Sleeping with the pest*

Parlare del passato non risolve il presente. Indagare molto, pare, non serve granché. Spiega magari la formazione di problemi, ma concentrarsi su quello non funziona sui pattern che seguiamo nel momento presente in presenza di frustrazioni, casini, risoluzioni, risposte/reazioni. Whatever.

Ciò detto, spesso indago sul passato quando ascolto la ottima Dott.Sa Francesca Cardini (principalmente su instagram). È fantastica perché è science-based ed evidence-based, non tratta la psicologia dell’età evolutiva, dichiaratamente, ma “si vede costretta” a parlare di cosa crea i casini perché – dice lei stessa – “poi mi arrivate in studio a causa di quello”; quindi credo lo dica più che altro per risolvere alla radice. Adoro che questo incida in qualche misura sulla rottura della catena intergenerazionale dellammmerda. Ossia la combinazione di autoritarismo+permissivismo che genera molti disastri. Soprattutto l’interruzione della catena del trauma che, in ultima istanza, difende sé stesso (“ne abbiam prese eppure guarda come siamo venuti su bene! Uno scapaccione che vuoi che sia? Non siam mica morti!” e così via stronzeggiando); quella dello scapaccione la difendevo pure io. Ma no, non è corretto, sbagliavo: le prove ci sono del contrario, non a sostegno che sia vero.

Servono? Servono a salvare-dalla-morte. Solo in quel caso un gesto violento o potenzialmente traumatico è giustificabile e non solo comprensibile. Ma se ne sei cosciente immediatamente dopo ti prodigherai per far capire che è sbagliato farlo, che ti dispiace, che senti il disagio, la tristezza, la sofferenza che hai causato anche se era assolutamente necessario ad evitare un danno indubitabilmente maggiore: la morte del(la) tuo/a bambino/a. Unica tollerabile eccezione. E subito spiegata e dando spazio validante al fatto che lui / lei si sentono male.

Detto ciò io indago eccome. Cerco di ripercorrere, metto assieme date, date di nascita, età. È stato molto utile a capire chi era e chi non era “maturo”. Certo, nell’arte della sopravvivenza le vecchie generazioni erano maestre. Ma dal momento in cui alzi la testa dalla polvere e ti chiedi perché diavolo dovresti farlo, se ha senso, come farlo… allora la qualità e non la semplice esistenza in vita cominciano a contare di più del fatto che sei un trauma vivente che replica sé stesso. Evviva il gene, ma vaffanculo al gene.

Così ecco che indago e ricordo: ho certamente preso SIA “spasmomen” che “librax”. Avevo un sacco di tic nervosi, già alle elementari e alle medie sono aumentati. Alle superiori anche (tra medie e superiori ho preso quella roba: lascio a voi andare a vedere online OGGI i foglietti illustrativi… )… inoltre alle superiori ho ricordo vivido di quello che facevo appena tornato a casa. Andavo in camera, mettevo giù lo zaino, mi buttavo sul letto spesso ancora con la giacca e tenendo le braccia lunghe davanti a me a “V” molto stretta con le mani tra le cosce stavo li con gli occhi chiusi. Fino a che ad un certo punto non sentivo un po’ di caldo e una specie di torpore… forse mi addormentavo. Principalmente non volevo pranzare coi miei, con mio padre magari. Rispondere a domande. Pensavo fosse solo quello.

Ma vedete voi. Vi ho già dato una serie di elementi.

Ma ecco una special diagnosi medica di mia madre che ricorderò sempre per quanto dicesse del suo zero-ascolto-della-realtà e del “io so quello che credo, quindi so”: mio figlio da quando ha fatto la cresima ha sentito molto la responsabilità di questo passo nei confronti del signore. E cazzi di questo tipo. Ma certo. Sicuramente: le migliaia di volte in cui ti ho detto che per me non quadrano un sacco di fatti e che le tue risposte non hanno senso e che recitare roba a memoria non serve a una sega… come scoregge.

Ma pensavo fosse solo voler pranzare in pace. Evitamento, direi oggi. Ma ci sono così tanti segni che un esperto avrebbe potuto vedere e poi trattare.

NIENTE. Niente di tutto questo è successo.

Dio mi serve solo per bestemmiare: è il livello max del turpiloquio e quindi dai … 45 anni circa ho iniziato in solitaria a bestemmiare.

Ma quando davvero voglio indirizzare odio alla divinità, per sfogo verso ciò di cui non sono responsabile ma subisco, essendo ateo nichilista e qualcosa altro di affine, ho deciso di divinizzare un semplice concetto astratto, un attributo che non-è: la vita. La vita che non è vita, quella è il mio Dio. Non per adorarlo: al solo scopo di insultarlo, maledirlo, bestemmiarlo, attribuire colpe – pur non essendo un finalista – ma per sfogare, per attribuire responsabilità a ciò che è solo caso e causa.

Maledico quel meccanismo che non sa nulla, non vuole nulla, non fa nulla eppure informa tutti i viventi e senza pietà è il motivo (la causa) di crudeltà, fatica, sofferenza, dolore, inutile necessarietà dell’utile. Propagazione, riproduzione, sopravvivenza: per? Per propagazione, riproduzione e sopravvivenza.

Ho aggiornato la tabella delle nascite e delle età: la bisnonna che nacque nel 1888 e morì nel 1985 (non 97… aveva 97 anni, mi pareva!). La nonna che nacque nel ’14 e morì nel 2000. Così posso controllare quanti anni avevano tutti quando… qualcosa. Quando hanno fatto, partorito, detto parole, preso decisioni, visto o non visto fatti coevi.

E aiuta a fare certi ragionamenti. Poi se non vuoi restare proprio stronzo duro (scelta, non dovere) puoi anche collocare tutte queste nascite in contesto storico, geografico, culturale, sociale e comprendere di più. Anche se comunque alla fine entra tutto nel culo tuo.

* per il titolo

La tristezza è indicibile?

La tristezza è indicibile?

No. La tristezza è dicibile. Nessuno mi capisce? Nessuno sa cosa provo? No. Il mio amore è unico e nessuno ha mai provato una simile gioia / tristezza / passione / logoramento / perdita ? No.

No, sono io che sono solo io. Tutto qua. Non è che sia pochissimo, ma è tutto qua.

Se c’è una ed una sola cosa di buono che ricordo e non scorderò mai di “Sgarbi quotidiani” (si, di tanto in tanto lo vedevo: l’anticamera di un post su un social antelitteram, per quando per permettertelo dovevi essere un performer/autore e accedere ad una piattaforma che ti esponesse) è questa: la disamina puntuale e forse puntigliosa di quanto poco unico e irripetibile sia quanto più ci colpisce, interessa ed attraversa umanamente. Lo proviamo tutti, perlomeno il meglio e sicuramente il peggio. Ciò che fa in noi e come ci cambi, questo no, non è detto ci accomuni. Taluni vengono attraversati dal dolore e reagiscono con rabbia di varie intensità, magari distruttive, aggressività, violenza. Altri diventano empatici, capiscono che gli altri provano quello che tu conosci… fino a divenire così empatici da provare qualcosa che tu non stai vivendo personalmente.

Ma l’amore, la perdita, il desiderio, la solitudine. Tutti li proviamo.

Alcuni hanno la capacità di descriverlo, altri no. Ma è dicibile eccome. Potremmo non averne la forza. Oppure il tempo, quando l’amore è felice: devi viverlo e basta vederti sorridere per capire che la coppa trabocca.

Quando trabocca di dolore la prima roba che cola giù è il dicibile. Accompagnato da lacrime, se ce lo permettiamo. Da urla e strazio, se ce ne freghiamo anche.

Ma no, non è indicibile. A volte è semplicemente così grande che il dicibile occuperebbe troppo… e abbiamo altro da fare. Anche solo dormire, respirare. E troppo spesso… lavorare. Che diventa terrificante pena, peggio di quanto non fosse prima, per chi non svolge un’attività che apprezza.

qui una volta era tutta f

Vivo di notte (con le anime perse? non saprei proprio) molto spesso. In ufficio di X mi fanno arrivare la cover con Amazon, poi con il locker ho preso alcuni adattatori (che non bastano mai) per cuffie varie.

Esco, saranno le 2-3 di notte, io ho le cuffie, vi ricordo che tecnicamente sono un cinquantX enne con vario pelame grigiastro, in braghe corte, sneakers, maglietta (ma panza) e codino. Occhiali, ahimé. E incontro anche te (che corri a pregare un po’ Dio? non credo) , ragazzino, che … beh tu torni a casa. Non mi guarda, immagino che mi abbia comunque visto e si faccia i cazzi suoi. Com’è bello che a lui pantaloncini e maglietta stiano così bene. Io comunque ho caldo, quindi fottesega.

Salgo nella brum, vado verso il locker, parcheggio, scendo, vado al locker, prendo gli adattatori (w il locker santo subito) buttando via la busta di cartone. Penso che andando ad X mi fermerò in studio e lascerò 2x di ogni adattatore e gli altri a casa, magari controllando che tutto sia in ordine.

Ma ad un incrocio noto che i caramba mi stanno seguendo. Ho le cuffie. Non ho la cintura. Quindi prima cosa via le cuffie! Poi freccia qua, gira là intanto metto le cinture. Fine. Per il resto sono un cittadino modello (non top-modello esteticamente, altrimenti forse mi fermerebbero meno… ma mi mi fermavano anche quando ero piacente: capelli lunghi: quindi ricchione; ricordo un “eh ma voi potreste anche essere omosesuali!” negli anni ’90) ma… si, mi stanno seguendo. Me ne fotto (perché ho la maglia di lana e me la rido, har har – questa è proprio per pochi; hint: RatMan) e procedo esattamente al limite. Perché lo sappiate: io corro e mi dimentico la cintura. Fine della mia criminosità. Ah beh, ascolto anche musica a palla. Quindi in effetti metto quella. Gira, rigira. Lampeggianti, mi fermano, patentelibbretto.

Non bell’atteggiamento, prossemica, postura, tono, posizione dei due; sono abituato perché sono vecchio, me ne fotto. Buonaseragienteeeeeee. Dove sta andando? Per anni ed anni ho risposto “questi non sono affari vostri” andando a divertirmi per le successive mezz’ore. Mentre oggi “vado a <nomedellacittà>”. Avevo quasi pensato di dire “e se volete venire con me vi offro accesso alla macchinetta del caffé ma le monetine dovete mettercele voi” … ma non sembravano simpatici. Uno era ragionier pignetta… E infatti “ma … mi tolga una curiosità… perché quella sosta di 5 minuti in viale taldeitali?”. “C’è un locker”. “ah.” Non saluta. Io da buon anziano “BUONA SERA E BUON LAVORO AGENTE!” che, mentre si allontana bofonchia un saluto.

Più invecchio e voi diventate giovani, più è sempre quella merda di conformismo del cazzo: io sono anomalo, sono strano. Ma a quella merda di coglione che mi affumica ad orari ufficio in pieno giorno con quella puzza di canna a THC assicurato… tre volte al giorno per due settimane… in condominio, stando a casa, di giorno col sole… quello no. Quello non ha problemi parcobìo.

Vado, arrivo sopra lo studio, prendo gli adattatori , butto via l’altro cartone. Ne estraggo per portarli giù… il tipo che ho faticosamente trovato per tagliare l’erba ha fatto un così buon lavoro proprio lungo il perimetro che un rampicante con spine si sta mettendo di traverso alla porta. Entro e do’ un po’ di aria alla sala prove degli <nomedelgruppo>. Apro la mia porta… e la signoragina è incastrata sulla gamba di un tavolo, si è portata via le cuffie scrause… guardo a sinistra… disastro. Ma ho le cuffie e la musica. La signoragina aveva tirato giù il tavolo dove stavamo provando con il Minibrute 2S e il pc messo sui cavalletti. Per fortuna il minibrute, che non è mio, lo avevo messo su un supporto più solido e stabile. Tiro su tutto, rimetto la signoragina sulla sua base, ascolto Caterina Barbieri produrre la sua marcetta con sottofondi simil-ambient, penso ai suoni… finisco, chiudo tutto, mi aspetto che nel piazzale ci siano di nuovo i caramba, ma non ci sono. Allora vado verso S, sperando che la sua stazione sia ancora un po’ vecchiotta. Per i clip del video che voglio fare mi serve la stazione messa male… cazzo le stanno sistemando tutte. Proprio ADESSO. Eh certo, ci sono i giochi olimpici. Quella non è malissimo… ma quelle piastrellette che mi ricordavo… io le volevo.

Ma alla fine… mi sarebbe servita anche una Fiat Tipo stile anni ’80 … dove cazzo la trovo così al volo? Quindi dai, pazienza. Come dice L … “basta dare l’idea”. Vedremo di farlo.

Nel frattempo studio (poco) Reaper, raccolgo informazioni che aumentano il freezing da indecisione, raccolgo materiali, di tanto in tanto ne analizzo e scopro che c’era davvero della roba buona nel nostro demo… e nelle cassette che ho avuto cura di registrare in quegli anni. Credevo di averne di più sinceramente. Forse nel 2014 ho già fatto un buon lavoro iniziale: infatti ci sono alcuni testi che nel demo non ci sono.

Certo ci sono altri che dovrebbero fare cose. Ma … io non posso dire a nessuno che li sto solo aspettando: non sarebbe affatto vero. Non so davvero registrare una batteria. La mia parte non l’ho già registrata in modo ineccepibile. E se poi Mx cambia tutto quando finalmente si mette con le chitarre?

Quindi intanto faccio passetti.

Mio padre declina. Mia madre quasi meno. Ma quanto tempo avrò? Non è con le mie forze che la mia sussistenza si mantiene. Quindi visto che non ho nessuna voglia di sopravvivere intanto cerco di fare l’unica cosa di cui mi frega. Sarebbe davvero stato tutto stupido senza almeno questo. Da lei sono passati 7 anni. E come 7 anni fa… non ho davvero un motivo serio per sopravvivere. Solo cercare di non soffrire troppo. E dai, si, ho un paio di cose che vorrei che vedessero la luce. Ma credo sarà solo la luce a vedere loro.

Il demo deve diventare musica vera, professionalmente prodotta.

E le foto di nudo … devono trovare una via. Una mostra? un libro? qualcosa.

E non ho ancora il mio tasto rosso.

Tornando indietro ho fatto la strada alternativa e ho guardato quella di DEFGHI di stazione: oltre a venire rinnovata dove era decrepita… ormai è diventato decrepito quello che quando andavo a Liceo io non c’era! Nè il SOTTOpassaggio, né il passaggio rialzato. Entrambi sono apparsi dopo. E ricordo quanto “non è un problema mio” in versione “sono tutti cazzi tuoi non mi interessa” mi venisse opposto quando il mio ritardo era dovuto ai ritardi di treni e corriere. Ricordo anche quando la pula mi portava in ufficio perché avevo attraversato i binari pur di non arrivare in ritardo.

Sono sempre d’aiuto, è bello, mi sento protetto.

Musica è (2025)

Recentemente alcune notizie relative alla musica – una delle cose che mi interessa di più o che sento più vicine a me, di nuovo, nella vita –  hanno contribuito a fissare delle tessere di un mosaico che difficilmente si staccheranno da me.

120.000 brani al giorno vengono caricati online.

Giovinezza ed adolescenza e gusto soggettivo: non c’è un vero “bello” che passa attraverso tutte le generazioni in generale: ciò che sentiamo da piccoli e in adolescenza, cioè quando proviamo forti emozioni, si fissa, si lega dentro di noi: le due cose si amalgamano. Forti emozioni: rabbia, gioia, amore, perdita, confusione, risentimento, stupore, scoperta, illusione, delusione, disillusione, solitudine, eccetera. In quel momento la “colonna sonora” che ci accompagna diventa “il bello”. E così ha fatto per le generazioni precedenti.

Questo rende “il bello” ancora più soggettivo ma in modo… deterministico. Anche se qualcuno ha altre cose da dire in merito, più carine.

La iper-produzione che svaluta, inoltre, mi rattristava. Ma una volta staccato tutto dal guadagno, dal riconoscimento economico o di fama…

Se ti piace qualcosa… beh da questi anni ne avrai a valangate che non hai mai sentito… ti basterà cercare “2018” e troverai miliardi di cose tra le quali scegliere e per te sarà “roba buona”.

Quindi … che vi dia o non vi dia soddisfazione economica: caricate la vostra musica, e dotatela di buoni metadati. Non è detto che non diventi un gioiello che incontri una vita rendendola migliore di prima.

E se non sapete che il tipo di Spotify investe in iA per le armi: ve lo ricordo. Potete evitare spotify, tanto sapete che vi da centesimi. È vero che è la piazza sulla quale presentarsi… ma adesso è lastricata di pietre insanguinate, vedete voi. BandCamp è lì. E poi perché non creare una piattaforma migliore, alternativa, non stronza, che non si tiene tutto e non da un cazzo agli artisti? Non si sa mai, ci si potrebbe persino riuscire.

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  • “Stupido coglione!”
  • “… Su questo non ci sono dubbi…”

Voci interne. Sensazione di schifo di sé… veloce recap su quanto questo livello di stupidocoglionaggine sia medio, recap sul fatto che della mia mediocrità ho già contezza, che per qualche motivo mi fa soffrire, che per qualche motivo sapere di essere mediocre e non infimo non mi dà sollievo, ma semplicemente lucidità di informazione, ma zero lucidità di emozione.

Il mio dialogo è così, ormai, spesso. Su questo sono peggiorato. Non era esplicito. Non so che voce dare a questo me stesso che mi pungola. Una vecchia suocera? Un piccolo demone teatralmente espressivo, sadicamente derisorio? Un me stesso giovane ma un po’ uncanny-valley per qualcosa? Non lo so.

Mi sposto, osservo la mia micia, considero che sia la costante positiva della mia esistenza dal 2015: sempre qualcosa che non viene da me. Viene da fuori. Certo l’ho cercata, voluta, pensato al fatto che la sua esistenza “in prigionia da me” sarebbe stata qualcosa di cui essere responsabili… in contrapposizione alla sua possibile soppressione se non la prendeva nessuno (ma come si può? È una adorabile pipistrellina tirannicamente coccolona … mostra così tanto affetto… affetto vero: cibo di qua, coccole di là, indica le coccole: sceglie luoghi per azioni). Ma non viene da dentro di me.

Io non mi amo, direbbe chiunque, ormai, ma anche un/a terapeuta eh? …E dovrei trovare questa amabilità dentro di me bla bla bla. Un po’ come invitare uno che vuole fare sesso a spararsi delle sontuose seghe e poi fare le battute del buon vecchio Woody.

Rifletto sempre più spesso (rimuginio / ruminazione … oooooook) su questa bellissima situazione dell’essere coscienti della propria esistenza, consapevoli di essere un ingranaggio nella riproduzione dei geni, uno strumento della vita, un “essere” che non è, ma che informa i viventi tutti. Quando ti rendi conto che i tuoi bisogni non sono scelte li odi, sono costrizioni e ricatti, per un essere cosciente, che pensa voglio-non-voglio. Non è che tu non possa non-volere. Semplicemente muori o stai di merda… o stai di merda e muori, oppure muori stando di merda. Ogni cosa serve solamente a perpetuare la tua specie, comunque a “mandarla avanti”. Tutto qui. Sei questo per la vita. La vita è il vero Dio. L’ho scelto – credo di avervelo detto – recentemente, per poter indirizzare le mie bestemmie a qualcosa di sensato. Un Dio che non è, che non ha vita ma è la vita. Che è amorale e quindi noncurante dell’immoralità, ingiustizia, dolore, sofferenza. Dio non esiste, così ecco, identifico il vero dio e posso maledirlo, bestemmiarlo, contrastare l’idea che ha fatto anche cose buone (e salutava sempre) … perché la percentuale di dolore, sofferenza, fatica, atrocità, crudeltà, orrore, è nettamente inferiore alle cose buone, nel tempo e nello spazio, dimostratamente.

Ormai sappiamo tutti che “e anche chatGPT mi da ragione” non significa una sega, data la sua notoria tendenza alla piaggeria, non solo servilismo, ma proprio leccaculaggine, se non continui a rintuzzarlo con “sii brutalmente onesto” , “Fai l’avvocato del diavolo”, “science-based”, “evidence-based” , “cerca la falla nel mio ragionamento se ce n’è una o più”. Ma anche con queste aggiunte, con 4-o, 3-o, deep-research sicuro. Con GPT-5 non ci provo neanche. Dopo una conversazione per trovare due cavetti e dirgli di navigare e trovarli seguendo le sue stesse indicazioni e fallendo miseramente da talmente tante angolazioni che chiamarla intelligenza è sempre più ridicolo… direi di aspettare. Claude concorda.

Inoltre dire che sono generalizzazioni è una facilissima semplificazione: andiamo sulle percentuali e sarà dunque inutile fare appello a “non è tutto così”. Percentuali. La massa e il bilancio: cosa di più, cosa di meno. Chiaro che a qualcuno va bene.

IL DEMO

Il pensiero di morire, abbandonare, andarmene, uscire dalla vita non mi molla mai. L’inadeguatezza sempre, sempre essere fuori “moda”, questa è la forma che prende, essere fuori tempo (insomma sempre fuori dai, diceva quello), sempre in ritardo, hai imparato una cosa, forse, ma non serve più. A chi? Beh non a me. Lo so che il discorso è sempre quello.

Ultimamente il nuovo “faccio quello e poi muoio” è il recupero del demo di tanti anni fa. Voglio farne una produzione professionale. È stato interessante… anzi emozionante, arrivare a trovare il backup che avevamo fatto nel 2001 e anche anni prima. In alti post magari potrei raccontare le faccende tecniche che lo riguardano. Ho fatto largo uso di assistenza Ai per imparare cose. Poi le devi imparare tu eh, sia chiaro.

Ma la sensazione resta. Di fare schifo, di essere inadeguati all’esistenza, soprattutto esistenza competitiva. La voce costante “sei un coglione, fai schifo, muori merda, togliti dal cazzo, non rubare l’aria agli altri, parassita, vecchio schifoso” … è difficile fare 1) sistema mindfulness ovverosia “notarlo, metterlo da parte, proseguire” 2) anche fermarsi un secondo e dire “si, mediocre si, ma il peggiore dei peggiori no, esiste di peggio, in quanto mediocre devi saperlo, non eccelli nemmeno nel fare schifo… il che non è tutto sommato un male eccessivo ma, appunto, mediocre”.

Dici … beh, ormai ho dato, superata questa età basta. Non siamo evoluti abbastanza per (co) esistere così tanto. E infatti, confermo, datemi subito il sistema rapido e indolore, lo desidero, voglio averlo qui: aspetto che la pressione diventi nuovamente insopportabile… lo sapete, niente di nuovo. Codardia, paura, fragilità, insofferenza alla sofferenza, ipersensibilità mia e poca a quella degli altri… sono tollerabile, ma da tollerare. “Difficile e faticoso” disse qualcuno che scemo non era di certo, pure se avvelenata d’amore (veleno per lei, per me era bello).

Ma se penso OGGI al tasto rosso, che non ho purtroppo – ed è un dramma per me – ancora, penso yep, lo voglio lì ma adesso ho questa roba che mi interessa da finire. Completamente più insensata ogni giorno che passa, completamente… come una canzone cantata nel deserto, un dipinto in una grotta nascosta. Totalmente senza senso. Come… indovina cosa? 😉

Italian Rot Music moment

È passato del tempo, ormai credo un anno, da quando ho realizzato con una certa delusione che il classico “de gustibus non disputandum est” in musica è ancora più radicale di quanto non fosse lecito aspettarsi dall’ovvietà del famoso adagio. I gusti sono soggettivi. Perfetto. Ma arriva un momento in cui invecchiando ti sembra di poter dire “ma questo… questo ha delle caratteristiche analizzabili, enumerabili, misurabili oggettivamente e quindi confrontabili, no?”. Irrilevante. Quello che ci fa piacere la musica è un processo neurobiologico che associa emozioni ad alcuni precisi attimi di vita: se in quel momento stai ascoltando alcune cose, quelle cose saranno lo “stampo” per il bello. Questo in generale. Non stiamo quindi parlando di una passione del melomane che poi apprezza vari generi, assaggia tutto. Stiamo parlando della normalità.

I momenti sono 2: quando sei piccolo e della musica potrebbe girare in casa (i tuoi genitori) e l’adolscenza: forti emozioni (positive, negative) incontrano la musica che senti in quel momento: molto probabilmente quella mainstream, quella di moda.

Fine.

Quindi se a Mario che aveva 17 anni quando c’erano i Camaleonti facevano figo i Camaleonti, oggi magari a me fanno cagare e mi facevano cagare pure quando avevo io 17 anni. Ma a me magari fa cagare anche Sferaebbasta o potrebbe farmi cagare Fedez. Ho detto nomi a caso, non conosco le loro creazioni (ma conosco la “performance” di Fedez ben nota se non ha l’autotune live).

Oggi ho osservato attentamente le mie nipotine di 10 e 3 anni provare esaltazione per le canzoncine dedicate all’Italian Rot e anche quella specie (dai, lo è) di Techno-Trance di “Labubu Funk Remix” (non mi pare che la dance anni ’90 sia poi tanto cambiata anche nel 2025). Le canzoncine funzionavano così: pezzi di qualsiasi lunghezza (anche 8 minuti) ma costituiti da micro-pezzi che potevano anche cambiare ogni 4-6 secondi nello stile e che semplicemente usavano ogni stile esistente con una leggera tendenza alla musica Ai e ampio uso di autotune. Ma era quasi di sicuro editata e postprodotta, anche con voci vere oppure roba di qualità, non Suno, di certo. Erano felici. Eppure molti degli stili che ho sentito tacciare di “vecchio” e “schifo” erano presenti nella roba che ascoltavano estasiate. Rockettino estivo disneyano, country, trap standard italiana, musica dei cartoni animati e pop leggero generico a iosa, pop-punk. Ma era questa faccenda da “swipe interno automatico” che ho trovato illuminante.

Il testo? Il testo elencava semplicemente i nomi dei personaggi dell’Italian Rot, tutto qua. Ballerina Cappuccina e compagnia bella, dai, fate una ricerchina su “Italian Rot , Crocodilo, Ballerina Cappuccina” e trovate tutto.

La cosa divertente è stato vedere l’esaltazione per la simil-techno delle due bimbe. Una delle due dopo la performance scatenata è andata verso la fase non tanto chill-out … ma piuttosto verso la fase trance-da-seduta come se si fosse fatta di brutto. Occhi semichiusi, dondolante, tutta compresa e seriosa mentre sente “Labubu funk remix” in loop , mia piccola.

Al di là dell’amore di zio, è stato interessante tecnicamente. O se volete socio-antropologicamente.

Ah si: momento di ribellione “ora ti insegno una cosa che la mamma non vuole” e quella di 10 si mette a twerkare mostrandolo a quella di 3.

Ci sarà da divertirsi. Per fortuna sono solo zio 😀

shitloop

Mentre lo pensavo, pensavo anche “sto per vergognarmi” o “dovrei vergognarmi e sta per succedere” e… e invece non è successo, forse proprio perché ci pensavo, meta-cognizione in atto. Fatto sta che lo pensavo. Lei mi dice “ma come, non sai cosa sono i Labubu ?” e mi manda un paio di reel. Mi ritengo informato: già il fatto che ci sia “gente in coda per” è una cosa che mi sta sul cazzo da tanti, tanti anni. Gli iPhone, per dire, non sono né gli ultimi né i primi della lista.

Ma tra i vari reel ce n’è uno che mostra una scena ad intento comico in cui un ragazzo sta subendo uno scippo e dice “no aspetta aspetta” e stacca uno di questi pupazzetti “ok ora puoi” e il ladro prende la borsa, mentre lui sospira di sollievo. Zac, il ladro gli scippa anche quelli. Fine.

Ma ho guardato lui e la scimmia antropomorfa retrograda destrorsa reazionaria e maschilista che evidentemente è anche in me ha pensato “ci annienteranno”.

Chi?

Se seguite un po’ questo blog potreste pensare che mi riferisca a me, che io personalmente, ormai ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita, mi ritenga minacciato lavorativamente e quindi esistenzialmente dai giovani. Beh, intanto non in questo paese. E lo dico con gran dispiacere per loro.

No no, lo schifo che ha costruito la mia mente è tribale, scimmiesco: ho osservato questo ragazzino che … boh era solo brutto per me. Ma il reel era in loop e quindi lo guardo e lo riguardo. Ed è stato terribile, qualcosa nella mia testa ha avuto l’impulso contrario a ciò che penso sull’ingiustizia, su come funzioniamo, sulla debolezza disprezzata e su come, in fondo, sia tutta una mega ipocrisia che serve solo a mitigare l’intensità con cui facciamo cagare.

Il pensiero era “se questi sono i rappresentanti della nostra popolazione giovane, così sfigati, deboli, mezze checche, non ci sono speranze: là fuori ci sono guerrieri spietati, gente che ha fame, che vive duramente, nella povertà, non viziata, che ha bisogno di ciò che noi diamo per scontato e lo fanno con la forza della mente, delle braccia, della resistenza e sopportazione, della violenza, della competenza acquisita con l’impegno indefesso nello studio. Questa gente è forte, resistente, ci butterà a terra con una spallata e ci passerà sopra camminando piano, senza farsi problemi”.

Ed il problema è questo. Io ho pensato questo. Non così dettagliatamente, no. Ma io ripenso al perché e questa roba era lì compressa in un pensiero rapido e fugace. Che però io non ho voluto lasciar andare e pensare “che fai? Perché pensi così? Proprio tu, un debole, una mezza sega?”.

Ed è chiaro il perché.

Tutti noi vogliamo che accanto a noi ci siano persone forti perché noi siamo o potremmo essere: deboli.

Ecco perché vogliamo male ai deboli… perché ci ricordano che nel nostro gruppo dovremo fare più fatica, badare a noi stessi, cavarcela senza di loro, che non sono capaci, non sono forti: non ci sono utili.

Una merda.

Questo è il motivo per cui disprezziamo nascostamente i deboli e fragili. Questo il motivo per cui – sbagliando comunque – anche da piccoli il nostro istinto ci fa dire “devi essere duro” (senza sapere che quel sistema ci rende più fragili).

Voglio solo sperare che sia questo, questo vecchio imprinting dei miei, negli anni ’70, da parte loro proveniente dagli anni ’30, guerre, povertà, altri tempi.

Ma questa merda è passata per la mia mente.

Quel ragazzo sono io. L’ho detto a me stesso. Sono un nastro di moebius plasmato con la merda. Mi vergogno.