La compilation ai tempi della playlist

Non esiste. Fine.

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Ok, raccontiamo comunque.

Come sicuramente sa chi ha una certa età e “si faceva le cassettine” , oppure chi ha visto il film “Alta Fedeltà”, quello che oggi si fa tranquillamente infilando dei titoli in una lista e premendo PLAY, una volta doveva essere fatto a manina, fisicamente, non virtualmente.

Ossia, era una operazione pirata se la facevi a manina. Le musicassette (audiocassette) erano il contenitore della compilation, ossia della selezione di brani che prendevi da altrove, altre cassette, dei CD, degli LP … e te le registravi nell’ordine che volevi tu. Di solito per sfoggiare la tua scelta ascoltando con il tuo gruppettino sociale, oppure per te stesso/a perché ascoltavi quelle che ti piacevano di più o che avevi preso dalla radio o che in quel periodo BLAH, lo sa il cazzo.

O magari facevi la cassettina a qualcuno/a. Sceglievi e riversavi la tua scelta in qualcosa che lei/lui avrebbe ascoltato: gliel’avevi fatta tu. Di solito questa seconda opzione non era esattamente una lista di roba death metal o di field recordings.

Oggi chi diavolo si ascolta una playlist che hai fatto tu? La tua playlist sono fatti tuoi.

Comunque esisteva e lo scrivo oggi, nel 2026, come se fosse una cosa da museo. E l’oggetto fisico probabilmente lo è. Ha forse senso solo negli usi promozionali delle etichette. Certo la playlist non è un concetto obsoleto. Anzi, credo che in alcuni casi l’intermediazione culturale musicale, la selezione, la “cura” (a cura di) sarà materialmente rappresentata proprio dalla playlist “firmata”.

Oppure si, ecco, magari tra appassionati di musica, potrebbe essere un “assaggia questo”.

( Mh. Vediamo se convinco un amico. )

Tutto questo perché sto vendendo dei CD e ho beccato una compilation che ho prima venduto e poi ricomprato. Lo ricordo perché quando l’ho venduta la confezione doppia era grossa il doppio (figura qui) … e quando l’ho ricomprato i doppi erano nella versione slim, compatta.

E ora … mi ascolto tutto in digitale, nella mia scheda mini-sd da un terabyte sullo smartphone con le cuffie bluetooth. No, niente streaming audio.

La cosa più triste del mondo è stata quando ho venduto casse, canale centrale, sub, satelliti perché … non avevo un ampli. E neanche dei soldi. E neanche una casa adatta, alla fin fine.

Evviva la vita. Bestemmie a vostra scelta.

Ah si, la compilation in questione non l’ascolto da quando l’ho ri-comprata: questa. Beh è quella roba lì, ora l’ascolto molto molto meno spesso. Ma è roba buona comunque.

Non funzionante, almeno dal ’90

Era già tutto lì, tra il ’90 e il ’92. Tra i 16 e i 18, dunque. Ho sempre disegnato fumetti. O meglio… dalle elementari. Per qualche motivo i termini con cui questo veniva definito da altri era sempre spregiativo. Ricordo “disegnetti stupidi”. Un termine dialettale per dire “pupazzetti” od un altro per “scarabocchi”. Fate conto che in ogni attività c’è una ipersemplificazione spregiativa nei termini che colpisce dritta ai coglioni degli interessati… come “pianola” per chi fa il tastierista. Roba così. Ci fai il callo, ma non è che ti faccia mai piacere. Folklore a parte, la cosa divertiva sicuramente i miei compagni di classe ed alcuni amici. Sicuramente accadeva anche alle medie: i soggetti dalle medie divennero sicuramente parodie dei prof o degli argomenti.

Andando a – come dicono quelli dell’ufficio di cui sfrutto una multifunzione – “ fare scanner” in questi giorni, ho recuperato un quaderno ad anelli che “sentivo” contenesse qualcosa di fastidioso, di imbarazzante forse.

Avrei forse dovuto avere nostalgia, ed un po’ c’era. Ma era anche schifo. Ricordavo di aver fatto un bestiario dell’autostoppista e l’ho trovato. Ma non è sopravvissuto, addio. Ho anche trovato una cosa con cui partecipai a qualche concorso in stile “pubblicità progresso” relativo alla droga. Quello l’ho tenuto. Ma è una merda graficamente. Era lì anche una parodia dei Promessi Sposi, una prima pagina “inchiostrata” (parole grosse, ma inutile che mi spieghi oltre: ho distrutto anche quella merda). E poi una serie di strip sparse. Quelle erano introspettive. Non voglio assolutamente paragonare ai livelli di Maicol & Mirco, ma in alcuni casi lo spirito era quello. Avevo già schifo di me intenso. Da quanto?

Quello che ricordo è che a 17 anni P mi mollò e io vomitai fino alla bile, una cosa che credo non si sia ripetuta così intensamente mai più. E che il mio stomaco non sia mai più tornato quello di prima. Prima potevo tuffarmi nel laghetto artificiale qui vicino, anche con l’acqua gelida. Dopo non potevo più, me ne uscivo con i crampi allo stomaco. Era la prima volta che iniziò il ciclo dei 7 anni di dolore, ancora non lo sapevo, non avevo idea che prima di 7 anni il mio dolore non diminuiva a sufficienza.

Quello che però quei fumetti dicono a me era che mi sentivo quella volta come mi sento oggi. Non è cambiato moltissimo. Come sempre devo ricercare “il nucleo”. Ed il nucleo è quello. Ho strappato e sminuzzato quasi tutto. Ma ho trovato le opere che produceva uno dei miei vicini di banco al liceo, che io consideravo alla stregua del lavoro certosino che si fa coi bonsai: erano infatti degli alberi tracciati con la penna a china (“il rapido” come dicevano quelli dell’ITI o i geometri, derivato dal marchio “Rapidograph” della Rotring) i cui i rametti avevano lo spessore della punta, piano piano, linea per linea prendevano forma queste silhouettes di alberi. Mi sembrava impossibile che si perdessero. Infatti le ho tenute. E quelle le tengo ancora. Potrei ridarle a lui. Ne si potrebbe fare anche un quadretto, almeno di una più piccola.

Tagliare a metà con un bisturi quella vita in quel momento avrebbe risparmiato molto dolore a me e molto fastidio, perdita di tempo e di soldi in tantissima altra gente. In quel periodo avevo sicuramente interesse ed avevo iniziato ad esplorare i modi del suicidio. Naturalmente con troppo poca informazione. Tutto è sempre difficile da raggiungere, costoso, doloroso, sbagliato, poco adeguato tra metodo e scopo: il non-soffrire.

La vita si è srotolata male, comunque, da lì. Il bilancio era una merda e lo è ancora, anche se elenco le meraviglie incontrate nel percorso. Sono gemme preziose in una vasca di diarrea grande come un condominio, in cui ravanare. Pur nel mio privilegio. Ma grazie al mio privilegio io vedo, posso alzare la testa e guardare. Ma come un cacasotto e un viziato, nel mio privilegio non si ha la forza di tagliarsi la gola o di fare seppuku, non si ha la pelle dura e la capacità di comprare e puntarsi al palato una 44. Si vuole, nel nostro vizio, schioccare le dita e smettere di esistere.

Ascoltavo oggi, con ritardo, il podcast “Indagini” in cui si parlava del “Caso Carretta” (di cui non avevo mai sentito parlare) e di come si sentisse l’assassino al tempo, di cosa fosse successo dentro di sé, per quanto poco spiegabile, ma si era spiegato.

Siamo rotti, non funzioniamo. Non deve pagarla qualcun altro, ovviamente. Quello che sento è che sono non-funzionante, proprio come direbbe uno psicologo. Così non si irritano se diciamo che siamo pazzi o se usiamo una specifica patologia per mirare bene a cosa siamo, cosa facciamo. Quello però va bene? E sia, allora sta bene anche a me: non funziono, sono rotto, non funzionante. Out of order. Da moltissimo tempo.