laggiente rombono’gojjoni ( recensioni negative su google my business )

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matrimoni e foto per la lapide

Come devo aver già scritto e raccontato, ricordo che da quando mi trovo a fotografare in pranzi di qualsiasi genere ad un certo punto arriva un vecchio. Un vecchio e a volte una vecchia, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Questo signore più o meno gentilmente mi avvicina, si assicura che io sia un fotografo (sottinteso, bei tempi quelli da cui viene,  professionista) e mi chiede se gentilmente gli posso fare una foto – io già sto dicendo allegro “!certamen…” – per la lapide.

La prima volta che è successo era un nonno di B. Mi è scesa una tristezza da dissennatori. Credo di aver pianto sommessamente scattando. Poi magari abbiamo scherzato, il signore era sicuramente allegrissimo, contento di aver “scroccato” la foto a chi stava pagando.

Da quella volta in poi mi è successo decine di volte. Mi rattrista sempre, ma sempre meno: loro non sono tristi, sono contenti; hanno una foto  decente di quando sono eleganti e ben vestiti. E contenti, per giunta. Un evento felice, di solito, con parenti, gente che nasce, che si sposa. Che, quantomeno, mangia bene, quel giorno.

L’ultimo matrimonio che ho consegnato – ad una mia modella – conteneva foto fatte alla nonna. Quando ho suggerito di impaginarne una nell’album in cui non si vedeva il viso mi hanno chiesto perché. La foto era carina, solo piedi: quelli della sposa in scarpe da ginnastica, quelli dello sposo, e poi nonno e nonna in ciabatte, sul pavimento della loro casa, sicuramente noto a tutti.

Oltre al fatto che la foto funzionava di per sé (ma evidentemente … non per loro) ho dovuto spiegare che a mio avviso per quanto ottimisticamente ma la nonna e il nonno non dureranno tanto quanto la loro voglia di guardare l’album… e non vorrei che fosse mai per loro causa di lacrime.

Oggi ho consegnato l’album, dove comunque il volto dei nonni c’è. Mi hanno chiesto se potevo venire qualche ora più tardi del previsto: la nonna era morta.

Dopo la consegna, poco dopo, lo sposo mi ha richiamato: le foto buone della nonna, le ultime, sono quelle fatte in quell’occasione da me. Posso per favore fargliele avere tutte entro oggi-domani?

Ma certo. Ho confezionato colore, bianco e nero, crop colore, crop bianco e nero di tutte e mandato un wetransfer.

Tutti molto grati.

Credo che non citerò mai più quel tipo di possibilità: mi ricorderò solo di fare una bella foto ai vecchi, se davvero mi ricordo.

Oggi poi ho conosciuto uno che ha lavorato a Striscia (la notizia) per anni. Mi ha dato un tot di info interessanti che vi dirò in qualche altro post.

FKK non significa bordello

Raga, non so, io cercavo solo il significato tradotto … ma vedo che secondo gli italiani FKK sono solo bordelli austriaci o tedeschi. Ma FKK mi risulta siano i campi nudisti-naturisti. E alcune saune sono così: ad esempio quello a Sexten è sauna, vasche varie, ed ha una zona nudisti (obbligatoria!) ed una no. Quella delle saune lo è. Via tutto e asciugamano sotto le chiappe quando siedi. Tutti nudi, obbligatorio.

E non ci sono battone, vi assicuro, ci sono stato invitato.

Interessante tra l’altro per vedere la “moda pubica” 🙂

Alcune foto non le avrete mai

Alcune foto non le avrete mai.
Non le avrete mai, non vi verranno mai scattate semplicemente perché vi sottraete. Allo sguardo, o allo sguardo del fotografo. Di qualsiasi fotografo, non necessariamente uno dotato. Che bella quella foto, forse almeno una volta nella vita vi sarete detti. Che fascino quella, quello, quel tale, quell’artista, quel signore. Ma quasi di sicuro il suo “stare in posa” è stato semplicemente restare com’era, senza sottrarsi, continuando a concentrarsi, facendo quello che faceva, senza cambiare qualcosa. Perché dubito che non se ne siano accorti.
Alcune delle più belle foto – a mio avviso – sono tutte state scattate da persone le cui vite si sono intrecciate con quelle del fotografo, tanto da concedere un certo grado di qualche tipo di intimità. Che fosse solo il “lasciar fare” o la nudità. Una pianista che suona in casa sua, fumando, mentre si impegna con un fare mezzo da “drogata”. Splendida. Intensa. Chi poteva stare così vicino senza destare diffidenza? Una schiena nuda di fronte ad un panorama spettacolare. Modella, sicuramente. Ma anche complice, fidanzata? Una volta forse era più facile che succedesse.
Non so quante se ne sia fatte Sieff. E per rispetto alle modelle, potrebbe essere anche: nessuna. Magari quella era la sua ragazza, l’altra anche, l’altra ancora no. Non mi interessa, ora. La foto più bella che abbia un mio amico è stata fatta “all’antica”. E meno male che gliel’hanno fatta. Non usa altro, non ne accetta nessuna.
Lasciateli fare. Un bel tacer non fu mai scritto. Un ritratto inesistente non fu mai scattato.

i ragazzi non hanno voglia di lav MA FOTTITI

Ascolto Radio24 ora; Barisoni intervista un professore universitario da cui si aspettava (lodevole) una opinione completamente diversa da quella che normalmente viene fuori dal suo commento ai fatti. Fatti che sono gravi, di solito, rispetto allo spreco, alle truffe ed all’utilizzo di risorse da parte delle regioni Italiane. Ci ricorda, questo professore, che quando andiamo a leggere sui documenti, fuori dai proclami politici, le regioni del nord sono voraci ed egoiste come e peggio di quelle del sud. Vorrebbero, ad esempio, la gestione completa di opere che sono situate sul loro territorio, si, ma che sono state pagate da tutta la nazione, non solo da loro. E questo non è poco, perché per ogni regione ce n’è una da miliardi. Ok. Mi interessa. Ci sta. Dobbiamo ragionarci. Continue reading →

dead man walking #201907293847

Il bilancio della mia intera esistenza è deplorevole.
Ma ecco il programmino aggiornato. Ora come ora ho una rinnovata voglia di morire. Cioè, una grande tristezza del vivere, più che altro. Sconforto, sensazione di inadeguatezza, ecc, ecc, ecc. Bilancio negativo.
Quindi: devo altri 2000 euro a B. Devo guadagnarli. Devo 10000 euro a T, che ce li prestò per iniziare con la casa. Mai restituiti, santo santo santissimo. So che non ne ha bisogno, ora, ma santissimo, è giusto restituirglieli.
E poi se non voglio mettere nei casini qualcuno devo guadagnare i soldi del mio funerale, come ogni vecchio che si rispetti. Non che io sia “uno che si rispetti”, ma cercherò di fare del mio meglio, anzi, un po’ meglio eh? Per fare in modo che nessuno si debba accollare le spese di smaltimento del mio cadavere.
E questo è appunto il programmino “main”; tutte le altre cosine che posso fare nel frattempo magari ribaltano la cosa, ma intanto ho questo progetto principale. Sono un sacco di soldi.
L’altro giorno ho versato tutto quello che avevo messo via a B, 3000 euro. Ma ho calcolato che nel periodo in cui sono stato una merda schifosa, senza ricordare di esserlo stato, senza capacitarmi di poter essere stato uno che pensa davvero così, potrei averle sottratto (lei ha speso volentieri, lo so, ma questo non cambia il mio lato dell’atteggiamento) l’equivalente odierno di 5000 euro.
Così anche se pensavo di prendere un paio di fari e il Ronin per fare le riprese, ho azzerato tutto. Non ho più niente come “capitale”. Ma lei cosa aveva quando io ero così una merda con lei? Ha potuto attingere da qualche parte? No. E lo so. Non “credo”. So.
Fare schifo mi è sempre riuscito bene. Sono un professionista dello schifo. Ma sempre mediocre.
Vermi, mi dovrete attendere un po’. Ma ho debiti da saldare prima di schiattare.
Oggi, nonostante il programmino, non ero assolutamente in grado di fare un cazzo. Depressione-full, di quelle che ti distendi e basta.
Avevo portato il PC a vedere, perché è troppo potente e scalda: volevo vedere se era raffreddabile: mi hanno detto di mettere un condizionatore, proprio come per me stesso. Mi piacerebbe. Ma non credo proprio.
‘sta sera lei mi ha chiamato, era tornata dalle vacanze col suo tipo, aveva la tristezza post-ferie, così voleva un po’ di compagnia. Raccontarmi cose. Non dico che non me ne freghi niente. Ma ero in un momento così, mi sembra di essere un fantasma che parla con i vivi, con qualcuno che ha prospettive di vita. Ero uno che era vivo, che l’aveva conosciuta. Non capisce che vederla nell’acqua del mare con il salvagente, così carina, mi distrugge. Non glielo dico. Ma dovrebbe vedermi piuttosto noioso, poco partecipe. Non era una posa, solo faccio già fatica a non piangere. Mi fa sentire bella musica che ha sentito giù al sud. Carina davvero, in effetti.
Aspetto che esca quello dei TOOL ad agosto, sperando che sia all’altezza.
Comunque oggi credo di aver decretato che Lateralus è il mio preferito. A fatica però.

fotografi, modelli, chi paga chi e TFCD

Da qualche tempo ho contatto con una modella che è arrivata, interessata anche a fare della fotografia di nudo, diceva, ma che doveva conoscermi, vedere ecc. Non è mai tornata, ho problemi di salute, ho le mie cose, ho problemi ecc.

Vedo che fa delle altre foto. Passo, le dico scherzosamente (è una molto poco raffinata, abbiamo sempre scherzato così) “ah vai a fare altre foto eh? fottiti!” e lei “tu inizia a pagarmi”.

Scherzava?

Vedete voi: aggiunge “e poi mi regalavano gli occhiali di siadjsodji ed eravamo a scattare al asoidajsodij”. Chiedo cosa sia “è la più grande discoteca DEL MONDO!” e poi “beh, d’Italia! Non la conosci? è a MILANO!”.

Dopo aver ricordato “eh non vedo l’ora, aspettami! si! è che ho problemi di salute!”, mi sovviene questa storiella:

il tizio incontra la tizia e ad un certo punto lui le dice “e se ti chiedessi di fare sesso per soldi? Diciamo… se ti dessi due miliardi mi faresti di tutto?” “beh si, due miliardi… si” “e se fosse uno?” “si beh, un miliardo di euro… vedi un po’” “e se fossero 50 euro?”

“50 euro? Mi hai preso per una puttana?”

“questo lo abbiamo stabilito prima, ora stavamo solo trattando sul prezzo”.

E questa è la storia.

Ora delle semplici informazioni, che non ripeterò mai abbastanza.

Il lavoro del fotografo NON E’ GRATIS.

Il lavoro della modella NON E’ GRATIS.

Si chiama LAVORO quando non è gratis.

Il fotografo non è quel tizio che chiama e paga la modella o il modello. Il fotografo è quel tizio che fa le foto, per conto di UN COMMITTENTE CHE LO PAGA. Se il committente chiede il favore al fotografo di occuparsi di chiamare la modella, potrebbe rivolgersi ad una agenzia oppure direttamente ad una modella (o modello, ovvio). Ma a pagare E’ IL COMMITTENTE, cioè in pratica il fotografo e la persona ritratta, ENTRAMBI, parallelamente, ricevono il proprio compenso, da UNA TERZA PERSONA.

Quando fotografo e modella si incontrano con lo specifico interesse di produrre delle foto che ritraggono la modella, visto che non c’è un committente e che entrambi dovrebbero scambiarsi dei soldi, con la grandissima eccezione speciale che chi posa NON è l’autore di alcunché, si fa pari e patta e nessuno paga nessuno. Questo

SE HAI INTERESSE.

Se no il tuo interesse sono i soldi. In quel caso non ricevi le foto. I modelli che vedete in giro raramente hanno facoltà d’uso delle foto che li ritraggono: il proprietario del marchio, del prodotto o della campagna hanno diritto di decisione e diffusione. Se poi hanno valutato (ad esempio oggi nel mondo di follower ed influencer) secondo il proprio diritto di farlo e secondo la propria convenienza, se vogliono che gli conviene dire a modello e modella di diffondere quella data foto con il loro prodotto, è una cosa separata. Per il resto: vieni pagato, ricevi i soldi, non le foto.

Altrimenti vai dal fotografo e LO PAGHI per il suo servizio, anche se sei la figa spaziale più spaziale del mondo o il diothor più bbono del pianeta. Come quano il taxi porta una star all’aeroporto: la corsa la paga.

Quindi: quando hai  manifestato interesse e hai capito che io non pago te e tu non paghi me, ma otterremo una opera immortale, se tu gradisci il mio operato come fotografo, con la tua personcina immortalata, hai capito che non pagherai soldi, ma nemmeno ne riceverai.

Se un giorno mi dici “tu inizia a pagarmi” io dico “e tu quando pensavi di pagare me?” e soprattutto ti saluto, perché mi hai manifestato perfettamente l’interesse che hai ad essere fotografato/a da me: un cazzo di niente.

E va benissimo. Se non ci fossimo parlati prima. Ma lo abbiamo fatto.

Mi rattrista un po’, lo devo dire. Perché ne abbiamo parlato abbastanza. Peccato davvero.

 

Pigne in culo

Noi pigne in culo siamo difficilmente tollerabili. A suo tempo M. disse che, quando mi succede che qualcuno mi mandi ai matti e qualcuno no, non si tratta di un problema  di comunicazione, bensì  di relazione. Per ora sospendo il giudizio perché avevamo differenti interpretazioni e visioni su alcuni punti cruciali ed inoltre non ho letto il libro fondamentale che dovrei, ma già la wiki mi dice che  non è detto. Proprio perché essendo un approccio sistemico quello di cui tratta il libro, la comunicazione potrebbe entrare fortemente in gioco.

Credo abbia ragione però. Quando entro in contatto con alcune persone subito l’atmosfera … frigge. Non è che si surriscaldi piano: il  misunderstanding o ancora peggio, l’interpretazione  malevola o comunque in luce negativa di quanto io dico o di quanto dice l’altro sembra sempre presente.

Le puntualizzazioni sembrano diventare irrinunciabili per tentare di dissipare i fraintendimenti, che invece si affastellano, prendendo il posto del vero dialogo, sostituendosi del tutto.

Una mia ex collega, anzi un paio, arrivano velocemente a questo, in special modo con me. Ma io credo sia perché abbiamo un approccio identico, uguale e contrario, contrapposto, per qualche aspetto di permalosità. Prendiamo “per male” qualcosa. Un tono, un significato, un’intenzione.

Mi scrive, questa ex collega, per fare una donazione di un vecchio PC. Le dico a chi farla, mi chiede se non ci possiamo trovare, le ricordo che ci ho provato per mesi, a vederla, anche solo per un caffè, ma poi ho desistito (per 6 mesi, un anno fa: aveva sempre qualcosa). Quindi che la cosa migliore era l’indirizzo della sede dove consegnare il materiale. Ed aggiungo “farai sicuramente una buona azione”.

Mi risponde (WhatsApp) “sono da vent’anni nel volontariato”
/
“ti pare che non faccia buone azioni”

faccetta.

Faccetta finché vuoi, puoi dirmi questa cosa sorridendo. Ma  sai che so che sei nel volontariato. Quando abbiamo avuto modo di “avvicinare i nostri cuori” (sul serio, niente sesso, due persone che capiscono meglio chi sono) e mi hai sfracellato la minchia finché sono venuto a vedere fisicamente la sede, ci sono venuto, ho ascoltato, ho compreso, mi sono anche commosso e tu c’eri. Quindi  sai che lo so. E quindi checcazzo dici?

Fornito l’indirizzo, ho salutato e tagliato corto.

Sicuramente entrambi siamo risentiti ora.

Una volta me ne sbattevo i coglioni di lei. Conoscendola ho imparato a comprendere  perché. Ma ancora una volta, forever,  comprendere non significa giustificare. Chiunque la conosca non riesce a stare troppo con lei perché trita troppo la minchia.

 

E lo stesso succede con me, direi.

 

AL lavoro, non “a lavoro”

Anche Garzanti, ma di sicuro Treccani, significato 1c, ben espresso in:

Anche (al sing.) il tempo in cui si è occupati in un’attività: durante il lavoro non voglio essere disturbato; e per metonimia, il luogo dove si lavora, soprattutto quando si tratti di lavoro subordinato e da compiersi in sede diversa dalla propria abitazione: andare al lavoro, essere al lavoro, uscire dal lavoro, tornare, venire via dal lavoro, abbandonare il lavoro, essere assente dal lavoro.

Se no, cazzo, possiamo dire “vado a supermercato”. Non è “vado a lavorare”. 

Quindi per favore, basta dire “vado a lavoro”, ero “a lavoro”. Se no io ero a cesso, io ero a supermercato, vado autolavaggio! Bunga! GU!