Sto guardando nel 2024 una stagione di una serie di cui vedo il susseguirsi. Una dopo l’altra le stagioni diventano sempre quello che in questo istante chiamiamo “woke”. Ci sono in giro persone che – e non stento a crederlo – hanno la convinzione che (cito) “quelli di Netflix e delle piattaforme vogliono inculcarci queste idee gender eccetera!”. In effetti è stata dura sorbirsi una quintalata di spolverate di scene gay senza nessun motivo narrativo qua e là. Ma il punto di quelle scelte era proprio la normalizzazione. Non serviva un motivo narrativo per giustificare (perché dovrei “giustificare”?) la presenza di un maschiobiancocisgendereccetera in una serie. La sua caratterizzazione non era “essere maschio, bianco, che gli piacesse la fica”. La sua caratterizzazione era “sono povero, sono in questa tal condizione, ho questo tal rapporto con la città, col lavoro, con la mia storia di vita”. Così come accade ad ogni altro gruppo o categoria. La sua condizione di categoria (colore della pelle, preferenza sessuale) diventa rilevante solo in ambiti ristretti. Quindi la “spolverata di inclusione” diventa strana per un po’… fino a che ti abitui. Cioè ti abitui alla normalità, a quello che in realtà ti circonda: la gente è di tutti i colori, di tutte le preferenze, non ti frega o non ti deve fregare, non ti frega né ti deve fregare di quello che hanno tra le gambe per la maggior parte delle interazioni che hai con loro. Certo, se non lo sai, non puoi dare per scontato che sia “possibile che” qualcosa che non fa parte della norma (numericamente). Ma magari adesso sai che la norma include più roba di quello che pensavi prima. Ti abitui. Magari non dici più negri. Magari non dici più froci. Magari non usi più un tono sprezzante. Magari non ti senti migliore. Sei in mezzo all’umanità, come tutti.
Quello che però sai, anche se woke lo sei, è che alcune di queste scelte rendono ultra-telefonatissime le scelte narrative.
Sto guardando ‘sta scena e il tipo macho machissimo piano piano diventa più sensibile. Poi gli viene mal di schiena… e non me la nascondono per niente che alla fine della puntata e forse per il resto della serie diventerà un problema quel suo corpo fino a due secondi prima perfetto. Proprio un figone, magro ma forte e muscoloso nervoso, supercazzuto ma retto, introverso ma non ottuso. Quindi… ah, piangiamo, malasorte! Andrà a finire in carrozzella, la bionda lo mollerà, ma la sua fida tizia sensibile che lo ha piano piano reso migliore tanto quanto lui ha reso migliore lei gli starà accanto perché dai noi tutti vogliamo che stiano assieme e alla fin fine in tutto questo wokanesimo però finiamo col cliché che la giovanedonnasinoispanica tracagnotta finisce per accudire l’uomo. Certo, in versione “ma lavorando”, certo.
Il punto è che il periodo è questo: non ho ancora finito di vedere la puntata che una generale pressione di wokanda rende prevedibile qualsiasi trama in uno show per le masse, in questo momento. È triste. Si può fare senza fare schifo. Invece … eccoci qua.
Pazienza dai. Del resto sto guardando io ‘sta roba interrompendo “Jackie Brown” (eh non l’avevo mai visto… ) e guardandolo a spizzichi da 10 minuti alla volta. Mi merito qualche punizione immagino.
Prometto che se mi sono sbagliato ed entro la fine della stagione lui è ancora sano aggiorno il post.
E infatti UPDATE: mi sono sbagliato.

