, per me era bello).

Ma se penso OGGI al tasto rosso, che non ho purtroppo – ed è un dramma per me – ancora, penso yep, lo voglio lì ma adesso ho questa roba che mi interessa da finire. Completamente più insensata ogni giorno che passa, completamente… come una canzone cantata nel deserto, un dipinto in una grotta nascosta. Totalmente senza senso. Come… indovina cosa? 😉

il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

nessuna musica mi piacerà più di questa

Nel mezzo degli anni ’90 ascoltavo tantissima musica e la suonavo anche. E ricordo che mi dissi “nessuna musica mi piacerà mai così tanto”. Penso mi riferissi al suono, diverso da quello di tutti i decenni precedenti.

Ora ne sento la verità, quando la tristezza.

Più o meno negli stessi anni mi dissi che sarei morto sordo e grasso, evidentemente già conscio di quanto alcune cose mi piacessero. Di sicuro non mi sentivo un latin lover tale da poter dire che mi sarei consumato il cazzo. E forse avevo anche letto molto su quanto in vecchiaia la prospettiva su cosa non ti tradisca o ti lasci solo siano oggetti o aspetti non legati a persone.

Ascoltando il podcast “cose molto umane” la motivazione riguardante la musica mi ha reso tutto molto meno figo. Non si tratta prettamente di qualità musicale, bensì del legame emotivo con un momento intenso della tua vita. Sei incazzato? Sei innamorato? Sei … tante cose, ma intensamente.

E l’altra cosa che può “plagiarti” è la vita familiare in cui puoi essere inserito, in cui anche il sottofondo di musica può incidere molto sui tuoi gusti (la cosa spiega spesso perché alcuni “decenni” sono più graditi e poi ci sono dei buchi).

Questo lo scrivo pochi secondi dopo aver ascoltato qualcosa che veniva dal decennio prima e che sarebbe stato scalzato presto. “Stand” dei Poison: e la apprezzo, niente da dire. E anche se “Playing God” dei Polyphia mi fa impazzire, se dovessi decidere se far vivere una o l’altra farei parecchia fatica a buttare quella dei Poison. Ma lo farei 🙂 hehe

Maria Catena AIC-style

Riascolto “Maria Catena” di Carmen Consoli e sento che potrebbe essere coverizzata in stile Alice in Chains.

Ci penso.

Ah quanto cazzo penso.

E basta.

Comunque ultimamente oltre ad avere una scheda audio ho una info su tale programma “Reaper” che sembreresserebbe interessanzio. Vedremo vedremo.

Quando piove vuoi comprare ombrelli

Il testo di “Immortality” dei Pearl Jam non lo avevo mai letto. L’ho suonata, ci ho pianto sopra per i cazzi miei personali, sentendo qualcosa. Ora l’ho letto e in effetti lo trovo molto criptico, traducendo o meno. La sensazione però, la sento. Perlomeno io credo che sia la mia, la stessa, sempre la stessa visto che non cresco, anche se invecchio.

Tutte queste generazioni che si succedono e danno dei vecchi ai vecchi, spero non lo facciano nei confronti delle espressioni della giovinezza di questi. Perché i vecchi ieri erano giovani come te. Cosa dicevano, sentivano, pensavano e cercavano in quel momento – fermato nel tempo con l’espressione, artistica o meno che la vogliamo considerare – quei giovani, quanto diverso è?

Come forse ho già scritto (scusate) ad un certo punto mi sono trovato a sentire quello che diveva Fabri Fibra e mi è venuto in mente Eros Ramazzotti di “Nuovi Eroi”. Altri modi, altri stili, ma le sensazioni sono quelle. Perché i problemi, il mondo, i rapporti tra la società, le generazioni e i vari ruoli, non sono troppo cambiati. Questa merda stantìa era spesso vecchia già al tempo: il riproporsi oggi, con le sempre nuove spolverate di fighettume che ti farebbero aspirare a ben altro, della stessa merda ancora più stantìa, non è incoraggiante.

Il motivo per cui IO vecchio penso “non sono cazzi miei, io me ne andrò presto” (“I cannot stop the thought / Running out the door” era questo Eddie?) e quindi con il mio disoccuparmene non contribuisco al futuro è disperazione ed ovviamente un “tanto per me non c’è niente”. Egoismo, certo. Che viene da lontano: i presupposti per lammerda c’erano già quando non ero maggiorenne, il mondo stava già andando in questa direzione. I cazzi miei erano potenziali. Beh ora non lo sono più. Certo, il buon Gennaro Romagnoli ci dice che non è mai troppo tardi e potrebbe anche avere tante ottime ragioni, ma nell’accettare c’è sempre anche l’accontentarsi, nel mangiare la merda perché quella puoi permetterti, e star contento. Decidere di star contento con quel che puoi permetterti, “questa è la via”. E siamo chiari, con non stiamo parlando di affordable, ma di capability in tutta la sua completezza. Sei vecchio e ricco, comunque non puoi permetterti una certa cosa. Sei giovane e povero ma hai altre caratteristiche poco desiderabili idem potrai permetterti solo certe cose. La via del non desiderare sembra sempre quella che ci consigliano. Accettare, accettare, accettare: la realtà è quella che è. Accettare è la via, se vuoi percorrerla serenamente. Ma puoi decidere: di non percorrerla affatto.

Uno dei confronti che non ci diranno di evitare è questo: gli altri vivono, devo farlo anche io. Questo confronto stranamente non ci dicono mai di evitarlo, di chiedere la libertà di una morte medicalmente assistita rapida ed indolore come fondamento primario di tutte le libertà. Di non essere schiavi della paura del dolore della morte, così come di non essere schiavi dell’istinto di sopravvivere. Solo così potrai scegliere davvero di vivere.

Certo, quando piove e sei sotto da due ore, l’unica cosa che vorresti sono gli ombrelli, che dopodomani col sole a picco non faranno che starti tra i piedi in una casa piccola. E magari puzzare di marcio se continuava a piovere e non potevi metterlo fuori ad asciugare.

Mio fratello a suo tempo aveva messo lì la frase “se continua così me ne andrò, chiamerò per sapere come va e basta” e la metteva giù come una specie di lamentosa minaccia, del tipo “e ve ne pentirete tutti!”. Questo perché vivendo sul groppone dei miei, da anziano tra anziani, nella stessa casa e con regole che non sono della medesima, gli attriti sono stati tanti. Gli stessi di un adolescente, che posso capire, figurarsi con quel rompicoglioni che sa essere mio padre.

Ma la scarsa lucidità del non rendersi conto che avrebbe potuto accettare metà e metà, costruendosi con calma una possibilità, invece di fare lo scappato di casa, mi ha preoccupato. Poi ha fatto talmente tante cazzate che adesso che questa cosa, da 10 giorni, l’ha fatta (chiama a casa, ma non ci va, sta a <cittàdistantecirca70km> ), io non sono particolarmente preoccupato. Ha fatto una scelta assurda, che io da ragazzino ho vagliato e non cambierebbe, non ci sono differenze, la situazione di base è la stessa; l’ho vagliata e l’ho scartata. E non una volta. Due volte. Quando D scelse di vivere letteralmente per strada io glielo dissi. Se mi chiedi di morire, ci posso pensare: ma in questo momento – dissi – ho altre cose da provare. Forse fu deluso, avrebbe voluto un romantico suicidio a deux per rendere epica la disperazione. E quindi gli dissi che anche il vivere per strada per me non aveva proprio nessun appeal, non aveva senso. Forse il suo senso di “fuori dalle regole” (chissà, sarebbe stato novax oggi?) era anche questo. Non so, a me sembra un prezzo che paghi per avere uno sconto: un loop di assurdità. Ma immagino che la cosa possa essere vista al contrario.

Mi chiedo dove sia mio fratello. Mi chiedo se avrei potuto fare qualcosa, cerco anche di chiedermi se lui stesso ha fatto qualcosa quando io ero così. Ma non si tratta di un commercio. Quindi penso piuttosto a ciò che ho deciso ragionandoci di volta in volta. E anche alle balle, alla verifica successiva, alle balle che ha detto a tutti. Quindi alla fine penso: di roba in sospeso che dovevi fare ne hai lasciata comunque. Hai la macchina di papà quando hai fatto tutte quelle storie per avere la tua, i soldi, l’anticipo, l’eccezione. Ma la macchina la hai tu, il bollo, l’assicurazione ed i rischi connessi sono in capo a papà. E tu la tua, con onori ed oneri della libertà, non ce l’hai. Che fai? Tanto non mi fiderei della risposta. Non ci crederei.

Spero che tu non ti faccia del male stupidamente. Che tu non te ne faccia perchè non consideri cause ed effetti. Se uno desidera fare una cosa che gli fa male e sa che gli fa male, allora è piena libertà. Non si lamenterà, né darà colpe agli altri. Questo intendo: spero che tu non stia facendo questo, fratello. Se hai scelto di vivere, spero che tu non soffra.

Oggi non ho fatto niente per l’autoeliminazione. Devo procedere. Almeno un’ora: riordinare, buttare. Pensa a quanta merda trovi in giro che non sai come gestire quando muore la gente.

La foto falsa di Lou Barlow

M. mi scrive testuale “…gli [nomedelgruppo] ho provato a sentirli, ma mi provoca troppe emozioni non riesco. Me li metto in una chiavetta e ascolto in macchina forse è meglio. Poi ti descriverò le sensazioni”.

Voglio bene a M. e questo tipo di messaggio me lo conferma. In qualche modo sento scalpitare l’impazienza dentro di me: da quanto ho recuperato il “demo-backup” fatto approssimativamente nel 1998, in formato solo audio (e pure parziale!) ho sentito O. , batterista, osservando il quale F., il nostro batterista, prendeva spunto ed imparava. Gli ho fatto sentire un pezzo alla volta, ogni volta era “wow”. Si dice onorato che gli abbia chiesto di recuperare e ri-registrare la batteria. Alla fine anche M. , con la cui chitarra sgangherata ma ispiratissima ad un certo suono e ad un certo gusto, mi confrontavo e si costruivano i pezzi, anche lui ha voluto sentire. Abbiamo tutti quasi 50 anni.

Col passare degli anni, ma attorno al 2001-2003, mi accertai che sia a F. che a C. (voce) non gliene “fregasse niente” e “fai quello che vuoi” fu la risposta generale. Ma M. no, sentito in questi mesi, mi dice che a lui importa eccome. Ne avrei fatta una questione di libertà artistica più che di copyright: pensavo “dai, fammi il favore di ri registrare le chitarre in modo che eventualmente possa lavorarci” … ed eccoci qui.

Quando bruciammo quelle calorìe? Io credo tra il ’94-95 e massimo il ’97-98. Poca roba. Tantissimissimisssima roba. Ossessione, interesse, concentrazione, convinzione, impegno, fatica, confronto, lavoro, contrasto, esercizio, ripetizione, freddo, difficoltà, viaggi e chilometri, vita di gruppo, poca figa ma anche tanta, la scena che esisteva.

Credo di poter elencare i luoghi dove fisicamente suonammo. Pochissimi. Ma i pezzi erano il succo spremuto di quattro persone diversissime con gusti diversissimi che solo una certa educazione, io credo, riusciva a far stare assieme producendo qualcosa di bello. O perlomeno per me lo è, lo è stato in questi anni, lo è ancora. E vorrei che esistesse una versione ascoltabile dal mondo. Persino con dei video.

Speriamo che a M. queste emozioni facciano bene, non male. Magari si tuffa in qualcosa in cui io vivo molto spesso: il passato.

Il titolo del post si riferisce ad un ritaglio di giornale, che mi ricordo fotocopiato su carta blu e probabilmente arrivato via fax. Era un articolo nella cronaca locale che parlava di noi. Non avevamo una foto e così FDM (ora cantantautore dei NVCC) che scriveva per il giornale decise di mettere la foto di Lou Barlow e dire che era C. … o qualcosa del genere “tanto la gente non sa un cazzo”.

Tenevo quel foglio nella custodia del basso di mio cugino, custodia rigida con interno in pelosetto rosso. Forse per testimoniare che “eravamo qualcuno”. Che eravamo esistiti.