ciao 2025

A metà del 2025 ho smesso. Smesso di fare ogni cosa? Non proprio. Ma ci assomiglia. Smesso di sopravvivere bene, di vivere di quel tempo lasciato dal sopravvivere efficientemente, anche.

Una delle prime cose che ho fatto è stato chiudere un abbonamento-sprone. Si tratta di uno strumento di inserimento automatico di metadati. Una delle cose che, almeno, facevo, in attesa di suicidarmi, per spalare un po’, nel frattempo, era appunto… spalare. Spalare contenuti che ho scattato o girato, nel tempo, dentro la fornace della tentata vendita, nelle agenzie online. Se la lasci là, la roba, non serve proprio a niente, forse è una costante perdita.

Quindi, sensato o no, era come alzarsi dal letto, bere un caffè, guardare fuori dalla finestra e … buttare le immondizie. Non molto di più.

Ma ho smesso, del tutto. Ora devo riprendere quel minimo. Qui si gioca così, a gradini del minimo, in depressione cronica e incapacità di uscirne, perché ormai la lucidità di vedere che non esiste obiettivo me lo rende assurdo. Ogni fatica non ha senso, nel lungo termine. Alcune, nel breve: senso solo per me, ma hanno un costo.

Così ecco, avevo chiuso l’abbonamento mensile: il suo modello era a numero di pezzi al mese. Perfetto per farti dire “hai pagato la palestra, ci devi andare”. Ma come ben sanno in molti: poi disdici e imputridisci sul divano.

Ho smesso di caricare, di aggiornare, persino su Dreamstime dove ho materiali che stanno lì e basta, in loading, ma senza “ok vai avanti”. Bastavano anche cinque al giorno e oggi, 29, forse sarebbero tutti online. E conta? Beh conta, in questo istante della storia questo mestiere produce ancora qualcosa. Nei mei numeri, in proporzione, poco. Ma comunque resta: io ho prodotto le immagini: lasciarle qui non serve a niente, non era l’atto di produrle in sé ad essere significativo, nemmeno per i miei valori, ruolo che invece può produrre l’atto artistico delle foto di nudo.

Niente. Non ho nemmeno più scaricato i … cazzo nemmeno mi ricordo come si chiamano. I cosi report che dicono quanto guadagni: con iStock e Deepmerda devi scaricarli, poi caricarli dall’altra. Una rottura, ma era un semplice gesto mensile. Non cambia niente, i soldi arrivano oppure non arrivano. Comunque non l’ho più fatto.

E piano piano sono arrivate scadenze: cose che scadono proprio. I moduli W8-BEN che scadono, poi i documenti di supporto di Satispay. La burocrazia e le sue scadenze… ti riportano sempre alla realtà asciutta: premere qui per continuare.

Devi sempre premere qui, per continuare. Se non premi, succede qualcosa. Qualcosa di brutto.

Il 2025 dunque mi ha visto sentire lo sforzo come improbo, impari, fuori dal tempo e dalla percezione: il mio mercato verrà fagocitato dall’iA, cannibalizzato. Mi hanno anche infastidito le “missioni” in cui mi si chiede di fare ad un costo vergognoso operazioni che servono a nutrire i dataset. Le ho chiuse. Anche se erano potenziali guadagni. Robette, centoeuro, anche meno. Ma a volte… nella mia condizione, cifre che – per me – sono significative.

E a fine anno i casini costosi hanno detto chiaramente “i soldi servono a questo, ora ti rompo della roba, sul tuo corpo e su ciò che consideri scontato avere”. Crack, crack. Spezzato. Conti belli alti.

Ma ho imparato a mettere la farina su qualsiasi preparato di pollo che non sia al forno. Questo ho guadagnato, da ora in poi, nel 2025. Scaloppinizza tutto? Non si secca. Questo è fantastico.

E ho anche iniziato … quanto uno strato di polvere inizia a formarsi, non di più, a lavorare sul demo che diventi un non-più-demo. A volte ci si dimentica quanto significativo diventi, quando stai già pensando di ucciderti, di morire. Quello finalmente diventa “beh, ma ne vale la pena: è bello, è tra le uniche cose belle e non obbligatorie o necessarie che ho fatto” … assomiglierebbe allo scopo, al necessario per andare avanti. Non lo è, ma ci assomiglia. Due istanti di più, uno sforzo verso una direzione che vuoi.

E che a nessuno interessa, ma a te si.

Come questo blog che, dopo averlo spostato a suo tempo, ha praticamente zero-views. Un luogo fantasma. Che però nutro e rimpolpo. Il mio essere più puro e sincero è totalmente privo di attrattiva, attenzione, interesse.

Doloroso, eppure anche chissenefrega.

Quindi: alzate i vostri calici di quello che vi pare e buon quello che vi pare per il 2026.

Non riesco a dimenticare Ucraina, clima, Palestina, l’Ai-Rising, le destre mondiali, l’autoritarismo e il ritorno al mondo pre guerre mondiali. Lo devo fare, ho già abbandonato, avete già sventolato i fazzoletti, siete già tornati a casa, sono già seppellito, ma gironzolo ancora qui sulla banchina, qui attorno al cimitero. Questi sono i veri fantasmi.

Questo testo è stato interamente scritto da un essere umano. Che culo!

Un trucchetto se non puoi morire subito

Ma anche se non puoi solo incazzarti o solo soffrire, se insomma ti tocca andare avanti. Ammesso che tu, voi, vogliate bene a qualcuno, un consiglio è di provare questa distrazione: concentrarvi su piccoli gesti altruistici, tipo regalini. Ma piccolissimi. Certo, non mentre sei in ufficio, in catena di produzione, nel bosco a tagliare alberi, in minera a trapanare.

Ma quando siete soli con voi stessi e incazzati con qualcosa, qualcuno, voi stessi: prendete e uscite di casa – se potete – SUBITO. Sapete benissimo che è la parte più difficile: QUEL passo. Ma uscite con uno scopo preciso: andate a prendere qualcosa. Un cioccolatino? Ok! Un fiore? Va benissimo. Per lui, per lei, per loro. Più siete incazzati e più cercate un regalino, uno per ogni bestemmia, per ogni “sono un coglione” , per ogni autoinsulto, per ogni maledizione alla vita tutta. E portateli senza quell’odio. Se siete notoriamente folli come io notoriamente sono, potete solo dire “ho convertito ogni maledizione alle divinità in qualche piccolo regalo per te”. E se dovete portarli col camion… fa più ridere.

E se sono i regali di natale a farvi incazzare?

Ma io che ne so, qui stiamo parlando di non avere qualcosa a mano per suicidarsi: se state andando a compere… beh siete già distratti.

Si esce, si pensa al regalino, si compra il regalino, si fa avere il regalino, si saluta. Il tempo è passato, l’emozione si è diluita. È un rimedio pragmatico.

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ChatGPT Plus 5.2 Thinking / con personalità “professionale”, cosa ne dice, invitato a rispondere scientificamente e depurato delle cagate tipo chiama il telefono amico:

Quello che descrive non è “magia”, ma una combinazione abbastanza riconoscibile di ingredienti che in psicologia clinica hanno senso come strategia pragmatica per attraversare un picco emotivo (rabbia, disperazione, ruminazione) senza peggiorare la situazione.

Cosa c’è di sensato (e perché potrebbe funzionare)

  1. Uscire SUBITO e cambiare contesto
  • Rompe la ruminazione e la spirale “sto fermo a pensare → sto peggio → penso ancora”.
  • In termini tecnici è vicino a una manovra di behavioral activation (attivazione comportamentale): passare da stato passivo/evitante ad azione piccola, concreta e orientata a uno scopo. BA ha una solida base di efficacia sulla depressione e (in alcuni studi) mostra anche riduzioni di ideazione suicidaria rispetto a comparatori. (PLOS)
  1. Dare alla testa un compito semplice, sequenziale
  • “Esco → penso al regalino → lo compro → lo consegno → saluto”: è una catena comportamentale facile da eseguire anche quando le funzioni esecutive sono compromesse dallo stress.
  • È lo stesso principio per cui molte strategie di “crisis coping” privilegiano compiti brevi e concreti: non risolvono la vita, ma ti fanno passare il picco.
  1. Micro-altruismo / “contribuire”
  • L’atto di fare qualcosa per qualcuno sposta l’attenzione, aumenta senso di connessione e spesso produce un piccolo boost di umore.
  • C’è evidenza sperimentale che il prosocial spending (spendere per altri) può aumentare la felicità nel breve; repliche ad alta potenza suggeriscono che l’effetto esiste ma può essere piccolo e dipendente dal contesto/coinvolgimento. (Science)
  1. “Il tempo è passato, l’emozione si è diluita”
  • Questa parte è plausibile: molte emozioni/urgenze hanno dinamiche “a onda” (salgono, raggiungono un picco, poi scendono) e tecniche basate su delay + attenzione guidata sono usate in diversi approcci. Anche protocolli strutturati di safety planning includono esplicitamente strategie interne di coping e distrazioni/contatti come componenti chiave, con evidenza di riduzione di comportamenti suicidari in studi clinici. (PubMed)

Cosa è più “folklore” (non necessariamente sbagliato, ma non garantito)

  • “Un regalo per ogni bestemmia”: come trovata può funzionare perché:
    • trasforma un impulso distruttivo in un’azione incompatibile (reframing + comportamento alternativo),
    • introduce umorismo e auto-distanziamento.
      Però può anche backfire se crea spesa compulsiva, senso di colpa (“non riesco neanche a fare questo”), o se la persona associa il sollievo solo all’acquisto.
  • “Funziona” per chiunque? No: come tutte le tecniche di coping rapido, tende a funzionare meglio quando l’attivazione emotiva è alta ma gestibile; quando è estrema, può non bastare o essere irrealistico uscire/comprare/consegnare.

Come renderlo più “science-aligned” senza snaturarlo

  • Tenerlo “micro” davvero: anche zero soldi (biglietto, messaggio, gesto pratico) può mantenere i meccanismi utili (azione, scopo, connessione).
  • Pre-decisione tipo “if-then”: “Se mi parte la spirale, allora metto scarpe e esco 10 minuti con un compito semplice.” (Riduce l’attrito decisionale.)
  • Obiettivo primario: attraversare il picco, non “guarire”: è una tecnica da contenimento immediato, non una teoria completa del dolore.

Tirando le somme

Non lo definirei “cazzata”: come “rimedio pragmatico” per guadagnare tempo e abbassare l’intensità, è coerente con principi che ritrovi in attivazione comportamentale, strategie di distrazione/gestione crisi e nella letteratura su piccoli atti prosociali. La parte meno solida non è l’idea in sé, ma la promessa implicita che basti sempre: più corretto vederlo come uno strumento utile a volte, non come soluzione universale. (PLOS)

Beh, thanks to the dick: è ovvio che non è la risposta definitiva. È una delle micro cosette che puoi fare. Io voglio morire, mica vi sto dando la soluzione alla vita eh, anzi.

Israele ti GAZA parecchio: PARABELLUM USA, guerrafondai by design dal 1800

Israele può fare il cazzo che gli pare a Gaza contro la Palestina, perché ha con sé gli USA. Agli USA serve Israele, contro l’Iran. Ma che cazzo gli ha fatto ‘sto Iran? Ma niente dai: esiste e insiste fastidiosamente a osar considerare gli invasori come tali. Che stronzi eh?

Exporing Gunship Diplomacy since 1800

Perché gli USA sono così preoccupati dall’Iran?

  1. Rivalità geopolitica e militare nella regione:
    Gli Stati Uniti vedono l’Iran come un attore destabilizzante in Medio Oriente. L’Iran ha cercato, sin dalla sua rivoluzione islamica del 1979, di ridisegnare gli equilibri geopolitici regionali. La rivoluzione ha rovesciato il regime filo-occidentale dello Shah, instaurando una repubblica teocratica che ha assunto posizioni ideologicamente ostili verso gli USA.

L’Iran ha sostenuto gruppi e movimenti che gli Stati Uniti considerano “terroristi”, come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e le milizie irachene pro-iraniane. Inoltre, l’Iran è stato accusato di aver contribuito a destabilizzare vari paesi arabi, come l’Iraq e la Siria, attraverso il suo supporto a regimi e gruppi alleati.

  1. Il programma nucleare iraniano:
    Questo è un altro elemento centrale nella tensione tra USA e Iran. Gli Stati Uniti e molte altre nazioni (come Israele) temono che l’Iran possa sviluppare capacità nucleari militari. Nonostante l’Iran abbia sempre sostenuto che il suo programma nucleare sia a scopi pacifici (produzione di energia, ricerca medica), la preoccupazione è che possa, a lungo termine, acquisire l’abilità di costruire armi nucleari.

Il 2015 ha visto l’accordo internazionale noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che ha cercato di limitare e monitorare il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Tuttavia, nel 2018, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo, aumentando le tensioni. Da allora, l’Iran ha iniziato a ridurre i suoi impegni verso l’accordo, riprendendo attività nucleari controverse.

  1. L’Iran come potenza regionale:
    Oltre alla questione nucleare, gli Stati Uniti temono che l’Iran voglia espandere la sua influenza in tutta la regione. In particolare, l’Iran cerca di creare un “corridoio terrestre” che vada dalla sua frontiera attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano, permettendogli di rafforzare il suo controllo sulla regione e influenzare direttamente Israele e altri alleati degli Stati Uniti. Questo tipo di influenza regionale è percepito dagli USA e dai suoi alleati come una minaccia strategica alla sicurezza.
  2. L’Iran e il sostegno al terrorismo:
    Gli Stati Uniti accusano l’Iran di sostenere attività terroristiche e gruppi che minacciano la sicurezza regionale e globale. Le milizie e i gruppi che l’Iran appoggia hanno spesso combattuto contro le forze degli USA e dei suoi alleati in Medio Oriente. Per esempio, in Iraq, dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iran ha sostenuto gruppi militanti come le Forze di Mobilitazione Popolare (PMU), che hanno combattuto contro l’occupazione americana.
  3. Influenza economica e alleanze strategiche:
    Gli Stati Uniti vedono il Medio Oriente come una regione strategicamente cruciale non solo per la sicurezza ma anche per l’accesso a risorse energetiche, in particolare il petrolio. Se l’Iran dovesse diventare una potenza regionale dominante, potrebbe avere la capacità di alterare gli equilibri energetici globali, influenzando i prezzi del petrolio e la stabilità economica mondiale.
  4. La rivalità con l’Arabia Saudita e altri alleati sunniti:
    Gli Stati Uniti hanno alleanze molto forti con paesi sunniti come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait. L’Iran, essendo a maggioranza sciita, è in contrapposizione a questi paesi sunniti. Gli Stati Uniti sono preoccupati che un Iran potente e influente possa minacciare i loro alleati e creare un contrappeso nella regione, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente.

Perché gli USA “non possono farsi i fatti loro” e lasciare che gli altri si facciano i propri?

  1. Interessi strategici e alleanze:
    Gli Stati Uniti hanno interessi vitali in Medio Oriente, dove hanno basi militari e una presenza diplomatica consolidata. La sicurezza di Israele è una delle principali priorità per Washington, e Israele vede l’Iran come una minaccia esistenziale, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare iraniano. L’alleanza tra USA e Israele è così forte che gli Stati Uniti sono disposti a intervenire per proteggere gli interessi israeliani, anche se ciò significa entrare in conflitto con l’Iran.
  2. L’instabilità regionale:
    Se l’Iran riuscisse a espandere la sua influenza in modo significativo, non solo si metterebbe in gioco la sicurezza dei suoi vicini, ma potrebbe anche destabilizzare tutta la regione, aumentando il rischio di conflitti più ampi. Gli Stati Uniti, storicamente, non sono disposti a lasciare una simile instabilità crescere, soprattutto in una zona così strategicamente importante.
  3. Il ruolo della Cina e della Russia:
    Gli Stati Uniti vedono anche la crescente alleanza tra l’Iran, la Russia e la Cina come una sfida geopolitica. Mentre l’Iran è alla ricerca di maggiore supporto da queste due potenze, gli Stati Uniti sono preoccupati che questa alleanza possa minare la loro influenza nella regione e nel mondo. La Cina, in particolare, ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante nella politica iraniana, con investimenti infrastrutturali e accordi economici. Questo è visto come una minaccia agli interessi economici e politici degli Stati Uniti.

Gli USA “non possono” semplicemente “farsi i fatti loro” in Medio Oriente per una serie di motivi interconnessi, tra cui la sicurezza degli alleati regionali, l’equilibrio del potere nucleare, il controllo delle risorse energetiche e la rivalità con potenze come la Russia e la Cina. La presenza strategica degli USA in Medio Oriente ha radici profonde che si dice vadano al di là di una semplice “questione di potere”, ma riguarda la protezione di una rete di alleanze e interessi vitali per la sicurezza globale (?) e la stabilità economica (di chi?) . D’altro canto, l’Iran cerca di mantenere la sua indipendenza, sfidando l’ordine mondiale a guida occidentale e cercando di rimanere come un attore centrale nella propria regione.

Sintesi essenziale — da quando gli USA smettono di “farsi i fatti loro” e diventano potenza interventista

Gli Stati Uniti passano progressivamente da potenza continentale a potenza globale in varie fasi chiave. Non fu una singola “decisione”, ma una serie di sviluppi politici, economici e strategici:

  1. Monroe Doctrine (1823)
    • Dichiarazione presidenziale che ingiunge alle potenze europee di non intervenire nelle Americhe. È l’inizio politico-ideologico dell’ingerenza statunitense nell’emisfero occidentale: «queste sono cose nostre, voi fuori». Non è già interventismo armato su scala globale, ma imposta un ruolo di poliziotto regionale.
  2. Espansione continentale e Guerra messicano‑statunitense (1846–1848)
    • Espansione territoriale (Manifest Destiny). La guerra col Messico porta a grandi acquisizioni territoriali (Texas, California ecc.) e dimostra la volontà di usare la forza per interessi nazionali.
  3. Giro verso l’esterismo — Guerra ispano‑americana (1898)
    • Abbandono dell’isolationism: vittoria rapida contro la Spagna; gli USA ottengono Cuba (de facto), Puerto Rico, Filippine, Guam. Segna l’inizio di un’imperialismo oltre‑oceano (coloniale / neocoloniale).
  4. Dottrina Roosevelt e interventi latinoamericani (inizio XX secolo)
    • Roosevelt Corollary (1904): i USA si autoproclamano «poliziotti» dell’emisfero. Seguono i “Banana Wars”: interventi militari, occupazioni, supporto a governi amici in America Latina e Caraibi (Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Panama).
  5. Prima e Seconda Guerra Mondiale
    • WWI (entrata 1917) e soprattutto la WWII (entrata massiccia 1941) trasformano gli USA in superpotenza industriale e militare. Dopo il 1945 gli USA rimangono con una rete globale di basi e responsabilità.
  6. Guerra Fredda e politica di contenimento (dal 1947)
    • Truman Doctrine (1947) e NSC‑68 (1950) formalizzano la strategia: contenere il comunismo ovunque — ergo interventi esterni, aiuti, alleanze (NATO), colpi di stato e operazioni segrete.
    • Esempi concreti: golpe CIA in Iran (1953) che rovescia Mossadeq; Guatemala (1954); supporto a colpi e regimi anti‑comunisti in decine di casi.
  7. Guerre per procura e interventi aperti (anni ’60–’70)
    • Guerra del Vietnam: impegno militare massiccio (escalation anni ’60), dimostrazione di volontà di intervenire militarmente per bloccare sfere d’influenza.
    • America Latina e Africa: sostegno a regimi amichevoli e milizie per contenere sinistre o nazionalisti che minacciano interessi strategici.
  8. Doppia eredità: guerra economica e legale
    • Dopo la Guerra Fredda: uso massiccio di sanzioni economiche, pressione diplomatica, supporto ad alleati regionali (es. Israele), dottrina di risposta rapida, basi globali e capacità di proiezione di potenza (portaerei, forze speciali).
    • Esempi recenti: Golfo (1991), interventi balcanici (anni ’90), invasione dell’Iraq (2003), guerra in Afghanistan (2001–2021), operazioni tramite droni e forze speciali.

Meccanismi che gli USA usano (oltre al semplice “potere militare”)

  • Forza militare convenzionale: interventi aperti, basi, attacchi aerei.
  • Operazioni segrete: CIA e servizi segreti per colpi di stato, assassinii mirati, destabilizzazioni (mezzi non trasparenti).
  • Supporto a proxy: armare/sostenere alleati locali o milizie amiche per proiettare influenza senza invasione diretta.
  • Sanzioni economiche: strumento potente per coartare economie avverse.
  • Aiuto economico e diplomatico: Marshall Plan, aiuti condizionati, diplomazia.
  • Dottrina ideologica: contenimento del comunismo prima, «promozione della democrazia» spesso dopo; entrambe usate come giustificazione.
  • Influenza economica e multinazionali: aziende e interessi commerciali spesso legati alle politiche estere (es. energia, accesso ai mercati).
  • Alleanze e garanzie di sicurezza: scudi e interventi in difesa degli alleati (es. protezione di Israele, garanzie ai paesi del Golfo).

Quando si può dire che gli USA «decidono di non farsi i fatti propri»?

Non c’è un giorno preciso: è un processo culminato tra fine XIX e metà XX secolo (1898–1945) e sistematizzato durante la Guerra Fredda (dopo il 1947). Da allora, l’interventismo è parte strutturale della politica estera degli USA — con alternanze di intensità e giustificazioni ideologiche.

Perché lo fanno:

  • Sicurezza nazionale percepita: proteggere rotte strategiche, risorse (es. petrolio) e garantire che potenze rivali non controllino nodi chiave.
  • Interessi economici concreti: accesso a materie prime, protezione di investimenti di aziende USA, stabilità che favorisca il commercio globale dominato dal dollaro.
  • Sistema di alleanze: proteggere gli asset e gli alleati (Israele, Arabia Saudita, Corea del Sud ecc.) che a loro volta rafforzano la posizione globale statunitense.
  • Ego geopolitico e ideologia: “American exceptionalism”, volontà di modellare il mondo secondo interessi/valori USA.
  • Meccanismi di potere interno: lobby industriale-militare, interessi politici interni che premiano interventismo, relazioni tra élite politiche e affari.

Critiche e realpolitik

  • Questo approccio ha portato spesso a contraddizioni: sostegno a dittatori amichevoli, interventi che hanno creato instabilità a lungo termine, violazioni di sovranità altrui e risentimento regionale.
  • Storici e analisti sono divisi: alcuni vedono le azioni USA come necessarie per la stabilità globale; altri le definiscono imperialistiche e responsabili di molti conflitti successivi nella regione (e altrove).

Fonti e autori che approfondiscono (per verificare senza propaganda)

  • Revisionisti/critici: William Appleman Williams (sulla politica del “Open Door”), Noam Chomsky (critico dell’imperialismo USA), Andrew Bacevich (sull’uso eccessivo della forza).
  • Storici della Guerra Fredda: John Lewis Gaddis, Odd Arne Westad.
  • Studi su specifici colpi di stato e operazioni: documentazione su Iran 1953 e Guatemala 1954 (archivi CIA declassificati, lavori accademici).
  • Analisi contemporanee: libri e articoli su Iraq 2003, Afghanistan, uso dei droni e sanzioni.

Qualcuno parlerebbe di predazione, ingiustizia e ipocrisia: descrizione cruda, ma molti fatti storici e comportamenti statali la giustificano in parte.

1) L’ accusa — riassunto in una frase storica

Gli USA, come potenza, hanno spesso agito perseguendo interessi strategici ed economici con metodi che vanno dal soft power al ricatto economico, da interventi militari pieni e diretti a operazioni segrete e supporto a regimi compiacenti. Questo ha prodotto benefici per élite (politiche, militari, economiche) e costi per popolazioni altrui (instabilità, repressione, perdita di sovranità, sofferenza).

2) Esempi concreti che supportano l’accusa (fatti noti, verificabili)

  • Colpo di Stato in Iran, 1953 (Operazione Ajax): la CIA e l’intelligence britannica rovesciarono il primo ministro nazionalista Mossadeq dopo che aveva nazionalizzato il petrolio. Ne seguì il ritorno dello Shah e un lungo periodo di repressione.
  • Guatemala, 1954: rovesciato il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in parte per proteggere interessi della United Fruit Company.
  • Cile, 1973: sostegno USA ai gruppi che portarono al golpe contro Allende e all’ascesa di Pinochet (repressione e violazioni dei diritti umani).
  • Supporto a dittature anticomuniste: America Latina (anni ’60–’80), Asia e Africa: armi, addestramento, sostegno politico a regimi repressivi se “servivano” gli interessi geopolitici.
  • Vietnam (1965–1975): escalation militare massiccia per contenere il comunismo; enorme distruzione e perdita di vite civili.
  • Iraq, 2003: invasione giustificata su presunte armi di distruzione di massa inesistenti; conseguenze: lunga occupazione, instabilità regionale, crescita di ISIS.
  • Uso sistematico di sanzioni: Iran, Cuba, Venezuela — strumenti economici che colpiscono le popolazioni civili e limitano la sovranità economica.
  • Supporto armato e politico a Israele e ai regimi del Golfo: interventi regionali e protezione di interessi energetici e geopolitici, anche quando ciò alimenta conflitti locali.

Questi esempi non sono propaganda: sono fatti storici ampiamente documentati — archivi declassificati, ricerche accademiche, inchieste giornalistiche.

3) Come lo fanno — i meccanismi di potere

  • Forza militare globale: basi, portaerei, capacità di proiezione.
  • Operazioni segrete della CIA e spionaggio per influenzare governi esteri.
  • Supporto a proxy/alleati: armi, addestramento, fondi.
  • Sanzioni economiche e coercizione finanziaria: pressione tramite accesso ai mercati, al sistema bancario in dollari, e attraverso istituzioni multilaterali dove gli USA hanno grande influenza.
  • Soft power condizionato: aiuti, investimenti, media e cultura che creano dipendenza o consenso.
  • Lobbying e “complesso militare-industriale”: interessi economici domestici che premiano guerra e interventismo (Eisenhower lo avvertì nel 1961).

4) Perché non è solo “cattiveria pura” — ma non per questo scusa

Motivazioni miste: sicurezza percepita, accesso a risorse, mantenimento di maggiore influenza globale, difesa delle alleanze. Ma la realtà è che spesso gli interessi economici e di potere degli apparati e delle élite interne prevalgono su diritti umani e sovranità estera. Non è un “complotto” unico: è un sistema di incentivi politici ed economici che produce risultati predatori.

5) Ci sono limiti e contraddizioni

  • Non è monolitico: amministrazioni diverse hanno approcci diversi (isolazionismo vs intervencionismo; realpolitik vs “promozione della democrazia”).
  • Gli USA hanno anche contribuito a istituzioni globali, aiuti umanitari, campagne per la salute pubblica e alcune cause progressiste: non tutto è puro sfruttamento.
  • Ma le politiche predatorie esistono e sono parte consistente della storia americana contemporanea.

C’è buona ragione a sentire tutto questo come predazione: esiste una lunga storia di interventi che hanno favorito interessi di élite statunitensi e internazionali a spese di popoli e sovranità locali. Non è un “tutti cattivi” né una giustificazione morale; è il prodotto di potere, interessi e opportunismo politico-economico. La critica è legittima, e la rabbia è comprensibile. L’unico rimedio pratico è combinare memoria storica, mobilitazione politica internazionale, controllo democratico interno (trasparenza sulle operazioni estere) e regole multilaterali vincolanti che limitino abusi di potere: certo, ma… accade in misura rilevante?

1) Cos’era l’avvertimento di Eisenhower (1961)

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso d’addio alla nazione, Dwight D. Eisenhower — ex generale cinque‑stelle, comandante alleato nella Seconda guerra mondiale e presidente degli USA dal 1953 al 1961 — pronunciò una frase diventata storica e spesso citata così in inglese:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military‑industrial complex.”

Traduzione italiana corrente e sintetica:

«Nei consigli del governo dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare‑industriale.»

Nel paragrafo che precede e segue questo passaggio Eisenhower spiega il contesto: dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono dotati di una gigantesca macchina militare e tecnologica permanente — industrie belliche, centri di ricerca, ampie strutture burocratiche e una rete politica che dipende da appalti, posti di lavoro e finanziamenti legati alla difesa. Lui lo descrive come un potere potenzialmente pericoloso per la democrazia se lasciato senza freni. Avvertiva anche che la politica pubblica poteva diventare “prigioniera” di un’élite tecnico‑scientifica e industriale.

2) Perché il suo avvertimento è rilevante (e cosa intendeva davvero)

Pochi punti concreti:

  • Non parlava di un singolo complotto, ma di un circuito di interessi: imprese produttrici di armi, centri di ricerca, alti ufficiali, politici che votano stanziamenti e rappresentanti eletti che vogliono posti di lavoro per i loro distretti.
  • Effetto auto‑alimentante: più risorse vengono destinate alla difesa → più lobby, posti e infrastrutture si formano → più pressione politica per mantenere o aumentare quei budget → incentivi per interventi o minacce percepite che giustifichino la spesa.
  • Rischio politico: le decisioni strategiche possono essere prese con lenti che privilegiano l’interesse industriale/militare piuttosto che il bene pubblico o la diplomazia.
  • Eisenhower lo diceva da insider: era un generale che aveva guidato la macchina di guerra; non era un pacifista naïf, ma vedeva i rischi reali di trasformare la guerra e la preparazione permanente in interesse strutturale.

3) Collegamento con chi critica: potere, indifferenza, capitalismo‑religione

Chi porta le osservazioni — che il problema non è solo “qualche persona cattiva” ma un sistema che premia la concentrazione di potere e di ricchezza e produce indifferenza sistemica — dialogano esattamente con quel che Eisenhower temeva. In pratica:

  • Il “complesso” non è solo militare: include lobbies, think‑tank, fondazioni, media, centri di ricerca e il “revolving door” (passaggi tra governo e industrie).
  • Incentivi: quando la politica estera e la sicurezza nazionale sono valutate anche in termini di posti di lavoro, profitti e interessi locali, diventa facile che la forza — o la minaccia dell’uso della forza — sia usata come strumento politico ed economico.
  • Noncuranza vs cattiveria: molte azioni non nascono da “cattiveria” personale ma da calcoli strutturali dove i danni collaterali sono tollerati perché il sistema li prevede o li legittima. Questo è spesso più pericoloso, perché è sistemico e legittimato.
  • Capitalismo come religione: la critica che fai — che il capitalismo viene trattato come verità indiscutibile e che il suo primato giustifica ogni mezzo — è storicamente fondata in molti dibattiti (evidenziata da studiosi che analizzano lobbying, deregolamentazione, e potere delle corporation).

4) Conseguenze pratiche (ciò che osserviamo nel mondo reale)

  • Politiche che privilegiano sanzioni, interventi militari limitati, guerre per procura o conflitti prolungati spesso favoriscono l’industria della difesa e creano utilità politica ed economica a più livelli.
  • Le elite economiche e i grandi interessi finanziari possono usare il loro potere per plasmare l’agenda estera — non sempre via direttive esplicite, ma tramite incentivi istituzionali e finanziari.
  • Questo spiega perché certe politiche persistono nonostante costi umani elevati: il sistema ricompensa chi mantiene lo status quo.

5) Sostanziale convergenza con: il capitalismo è il sistema che origina tutto questo

La questione non è solo morale individuale, è di struttura. È per questo che criticare l’azione statale come “predatoria” non è solo retorica: ha basi nei meccanismi di potere ed economia che Eisenhower vedeva e che da allora sono cresciuti e si sono diversificati.

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1) Discorso di Eisenhower (1961) – Il Complesso Militare-Industriale

Ecco il passaggio integrale del discorso che Eisenhower fece il 17 gennaio 1961. Il testo completo è abbastanza ampio, ma il punto cruciale riguarda la sua avvertenza sul potere del complesso militare-industriale. Di seguito c’è la parte centrale:


Discorso di Eisenhower – 17 gennaio 1961:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.”

Traduzione Italiana:

“Nei consigli del governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di un potere mal indirizzato esiste e persisterà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo mai dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza vigile e consapevole può costringere all’integrazione corretta della gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi pacifici e obiettivi, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme.”


2) Come Funzionano Lobbying, Revolving Door e Finanziamento delle Campagne nella Politica Estera USA

Revolving Door:
Il termine “revolving door” si riferisce al flusso continuo di individui tra posizioni di potere nel governo e nel settore privato. Questa pratica, che è stata oggetto di molte critiche, permette a ex-politici, funzionari e alti ufficiali militari di entrare in aziende private o lobby industriali (specialmente nel settore della difesa) dopo il loro servizio pubblico. Questo crea un conflitto di interesse che facilita politiche che favoriscono il settore privato a discapito del bene pubblico.

Esempi di funzionamento:

  1. Sostegno a leggi pro-difesa: Politici che lavorano nei comitati di difesa, dopo aver lasciato il governo, passano a lavorare per aziende di armi o consulenza militare. Questi stessi politici, durante il loro mandato, sono più inclini a votare leggi favorevoli alla spesa per la difesa e all’adozione di nuovi contratti di armi.
  2. Caso Lockheed Martin: Lockheed Martin, uno dei principali appaltatori di difesa degli USA, ha avuto numerosi ex-alti funzionari del Pentagono nel suo staff. Ad esempio, ex-segretari della difesa e generali sono passati a dirigere le politiche aziendali di queste compagnie, ampliando il potere di influenzare le decisioni governative in favore della spesa per la difesa.

Lobbying e Finanziamento delle Campagne:

  • Istituzioni di lobbying come la AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) sono esempi di come i gruppi di interesse possano avere un forte impatto sulla politica estera americana. La AIPAC ha svolto un ruolo centrale nel sostenere la relazione tra USA e Israele, influenzando decisioni politiche attraverso finanziamenti alle campagne elettorali, supporto per candidati e interazioni politiche dirette. Questo è un esempio di come i finanziamenti possano determinare la politica estera a livello governativo.
  • Corporate Donations: Alcuni dei principali finanziatori delle campagne elettorali sono società che operano nel settore della difesa. Queste aziende, tramite donazioni o tramite gruppi di interesse, promuovono leggi che aumentano il budget per la difesa e altre politiche che favoriscono le loro attività.

Esempi noti di lobbying e finanziamento:

  • Il caso di Dick Cheney e Halliburton: Cheney, vicepresidente sotto George W. Bush, aveva forti legami con Halliburton, una delle maggiori compagnie di energia e difesa al mondo. Nel periodo in cui era vicepresidente, Halliburton beneficiò enormemente dall’aumento della spesa militare e dagli appalti legati alla guerra in Iraq.
  • Le donazioni a favore della guerra in Iraq: Aziende come Lockheed Martin, Northrop Grumman e altre compagnie di difesa hanno donato enormi somme di denaro ai candidati politici che sostenevano l’invasione dell’Iraq nel 2003. Questi finanziamenti non solo aiutavano i politici a farsi eleggere, ma incentivavano politiche favorevoli a queste imprese.

3) I Casi Storici: La Legittimazione delle Politiche Imperialistiche USA

Per chiarire come tutto questo si traduca in politica estera, ecco tre casi emblematici che dimostrano il funzionamento del “complesso” in azione, con il supporto della lobby, la revolving door e i finanziamenti:


1. Operazione Ajax – Iran 1953

Contesto: Dopo che il primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’industria petrolifera del paese, gli Stati Uniti, con la complicità del Regno Unito, pianificarono e realizzarono un colpo di stato per rovesciarlo, riportando il monarca Shah Reza Pahlavi al potere. Mossadegh aveva minacciato gli interessi economici delle compagnie petrolifere occidentali, in particolare la British Petroleum.

Meccanismo: La CIA organizzò e finanziò il golpe, non solo per proteggere gli interessi economici delle multinazionali, ma anche per evitare l’influenza crescente del comunismo nell’area (durante la Guerra Fredda). Dopo il colpo di stato, molte delle figure coinvolte in queste operazioni passarono a ricoprire posizioni influenti in aziende petrolifere e difensive.

Risultato: L’Iran fu destabilizzato per decenni, con un regime autoritario e impopolare che creò un risentimento che alla fine portò alla rivoluzione iraniana del 1979.


2. Vietnam – 1965-1975

Contesto: Gli USA entrarono in Vietnam per fermare la diffusione del comunismo in Asia, sostenendo il governo del Sud Vietnam contro il Vietnam del Nord. Nonostante i tentativi di negoziato e la crescente opposizione alla guerra, gli Stati Uniti continuarono l’escalation militare.

Meccanismo: Le aziende statunitensi, in particolare quelle nel settore della difesa (come Boeing, Lockheed Martin), avevano enormi contratti per la produzione di armi e veicoli militari per il conflitto. Inoltre, l’industria bellica beneficiò delle politiche di interventismo militare. Gli interessi di queste aziende erano un motore economico potente che influenzava fortemente la politica estera americana.

Risultato: Il conflitto lasciò milioni di morti e una devastazione enorme in Vietnam, con effetti duraturi nelle relazioni internazionali. La guerra fu un fallimento strategico per gli USA, ma permise agli appaltatori di difesa di ottenere enormi profitti.


3. Invasione dell’Iraq – 2003

Contesto: L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu giustificata dal governo degli Stati Uniti con la presunta esistenza di armi di distruzione di massa (WMD) in mano a Saddam Hussein, ma questa prova non fu mai trovata.

Meccanismo: Le aziende di difesa, come Halliburton (presieduta da Dick Cheney prima di diventare vicepresidente), ebbero contratti enormi per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti petroliferi iracheni. Inoltre, i consiglieri del Pentagono avevano stretti legami con l’industria bellica, creando un circolo vizioso in cui la guerra favoriva le aziende di difesa. Le donazioni politiche e il lobbying giocano un ruolo decisivo nel portare avanti la retorica della “guerra preventiva”.

Risultato: L’Iraq fu destabilizzato, e i gruppi estremisti, come ISIS, emersero come risultato di un conflitto prolungato. Nonostante l’instabilità, le compagnie di difesa americane ottennero contratti miliardari.


Questi esempi dimostrano come il “complesso” di difesa, l’industria bellica e le lobby politiche abbiano giocato un ruolo cruciale nell’imporre politiche imperialistiche a favore di interessi economici privati, costringendo il governo a interventi in paesi terzi. Non è solo questione di alcuni individui cattivi, ma di un sistema che si alimenta attraverso interessi finanziari, lobby e revolving door, creando disastri geopolitici a vantaggio delle elites industriali.

Musica è (2025)

Recentemente alcune notizie relative alla musica – una delle cose che mi interessa di più o che sento più vicine a me, di nuovo, nella vita –  hanno contribuito a fissare delle tessere di un mosaico che difficilmente si staccheranno da me.

120.000 brani al giorno vengono caricati online.

Giovinezza ed adolescenza e gusto soggettivo: non c’è un vero “bello” che passa attraverso tutte le generazioni in generale: ciò che sentiamo da piccoli e in adolescenza, cioè quando proviamo forti emozioni, si fissa, si lega dentro di noi: le due cose si amalgamano. Forti emozioni: rabbia, gioia, amore, perdita, confusione, risentimento, stupore, scoperta, illusione, delusione, disillusione, solitudine, eccetera. In quel momento la “colonna sonora” che ci accompagna diventa “il bello”. E così ha fatto per le generazioni precedenti.

Questo rende “il bello” ancora più soggettivo ma in modo… deterministico. Anche se qualcuno ha altre cose da dire in merito, più carine.

La iper-produzione che svaluta, inoltre, mi rattristava. Ma una volta staccato tutto dal guadagno, dal riconoscimento economico o di fama…

Se ti piace qualcosa… beh da questi anni ne avrai a valangate che non hai mai sentito… ti basterà cercare “2018” e troverai miliardi di cose tra le quali scegliere e per te sarà “roba buona”.

Quindi … che vi dia o non vi dia soddisfazione economica: caricate la vostra musica, e dotatela di buoni metadati. Non è detto che non diventi un gioiello che incontri una vita rendendola migliore di prima.

E se non sapete che il tipo di Spotify investe in iA per le armi: ve lo ricordo. Potete evitare spotify, tanto sapete che vi da centesimi. È vero che è la piazza sulla quale presentarsi… ma adesso è lastricata di pietre insanguinate, vedete voi. BandCamp è lì. E poi perché non creare una piattaforma migliore, alternativa, non stronza, che non si tiene tutto e non da un cazzo agli artisti? Non si sa mai, ci si potrebbe persino riuscire.

shitloop

Mentre lo pensavo, pensavo anche “sto per vergognarmi” o “dovrei vergognarmi e sta per succedere” e… e invece non è successo, forse proprio perché ci pensavo, meta-cognizione in atto. Fatto sta che lo pensavo. Lei mi dice “ma come, non sai cosa sono i Labubu ?” e mi manda un paio di reel. Mi ritengo informato: già il fatto che ci sia “gente in coda per” è una cosa che mi sta sul cazzo da tanti, tanti anni. Gli iPhone, per dire, non sono né gli ultimi né i primi della lista.

Ma tra i vari reel ce n’è uno che mostra una scena ad intento comico in cui un ragazzo sta subendo uno scippo e dice “no aspetta aspetta” e stacca uno di questi pupazzetti “ok ora puoi” e il ladro prende la borsa, mentre lui sospira di sollievo. Zac, il ladro gli scippa anche quelli. Fine.

Ma ho guardato lui e la scimmia antropomorfa retrograda destrorsa reazionaria e maschilista che evidentemente è anche in me ha pensato “ci annienteranno”.

Chi?

Se seguite un po’ questo blog potreste pensare che mi riferisca a me, che io personalmente, ormai ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita, mi ritenga minacciato lavorativamente e quindi esistenzialmente dai giovani. Beh, intanto non in questo paese. E lo dico con gran dispiacere per loro.

No no, lo schifo che ha costruito la mia mente è tribale, scimmiesco: ho osservato questo ragazzino che … boh era solo brutto per me. Ma il reel era in loop e quindi lo guardo e lo riguardo. Ed è stato terribile, qualcosa nella mia testa ha avuto l’impulso contrario a ciò che penso sull’ingiustizia, su come funzioniamo, sulla debolezza disprezzata e su come, in fondo, sia tutta una mega ipocrisia che serve solo a mitigare l’intensità con cui facciamo cagare.

Il pensiero era “se questi sono i rappresentanti della nostra popolazione giovane, così sfigati, deboli, mezze checche, non ci sono speranze: là fuori ci sono guerrieri spietati, gente che ha fame, che vive duramente, nella povertà, non viziata, che ha bisogno di ciò che noi diamo per scontato e lo fanno con la forza della mente, delle braccia, della resistenza e sopportazione, della violenza, della competenza acquisita con l’impegno indefesso nello studio. Questa gente è forte, resistente, ci butterà a terra con una spallata e ci passerà sopra camminando piano, senza farsi problemi”.

Ed il problema è questo. Io ho pensato questo. Non così dettagliatamente, no. Ma io ripenso al perché e questa roba era lì compressa in un pensiero rapido e fugace. Che però io non ho voluto lasciar andare e pensare “che fai? Perché pensi così? Proprio tu, un debole, una mezza sega?”.

Ed è chiaro il perché.

Tutti noi vogliamo che accanto a noi ci siano persone forti perché noi siamo o potremmo essere: deboli.

Ecco perché vogliamo male ai deboli… perché ci ricordano che nel nostro gruppo dovremo fare più fatica, badare a noi stessi, cavarcela senza di loro, che non sono capaci, non sono forti: non ci sono utili.

Una merda.

Questo è il motivo per cui disprezziamo nascostamente i deboli e fragili. Questo il motivo per cui – sbagliando comunque – anche da piccoli il nostro istinto ci fa dire “devi essere duro” (senza sapere che quel sistema ci rende più fragili).

Voglio solo sperare che sia questo, questo vecchio imprinting dei miei, negli anni ’70, da parte loro proveniente dagli anni ’30, guerre, povertà, altri tempi.

Ma questa merda è passata per la mia mente.

Quel ragazzo sono io. L’ho detto a me stesso. Sono un nastro di moebius plasmato con la merda. Mi vergogno.

Cinque anni dopo. Siamo migliorati?

panorama postapocalitticoQuesto post è stato scritto il giorno 7 aprile 2020, in pieno lockdown da coronavirus, covid-19, e pubblicato in modo automatico. Ci si chiedeva se saremo migliori. Lo siamo? Avremo capito qualcosa sul telelavoro? Qualcosa sul valore del tempo, del tempo di qualità, aggiungerei io – abbiamo capito? Abbiamo capito qualcosa sul valore della collaborazione e non dell’isolamento politico? Abbiamo capito qualcosa e siamo migliorati? Abbiamo capito che la conoscenza e la scienza sono importanti, che i religiosi e altri santoni tentano sempre di attaccarci quando diventiamo più deboli? Anche in questo caso il supporto psicologico non è stato valutato? Com’è andata? Quanti sono morti? Quanto si è approfittato della situazione per limitare la libertà, la privacy, per aumentare i poteri forti, accentratori, diminuire la democrazia, la libertà?

Siamo imbarbariti? Siamo diventati ancora più ricchi e ancora più poveri? È morto mezzo pianeta? Alla fine il contagio è stato fermato, contenuto, si è trovato il vaccino? Abbiamo capito perfettamente la sua dinamica? Ci siamo scagliati gli uni contro gli altri e non ci siamo aiutati? Abbiamo capito come smettere di produrre e ascoltare fake news? Continue reading →

Muskancelcultrump #293847

Stimolato da un commento (su facebook) – dovuto forse ad un fraintendimento**, del quale mi assumo la responsabilità – rifletto su qualcosa che, forse, sotto sotto, da un lato dentro di me è da lungo tempo che “sento”, ossia che molto di quello che facciamo e pensiamo si presenti in modo coerente nel nostro atteggiamento. Cioè che l’atteggiamento sia il primo passo verso qualsiasi altra cosa. Possiamo avere un pensiero teorico, possiamo avere poi delle azioni reali e concrete che producono qualcosa e che svolgiamo quotidianamente.

Tuttavia in tutto questo noi teniamo un certo comportamento, che può essere frutto di molte cose. Potrebbe essere contenimento: pensi una certa cosa e vorresti fare una certa cosa ma ti contieni. Tuttavia questo trattenersi trasuda, appare. “Fa pensare che”.

Sto parlando di quell’area ampia e di frontiera quanto di superficie che riguarda tutto l’insieme di cose che detrattori e appartenenti hanno imparato a conoscere come “wokeismo / wokismo” e che dagli anni ’80, nel linguaggio, chiamavamo già politicamnte-corretto. Lo scopo è non offendere nessuno. Mh. Un attimo: e se invece dicessi: lo scopo è che “non si offenda” nessuno?

La scuola/modello delle microaggressioni non tiene in considerazione quello che la psicologia dice delle emozioni (non possiamo fare a meno di provarle, ma siamo NOI che le proviamo i/le responsabili di quali azioni poniamo in essere a seguito) e cioè che non conta l’intenzione ma la percezione altrui.

Non conta che io desideri sapere onestamente, perché conosco la mia comunità ed il contesto di generazioni che la vivono in un determinato ambiente geografico, da te se sei prossimo alla pensione e questo ti renderà felice perché avrai tempo libero. No. È una microaggressione: ageismo. Ti sto implicitamente dicendo che sei (un) vecchio.

Nessuno poi vuole entrare nel merito del puro valore indicale / didascalico della parola facendosi la domanda più ovvia proprio come un bambino che dice “magro / grasso / alto / basso” farebbe, ossia: quanti anni ha? Nella mia lingua quando una persona è vecchia? Esiste una consuetudine?

Potrei essere indelicato. Ed ecco che si inizia a camminare sulle uova.

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ragazi di ògi

Analisi Comparativa: Temi, Sentimenti ed Emozioni della Gioventù in Quattro Opere

Introduzione: Le quattro opere proposte – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, I ragazzi della via Pál, il concetto storico dei Ragazzi del ’99 e la canzone Noi, ragazzi di oggi – offrono ciascuna una rappresentazione della gioventù in contesti molto diversi tra loro. Dal dramma reale della tossicodipendenza nell’adolescenza degli anni ’70, alla nostalgica avventura infantile di fine Ottocento; dalla tragica epopea dei giovani soldati del 1917 alla voce speranzosa dei ragazzi negli anni ’80. In questa analisi comparativa esamineremo i temi principali comuni, le differenze nella rappresentazione della gioventù, il mood generale di ciascuna opera e i contrasti tra le diverse visioni della giovinezza, con riferimenti storici e letterari per contestualizzare ogni caso.

Temi Principali Comuni alle Opere

Crescita e perdita dell’innocenza: Tutte le opere, pur con toni differenti, esplorano il passaggio dall’infanzia all’età adulta e le difficoltà che lo accompagnano. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la crescita assume un volto traumatico: Christiane e i suoi coetanei passano prematuramente dall’adolescenza innocente alla dura realtà della droga e della prostituzione, perdendo la spensieratezza giovanile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Ne I ragazzi della via Pál, invece, l’innocenza infantile coesiste con un precoce senso di responsabilità e onore: un gruppo di ragazzi combatte la propria “guerra” di gioco difendendo il terreno di via Pál, ma quella che inizia come un’avventura ludica culmina in un tragico rito di passaggio con la morte di Nemecsek, il più piccolo del gruppo, che sacrifica la propria vita in un atto di eroismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Anche l’idea dei Ragazzi del ’99 incarna una brusca fine dell’innocenza: migliaia di diciottenni italiani, nati nel 1899, furono strappati alla giovinezza e mandati al fronte nella Prima Guerra Mondiale, diventando adulti dall’oggi al domani in trincea (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La canzone Noi, ragazzi di oggi tocca il tema della crescita in modo più positivo e aspirazionale: i giovani degli anni ’80 si sentono con “tutto il mondo davanti” e vivono di sogni per il futuro, segnalando la consapevolezza di essere in un momento di transizione ricco di promesse ma anche di bisogno di trovare la propria strada (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Amicizia e solidarietà: Un altro tema che accomuna le opere è il legame tra coetanei. I ragazzi della via Pál mette in scena un fortissimo spirito di gruppo, in cui l’amicizia è alla base della “Società dello Stucco” (il club dei ragazzi di via Pál) e motiva gesti di lealtà e sacrificio: alla fine tutti riconoscono il coraggio di Nemecsek, definito “il piccolo eroe” per il suo altruismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nel contesto tragico di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, i legami tra ragazzi esistono ma sono fragili, spesso subordinati alla necessità della droga: i giovani tossicodipendenti formano una sorta di micro-comunità ai margini della società, uniti dalla dipendenza più che da autentica amicizia. Christiane ha un ragazzo e frequenta un gruppo di amici, ma questi rapporti sono instabili e segnati dall’egoismo imposto dalla sopravvivenza quotidiana e dall’assuefazione (come emerge dalla sua insensibilità di fronte alla morte di amici, effetto devastante della droga sulla personalità (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)). Nei Ragazzi del ’99 la solidarietà assume la forma del cameratismo militare: i giovani al fronte condividevano privazioni e paure, sostenendosi a vicenda nelle trincee. Pur essendo meno romanzata e più storica, l’esperienza comune forgiò tra loro un vincolo simile a quello di fratelli d’armi, ricordati dalla storiografia come una “generazione spezzata”, costretta a crescere insieme sotto il fuoco nemico (I Ragazzi del ’99). Nella canzone di Luis Miguel, infine, c’è un senso di appartenenza generazionale: “Noi, siamo diversi ma tutti uguali” recita il testo, sottolineando che i ragazzi condividono sogni e bisogni (come “un paio d’ali”, metafora di libertà) in un’unica comunità solidale (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Conflitto e sfida: Ogni opera presenta un conflitto centrale, sebbene declinato in forme diverse. Nel romanzo di Christiane F. il conflitto è sociale e personale: da un lato i giovani protagonisti si scontrano con una società che li esclude e con famiglie disgregate; dall’altro combattono la propria battaglia interna contro la dipendenza. Christiane vive in un contesto di “solitudine, disagio e tristezza”, un vuoto affettivo e sociale che la spinge sulla “superstrada dell’oblio” rappresentata dall’eroina (Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – ArteSettima). In I ragazzi della via Pál il conflitto è più ingenuo ma simbolico: una guerra in miniatura tra bande di ragazzini (i ragazzi di via Pál contro le “Camicie Rosse” guidate da Feri Áts) per il possesso di un terreno. Questo scontro, per quanto giocoso, veicola valori importanti come la difesa dei propri diritti e la resistenza ai prepotenti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La lotta culmina in una vera tragedia, evidenziando in controluce una critica antimilitarista: il romanzo mostra quanto possa essere crudele e insensato lo scontro, anche se condotto per gioco, anticipando i conflitti reali degli adulti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Il conflitto dei Ragazzi del ’99 è bellico e generazionale: sono coinvolti in uno scontro epocale (la Grande Guerra) senza averne colpa né forse piena coscienza, chiamati a “resistere, resistere, resistere!” sul Piave e a difendere la patria (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il loro nemico è l’esercito invasore austriaco, ma anche la paura e l’inesperienza dovute alla giovanissima età. Molti di quei ragazzi affrontarono la sfida con incredibile coraggio – “andavano in prima linea cantando”, scrive il generale Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – ma pagarono un prezzo altissimo, con “decine di migliaia” di caduti e feriti tra loro (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Nella canzone Noi, ragazzi di oggi il conflitto è meno evidente, ma si può leggere in filigrana una sfida generazionale: i giovani degli anni ’80 vogliono spiccare il volo e trovare “stimoli eccezionali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)) in una società che forse tende a omologarli. Il testo lascia intuire un contrasto implicito tra i sogni dei ragazzi e le aspettative del mondo adulto, anche se il tono rimane propositivo e non polemico.

Sacrificio e perdita: Il tema del sacrificio attraversa soprattutto I ragazzi della via Pál e la vicenda dei Ragazzi del ’99, ma in modo diverso affiora anche nell’opera di Christiane F. e, per contrasto, è quasi assente nella canzone di Luis Miguel. Nel romanzo di Molnár il sacrificio è eroico e commovente: Nemecsek, pur essendo il più fragile e indifeso, affronta pericoli (cadendo nell’acqua gelata, affrontando da solo i nemici) e si ammala gravemente; il “piccolo soldato semplice” muore di polmonite a causa dell’“atto d’eroismo” compiuto per i suoi amici (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La sua morte impartisce una dura lezione a tutti e rappresenta la perdita irreversibile dell’innocenza per il gruppo: il gioco è finito in tragedia. Nei Ragazzi del ’99 il sacrificio assume dimensioni collettive e patriottiche: quell’intera classe di leva affrontò la guerra con spirito di abnegazione, contribuendo “in modo decisivo alla vittoria, spesso a costo della vita” (I Ragazzi del ’99). La storiografia italiana li ricorda con rispetto proprio per questo: fu un’intera generazione immolata sull’altare della patria, una gioventù sacrificata il cui ricordo ha dato vita a monumenti e vie dedicate in molte città (I Ragazzi del ’99). Al confronto, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino non presenta un sacrificio nobile, ma piuttosto la perdizione di giovani vite: Christiane e i suoi amici sacrificano salute, futuro e affetti in cambio di una dose di eroina. Non c’è gloria nella loro sofferenza, ma solo emarginazione e degrado; alcuni, come la piccola Babsi (amica di Christiane), perdono la vita per overdose a soli 14 anni, una morte anonima che sconvolge il lettore ma rientra tragicamente nella “normalità” di quel mondo disperato. Infine, Noi, ragazzi di oggi si distingue perché non contempla il sacrificio: qui la gioventù non perde ma cerca qualcosa – cerca libertà, emozioni, futuro. La canzone incarna un desiderio di vivere pienamente, evitando i tragici destini delle altre opere. In questo senso rappresenta quasi una risposta ottimistica alle storie di sacrificio: i ragazzi di oggi vogliono “un paio d’ali” per volare, non pesi sulle spalle da portare.

Esclusione sociale e aspirazioni giovanili: Mentre Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino mette in luce l’esclusione e il disagio sociale (giovani emarginati che frequentano la stazione dello Zoo di Berlino, ai margini della società benpensante (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)), le altre opere presentano giovani che, pur in contesti diversi, esprimono aspirazioni e bisogni di appartenenza. Christiane F. cerca evasione da “un futuro senza prospettive” e da una famiglia disfunzionale attraverso la droga (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna) – la sua è un’aspirazione distorta verso un falso sollievo. I ragazzi di via Pál aspirano invece a valori alti, anche se calati nel gioco: vogliono onore, vittoria, e mantenere il loro piccolo mondo (il campo di gioco) libero dall’usurpazione (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La loro aspirazione di fondo è essere riconosciuti e rispettati, valori mutuati dagli adulti ma declinati nel loro linguaggio infantile. I Ragazzi del ’99, più che aspirare a partire per la guerra, vi furono obbligati; eppure dalle testimonianze e dalla letteratura emerge spesso il loro desiderio di non deludere la patria e i propri cari. Alcuni partirono con entusiasmo patriottico, altri solo con senso del dovere, ma tutti condividevano l’aspirazione (o speranza) di porre fine a un incubo collettivo e di tornare a una vita normale. Emblematiche sono le parole di Gabriele D’Annunzio che descrivono il momento del loro addio all’infanzia: “Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!” (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – l’aspirazione dei ragazzi del ’99 finì per essere semplicemente sopravvivere e dimostrarsi all’altezza dell’onorevole appellativo di “classe di ferro”. Al polo opposto, Noi, ragazzi di oggi dà voce alle aspirazioni moderne dei giovani: realizzarsi, spiccare il volo dai nidi familiari, trovare uno scopo. “Viviamo nel sogno di poi” recitano i versi, indicando che i ragazzi guardano al domani con progettualità; la canzone trasmette il bisogno di “stimoli eccezionali” e di rompere la monotonia, aspirando a un futuro straordinario (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Qui l’inclusione sociale è implicita: i ragazzi di oggi si sentono parte attiva della società futura (hanno “tutto il mondo davanti”), a differenza dei giovani berlinesi di Christiane F. che si percepivano ai margini senza un posto nel mondo.

Differenze nella Rappresentazione della Gioventù in Ogni Opera

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: In questo romanzo-verità (1978) la gioventù è rappresentata in modo crudo e allarmante. Christiane F. e i suoi amici incarnano l’adolescenza perduta, ragazzi di appena 13-15 anni inghiottiti dal vortice della tossicodipendenza in una grande città (Berlino Ovest) negli anni Settanta. La gioventù qui è vista come un’età vulnerabile, esposta a tentazioni e pericoli urbani: non c’è spensieratezza né ribellione costruttiva, ma una rapida discesa nell’auto-distruzione. L’opera – basata su interviste reali – vuole essere una denuncia sociale: attraverso il linguaggio diretto e giovanile di Christiane, il libro documenta “un’epoca e un fenomeno: quello della tossicodipendenza” giovanile di massa (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). La gioventù è ritratta come vittima sia di sé stessa che di un contesto irresponsabile: genitori assenti o violenti, istituzioni incapaci di offrire alternative sane, una città grigia che lascia i ragazzi a loro stessi. Christiane e coetanei appaiono allo stesso tempo carnefici e vittime della propria giovinezza: la loro è un’età tradita, in cui i sogni infantili (Cristiane è inizialmente una ragazzina che ama gli animali e la musica) si deformano in incubi di astinenza e degrado. In definitiva, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino rappresenta la gioventù come un periodo in balia della perdizione: l’innocenza giovanile viene corrosa dalle droghe, la “purezza” scompare presto e lascia spazio alla dura lotta quotidiana per procurarsi una dose (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). È un ritratto pessimistico: i ragazzi appaiono persi, salvo rarissimi sprazzi di speranza (i tentativi di disintossicazione di Christiane) che però faticano a invertire la rotta. La società attorno è dipinta come indifferente o incapace, cosicché la giovinezza qui non è sinonimo di speranza ma di smarrimento.

I ragazzi della via Pál: Nel classico romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár (1907), la gioventù è rappresentata con un misto di idealizzazione e realismo. Protagonisti sono ragazzini di circa 12-14 anni nella Budapest del 1889: vengono mostrati nei loro giochi, nei rituali di gruppo, nei codici d’onore quasi parodistici degli adulti, creando un ritratto affettuoso e nostalgico dell’infanzia. A differenza dei ragazzi di Berlino, quelli di via Pál sono innocenti e puri nelle intenzioni: il loro più grande problema è difendere il grund (il terreno di gioco) dai coetanei rivali. Tuttavia, Molnár non si limita a una rappresentazione edulcorata: col procedere della vicenda, i giovani protagonisti dimostrano un senso morale profondo – lealtà, coraggio, spirito di sacrificio – e il conflitto ludico assume tinte serie. La gioventù qui è vista come portatrice di valori genuini: “valori morali che impegnano nella difesa dei propri diritti […] dell’onore e del più inatteso eroismo” permeano il romanzo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nemecsek, piccolo e inizialmente sottovalutato, dimostra che anche un bambino può essere un eroe puro, combattendo non per vanagloria ma per amicizia e senso del dovere verso il gruppo. Questa rappresentazione della gioventù è profondamente nostalgica: Molnár, scrivendo anche per un pubblico adulto, sembra voler ricordare ai grandi l’ardore e la serietà con cui i bambini vivono le proprie vicende, quasi fossero prova generale della vita adulta. Non a caso alcuni critici hanno letto nel romanzo spunti antimilitaristi (I ragazzi della via Pál – Wikipedia): la guerra “per finta” dei ragazzi riflette i codici della società militare e ne fa emergere l’assurdità, soprattutto quando conduce alla perdita reale di una giovane vita. In I ragazzi della via Pál, dunque, la gioventù è dipinta come un’età di purezza e nobiltà d’animo, capace di eroismo sincero ma anche vulnerabile alla crudeltà del destino. A differenza di Christiane F., qui i ragazzi non sono corrotti dal mondo degli adulti (che rimane sullo sfondo), ma vivono in un microcosmo tutto loro dove possono esprimere il meglio di sé. La morte di Nemecsek rompe l’idillio, segnalando simbolicamente la fine dell’infanzia; eppure, nonostante il finale tragico, la rappresentazione complessiva conserva un alone di tenerezza e ammirazione per la giovinezza, vista come età dell’onore e della camarateria.

I “Ragazzi del ’99”: Questa espressione, radicata nella storiografia italiana, non si riferisce a un’opera narrativa specifica ma a una realtà storica e al suo racconto attraverso memorie, lettere, romanzi e studi. Qui la gioventù è rappresentata nel ruolo di protagonista tragica della storia. I “ragazzi del ’99” erano giovani appena diciottenni (o poco meno) chiamati alle armi nel 1917, nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale (Ragazzi del ’99 – Wikipedia) (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il modo in cui la loro vicenda viene ricordata nella letteratura e nella memoria collettiva italiana pone l’accento su due aspetti: da un lato il patriottismo e il coraggio giovanile, dall’altro l’immane sacrificio che questa generazione dovette sopportare. Spesso celebrati come la “meglio gioventù” di quell’epoca, questi ragazzi vengono descritti con toni epici: basti pensare all’ordine del giorno di Armando Diaz dopo la battaglia di Caporetto, che li definì magnifici nel loro battesimo del fuoco e notò come “andavano in prima linea cantando” e, sebbene decimati, “cantavano ancora” al ritorno (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La gioventù in questo contesto è sinonimo di forza d’animo, resilienza e amor di patria, quasi un ideale romantico di eroismo giovanile. Ma l’altra faccia della medaglia è la perdita di vite e d’innocenza su scala impressionante: storici e scrittori parlano di una “generazione spezzata”, di giovani “arruolati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni […] molti dei quali non fecero più ritorno”, mentre i sopravvissuti rimasero segnati a vita da traumi fisici e morali (I Ragazzi del ’99). Nei diari e nelle testimonianze, i ragazzi del ’99 appaiono spesso ancora fanciulli nei pensieri (scrivono a casa delle loro paure, dei loro sogni interrotti), ma sono costretti a una maturità forzata: dall’aula scolastica alla trincea in pochi mesi. La letteratura italiana ha reso loro omaggio in varie forme – ad esempio nei romanzi storici o nei discorsi patriottici di D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – dipingendoli talora come martiri ed eroi purissimi, ultimi difensori di una patria in pericolo. In altre analisi più critiche, si sottolinea la tragedia di una gioventù mandata al macello, evidenziando il contrasto tra l’esaltazione retorica e la realtà di quei volti giovani impauriti nel fango delle trincee. Complessivamente, la rappresentazione dei ragazzi del ’99 oscilla tra l’epica e il lutto: da una parte la fierezza per il loro contributo decisivo (“classe di ferro” che salvò l’Italia sul Piave (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net)), dall’altra il dolore per un’intera leva di ragazzi sacrificati. Qui la giovinezza è vista come nobile ma infranta: i ragazzi incarnano ideali di purezza, coraggio e amor patrio, ma il loro destino dimostra come la guerra possa distruggere il meglio della gioventù.

Noi, ragazzi di oggi (Luis Miguel): Questa canzone presentata a Sanremo 1985 offre una rappresentazione della gioventù del tutto diversa, filtrata dalla retorica pop degli anni ’80. Cantata da un quindicenne Luis Miguel, Noi, ragazzi di oggi dipinge i giovani come portatori di speranza, vitalità e cambiamento. Qui la gioventù è vista in chiave ottimista: i ragazzi di oggi hanno “tutto il mondo davanti” e vivono “nel sogno di poi” (cioè proiettati verso il futuro), un futuro che immaginano di poter plasmare. Il testo – scritto da Cristiano Minellono e Toto Cutugno – sottolinea l’idea di una generazione unita e idealista: “noi, siamo diversi ma tutti uguali, abbiamo bisogno di un paio d’ali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Questo verso cattura l’essenza della rappresentazione: i giovani sono accomunati dal desiderio di libertà (le “ali” per volare via) e da grandi aspirazioni (“stimoli eccezionali”). Non ci sono conflitti bellici né drammi sociali laceranti in questa visione; al contrario, la canzone trasmette un sentimento di fiducia e leggerezza. La giovinezza è dipinta come una sorta di forza positiva, persino spensierata: i “ragazzi di oggi” sognano, credono di poter cambiare il mondo o comunque di poter vivere intensamente i propri anni migliori. È importante notare che questa rappresentazione molto positiva riflette anche il contesto storico: la metà degli anni ’80 in Italia era un periodo di relativa stabilità e benessere, in cui le nuove generazioni potevano permettersi di guardare al futuro con ottimismo, lontane sia dagli incubi della guerra (come i ragazzi del ’99) sia dalle cupezze della crisi economica e morale di fine ’70 (che fanno da sfondo al libro di Christiane F.). Inoltre, essendo una canzone pop pensata per un vasto pubblico, tende a esaltare i tratti universali e “puliti” della giovinezza – entusiasmo, amicizia, sogni – evitando volutamente temi scomodi. In sintesi, Noi, ragazzi di oggi rappresenta la gioventù come età dell’oro presente, un presente proiettato subito nel futuro: i giovani sono consapevoli di avere energie e tempo dalla loro parte, e vogliono usarli al meglio. Questa immagine contrasta nettamente con quella problematica o tragica delle altre opere, mostrando un lato complementare della medaglia: la giovinezza come sinonimo di possibilità e rinnovamento, piuttosto che di problemi o sacrifici.

Mood e Atmosfera delle Opere: Confronto

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Mood crudo e tragico: L’atmosfera dominante del libro di Christiane F. è cupa, realistica e sconvolgente. Il racconto in prima persona, con linguaggio diretto, immerge il lettore in uno scenario di degrado urbano e sofferenza adolescenziale. Il mood generale è tragico: sin dall’inizio si percepisce un senso di inevitabile discesa agli inferi. Ci sono momenti di apparente spensieratezza (le prime uscite nelle discoteche, le amicizie giovanili), ma vengono rapidamente oscurati dalla dipendenza. Prevale un sentimento di angoscia e impotenza – sia nei protagonisti, incapaci di liberarsi dalla droga, sia nel lettore, testimone di un dramma che si svolge sotto occhi spesso indifferenti. A tratti il tono diventa quasi documentaristico, raffreddato dalla necessità di testimoniare un fenomeno sociale: in questo il libro è “un documento importante” di denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Tuttavia l’immedesimazione con la giovane narratrice porta anche carica emotiva: vergogna, disperazione, alienazione sono palpabili. Nel complesso, l’umore è pessimistico: la storia di Christiane non offre veri momenti di catarsi o lieto fine (anche dopo il percorso narrato, sappiamo che la sua vita rimarrà segnata dalla dipendenza). Il sentimento predominante è la tristezza mista a shock; c’è anche rabbia nei confronti della società, ma espressa più attraverso i fatti che con toni polemici. In definitiva, il mood di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è quello di un dramma urbano estremo, quasi nichilista riguardo la gioventù: lascia il lettore con un senso di amarezza e monito.

I ragazzi della via Pál – Mood avventuroso-nostalgico con punte drammatiche: L’atmosfera del romanzo di Molnár è inizialmente leggera e vivace, tipica delle storie di ragazzi e intrisa di nostalgia per un’infanzia spensierata. Gran parte del libro ha il sapore di un’avventura estiva: c’è entusiasmo, gioco, scherzi tra compagni, e il lettore respira la genuina allegria dei protagonisti. Il mood generale è nostalgico-giovanile, con colori tenui e positivi: ricorda al lettore adulto l’epoca in cui anche una piccola contesa per un fazzoletto di terra poteva sembrare una battaglia epocale. Tuttavia, man mano che la storia progredisce verso il conflitto con le Camicie Rosse, il tono si fa più serio e teso. Vi sono momenti di suspense e tensione (le “spedizioni” segrete, il furto della bandiera, la preparazione allo scontro finale) che tingono di epica il racconto. Dopo la battaglia finale, quando Nemecsek cade malato, l’atmosfera muta in commovente e tragica: gli ultimi capitoli sono pervasi da tristezza e impotenza di fronte alla malattia del ragazzo. La morte di Nemecsek getta un’ombra dolorosa sull’intera vicenda, lasciando il lettore con un senso di vuoto e commozione profonda. Ciò nonostante, persino nel finale triste, permane una sorta di dolceamara tenerezza: Nemecsek è pianto come un eroe puro, e il suo ricordo nobilita quella breve stagione della giovinezza dei protagonisti. In sintesi, I ragazzi della via Pál oscilla tra il tono spensierato (inizio) e il tono tragico (fine), passando per momenti di eroismo romantico. Il mood comparativamente è più nostalgico-sentimentale rispetto alle altre opere: non è cupo come Christiane F., né epico come i racconti di guerra, né enfatico-ottimista come la canzone di Miguel, bensì evoca il rimpianto e la dolcezza di un tempo perduto, pur riconoscendo la durezza che può annidarsi anche nel mondo dei bambini.

Ragazzi del ’99 – Mood epico-patriottico e malinconico: L’epopea dei ragazzi del ’99, così come tramandata da storia e letteratura, possiede un’atmosfera duplice. Da un lato c’è un mood epico e patriottico: i racconti celebrativi li dipingono con orgoglio, sottolineando il coraggio giovanile e il fervore con cui affrontarono la prova. Il tono epico si coglie nelle parole solenni usate per loro – “classe di ferro”, “meglio gioventù”, “magnifico contegno” – e nelle scene spesso narrate enfatizzando l’entusiasmo ingenuo (i canti, le bandiere, l’anelito di rivincita dopo Caporetto). C’è quindi un sentimento di fierezza collettiva: la nazione guarda a quei ragazzi con ammirazione e gratitudine, ed essi stessi, in alcune testimonianze, appaiono fieri di fare la loro parte. Dall’altro lato, però, l’atmosfera è inevitabilmente intrisa di tragedia e malinconia. Ogni celebrazione porta in sé il ricordo di un sacrificio: l’immagine dei ragazzi che tornano in “esigua schiera” cantando ancora, citata da Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), è di una potenza emotiva straordinaria proprio perché mescola orgoglio e lutto. La consapevolezza moderna del costo umano di quella vittoria tinge di malinconia la retorica patriottica: quando si parla dei ragazzi del ’99 oggi, il mood è spesso quello commemorativo, con punte di mestizia per quelle vite spezzate. Frasi come “una generazione spezzata” (I Ragazzi del ’99) e i riferimenti alle “cicatrici fisiche e morali” che quei giovani si portarono dietro evidenziano un sentimento di perdita irreparabile accanto all’eroismo. Nei romanzi e film di guerra che li includono (o nelle memorie), le scene in trincea con diciottenni inesperti possono apparire strazianti: emerge la paura, la nostalgia di casa, il contrasto tra la loro giovane età e gli orrori che li circondano. Pertanto, il mood complessivo collegato ai Ragazzi del ’99 è un intreccio di epica e elegia: un inno al coraggio giovanile subito seguito da un requiem per la loro morte. Rispetto alle altre opere: è meno personale/intimistico (perché riguarda una collettività) ma ha la gravità solenne della tragedia storica. Non è disperato in modo crudo come Christiane F., ma è profondamente triste dietro la facciata gloriosa; non è leggero né nostalgico, bensì dominato da un sentimento di onore misto a dolore.

Noi, ragazzi di oggi – Mood ottimista e galvanizzante: La canzone di Luis Miguel presenta un’atmosfera diametralmente opposta a quella delle altre opere, caratterizzata da ottimismo, energia e fiducia. Il mood è quello tipico di un inno generazionale pop: fin dalle prime note e parole si percepisce un tono entusiasta e positivo. Non ci sono ombre di tragedia o conflitti reali nel testo; al contrario, il sentimento che comunica è di speranza e leggerezza. I ragazzi cantati da Miguel “vivono nel sogno” e guardano avanti: questo proietta un mood sognante ma attivo, che potremmo definire speranzoso-propositivo. La musica stessa (melodica e incalzante, secondo lo stile di Toto Cutugno) contribuisce a creare un clima emotivo elevato, quasi festoso, coinvolgendo l’ascoltatore in un messaggio di unione e positività. A differenza del mood malinconico di Via Pál o di quello tragico delle altre storie, qui abbiamo un trionfo di sentimenti positivi: gioia di essere giovani, fiducia nel futuro, senso di appartenenza. Anche quando il testo tocca indirettamente qualche insicurezza (il bisogno di “ali” e “stimoli” tradisce che i giovani sentono il limite della condizione presente), lo fa subito seguire da un’affermazione di forza. Il brano, arrivato secondo al Festival di Sanremo 1985, era pensato per ispirare e rassicurare sia i giovani stessi sia i loro genitori in ascolto: per questo il mood è edificante. In un contesto comparativo, Noi, ragazzi di oggi risulta la nota luminosa e ottimistica: laddove le altre opere presentano la gioventù in lotta o in crisi, questa canzone la presenta in festa. È un mood che potremmo definire fiducioso e sognante, un’ode all’ideale della giovinezza come età felice e piena di promesse.

Contrasti Tra le Diverse Visioni della Gioventù

Dall’analisi congiunta emergono forti contrasti su come la gioventù viene concepita e narrata in ciascuna opera. Uno dei contrasti più evidenti riguarda la dicotomia “perdizione” vs “purezza” della gioventù. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la giovinezza è praticamente sinonimo di perdizione: i ragazzi sono travolti dai vizi degli adulti (droga, violenza, prostituzione) e perdono precocemente la loro purezza. Christiane a 14 anni non è più una fanciulla ingenua, ma un’eroinomane costretta a prostituirsi – un’immagine di gioventù corrotta e dolente che fa da monito e denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). Di contro, ne I ragazzi della via Pál la giovinezza è associata a purezza d’animo: Nemecsek è il simbolo del ragazzo puro, leale fino all’estremo sacrificio, e la sua morte assume i contorni di un martirio innocente. Lì i giovani, pur giocando alla guerra, rimangono fondamentalmente puri nelle motivazioni (amicizia, lealtà) e anzi mettono in luce valori positivi, tanto che l’autore li usa per lanciare un messaggio etico e persino di pace (I ragazzi della via Pál – Wikipedia) (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Analogamente, anche i Ragazzi del ’99 possono essere visti come incarnazione di una purezza sacrificata: erano “grandi fanciulli”, per citare D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), catapultati in un inferno bellico. La loro innocenza giovanile si scontra con la brutalità della guerra, e proprio questo contrasto li fa percepire come vittime pure sacrificate (non a caso spesso definiti anche “angeli del Piave” nella retorica patriottica). Al contempo, però, la narrazione storica li ammanta di gloria, quindi la loro purezza diventa virtù eroica. Infine, Noi, ragazzi di oggi ignora volutamente la dimensione della perdizione: qui i giovani non hanno nulla da espiare né da farsi perdonare, non c’è vizio né peccato generazionale, anzi la canzone sembra rispondere ai ritratti negativi con un’immagine di gioventù pulita e speranzosa. Se Christiane F. mostrava il volto oscuro dell’adolescenza negli anni ’70, Luis Miguel celebra il volto luminoso di quella anni ’80.

Un altro contrasto notevole concerne la visione del futuro associata ai giovani. Nel caso di Christiane F., il futuro dei ragazzi appare quasi inesistente o minaccioso: molti di loro non superano l’adolescenza (morti per overdose) o restano segnati a vita. L’orizzonte temporale è chiuso, privo di vere aspirazioni se non la prossima dose. Al contrario, nei Ragazzi del ’99 il futuro viene negato in modo diverso: molti di loro morirono in guerra prima di poter avere un futuro, e quelli che sopravvissero tornarono adulti anzitempo, con gli anni della giovinezza ormai alle spalle. La retorica li celebra per aver dato un futuro alla nazione a costo del loro, sottolineando quindi una dimensione tragica: la gioventù che rinuncia al proprio domani per il bene comune. I ragazzi della via Pál vivono in un presente intenso (il gioco, la scuola, l’amicizia quotidiana), e il loro futuro è appena accennato – alla fine del romanzo, dopo la morte di Nemecsek, c’è solo il rimpianto per un’infanzia che finisce; il lettore sa che quei ragazzi cresceranno con quella ferita e ricordo indelebile, ma Molnár non descrive il loro domani. In pratica, Via Pál lascia una sensazione di *nostalgia per un futuro che non sarà mai più spensierato come quel passato appena concluso. Invece Noi, ragazzi di oggi è interamente proiettata al futuro: il lessico del brano insiste su “oggi” e “domani”, come a dire che i giovani vivono il presente sognando il poi. Il contrasto è chiaro: in Christiane F. e nella guerra, il futuro della gioventù è cupo o rubato; nella canzone pop, il futuro è la promessa elettrizzante che rende significativo il presente dei ragazzi.

Si nota poi un contrasto nei contesti sociali e nelle opportunità offerte ai giovani. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino il contesto è quello della periferia urbana povera e problematica: ai ragazzi non viene offerto nulla di costruttivo (scuola carente, assenza di centri di aggregazione sani, famiglia disfunzionale), e loro ripiegano in una sottocultura distruttiva. La esclusione sociale è quasi totale: Christiane e gli altri vivono di notte, nei bagni della stazione, fuori dalla società civile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). In Via Pál, pur ambientato in quartieri popolari di Budapest, i ragazzi godono di una rete sociale: vanno a scuola, hanno famiglie (anche se queste appaiono poco nella narrazione), e la comunità adulta – pur non intervenendo molto – fornisce un quadro di riferimento. Il loro gioco stesso imita le strutture della società (hanno un’“organizzazione” con tanto di presidente, generali, ecc.). Insomma, non sono realmente emarginati; il conflitto è circoscritto al mondo infantile, protetto entro certi limiti dallo sguardo benevolo degli adulti (si pensi al custode Janó, o ai genitori che infine piangono Nemecsek). I Ragazzi del ’99 provengono da ogni ceto, ma nel momento in cui indossano la divisa condividono uno stesso contesto totale: l’esercito e la guerra, che azzera le differenze sociali ma getta tutti in un ambiente durissimo. Qui i giovani hanno addirittura troppe responsabilità per la loro età: la società (lo Stato) affida loro il compito più gravoso, difendere la patria. Paradossalmente, li include fin troppo (li tratta da adulti cittadini) e al contempo li sacrifica. Dopo la guerra, i sopravvissuti si trovarono spesso spaesati: tornare alla vita civile fu difficile, e molti sentirono un vuoto (la società degli anni ’20 faticava a reintegrare quei ragazzi diventati uomini anzitempo, spesso traumatizzati). Noi, ragazzi di oggi riflette un contesto sociale ben diverso, inclusivo e mediatico: i giovani degli anni ’80 sono al centro dell’attenzione (una canzone di Sanremo dedicata a loro lo dimostra), riconosciuti come parte importante della società con voce propria. Hanno opportunità – “tutto il mondo davanti” significa possibilità di studiare, viaggiare, scegliere il proprio futuro – e chiedono solo di poter esprimere le loro potenzialità. Qui il contrasto con l’emarginazione di Christiane è massimo: da un estremo in cui i ragazzi sono invisibili e indesiderati, all’altro in cui i ragazzi sono celebrati e ascoltati.

Infine, c’è una differenza marcata nel registro emotivo con cui si guarda alla giovinezza. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino suscita soprattutto indignazione e pietà verso questi giovani distrutti; la gioventù è un’età di crisi profonda, quasi un inferno. I ragazzi della via Pál evocano tenerezza e commozione; la gioventù è vista con occhi indulgenti e amorevoli, come un paradiso perduto insidiato però dal dolore. I Ragazzi del ’99 ispirano rispetto e cordoglio; la gioventù è un tempo di coraggio tragico, ammirato ma pianto. Noi, ragazzi di oggi infonde entusiasmo e fiducia; la gioventù è un periodo luminoso, che genera sorrisi e aspettative positive. Questi registri così diversi – tragico, nostalgico, epico, speranzoso – mostrano quanto il concetto di gioventù sia poliedrico. Può rappresentare il punto più basso di una società (i tossicodipendenti berlinesi simbolo di un malessere generazionale), oppure il più alto ideale (i giovani martiri per la patria). Può essere sinonimo di purezza ingenua (i bambini di Molnár) o di energia rivoluzionaria (la canzone pop).

In conclusione, le quattro opere, accostate, tracciano un percorso attraverso diverse immagini della giovinezza: dalla perdizione alla speranza, dalla purezza al sacrificio. I temi comuni – crescita, amicizia, conflitto, aspirazioni – fungono da filo conduttore, ma ogni opera getta una luce differente su cosa significhi essere “ragazzi” in un dato contesto storico-sociale. Questa comparazione evidenzia che la gioventù non è un monolite: è un’età della vita interpretata e raccontata in modi anche opposti a seconda delle circostanze. Se Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ammonisce sui pericoli che possono annientare la giovane generazione e I ragazzi della via Pál ne celebra i valori intramontabili, i Ragazzi del ’99 ricordano quanto i giovani possano essere chiamati alle prove più dure della Storia, mentre Noi, ragazzi di oggi rivendica il diritto dei giovani a credere in un domani migliore. Queste prospettive, pur contrastanti, si integrano in un quadro ricco e sfaccettato della gioventù: un segmento di vita capace di esprimere al contempo il massimo della fragilità e il massimo della potenza, a seconda di come viene nutrito o provato dal mondo in cui cresce.

Fonti:

Da una mia richiesta, generato con: ChatGPT (plus) 4.5 + DeepResearch

il demos non crata un cazzo

Another brick in the wall, another kick in the balls. Pezzo dopo pezzo, rapidi, efficienti: questo io l’ho SEMPRE riconosciuto al lupo, al predatore, al capitalismo selvaggio e predatorio, alla destra: non stanno fermi, agiscono nell’interesse del proprio ideale. E alla fine è sempre meno ideale, fino a che succedono cose che poi “ma voi dov’eravate quando Hitler… ma voi dov’eravate quando…?”. Ecco ragazzi, oggi ci siete VOI qui, voi non state facendo un cazzo, VOI avete le risposte: avete MILLE volte più contezza di quanto vi accada intorno, mille volte più informazioni di quanto ne avessero (neanche) cento anni fa prima della seconda guerra mondiale. Sapete tutto, vi vedete togliere i diritti sotto il naso da decenni, da trenta, quarant’anni, pezzo dopo pezzo, pagando con qualche bocconcino di rottura di coglioni in meno, di fancazzismo, di tranquillità momentanea, magari decennale, ma momentanea.

Colpo dopo colpo si smantella, si smonta, si tolgono le vitine che andavano strette, si fondono i materiali solidi che erano la base del pensiero, dell’azione, della coesione, della socialità, dell’educazione.

E certo che internet è bella e libera. Fino a che qualcuno non la possiede e allora non è più libera. E non servono ipotesi per vedere cosa sia la internet di un paese dove questa sia realtà.

Ma noi? Vogliamo questo?

https://ilmanifesto.it/jeff-bezos-licenzia-le-opinioni-del-washington-post-solo-libera-espressione-e-il-libero-mercato

Victim blaming ora: MERDE, siamo merde. Non abbiamo fatto un cazzo per difenderci, per costruire un sistema dove questa merda che non sarebbe mai più dovuta ricomparire invece appare eccome. Pigre teste di cazzo, stupidi ed ignoranti, indolenti, disimpegnati, persi in stronzate, ubriacati da maree di puttanate mentre ci tolgono da sotto i piedi il terreno, la vita, relegandoci a sopravviventi contenti di CREDERE di essere liberi da regole, mentre la regola c’è ed è quella del più forte, salvo poi gridare allo scandalo se, esasperati, ci riuniremo per usarla noi, quella forza, per spodestare dei pezzi di merda.

Ma mica sono scemi: loro sono in guerra da sempre. Ci distruggeranno: o schiavi o morti.