è già stato fatto tutto – ai e raffigurazione

My 2 cents sull’argomento. Ogni volta che parliamo di arti figurative, che raffigurano la realtà, ad un certo punto qualcuno conoscerà un accademico, uno che ha studiato e ti dirà che ogni forma di raffigurazione della realtà, per quanto abile sia la tecnica dell’esecutore, è roba vecchia, già visto, già fatto. Quindi come “arte / artigianato” in sé, non la considererà proprio. Quindi fotografia e compagnia bella non sono che un seguito di questo.

In questo senso dunque sentir dire che l’intelligenza artificiale generativa “copia” troverà da questo tipo di persona la risposta snob/posh che “beh, come tutti”. Perché ogni cosa è stata già raffigurata, rappresentata. Al massimo dunque cambierà dello stile, che non sarà considerato “artistico” ma tecnico. E comunque dopo il primo gesto originale, tutti i seguaci copieranno. Le AI hanno portato questo da lento e poco diffuso ad immediato. Due secondi e prendi lo stile inventato 3 secondi fa. Come fa il fast-fashion con i grandi marchi e l’alta moda. Due secondi dopo e hai una copia venduta in grandissimi volumi.

Stessa cosa di PornHub (lo spiegano loro stessi nel film su netflix).

è difficile accettare che in linea di principio sia piuttosto vero: solo il vero ed unico primo-innovatore, quello che aggiunge quel passaggio, quel cambiamento, quella roba diversa sopra la copia che stava facendo… quello/a lì e l’unica persona che è originale. Tutti gli altri copiano, come stava copiando lui/lei.

Il resto è : proprietà del mezzo (il robot o la Ai chi avvantaggiano? chi guadagna? Quanto gli costa? posso permettermelo in concorrenza?) e velocità della tecnica rispetto agli umani.

Se non l’ho già scritto lo scrivo: a determinati limiti non posso che sperare nella proprietà di robot, intelligenze artificiali e software in generale da parte degli Stati, per la sopravvivenza, il benessere e la fornitura di ogni servizio ai propri cittadini.

Che restiamo liberi di goderci la natura e passeggiare mentre le macchine ci mantengono ad un costo inarrivabile per noi da pagare e impossibile da battere come concorrenti.

Ragazzi interrotti

Una instagram psicologa mi ha fatto conoscere lo Zeigarnik effect, su cui si basa sicuramente la pubblicità nel momento appena prima di, o l’interruzione della puntata, della scena, nelle situazioni narrative.

“quando si incomincia un’azione si crea una motivazione per portarla a termine che rimane insoddisfatta se l’attività viene interrotta. Sotto l’effetto di questa motivazione un compito interrotto rimane nella memoria meglio e più profondamente di un’attività completata”

Secondo la instagram-psicologa il motivo per cui non riesci a dimenticare la tua ex è che il progetto di vita che ti eri prefigurato è stato interrotto e questo te lo riporta sempre alla mente.

La soluzione – dice costei – sarebbe ricordarti quale fosse il TUO progetto di vita, personale, tuo soltanto, prima che conoscessi tizia.

A parte rendere i partner della nostra vita degli accessori ed addobbi e non parte integrante del nostro progetto di vita, altrimenti potrebbe essere “metter su famiglia con qualcuno” come le tipe che, appunto “voglio fare un figlio” e NON “voglio fare un figlio con te“. Ma se il progetto di vita integra altre persone? Se il tuo progetto di vita è l’amore, condividere la vita?

Se i tuoi progetti non sono quelli del boscaiolo che vive in cima alla montagna, ma fa parte di questa società collaborativa e ne integra gli appartenenti, sarà ben difficile che esista un simile progetto.

Sarai un egotista, un egoista, un egocentrico. Forse è così che devi essere, to succeed. Forse stiamo erroneamente costruendo un’idea che la legge del più forte che sopravvive e schiaccia gli altri e gli altri chinino il capo, abbassino lo sguardo e riconoscano il migliore sia errata. Mentre dovremmo essere forse meno blandi con alcune ferree leggi e regole, inderogabili e valide sempre e comunque e per il resto ubi maior minor cessat, mors tua vita mea, fanculo a tutti noi deboli, o serviamo i forti o diamoci la morte.

Nel momento in cui rendete la morte per suicidio una ignominia, siete solo stupidi. Fortissimi, ma stupidi, incoerenti. Più cessat di così. Oppure dovete capire che senza noi altri non fate un cazzo. E allora casca il palco.

Dovremmo morire a miliardi prima che qualcuno si faccia due conti seri su questa relazione io-noi. Ma purtroppo l’istinto di sopravvivenza è troppo potente.

Dovrebbe esserci ogni giorno: oggi non ho incentivi a vivere, voi mi date incentivi a cedere in vostro favore. Ok, addio.

Così, ogni giorno.

Puf, puf, puf! Muoio io, muore tuo figlio, muore tua figlia, muore tua moglie, muoiono 25 dei tuoi dipendenti questa settimana ed altri 5000 l’anno prossimo, muore mezzo pianeta puf puf puf non ci siamo più, state meglio? Per me dovreste lasciarci andare. Se non vi piace, allora dovreste cambiare le condizioni di base.

Ma torniamo alle interruzioni: molte persone, biograficamente adulte, come me, ad esempio, sono stati interrotti in cose che non possono essere riprese. Non le hanno fatte e non le faranno mai. Il loro progetto del momento, adeguato a quella specifica età, non è stato portato a termine. Forse è questo il fallimento, più del fallimento in sé. Non è una cosa andata male, ma una che non è andata a finire da nessuna parte?

Ma che ne so: quelle andate male non mi fanno mica meglio. Non ci sono, non sono qui con me i risultati positivi, le cose, le persone. Ci sono esperienze. Di merda. Utili?

Fin là.

Comunque il film, quello vero, dovetre vederlo.

Alessandro Masala SHY ed il successo

Quando il tuo successo dipende da te … ” – dice in questa live Shy. E poi sento poco, ovviamente metto in pausa, me ne vado a riflettermi addosso nelle braghe, tornerò ad ascoltare dopo.

Quand’è che il tuo successo non dipende da te?

Il tuo successo dipende sempre da te, prima di tutto. La vogliamo più corretta, certo, insegnami la vita (cit). Nessun problema: non tutto quello che accade è una tua responsabilità, ma il principale responsabile di quello che ti accade sei tu. Bene, sette e mezzo.

Ma il successo?

Perché quello che intendeva dire non lo so, lo sentiremo, ma quello che arriva quando uno apre la bocca e dice “quando il tuo successo dipende da te” non sembra affatto qualcuno che tiene molto alla salute mentale. Eppure sappiamo che è così, che ci tiene, che porta avanti questo discorso pubblico: anche per questo lo seguo volentieri. Io ho quasi 50 anni e lo seguo perché dentro abbiamo cose molto simili, per come sento io, ovvio, non voglio offendere Alessandro. Ho tenuto ad ogni cosa a cui lui sembra tenere da quando lui non esisteva affatto. Ho seguito molti di quei percorsi prima che lui nascesse. E non era facile come ora. I vecchi sono gli stessi, e sono ancora vivi, gli stessi. Solo che avevano più potere, le cose si ottenevano con i loro mezzi, i soldi, il potere, lo smuovere.

I diritti, le battaglie, gli atteggiamenti, il provincialismo, la deferenza scambiata per rispetto e nessun rispetto dato. Tutta roba che è bene vedere in qualcuno che fa un telegiornale. Un “approfondimento critico serale post-fact checking” potremmo chiamarlo?

Ma alla fine:

“successo”

“dipende da te”.

Cioé, in sostanza, se non fai il dipendente. Questo arriva. E arriva il concetto di “successo”. Che, con sé, porta quello di fallimento. E queste due piccolissime cose insieme portano con sé il CONFRONTO, il giudizio, cosa sia fallimentare e cosa no. Sei un fallito, non sei un fallito.

Poi certo, partirebbe il maniavantismo, iointendevoche, nontigiudico, ionongiudico, ma è inutile. La prima cosa che facciamo è essere merdosamente umani. Attribuirci valore, in ragione di ciò che è importante per noi.

E siamo sempre quelli che guardano in alto, il più forte, che è salito in alto e ci piscia in testa pure se non vuole, pure se lo considera orrendo. Ma dentro di sé, il nucleo che ha, il sentimento, l’emozione e l’impulso incontrollato che ha, senza autocorreggersi … è quello.

Che non è affatto una critica a lui, sia chiaro. Ma un piccolo segnale di cosa sia la verità di ciò che valutiamo noi umani. Solo in totale solitudine, isolati, in nessun rapporto con gli altri, possiamo “accettarci”.

Segnalo, per i posteri (e per me che non l’ho ancora vista), questa intervista da lui stesso segnalata.

Il sollievo del fatto che non freghi a nessuno

Tre miliardi di anni fa tizio cantava “siamo soli nell’immenso vuoto che c’è”, ma scommetto che qualcuno con un po’ di cultura seria potrà dirci che il concetto alla base forse può essere reperito anche nei Veda, in qualche scrittura Egiziana, nei filosofi antichi sia qui che in Cina oppure magari tra i Maya.

A nessuno gliene frega un cazzo di te.

Può sembrare disperante. Ma pensate di vergognarvi, per qualche motivo; pensate di sentirvi brutti, inadatti, socialmente indesiderabili. Potreste, nel posto e momento sbagliato, si, raramente, essere presi di mira per essere sfottuti, ma circa dopo i 7 anni dovreste aver capito, se siete quel tipo di persona, dove non andare per trovarvi additati. Fuori da quello specifico ambito di gente che fa il tiro al piattello con noi brutti e sfigati per divertimento, esiste la norma. E la norma è che non ti cagano, stai tranquillo/a. Ti senti solo o sola? Beh ma pensa perlomeno che l’aspetto di quell’isolamento che puoi gradire è: anche se ti stessi cagando addosso, in questo preciso momento, non gliene fregherebbe un cazzo a nessuno. Puoi cantare stonato/a. Puoi ballare in soggiorno. A nessuno gliene frega un cazzo se sei ridicolo/a.

E così quando vuoi morire. A nessuno gliene frega poi davvero un cazzo. Stai senza sentire nessuno per 4 settimane e vedi. A chi interessa? Non manifestare esistenza con social, telefono, presenza fisica. Qualcuno? No? Nessuno? Quanti anni hai? Se non sono neanche mamma e papà forse devi sentirli tu, magari stanno male e devi occupartene tu.

Ma magari no, stanno bene. Non gli frega, potresti essere sparito/a da tempo, rapito da un serial killer per sbaglio, nell’acido da una settimana, ormai sciolto/a.

È triste? Ma è anche liberatorio. Se a nessuno frega di te, se muori sono tutti cazzi tuoi, non fai male a nessuno. Certo, magari sul momento. Ma poi? Hanno dato priorità, ogni giorno della loro vita recente, negli ultimi anni, a qualcosa. E tu in quel qualcosa non c’eri mai. Ci hai fatto capolino e non ti hanno cagato. Offeso? Offesa? Ma non importa: il punto è: perché diavolo dovrebbe fottergliene qualcosa ora? Loro si fanno la loro vita ora e se la faranno domani, mentre tu imputridirai e tornerai a far parte del resto del materiale organico e inorganico.

Può rattristarti non essere interessante per nessuno, ma quando pensi che non gli frega di te, non gli interessa, gli sei indifferente: questo vale per tutto ciò che sei. Non hai di che vergognarti perché la vergogna è un fatto sociale: e tu alla società non gli freghi, la società guarda da un’altra parte. La società, al massimo, ti chiede di fare della fatica in più oltre a quella che devi fare tu per far sopravvivere te e contribuire alla fatica collettiva senza volto, che conta solo il peso di fatica che metti su una ipotetica bilancia, un silos delle nostre fatiche, dalle quali attingere se collettivamente si delibera che qualcuno può.

Dunque, che obbligo hai? Hai dei debiti? Ne sei sicurissima/o ? Con chi? Con i tuoi genitori? Tu li hai creati o loro hanno creato te?

Hai dei figli? Hai un/a partner? Ti cagano? No? Che questo sia colpa e pena o che sia sfiga e dolore, essi non ci sono. Dunque se non hai debiti materiali: puoi morire, non soffriranno nel non vederti più di quanto non soffrano nel non vederti pur essendo tu viva/o. Non gli interessa un cazzo di te: vedi come è liberatorio? Non devi sentirla come una ferita, un buco scavato in te, non è qualcosa di te che ti viene tolto, ma una finestra dentro la quale nessuno guarda, che tu la tenga aperta o meno, se questa è la tua condizione.

La desideravi o è il frutto, la conseguenza della somma delle tue azioni e reazioni?

Questo può sicuramente causarti dolori per rimorsi, rimpianti, se. Tutti inutili, perché nel passato, che non puoi toccare.

ok basta così.

Scemo di guerra

Mia madre usava come esclamazione – assurdamente: per evitare il turpiloquio – “scemo … di guerra!”. Assurdo poi se ascolti un podcast come “gabbia di matti” (Storytel) notare come spesso fossero spesso trattati disumanamente i superstiti dei conflitti bellici della prima e seconda guerra mondiale, così definiti e talvolta segregati, internati pur avendo quella che oggi, a fatica, chiameremmo sindrome post traumatica da stress. Noi no, faceva scandalo. Che schifo. Era frutto del peccato, bambini non guardate, eccetera.

Penso a Roberto Mercadini che cerca di fare un po’ spazio ai distinguo sulla disabilità su youtube, sulla parola “demente” o sui comportamenti offensivi verso disabili fisici che non hanno problemi cognitivi.

Penso a quanto dire “mongoloide” fosse normale quando ero piccolo, come nella generazione di poco inferiore alla mia (non ancora millennial?) dire “focomelico” fosse possibile. Su Facebook dare dell’analfabeta funzionale sia la prassi.

manicomio di Mombello

Ma anche quanto partire da un credo, da quello che io credo e quindi va bene, possa finire per giudicare deviante in modo oggettivo ciò che non lo è, da una malattia fisica ad una preferenza sessuale, ad una forma si pensiero o ideologia politica: deviante, segregare, nascondere, censurare, allontanare, cospargiti il capo di cenere, riconosci la tua colpa, dillo sporco peccatore che stai peccando. Dillo che non sei normale e dammi la sicurezza che io lo sono, che io sono nel giusto e che il giusto è poco, non ce ne sono tanti, non ci sono differenti possibilità. E per farlo paga con la sofferenza, con la tua vita sofferente, con la vita all’inferno, ma lontano dai miei sensi, che mi fai sentire a disagio e io il disagio non lo devo provare mentre lo impongo a te.

Non tutti vogliono vivere

Ieri MD mi diceva che “almeno con me può dire liberamente che spesso vuole morire senza sentire le solite eh ma no ma dai” e cagate non correlate col problema ma con una ideologia assolutista.

Non che mi faccia piacere che lui stia male e che non veda una prospettiva di bilancio positivo tale per cui valga la pena sbattersi. Ora impostate una bella voce da spot sportivo, o di macchina fica… un Luca Ward o ancora meglio come si chiama il Merovingio*? O ancora meglio meglio meglio… potrebbe essere lo stronzo degli stronzi supremo… fantastico… Iansante! Si, lui può sfottere e disprezzare: ecco immaginate una bella frase sputazzata-sbavata fuori come un inizio di vomito machista

“le partite si giocano anche se non sai se vincerai”.

Non che Sun Tzu concordi.

Neanche un qualsiasi business plan sarebbe così: il bilancio è negativo, si chiude.

Così penso sempre più che, anche se molti film sembrano parlarne (vedi L’urlo dell’odio – The Edge) ma nessuno ne discute apertamente, esista una divisione basilare tra gli esseri umani: quelli che vogliono vivere e quelli a cui non interessa in senso assoluto, non se “ne vale la pena”, no, nessuna pena, che ho fatto da meritare una pena? E con vivere intendo sopravvivere. E che per farlo pagano ogni giorno qualsiasi prezzo.

Credo che sia un tale tabù, quello di parlare di questo argomento, da falsare moltissimi dei ragionamenti che tutti facciamo partendo da una base arbitraria, che prescinde dalle basi.

ChatGPT oggi dice : In breve, ci sono alcune evidenze a supporto dell’idea che esista una parte della popolazione umana che preferirebbe non vivere, ma è importante sottolineare che questa è una questione molto complessa e soggettiva.

*Massimo Lodolo

Delirium – Humanitas

Titolo a cazzo, perché termino con argomento solito, cavallo di battaglia perdente mia.

Ascolto le storie dei Pietro Maso ed Erika ed Omar, raccontate ora; mentre accadevano io facevo altro. Spesso facevo altro invece di ascoltare la cronaca, la politica, quando accadeva. Forse una certa dose di inconsapevolezza era anche il segno di attività ed attenzione dedicata a qualcosa che occupava tempo, azioni e pensiero. Mi preoccupava e mi dava meno visione negativa del mondo, che già non si scherzava a ottimismo.

Io li capisco questi poveri stronzi. Vogliono tutto e subito. Vogliono la libertà. Odiano la fatica, sentono che è una inculata vivere altrimenti.

A me, ragazzi? Davvero non serve dirmelo. Quello che ho però capito durante il tempo è che persino in alcune persone apparentemente irreprensibili, se espongo la mia visione, e cioè la prosecuzione di quel ragionamento con “… ma non a scapito di qualcun altro. Se qualcuno deve morire perché non accetto che il vivere la mia vita sia una merda, quello sono io, nessun altro” – ecco, in quel caso più di una persona e in diverse occasioni mi ha obiettato “eh no, vaffanculo, porto qualcuno con me!” oppure altre versioni di “prima tu e gli altri si fottano”. Ma caro amico… gli altri sei tu. Ti fotto, ti uccido? Mi prendo la mia libertà contro la tua volontà? Che dici? Ho voglia di incularti, che dici faccio quello che voglio io?

Quelle bestie siamo tutti. Quello che si frappone fra il nostro proposito e l’obiettivo suscita rabbia, deve essere rimosso. Violenza. E se resiste? Frustrazione che diventa odio.

Con la disponibilità del suicidio rapido-e-indolore a prezzo di un paio di pizze e la rimozione dell’istinto di sopravvivenza come spinta primaria, dovremmo negoziare meglio tutti assieme. Mi sfrutti troppo, vado. Non ho dove andare muoio. Quello che ha preso il mio posto si accorge presto della cosa muore. Dopo un po’ ti devi arrangiare muori. Quelli che stavano osservando la cosa dicono “hey, forse dobbiamo rimuovere ubi maior e lavorare per il maggior bene degli individui, ma sicuramente non per il male, che dite? Ma dite quello che volete, tanto altrimenti desidererete e otterrete di sparire… quindi dobbiamo farlo”.

Ok, vado a folleggiare altrove.

Video Volant

Attorno al 2003 ho notato uno dei primi cali di qualità di informazione di gruppo, dialogo. Usenet veniva pian pianino svuotata dalle persone che sapevano le cose, che si stavano rompendo i coglioni per la scarsa o poca moderazione contemporanea all’invasione di tante persone che avrebbero avuto bisogno e voglia di sapere, ma che contemporaneamente non erano abituate ad un certo modo di esistere in comunità.

I forum inoltre prendevano piede alla grandissima.

I social hanno ulteriormente svuotato moltissimi spazi di discussione e scambio di informazioni: gruppi facebook, video su youtube e probabilmente molto telegram e simili hanno preso il posto di tanta informazione scritta. Scritta però significa ricercabile. Oggi quindi è paradossalmente più difficile trovare informazioni tecniche che ieri trovavano ampio spazio ad ogni microscopica variazione. Centinaia di persone lavoravano e provavano, si confrontavano, progredivano e tutto trovava un unico spazio mentre ora le cose sono disperse non solo in vari luoghi, ma in vari cosiddetti “canali” e medium.

Se non ascolti tutto un podcast non saprai quella cosa.

Se non guardi tutto il video non saprai quella cosa.

Se non sai che esiste quel gruppo su facebook non troverai niente con google: è un recinto chiuso, non è il world wide web, ma una parte con accesso ed autenticazione.

La discriminazione è libertà di scelta

La società che ricorda il consenso, sempre. Ma il mio consenso a trovarti bello, brutto, magro, grasso, alto, profumato, sexy lo posso dare solo io.

La discriminazione permea la relazione più basilare della nostra società e imporre in questo ambito l’inclusività forzata significa matrimoni combinati. Siamo tutti giudicanti, tutti discriminatori. Ci piace quello che ci piace, troviamo bello quello che troviamo bello, vogliamo fare sesso con chi ci attira, stare con chi ci va, frequentare luoghi piacevoli. Non ci sono parole che cambino la realtà di ciò che per noi è quello che è. La retorica dell’accettazione non deve essere spostata di contesto così come l’inclusività. Ciò che conta in un posto non deve discriminare in un altro se non è pertinente. Se sono grasso e brutto ed il mio ruolo lavorativo o nella fruizione di beni e servizi non comporta confronto indispensabile con questi aspetti, questi aspetti non devono essere coinvolti. Ma in tutti gli altri casi, ad esempio la libera espressione, il come io sono è un aspetto coinvolto dai sensi, dalle menti, dai gusti altrui.

Il re è nudo. Siamo obbligati da una forma di coercizione a non dirlo ad alta voce? Allora è sbagliato. Il re ha un problema se non vuole che si affermi la realtà e lo ha ancora di più se questa realtà, affermata, gli causa fastidio. O si veste – quindi non accetta la sua condizione – oppure risponde “si, è vero, io sono così come voi dite”.

Ci sono molti casi in cui la sensibilità altrui può non venire urtata perché non c’è necessità di esprimere un giudizio non richiesto. Ma quando una forma di espressione è “richiesta”? Affermare il vero. Tacere il vero. Quanto sentiamo forte che una delle due cose è sbagliata?

Fare del male, far stare intenzionalmente male, volontariamente, con l’intenzione di nuocere, è una cosa, ma fare un’affermazione che ha tra le altre conseguenze (la semplice affermazione di un fatto è la prima) quella di rattristare, ferire, coloro che sono parte di quella verità, è un’altra cosa.

Se non dico che sei grasso non sarai meno grasso. Se non dico che non mi piaci, non starò comunque con te. Se non dico che hai un’alito di merda, comunque non ti bacerò o vorrò conversare fisicamente con te. Se non dico che sei basso comunque tantissime donne ti schiferanno come lammerda.

Alla base della discriminazione c’è la libertà di scelta. Il contesto di questa “sceglibilità” cambia ed è quindi nell’ambito di questi contesti che ci si deve muovere. Resta, per me, che tra i due diritti, quello di affermare il vero – ossia anche una propria sensazione “per me sei brutto” (lo sei per me, è questione di gusto) – vince in caso di disputa culturale prima, legale poi.

Ma io conto zero. Eppure ecco, mi sono espresso. Senza che nessuno lo chiedesse.

La predica

Il padre di un mio amico complottista è morto. Alla funzione c’era un prete che – ancora una volta – ho finito per giudicare per la sua performance artistica. Sforano, la fanno un po’ troppo fuori dal vaso e alla fine escono dal personaggio mannaggia a loro. Ma se gli facessero un segno al momento giusto spaccherebbero. Credo sia il secondo ultimamente che ricordo. Questo era bravino, parlava anche in dialetto, cosa che dove stava significa parlare la lingua di tutti, questa si ecumenica. Ma era troppo appasionato d’arte e letteratura. La sua filosofia andava contrapposta a quella di Leopardi. Ci stava quasi dentro. Ma niente, è un vecchio, quindi anche se una storia di quand’era piccolo ci stava, quattro proprio no.

Il mio amico, quello al quale ero venuto a stare vicino, a mostrare che esisto, che non mi è indifferente, in realtà non ne aveva bisogno, di me. Forse aveva bisogno, come alcuni hanno, di vedere che ci sono ma solo per spuntare un elenco. Perché era troppo pieno della voglia di dare spettacolo, pure lui. Aveva una predica da fare. Sempre abituato, da una vita, a mettere su teatrini – come in vari capondanni che facemmo da lui, reali spettacoli televisivi costruiti in casa – quale palco migliore di quello millenario della Chiesa? Che disprezza, credo. Il prete, prima di lui, aveva esordito dicendo che lui non fa prediche, fa quattro chiacchiere con gli astanti. E che la predica l’avrebbe lasciata fare – previo controllo del testo che c’era già stato – a lui.

Era uno spettacolino. Potremmo dire che “lui è così”, ma era un io io io. Voleva farci sapere che suo padre aveva fatto qualcosa che non andava a sua madre e sorella. E voleva farci sapere che non gli stava bene – ancora una volta – la faccenda del green pass e delle mascherine. Ma che comunque suo padre gli aveva dato molto.

E che a lui tenesse tanto, questo lo so.

Ma il suo spettacolino era per sé, per noi, non era per suo padre.

Siamo tutti sempre più bravi a calcare un palco? Forse solamente ci vergognamo meno, pensiamo di farlo bene, di saperci esprimere, di avere qualcosa da dare, mentre è il nutrimento dell’attenzione che si anela, sempre più.

Sia l’uno, che l’altro, erano, tutto sommato, dei bambini soli, invecchiati.

Il coro però spaccava i culi: c’erano due ciccioni, uno all’organo e voce e l’altra solo voce, che sapevano il fatto loro, gente di mestiere. Si è aggiunto un terzo con una tromba: non hanno sfigurato affatto. E la sorella del mio amico, che soffriva davvero e non era lì per dare spettacolo, la musica l’ha subita forte, come me immagino. Mi ha toccato davvero, quella.

La cappella di quel luogo era una chiesa vera e propria. E quella “residenza per anziani” era letteralmente un vilaggio, pulito, ordinatissimo, spazioso… mi chiedo perché diavolo non ci siano posti così anche dalle mie parti, anche se la risposta facile è “soldi”. Beh, li hanno amministrati molto bene da quelle parti, con ottimi risultati.

E mi sono chiesto se anche mio padre, come mia madre, abbia messo via i soldi per il funerale.

Altro? Beh mi sono chiesto se i diritti di certi pezzi da chiesa siano scaduti, perché andrebbero totalmente suonati con chitarra elettrica! Verdone? Mah, non so, ma andrebbero fatti: le melodie di alcuni, staccate dal testo, si prestano al solo di chitarra e alle infiorettature.

Resta la predica vera, quella del prete, che ha toccato proprio un punto importante: il pastore errante. Non lo ha detto, che “la vita a me è male”. Ha solo buttato li che sia molto triste vivere senza speranza e sia meglio farlo. Così, perché si, alla fin fine, anche se d’ufficio ilsignoredinostrospiritosantoamen eccetera, ma la convinzione era chiaramente buttata lì perchéssì. Peccato, vecchio, nei primi 10 minuti avevi il mio ok per l’X-factor. Poi hai smenato talmente tanto che ho persino sentito la presione del mio amico che non vedeva l’ora di fare il suo pezzo. Pardon. Il suo saluto – pubblico – a suo padre.