quella troia, dice

Circa un anno fa, quando decisi di farmi uccidere, in una giornata decisa, come a cercare un negozio con le scarpe giuste, ma di corsa, con urgenza, una delle persone che avrebbe potuto procurarmi un contatto mi fece sorridere, nel suo maschilismo schifoso, ma perché faceva parte del personaggio.

cercavo questo

Arrivai al suo negozione. Aspettai, poi gli chiesi di poter parlare in privato. Gli chiesi di non fare parola con nessuno di quanto stavo per dirgli. Poi gli chiesi se fosse in grado di trovare qualcuno che poteva far fuori qualcun altro. Si. Senza esitazione era un si. Forse in lontananza il me non disperato era stupito, ma si stava facendo i fatti suoi e non battei ciglio. Mi chiese subito chi era e cosa aveva fatto: stupri? Hanno fatto del male a qualcuno? – No no, tranquillo, non sono quel tipo di persona e non voglio che venga fatto male a nessuno. Esito un attimo. Ma ok, sono li: è per me. E lui fa “non sarà mica stata quella troia? è colpa sua?” – e io giuro ho trovato talmente stupida questa reazione, ingiusta, sbagliata… che ho riso. Era parte del personaggio. Panza, alcol, motori, un po’ cowboy, molto popolare, molto alla mano con un sacco di gente. In fondo tutto sommato anche buono. Ostenta fascismo, ma ripeto, in fondo in fondo un pezzo di pane.

Il resto lo sapete, non se ne parla, bla bla, no non te lo dico, no per te no, non esiste, e comunque non te lo farebbe. Vabbé, saluti, ciao. Forse boh, forse gli ho anche spiegato che non si trattava di una prima volta… era (è, aggiungo: non è cambiato nulla, anzi, la cosa si è aggravata) la disperazione, la mancanza di speranza, il futuro nero, la vecchiaia, il passato che non prometteva per il futuro.

Ma che assurdo dare la colpa del fatto che io voglia morire … a qualcuno se non a me. E’ anche terrificante, ok.

volere NON è potere #3434857

Facciamola facile.

Bambino UNO e Bambino DUE vogliono CARAMELLA.

La volontà di UNO e di DUE si eguagla. Volere non è potere.

Solo potere (sostantivo) è potere (verbo).

UNO deve sovrastare, soverchiare, essere più furbo, avere moneta di scambio, essere furbo, seducente, convincente, violento, qualsiasi cosa più di DUE. Deve avere, ed esercitare, POTERE per ottenere. Perché volere non basta.

Volere è decidere di allungare la mano e prendere la caramella. Prenderla è potere.

~

La determinazione e l’impegno, il coraggio, la costanza, la perseveranza che possiamo riassumere in VOLERE, poi ad un certo punto possono essere “100%”. Io 100% voglio. Ma tu 100% vuoi. E io ho meno muscoli. Sono meno bello. Canto meno bene. Sono meno furbo, meno intelligente, ho meno carisma, ho il cazzo meno efficace, sono meno veloce, sollevo meno peso, cucino meno bene, ho idee meno brillanti nonostante io VOGLIA averle fiche (ma non le ho) e mi eserciti e segua e studi. Sono meno simpatico, so vendere meno bene, ho la pelle meno profumata, emetto meno feromoni, sono più basso, ho meno capelli. Siamo miliardi di individui. Dire che volere è potere è dare degli stupidi, imbelli, inetti e sfigati a milioni di persone che non sono quelle rare eccezioni ad emergere dalla massa, sollevandosi mani in testa agl altri, osservando questa marea di teste che tutte vogliono, ma non possono come chi ha potuto davvero.

Altro?

Certo: ditelo a chi fa body building che volere è potere. Un esperto vi dirà: caro, se non hai la genetica, puoi volere quanto ti pare. Ed ecco un esempio scemo, ma che aggiunge confutazioni a questa trita stronzata positivista ma falsa. Certo, meglio che cedere le armi prima di combattere: ma io cito questi esempi perché c’è chi combatte sempre e quando sente queste parole addosso è come se sentisse “è colpa tua perché non ti impegni abbastanza”. Ed è falso.

l’acchiappafantasma (xx?)

Plin. Messaggio da lei. Vuole radersi di nuovo a zero. Lo dice a me perché non ha coraggio, perché è in un periodo di merda, voglio drogarmi, sono alcolizzata, bla. Un po’ la conosco. Le dico dai, ti sbatterai qualcuno, riprenderai fiducia, farai quello che devi fare, coraggio e tanti saluti: e che stai bene rasata a zero lo sai già, ne hai testimonianza fotografica e non ricevo che complimenti che non so mai se attribuire a me o a te. Quindi và e radi. Pure sotto, che sai che liscia è adorabile.

Niente, non ce la fa, ha bisogno di me, che la rada io, che le dia coraggio, come l’altra volta. La voce mi dice: tu la ami, lo sappiamo. Ma sai che lei non ti ama. Ci prova di nuovo: amico. Gli serve un amico. Gli “serve” capito? Ha questa necessità, ti è chiaro che ho usato il verbo giusto e non a caso vero? vero? hey! cosa stai fac… Continue reading →

che si baciano in pubblico

Questa storia forse l’ho già scritta. E’ vera, ne parlo ogni tanto, di solito a chi è molto più giovane. Oppure quando racconto di me, del fatto che quando io ti bacio per me il mondo sparisce, che baciarsi in pubblico per me è ok, e sei perfetta se te ne freghi anche tu, perché non ti importa più di niente altro.

E questo sarei io. Ma.

un Doisneau d’annata (fake, lo sapete)

Da bambino, figlio di madre ultracattolica (del ’37), andavo come tutti a lezioni di Catechismo (“a Dottrina” dicevamo noi). Ero piuttosto disinteressato al messaggio vero, al nocciolo della questione. Avevo già i miei dubbi. Sentivo già le incoerenze e le puttanate grosse. Ho solo due ricordi importanti e indelebili: uno non me lo spiego… da piccolo mi faceva un po’ sorridere, ma alla fine si vede che la mia sensibilità non era proprio una merda: questa signora prese un fiore e con visibile ma non teatrale sospiro per ciò che stava per fare, lo lasciò cadere a terra e lo calpestò. Molti di noi – e anche io – rimanemmo abbastanza con la faccia “ma è scema? embé? comunque io non pulisco eh”. Serviva a spiegare un atto di violenza verso qualcosa di delicato e debole… forse, non so. Ma in effetti, a dispetto di quanto forse credevamo di essere duri e insensibili, questo atto non si è cancellato mai più.

La seconda cosa Continue reading →

e bravo il mio Helmut

questa la farò come un nudo, o nuda, credo. L’ho in mente da tanto.

Non sono uno che legge troppo di fotografia. A grave rischio di reinventare l’acqua calda, di non riuscire a fare l’ovvio, ma cerco di evitare di farmi influenzare troppo. Faccio il ragazzino con questa arte: quello che i miei errori li voglio fare io. Mi interrogo da solo, senza chiedere, o parlandone, ma mai con chi ha già le risposte dei vecchi esperti.

Quello che io faccio con i ritratti, con le persone, mi sembra la norma di chi è fotografo. Ok, fotografo di persone. E scopro – grazie alla mia migliore amica, che ora sta facendo un corso di fotografia – che niente meno che Helmut Newton diceva “Prima di fare un ritratto cerco sempre di conoscere a fondo la persona che dovrò fotografare. La incontro e le parlo a lungo per cercare di capire che tipo sia e che cosa pensa di sé e devo ammettere che la gente mi racconta molto di sé. Sono un po’ un medico in questo senso. Per questo non credo nell’improvvisazione e nelle forzature. Quando dico a qualcuno che mi piacerebbe fotografarlo gli dico anche come: vestito, nudo, in questo modo o in un altro. Se poi questa persona mi dice no, non insisto mai. Non sono così idiota da andare dalla signora tal dei tali e proporle qualcosa per cui potrebbe offendersi. Mi sbatterebbe fuori di casa e se proprio mi lasciasse entrare creerei un’atmosfera negativa. Il mio ruolo come ritrattista è quello di sedurre.”

Quando me l’ha citato ho solo detto “non so chi sia costui, ma concordo pienamente”.

E vedi, costui era Helmut! Bravo, bravo Helmut! 🙂

Comunque io aggiungo qualcosa di mio: questa cosa la capisci coi bambini. Se gli stai sul cazzo lo capisci subito, e non sarai in grado di fotografarli.

certo che ne parlano

Mi stupisco di alcune persone della zona che, qui su facebook, dicono che “ci hanno dimenticato” e “nessuno parla di noi”. Io accendo qualche radio nazionale a caso e parlano della zona, dei disastri, dei soldi, del numero di persone, citano la zona, i nomi, persino giusti.

Boh.

Forse vorrebbero maggior enfasi?

Mi dispiace non poter linkare lo spezzone di “Pretty Woman” con la scena “gradirei maggiore deferenza”.

il nero pulsante dal nulla

Quale che sia la mia patologia, il mio malessere interiore, quando gliene dò la possibilità, il mio saggio maestlo inteliole lui dile “se vivi: vivi; altrimenti muori“. Molto semplice. Versione short. Versione long basta che leggiate tutti i vecchi post: se non ne avete voglia: o ti suicidi, oppure se resti vivo fai un passo e (cito) che ti porta solo in un posto diverso da dove sei ora, ma ne devi fare altri per arrivare dove vuoi.

Verso il 40° anno di età sono crollato, di tutto questo c’è testimonianza qui. Anche in questo caso, se ne avete voglia, la telecronaca della morte di un pezzo di me sta lì dentro. Circa da quel momento prendo uno psicofarmaco, che col tempo ho stabilito di prendere ad ogni mezzanotte, per praticità. Cosa fa? Mi riporta ai livelli normali di anormalità. Nkezzenzo scusa? Che chiunque mi conosca, simpaticamente, mi ha sempre detto pazzo, non sei normale, eccentrico, estroso, eccetera eccetera. Non l’ho mai considerata una cosa brutta. Diventa scomoda in relazione agli altri, come tante altre sul non essere conformi(sti).

Quindi diciamo che dopo aver dormito 10 ore (si, fortunato, privilegiato, fancazzista, si, ok: è solo danno per me: considerate che non vi licenzino ma non vi paghino per tutte le ore che non fate e che il vostro stipendio diminuisca dello 0,002% ogni settimana per ogni ora che non fate) più o meno, se non mi metto di buzzo buono a pensare al mio chiodo fisso (avere l’amore) sono normalmente anormale. Sono io. Cioè mi vesto, vado nel vento, vado però (cit), sul serio vado; dove sono nato io andare nel vento è normale. C’è sempre vento, sia qui, sia dove sono nato: il vento tira sempre tanto. Vivere in autunno era normale per me. Stare tranquillo, sentirmi a casa nel vento e nel grigio era la norma. Ora non più. Ma se tutto parte bene, ecco, esco di casa e sono così per il mio primo caffé. La pace dei sensi? Si, il dimenticarsi che sei un uomo, che esistono i sentimenti, le donne con cui stare (to stay with) e non solo quelle con cui avere a che fare (to deal with)… che ci sono cose nel mondo, che ti piace fare delle cose… così, la pace dei sensi, l’asessuato robot con intelligenza artificiale e il modulo per un carattere. E basta. Sotto come Big Jim e intorno come in un bosco di montagna e la neve: nessuno. Sei solo tu.

Se basti a te stesso, un piede va nella neve e l’altro lo segue. FRRRrrrrP frrRRRrrrrP ffrrrrrPh! Con calma e determinazione. Verso la morte, con il solo tragitto come vita.

Ecco, a parte questo sarcasmo nero, fatto per volontà, quello che non accade per volontà lo potete visualizzare così: stai vivendo la tua vita, stai sulla scala mobile, sei disteso sul letto a occhi aperti, sei dove fai quello che fai; improvvisamente in mezzo al chiaro si apre una nuvola di scuro, come in un Fontana aperto e slabbrato e il buio che tu non stavi guardando guarda te. Ti parla, d’improvviso, di quello che ti manca. Di quello che è bello e non è ipotetico, non è un sogno: lo hai avuto e non lo hai più. Te lo ricorda dal nulla. Con la voce di un adolescente ti dice che vali un cazzo e sei uno sfigato, perché non ce l’hai. Con la voce normale della ragione ti chiede conto della tua Vita, che ora è sopravvivenza senza quello che sai. Come mai, come mai quei tre tipi che ti sembrano delle merde, al bar, che cianciano dell’eleganza di quel calciatore ingollando alcol e protendendosi gli uni verso gli altri col petto e minacciandosi scherzosamente di venire alle mani… come mai loro hanno una donna ? Hanno qualcuno che li ama, che li aspetta, aspetta proprio loro. Ti senti tanto migliore? Fai qualcosa di meglio? Non mi pare – dice la voce incolore – che tu faccia meglio. Sei solo snob, sei solo disadattato sociale. Non ti bevi una birra e non sai chi gioca e come. Non ti ubriachi e non racconterai delle tue sbronze epocali. E tutta questa gente che ti sembra divertirsi, si, ma divertirsi in un modo che non ti diverte… comunque non è sola. Solo tu lo sei. Il problema lo hai tu – esce dallo squarcio – che pensi di essere selettivo, mentre invece sei stato scartato; da tutti.

Maaaaa… senti squarcio? … io volevo solo uscire e tirare innanz. Bere sto cazzo di caffé e poi darci sotto che l’affitto non si paga a orgasmi.

Ma la mia vita pulsa tra il cercare di andare avanti e questa ondata che mi viene a ricordare che sono un sopravvivente. Che chi è inconsapevole sta così bene. Fa il suo passettino, arriva a domani, riposa, va avanti di nuovo. Tranquillo. Senza porsi nella prospettiva, nel confronto.

Ogni istante è così. Credo io, sarebbe così anche se fossi un riccone con i miGGGGLLLiaWWWdi di migliaAAWWWWWdi. IL mare di solitudine che contemplerei forse avrebbe un tramonto più carino, dopo aver visto una parte del mondo interessante. Ma da solo.

Di amici ne ho, selezionati, certo; li vedo. Alcuni regolarmente. Ma la gente non ha tempo. Non se lo vuole dare. I social aiutano molto a svelare questa balla: la gente dice che non ha tempo, ma se guardi come lo usa, sta solo selezionando cosa fare, che priorià dare al “non fare un cazzo per un tot” rispetto al fare un’altra cosa. Sono quelli li a cui bisognerebbe curarsi di uscire un attimo dalla bara, al priorio funerale, con una licenza appositamente fornita dalla Morte, alzarsi e sputargli piano del verde catarro nell’occhio se si dispiacciono dicendo o pensando “avrei dovuto trovare il tempo”. Non per me, badate: io ogni tanto prendo la rubrica a caso e vado a trovare qualcuno. Mi dico solo “ti frega di questo? si? ok, andiamo a trovarlo/a”. E hop. Chiacchieri, bevi un caffé. Non è un grosso impegno. E se riesci ad andare a fare i raggi prendendo appuntamento ed aspettando quello che c’è da aspettare, riesci anche ad andare a chiacchierare con qualcuno.

Temo di essere passato dal parlare del concetto del mio personale orrore che spunta dal nulla ad una chiacchiera da bar di quelle che euh!…. marò!

“e i marò?” (cit – ora non più di moda).

Ah, interessante: Ambrosoli ci dice “cedere alla paura è non volere vivere“. Ed eccomi qua.

amore a tavolino

Circa 20 anni fa mi misi assieme a B.

Mi vedevo con S e con lei. Non c’era niente di definito, niente di scritto. Credo entrambe lo sapessero, ma nessuno era tenuto a nulla con nessuno. Vedevo S perché per me era la passione, sentivo di volerla scopare, che mi pigliava a livello animale, che se un culo si girava era il suo a dover essere annusato e seguito da questo animale. Era gatta, era interessante, era affascinante, era una professionista nella grafica e noi tutti ci si era incontrati ad un corso di fumetto, che io frequentavo in veste di “accompagnatore di maestro travestito da alunno così io sbafo e il maestro ha compagnia gradita”. Nessuno lo sapeva questo. Ridevamo molto ma la tensione era abbastanza chiara: me la volevo assolutamente fare: e lei lo sapeva. Alla fin fine non le dispiaceva. Aveva 4 anni più di me.

Vedevo B perché pian piano si era sviluppata una simpatia, lei rideva alle mie battute, anche lei, ma diciamo che si notava di più. Era vistosamente più interessata. E per non so quale cazzo di motivo (cazzo domani glielo chiedo! Come diavolo abbiamo fatto?) abbiamo finito per uscire assieme. Lei mi ha accompagnato a comprare un biglietto a Verona (ora che ci penso… anche a lei ho chiesto di accompagnarmi in un viaggio e ci siamo conosciuti meglio) se non erro per Whitney Houston o per Mariah Carey al quale sarei andato con, credo, la mia cantante del tempo. Abbiamo scoperto che avevamo un casino di cose in comune: ridevamo tantissimo. Ci piacevano tantisime cose, credevo io, lo sentivo io, persino ora mi pare assurdo che invece non fosse vero come sembrava allora. Avevamo un modo affine di pensare e sentire le cose: eravamo pressoché d0accordo su tutto. Eravamo golosi, mangioni, ci piacevano tante cose nella musica o nei fumetti o nel cinema. Aveva 4 anni più di me. Continue reading →

opere di cui non godo più

C’è stato un tempo in cui mi veniva da ridere e forse sottovalutavo l’essere restia, da parte di B, a guardare, leggere, ascoltare “cose” che fossero attinenti alla realtà più vicina, che parlassero della situazione, dei sentimenti, della vita, del lavoro, dei rapporti di gente che assomigliava molto a noi, alla nostra “classe”, o a quello che avevamo dentro.

Come al solito il dolore degli altri è dolore a metà, vero?

Il mio attuale livello “rete di sicurezza” è Peppa Pig. Non sto scherzando. Ora la capisco bene. Roba leggera, superficiale, distacco, cazzate. Ho fatto mesi, anni fa, sul divano con Law and Order quando non lavoravo. O lavorare o … pensare a cosa? Cosa eh? Alla vita? E quindi canale-37-e-canale-38-GialloeTopCrime. Ho visto ogni genere di giallo eccezion fatta per quelli di una cosa oribbbbbbbile italiana, ma tanto bastava passare da Giallo a Top Crime e viceversa. E se proprio il fato voleva mettermi di fronte un Frassica decaduto o roba del genere, ZAC, ecco FOCUS (“com’è fatto” e “com’è fatto il cibo” ahhhh quanta pragmatica conoscenza disumana, distante dal dolore, ingeniere rizolfere proplemi ziii ) oppure i canali dei cartoni. Ahhhh siiii, i cartoni. Oh, tanta bella roba, devo dirlo. Ci sono cosette fatte davvero bene. Ma se non ci sono Ziggy e Sharko quasi tutto rischia in qualche modo di farmi pensare comunque. E allora (musica di magia epica) … ecco Peppa! Grufolante e scoreggiosa peppa! Oink oink! Risatine! hi hi! Lo so, lo so, state estraendo i bazooka. Anche io. Ma quando hai il cuore fatto come una foglia tagliata dal lato fino in bilico su uno spillo rovente… ah, amata Peppa! Lontano da qualsiasi trauma, qualsiasi problema. Maialini, risatine. Annullamento totale. Continue reading →