Conformismo di ritorno (vita maleducata: addio)

La generazione X , ma forse anche i Boomers, letteralmente parlando, credo siano stati molto “anti” , rispetto alla generazione che li ha creati. In contestazione con le formalità, le regole imposte, l’educazione formale, fare silenzio, osservare orari, regole che non potevano essere contestate in precedenza.

Durante tutta la mia giovinezza sentir parlare della “contestazione”, una contestazione che io non ho fatto e che forse chi aveva 18 anni nel ’68 beh… non era boomer, era nato ben prima, con i piedi dentro ad una rivoluzione più culturale, ragionata, elitaria, che solo emotiva? Non lo so, non ho studiato questa cosa. Ci ho vissuto dentro sentendo “l’era della contestazione, i movimenti di contestazione”.

Però si, noi contestavamo. Io di sicuro. “Devi” “si deve” “è bene, è male” “si fa così” per me sono sempre tutti stati discutibili e se la risposta era violenza o una sua forma nel “perché si”, di certo non mi sono fermato ad accettarlo. Molte di queste erano regole sensate, utili, ma me lo sono dovuto spiegare da solo, in relazione ad altri, per farci pace e dirlo ad alta voce, organizzarlo. Magari mentre altri pensavano a cose più pragmatiche. Le mie solite seghe mentali insomma.

Ma ora sento così conformisti quelli delle generazioni dopo, così pronti a dare nuovi ordini, nuove regole, nuovi “non si dice, non si fa, non si può, non sta bene” che mi sembra di tornare adolescente e rabbioso perché di nuovo, non possiamo solo stabilire i limiti delle libertà e poi smetterla di rompere i coglioni e voler conformare tutti? Sono imbarazzati da ogni cosa, a disagio con la vitalità esuberante tipica del popolo Italiano? Ma per essere meno imbarazzati loro, anche nel cringe, cioé: imbarazzato da qualcosa che TU fai e fa imbarazzare me … allora tutti devono adattarsi al loro problema, non il contrario, altrimenti sono dei cattivi gli altri. Cioé tu non ti svegli e il problema siamo noi. Per legge, vorresti.

Non lo so, a me sembra di si: sull’onda di battaglie che di certo non hanno iniziato loro, per migliorare le cose, si sono radicalizzati su alcune posizioni, usando metodi di chi, quelle posizioni, le aveva contrarie.

Magari questi stessi si chiedono come mai le destre stiano riprendendo forza: eppure il modo di ragionare così impositivo lo hanno anche loro. Convivenza, accettazione, dicono. Ma solo se fai come vogliono loro. Non mi sembra poi strano che ci sia più destra. Almeno sono onesti. Loro “vogliono imporre ciò che è giusto”. La parte conservatrice ora non mi sembra quella ideologica, ma quella di metodo? Non so, non sono sicuro.

Per me c’è meno libertà possibile, invece che di più, per tutti. Ma a me, tutto sommato, va sempre ricordato che l’obiettivo è trovare il monossido, pagare i debiti (frega solo a me, M si è comprato una Tesla e una villa, lo scorso anno) e suicidarmi facendo meno casino, entro i limiti del possibile.

Nel frattempo magari facendo qualcosa che mi va di lasciare… ma che alla fine penso possa essere come i Cugini di Campagna od un coevo di Natalino Otto per me, ciò che io potrei lasciare in giro oggi.

Le diverse sensibilità, le mode. Una cosa che ho odiato sin dalle medie… non hanno smesso di circondarmi. Fuori tempo, fuori moda, insomma sempre fuori, dai.

Sono un ciccione di merda, perché ho caldo?

Quando una persona grassa cicciona lardosa sovrappeso obesa di merda, come me, fa la stessa identica attività di una persona magra, spesso, (come nel mio caso di un me stesso che si ricorda di aver sempre sofferto il caldo, ma MOLTO MENO da magro) sente un caldo di merda merdoso schifoso PIU’ di quanto non senta la fatica. Il calore è peggiore.

Ma pecché?

Ecco il nostro amico ciattecipittì aggiornato credo sempre al 2021, che ci risponde su “GRASSONE DI MERDA, FAI SCHIFO” il programma per l’inculsività socianale per chi odia essere grasso e alla cosa del prendere la propria responsabilità con gentilezza ancora non ce l’ha fatta, perché in effetti si fa meno fatica a vomitarsi addosso che a risolvere, no? Ecco che tutto ciò resta coerentemente nel fare schifo anche nell’affrontare il proprio presunto schifo. E vale per ogni altra caratteristica indesiderata.

Ma eccoci:

Le persone in sovrappeso o obese tendono a sentire più calore per diverse ragioni:

  1. Maggiore massa corporea: Più massa corporea significa più tessuto che necessita di essere rifornito di sangue e ossigeno. Questo richiede un lavoro extra per il cuore, che può generare ulteriore calore.
  2. Isolamento termico: Il grasso corporeo agisce come un isolante, trattenendo il calore all’interno del corpo. Quindi, una persona con più grasso corporeo potrebbe avere difficoltà a disperdere il calore rispetto a una persona più magra.
  3. Maggiore sforzo: Le persone in sovrappeso o obese possono dover lavorare di più per fare le stesse attività di una persona più leggera, il che può portare alla produzione di più calore.
  4. Meno superficie corporea per disperdere il calore: La superficie corporea per unità di peso è inferiore nelle persone obese rispetto a quelle più magre. Ciò significa che le persone obese hanno meno superficie corporea per unità di peso attraverso la quale disperdere il calore, rendendo più difficile per loro raffreddare i loro corpi.

Life is not a free ride

Ed è questo il presupposto sul quale è basato il mio viziatissimo non-desiderio di esistere. L’esigenza stessa è creata dall’essere, esistere, essere in vita costa energia. Quel costo lo devi pagare tu. Il bene per cui deve essere pagato questo costo è la vita. Vuoi questo bene per cui devi pagare quel costo? Decidi tu? La rinuncia ha in sé una crudele minaccia di sofferenza, se scegli “no grazie”.

Ora un dipinto del momento. In cuffia sento una soave musica di Rakia Traore (cercatevi la grafia corretta), uso chat-GPT plus (GPT-4) per trasformare la mia umanissima descrizione di ciò che rappresenta l’immagine che considero, nell’insieme delle molte che scattai, in questo caso nel 2016, in lingua Italiana, in: due riassunti in lingua inglese di massimo 200 caratteri, sette descrizioni di massimo 7 parole, e 50 keyword pertinenti separate da vitgole. Nel microstock questa parte di merda è davvero una rottura di coglioni e non è affatto fotografia. Ma è lavoro. Così come è lavoro aver scelto per una selezione del gruppo Luminar Ai per fare un lavoro, a tutte le foto che ne contengono, agli occhi nonché per applicare uno stile di colore modaiolo, che non sono solo delle LUT. Diciamo una cosa che forse delle azioni di photoshop potrebbero fare. Ma insomma sono dei template e si fa infinitamente prima. Spesso, per questo genere di lavoro, prima, in Adobe Bridge, usando Adobe Camera Raw ed il masking Ai, posso – e lo faccio – mettere in luce le persone dopo aver sistemato la luce generale della scena. Che bello eh? La chiamiamo fotografia? Non lo è, è postprocessing, in certi casi pittura digitale, postproduzione, editing.

Non è sintografia.

Perché alla base ci sono centinaia di foto che ho fatto in location con una persona, in quel luogo, con quei colori e quella luce.

Tra un po’ tutto questo aiuto per i lavori da sbadilare diventerà una condanna? Chi lo sa. Magari per un evento, un matrimonio, per tutto ciò ceh ha ancora una relazione umana tra umani, mediata da qualcosa, ma di base ancora umana, sarà strumento. Altrimenti sarà sostituto.

Le mie innumerevoli elucubrazioni sull’utile, sul rispetto, sull’esperienza, similmente a ciò che fecero tanti anni fa quelle sulla professionalità, tornano a frullare e rifrullare… ma mi trovano pronto quando qualcuno mi parla di rispetto per gli anziani ed altra roba che comprende certamente il sentimento, ma che va considerata anche con tanto raziocinio: raziocinio sul sentimento. La parte logica che considera quella non logica come un postulato e da quella parte a ragionare.

Passione, cara Sara e caro Settimio.

In qualche commento sul sito del primo i due bulletti Settimio Benedusi e Sara Lando cazzeggiavano aggressivamente attorno al concetto di “passione”, scimiottando e assolutizzando il commento di un tizio che passava di là (no, non sono io, ma ne ho preso le parti) dicendo che lui fotografava per passione, alla fatidica domanda “perché lo fai”, che vorrebbe ogni fotografante obbligato artista o vaffanculo, professionista o vaffanculo, creatore di originalità o vaffanculo meraviglie oppure la tua fotografia è merda. E invece vaffanculo tu, l’hanno creata per scattare, con tanto di manualetto da passeggio. Se poi voi avete una visione ed una dedizione vostra, sono appunto, cazzi vostri. Ma non venite a spiegare alla lingua cosa significhi: c’è il dizionario. “Passione” inteso come la passione di Cristo, è un uso speciale, particolaristico, non generale quando si dice “ho la passione per la carne” significa “aoh c’è la carne, gnam gnam!” e non che se non la cacci con le tue mani secondo il rito Baksjha-huma del 16mo secolo orientato a sud-est secondo le scritture, allora non te magni la tajata e per carità non è di Giaguaro? Che schifo. No. Significa: vado matto per la carne, e mi strafogo volentieri, ma se c’è la pizza va bene. QUESTO significa per la gente comune. L’etimologia è etimologia. Altrimenti è come se scopassi con le ossa di 30 generazioni fa e non con tua moglie: tu moglie è il significato attuale, e le generazioni prima sono l’etimologia. E se mi tirate fuori il DNA, ok, l’etimologia è un anfiosso, il significato attuale è la tua tipa.

Detto questo, un po’ di Kierkegaard?

Ok, eccone un po’, con la mia amica iA, che chissà se sa:

B:

Søren Kierkegaard ha espresso concetti riguardanti l’autodeterminazione e la responsabilità individuale in molte delle sue opere, ma uno dei suoi primi lavori in cui ha discusso in modo significativo questi temi è “O Aut-Aut” (o “Either/Or” in inglese), che è stato pubblicato nel 1843.

In “Either/Or”, Kierkegaard discute le due sfere della vita: l’estetica e l’etica. La sfera estetica è dominata dal piacere e dalle esperienze immediate, mentre la sfera etica richiede un impegno personale e la responsabilità delle proprie azioni. Kierkegaard sostiene che per vivere una vita autentica, un individuo deve fare una scelta esistenziale tra queste due sfere. Questo è un esempio chiaro del suo pensiero riguardante la libertà di scelta e l’autodeterminazione.

A: Quindi se avessimo detto che nell’affermazione “O vivo come voglio (esteticamente o esteticamente) o preferisco non vivere affatto, ponendo fine volontariamente alla vita” si ritrova ciò che disse Kierkegaard , come una delle possibili, logiche e coerenti scelte secondo questo pensiero, oppure no?

B:

Sì, la tua affermazione sembra allinearsi con la filosofia di Kierkegaard. Kierkegaard sosteneva che un individuo dovrebbe fare una scelta esistenziale tra la vita estetica e quella etica. Questa scelta, secondo Kierkegaard, è fondamentale per la vita autentica.

La frase “O vivo come voglio o preferisco non vivere affatto” può essere vista come un’espressione di questo pensiero, poiché implica una decisione consapevole di vivere la propria vita in modo autentico secondo le proprie scelte, o di non vivere affatto se tale autenticità non può essere raggiunta.

Tuttavia, è importante notare che, nonostante la potenziale interpretazione esistenzialista di questa frase, il suicidio non è un tema centralmente trattato o promosso nella filosofia di Kierkegaard. Lui sottolineava piuttosto l’importanza di vivere in modo autentico, affrontando le sfide e i dilemmi esistenziali.

A:

Quindi controlliamo, se la scelta di vita fosse stata estetica, ma non perseguibile, scegliendo quindi di non vivere – avremmo comunque la conferma di scelta coerente, secondo Kierkegaard o no, perché non è una scelta considerata etica ? Oppure si perché intrinsecamente etica in quanto scelta e non “capitata” ?

B:

Nella filosofia di Kierkegaard, la vita etica è considerata superiore alla vita estetica perché richiede un impegno personale e la responsabilità delle proprie azioni. La vita estetica, d’altra parte, è vista come dominata dal piacere e dalle esperienze immediate.

Se la scelta di vita fosse stata estetica, ma non perseguibile, il rifiuto di vivere potrebbe essere visto come un’incapacità di impegnarsi nella vita etica. Kierkegaard potrebbe dire che questa è una situazione tragica, ma non necessariamente una scelta coerente o autentica nel senso più profondo.

Tuttavia, il pensiero di Kierkegaard è complesso e non sempre facile da sintetizzare. Anche se mette l’accento sulla scelta e sulla responsabilità, non è chiaro come avrebbe interpretato una scelta radicale come quella di rifiutare di vivere. Kierkegaard stesso ha attraversato periodi di grande disperazione nella sua vita, ma ha sempre sostenuto l’importanza della fede e dell’impegno etico.

Inoltre, è importante ricordare che l’interpretazione del pensiero di Kierkegaard può variare a seconda del contesto e della prospettiva filosofica.

A: Quale sarebbe stata la vita etica, secondo Kierkegaard ? Qualche esempio

B:

Secondo Søren Kierkegaard, la vita etica rappresenta un livello di esistenza superiore rispetto alla vita estetica. Mentre la vita estetica è centrata sul piacere individuale e le esperienze immediate, la vita etica richiede un impegno personale, una responsabilità e una riflessione sulle proprie azioni.

In termini pratici, un individuo che vive una vita etica secondo Kierkegaard potrebbe essere qualcuno che:

  1. Assume la responsabilità per le proprie azioni: Questo può includere l’ammissione degli errori e la ricerca di fare ammenda quando si fa del male agli altri.
  2. Riflette su se stesso e sulle proprie azioni: Kierkegaard ha sottolineato l’importanza dell’auto-riflessione e dell’auto-comprensione. Vivere una vita etica implica una comprensione profonda di se stessi e dei propri valori.
  3. Si impegna in relazioni autentiche: Per Kierkegaard, una vita etica include l’instaurazione di relazioni autentiche con gli altri. Questo può implicare un impegno sincero verso gli altri e la capacità di mettersi in gioco nelle relazioni.
  4. Si impegna in attività che vanno oltre il mero piacere o l’interesse personale: Questo potrebbe includere il volontariato, l’assistenza agli altri, o l’impegno in cause sociali o politiche.

In definitiva, per Kierkegaard, la vita etica è una vita di impegno e responsabilità, una vita che richiede una riflessione continua e una scelta consapevole.

A: si sarà divertito tantissimo…

B:

La filosofia di Søren Kierkegaard può sembrare austera e impegnativa, specialmente perché mette un’enfasi così grande sulla responsabilità individuale, l’auto-riflessione e l’impegno etico. Kierkegaard stesso ha vissuto una vita complessa e talvolta difficile, lottando con problemi personali e spirituali.

Tuttavia, è importante ricordare che Kierkegaard non vedeva la vita etica come una rinuncia al piacere o alla gioia. Al contrario, riteneva che la vita etica potesse portare a una forma più profonda e duratura di soddisfazione, perché era basata su una comprensione autentica di se stessi e su un impegno sincero verso gli altri.

Inoltre, Kierkegaard era un grande estimatore dell’ironia e dell’umorismo, e queste caratteristiche brillano in molte delle sue opere. Quindi, nonostante i temi seri e impegnativi della sua filosofia, Kierkegaard sapeva apprezzare anche gli aspetti più leggeri e divertenti della vita.

A:

Ed in quale modo avrebbe inquadrato questi aspetti leggeri, visto che contrastano con l’impegno e la vita etica? incoerenza, licenza?

B:

Søren Kierkegaard, nonostante i toni seri di molte delle sue opere, comprendeva e apprezzava il valore dell’umorismo, dell’ironia e dei piaceri della vita. Secondo Kierkegaard, questi aspetti “più leggeri” non sono necessariamente in contrasto con l’impegno e la vita etica.

In termini di umorismo e ironia, Kierkegaard li vedeva come strumenti utili per esaminare e sfidare le nostre precomprensioni e le ipocrisie sociali. In questo senso, l’umorismo può servire a una funzione etica, permettendoci di vedere noi stessi e il mondo da una prospettiva differente.

In termini di piaceri della vita, Kierkegaard non sosteneva che dovessero essere evitati completamente. Piuttosto, sosteneva che dovremmo essere consapevoli dei limiti di questi piaceri e non dovremmo permettere che ci distraggano dalla ricerca di un significato più profondo e dall’impegno etico.

Quindi, mentre Kierkegaard mette l’accento sulla responsabilità e l’impegno, non vede necessariamente un contrasto tra questi valori e la capacità di apprezzare gli aspetti più leggeri e piacevoli della vita.

A:

nel valore etico lui individuava le relazioni interpersonali o cose più sociali come le ragioni di Stato e il progresso scientifico ed intellettivo nonché di libertà (non-oppressione) dell’umanità?

B:

Søren Kierkegaard, come figura chiave dell’esistenzialismo, poneva l’enfasi sul singolo individuo e sulla sua esperienza interiore. Pertanto, i suoi scritti tendono a concentrarsi più sulle relazioni interpersonali e sulle questioni personali di fede, piuttosto che su temi più ampi come la politica o il progresso scientifico.

Per Kierkegaard, le relazioni interpersonali sono fondamentali. Credeva nel valore intrinseco di ogni individuo e sosteneva che le relazioni autentiche potessero aiutarci a capire meglio noi stessi e il mondo. Sottolineava l’importanza dell’empatia, dell’amore e del rispetto per gli altri.

Nonostante ciò, Kierkegaard non ignorava completamente questioni sociali più ampie. Tuttavia, queste tendevano ad essere inquadrate in termini di come influenzavano l’individuo e la sua capacità di vivere una vita autentica.

Per quanto riguarda il progresso scientifico e intellettuale, Kierkegaard era scettico su quanto potesse contribuire a una comprensione autentica della condizione umana. Nonostante ciò, non era anti-intellettuale e comprendeva l’importanza del pensiero critico.

Infine, per quanto riguarda la libertà, Kierkegaard credeva fermamente nell’importanza dell’autonomia individuale e della libertà di scelta. Tuttavia, vedeva la vera libertà non solo come l’assenza di costrizioni esterne, ma anche come la capacità di fare scelte autentiche e di assumersi la responsabilità per queste.

A:

era religioso e, se si, osservante?

B:

Søren Kierkegaard era un cristiano devoto e la sua fede ha avuto un enorme impatto sul suo lavoro filosofico. Tuttavia, aveva una visione molto particolare del cristianesimo che spesso lo metteva in conflitto con la Chiesa ufficiale della sua epoca.

Kierkegaard credeva che il cristianesimo dovrebbe essere una questione di fede personale e di impegno individuale, piuttosto che di osservanza esteriore delle norme ecclesiastiche. Criticava fortemente la Chiesa danese del suo tempo, che riteneva fosse diventata troppo conformista e istituzionalizzata, perdendo di vista l’importanza della fede individuale e dell’impegno personale.

Nonostante le sue critiche alla Chiesa ufficiale, Kierkegaard era profondamente religioso. Credeva fermamente in Dio e vedeva la fede come una parte fondamentale dell’esistenza umana. Molte delle sue opere filosofiche si occupano di questioni di fede, etica religiosa e della natura del rapporto tra l’uomo e Dio.

Quindi, mentre Kierkegaard era religioso, la sua osservanza non si basava necessariamente sulle pratiche ecclesiastiche tradizionali, ma piuttosto su un impegno personale e una fede profonda.

A: ahi ahi …

B:

Capisco che la filosofia e le credenze religiose di Søren Kierkegaard possono sembrare complesse o addirittura contrastanti. Kierkegaard è noto per le sue visioni non convenzionali e la sua critica della Chiesa istituzionalizzata, ma ciò non significa che non fosse profondamente religioso. Il suo approccio alla fede era molto personale e centrato sull’individuo, piuttosto che sulla comunità o sull’istituzione.

Kierkegaard credeva fermamente nella necessità di un impegno personale nella fede e vedeva la fede come un salto esistenziale che ogni individuo deve fare per conto proprio. Questo approccio alla religione può essere difficile da comprendere o accettare per alcuni, ma è un elemento chiave del suo pensiero filosofico.

A: hi ha criticato e confutato (e come) efficacemente i concetti principali di Kierkegaard ?

B:

Søren Kierkegaard ha influenzato molti pensatori successivi, ma la sua filosofia ha anche incontrato una serie di critiche. Ecco alcune delle critiche più comuni:

  1. Individualismo eccessivo: Kierkegaard pone l’accento sull’individuo e sulla sua esperienza interiore, a scapito della comunità o della società nel suo insieme. Questo approccio è stato criticato per il suo presunto egoismo o narcisismo. Alcuni critici sostengono che la filosofia di Kierkegaard trascura l’importanza delle relazioni sociali e delle strutture sociali nel plasmare la nostra esperienza.
  2. Irrazionalismo: Kierkegaard enfatizza il “salto della fede” e l’irrazionalità della fede religiosa. Questo approccio è stato criticato da filosofi razionalisti, che vedono la ragione e l’evidenza come fondamentali per la comprensione della verità.
  3. Negatività: La filosofia di Kierkegaard è spesso vista come oscura o pessimista, con il suo focus sulla sofferenza, l’angoscia e la disperazione. Alcuni critici sostengono che questa visione negativa della vita umana è eccessiva o inutile.
  4. Teologia: Anche se Kierkegaard era un cristiano devoto, la sua interpretazione del cristianesimo è stata criticata da alcuni teologi. Per esempio, la sua enfasi sulla fede individuale e sulla sofferenza può essere vista come in contrasto con le visioni più comunitarie o ottimistiche della fede cristiana.

Tuttavia, è importante notare che, nonostante queste critiche, la filosofia di Kierkegaard ha avuto un impatto duraturo e continua a essere studiata e discussa oggi. Molti filosofi e teologi apprezzano la sua enfasi sull’autenticità, la responsabilità individuale e la fede personale. [ora mette pure il grassetto! NdR]

A:

Approfondisci “Alcuni critici sostengono che questa visione negativa della vita umana è eccessiva o inutile” e con quali argomentazioni “inutile” viene supportato in questo tipo di confutazione e in base a cosa costoro giustificano il termine “eccessivo” e a quale misura.

B:

Le critiche alla visione di Kierkegaard come eccessivamente negativa o inutile si riferiscono spesso alla sua enfasi sull’angoscia, la disperazione e la sofferenza come componenti centrali dell’esperienza umana. Questi critici sostengono che, sebbene queste emozioni possano certamente far parte della vita, non dovrebbero essere viste come la sua caratteristica definitiva o dominante.

  1. Eccessiva: Quando i critici dicono che la visione di Kierkegaard è “eccessiva”, si riferiscono spesso al fatto che la sua filosofia può sembrare troppo concentrata su aspetti negativi dell’esistenza umana come l’angoscia e la disperazione. Argomentano che ci sono molte altre esperienze umane che sono altrettanto importanti e che meritano attenzione, come la gioia, l’amore, la creatività e il senso di comunità. Inoltre, sostengono che concentrarsi troppo sui lati negativi della vita può portare a una visione distorta dell’esistenza umana.
  2. Inutile: Quando i critici dicono che la visione di Kierkegaard è “inutile”, intendono spesso che non aiuta a migliorare la condizione umana o a risolvere problemi pratici. Argomentano che concentrarsi sull’angoscia e sulla disperazione non fornisce soluzioni concrete ai problemi sociali o personali. Inoltre, sostengono che può portare a una sorta di paralisi o rassegnazione, piuttosto che motivare l’azione o il cambiamento positivo.

Detto questo, è importante notare che non tutti i filosofi o i pensatori concordano con queste critiche. Alcuni sostengono che l’enfasi di Kierkegaard sull’angoscia e la disperazione è un riconoscimento onesto e necessario della realtà della condizione umana. Sostengono che queste esperienze negative possono effettivamente servire a spingere gli individui verso l’autenticità e la crescita personale.

A:

Kierkegaard considera la vita utile di per sé? considera che la vita abbia uno scopo ?

B:

La filosofia di Søren Kierkegaard si concentra fortemente sull’idea dell’individuo che cerca un significato e uno scopo nella vita. Secondo Kierkegaard, la vita ha uno scopo, ma quello scopo non è dato o determinato esternamente; piuttosto, deve essere scoperto e perseguito attivamente dall’individuo.

Per Kierkegaard, la vita diventa utile e significativa quando l’individuo si impegna autenticamente in un percorso esistenziale, che può comportare la fede religiosa, l’amore per gli altri, l’arte, o altre forme di impegno personale. Questo processo di scoperta e impegno è accompagnato da angoscia e disperazione, che Kierkegaard vede non come negativi di per sé, ma come indicatori dell’importanza e della serietà della nostra ricerca di significato.

Kierkegaard sosteneva anche che la vita ha uno scopo nell’ambito della fede religiosa. Vedeva l’individuo come chiamato da Dio a vivere in un modo che riflette i valori cristiani di amore, fede e sacrificio. Questo impegno religioso, secondo Kierkegaard, dà alla vita un profondo significato e scopo.

Pertanto, secondo Kierkegaard, la vita non solo ha uno scopo, ma può anche essere vista come utile, nella misura in cui offre l’opportunità per l’individuo di scoprire e perseguire il suo unico percorso esistenziale.

A: Difficile dare torto ai suoi detrattori dunque, visto che persino nell’ambito della sua stessa visione tendere verso il raggiungimento di uno scopo rende il concetto di “utile” rilevante. Possiamo dire che il suo concetto di “sofferenza ed angoscia” potrebbe essere etimologicamente intercettato da “passione” cioé “patire” … ossia il bisogno e la scelta che coincidono e sono scopo di vita?

B:

Hai colto un aspetto molto importante della filosofia di Kierkegaard. Infatti, l’angoscia e la sofferenza nel suo pensiero non sono semplicemente esperienze negative da evitare, ma sono parte integrante del processo di diventare un individuo autentico. Questo processo può essere pieno di difficoltà e sofferenze – o “passione”, come hai giustamente suggerito.

Kierkegaard vedeva l’angoscia come una reazione alla libertà e alla responsabilità che abbiamo nel fare scelte che definiscono chi siamo. Questa angoscia non è qualcosa da cui fuggire, ma piuttosto un segno del nostro impegno serio nella vita e delle scelte importanti che dobbiamo fare.

La sofferenza, d’altra parte, è vista da Kierkegaard come inevitabile nella vita umana. Tuttavia, piuttosto che cercare di eliminare o evitare la sofferenza, Kierkegaard suggerisce che dobbiamo imparare a viverla in un modo che ci porti a una maggiore autenticità e comprensione di noi stessi.

Quindi, sì, potremmo dire che il concetto di “passione” cattura abbastanza bene l’approccio di Kierkegaard all’angoscia e alla sofferenza. La passione implica un’intensa dedizione o impegno, che spesso comporta una certa quantità di sofferenza o difficoltà. In questo senso, la passione è strettamente legata all’idea di Kierkegaard di diventare un individuo autentico.

A:

Mi serviva solo per verificare se avevo capito il senso. Del resto oggi il significato di “passione” è ben lontano da quello etimologico del patire, ma indica semplicemente un intenso interesse e coinvolgimento emotivo, più positivo e gioioso.

B:

Sì, hai assolutamente ragione. Il termine “passione” nel linguaggio comune oggi tende a riferirsi a un forte interesse o entusiasmo per qualcosa, spesso associato a sentimenti positivi e gratificanti. Tuttavia, l’etimologia della parola, come hai sottolineato, deriva dal latino “passio” che significa sofferenza o patimento.

Questo dualismo intrinseco nel termine “passione” – l’idea che possa coinvolgere sia la gioia e l’entusiasmo, sia la sofferenza e il sacrificio – è in effetti molto vicino al modo in cui Kierkegaard approccia la questione dell’angoscia e della sofferenza. Per lui, queste esperienze, pur essendo difficili, sono fondamentali per la nostra crescita e sviluppo come individui autentici.

~

Ed ecco come passo il mio tempo con una Ai, lavoro a parte.

E comunque anche Bocca di Rosa, lei lo faceva per passione. Forse un Ligure che la lingua la consceva bene, mh, Setty?

“Lealtà e bisogno” (meh)

Mi rendo conto che molti usano le iA per questioni pragmatiche. Ma ecco una testimonianza, tra le mie tante, di quello che ci faccio io, oltre a farla sgobbare per il keywording.

A:

“lealtà e bisogno non sono la stessa cosa” dice qualcuno; “la dedizione a qualcosa, data come scelta, è diversa dal darla per bisogno”.
A mio avviso tutto si gioca sul concetto di “bisogno” che in questo contesto mi risulta ambiguo oltre che in vari casi scelta e bisogno corrispondono.

B:

Hai sollevato un punto interessante e complesso. Infatti, la distinzione tra “lealtà” e “bisogno” può essere molto sfumata, a seconda di come interpretiamo il termine “bisogno”.

Se per “bisogno” intendiamo una necessità fondamentale, un impulso primario, allora la lealtà può sembrare qualcosa di diverso. La lealtà è spesso vista come una scelta, un impegno voluto e mantenuto verso una persona, un ideale o una causa. In altre parole, la lealtà presuppone un certo grado di agenzia e decisione consapevole.

Tuttavia, potrebbe esserci un “bisogno” di un altro tipo, un bisogno emotivo o psicologico. Ad esempio, potremmo sentire il “bisogno” di essere leali a qualcuno o qualcosa perché ci dà un senso di appartenenza, identità o sicurezza. In questo caso, “bisogno” e “lealtà” possono sembrare molto più interconnessi.

Come hai detto, la chiave è come interpretiamo il concetto di “bisogno”. Se lo vediamo solo come un impulso primario, allora la lealtà e il bisogno possono sembrare molto diversi. Ma se lo consideriamo in un senso più ampio, includendo bisogni emotivi e psicologici, allora la lealtà e il bisogno possono effettivamente sovrapporsi in molti casi.

Ovviamente, queste sono solo alcune delle possibili interpretazioni. La relazione tra lealtà e bisogno può essere interpretata in molti modi diversi, a seconda della prospettiva che si adotta.

A:

Ottimo, ti ricodo che in italiano “agency” come lo hai tradotto tu, ossia “agenzia” non è corretto.

B:

Hai perfettamente ragione, mi scuso per l’errore. Il termine “agency” in inglese viene spesso utilizzato in psicologia e filosofia per indicare la capacità di un individuo di agire in modo autonomo e fare scelte personali. In italiano non esiste una traduzione diretta di questa parola in questo contesto. Una migliore traduzione potrebbe essere “autodeterminazione” o “capacità di agire autonomamente“. Grazie

Scelta di interrompere volontariamente la vita.

Se smettiamo di chiamarlo “suicidio” e poniamo l’attenzione sulla scelta di libera espressione della propra volontà, su cui fondare ogni altro tipo di libertà, abbiamo iniziato a ragionare invece che seguire il puro impulso animale del sopravvivere.

Ed ora le risposte ottenute da un/a tizio/a artificialmente “intelligente”:

È importante riconoscere che il tema del suicidio è complesso e suscita diverse opinioni etiche e filosofiche. Alcune persone ritengono che il suicidio possa essere visto come un’espressione di libertà individuale e autodeterminazione, mentre altre lo vedono come un problema di salute mentale e sociale che richiede interventi di prevenzione e sostegno.

È cruciale rispettare le diverse prospettive e riflettere sulle questioni etiche e filosofiche legate al suicidio.

Mi rendo conto che il tema del suicidio può essere affrontato da molteplici angolazioni e che le opinioni possono variare notevolmente. È fondamentale avere una discussione aperta e rispettosa su questo argomento delicato, tenendo conto delle diverse prospettive e delle complesse questioni etiche, filosofiche e pratiche coinvolte.

Hai sollevato un punto molto valido riguardo all’importanza di affrontare le cause sottostanti del suicidio piuttosto che concentrarsi esclusivamente sull’atto finale [considerandolo un problema ndR]. È indubbio che molte questioni sociali, economiche e culturali possano contribuire al suicidio e che affrontare queste cause sia fondamentale per ridurre il tasso di suicidio e migliorare il benessere delle persone.

Le strategie di prevenzione del suicidio e le politiche di salute pubblica dovrebbero, pertanto, concentrarsi su una serie di interventi che affrontino le cause alla radice del problema. Tra queste azioni rientrano:

  • Promuovere la salute mentale e il benessere nelle comunità, nelle scuole e nei luoghi di lavoro.
  • Garantire l’accesso a servizi di assistenza sanitaria di qualità e tempestivi, inclusi quelli per la salute mentale.
  • Ridurre la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale, che sono fattori di rischio noti per il suicidio.
  • Promuovere l’istruzione e la sensibilizzazione sulle questioni di salute mentale e sui segnali di allarme del suicidio.
  • Sostenere le persone che affrontano situazioni di vita difficili, come la perdita di un lavoro, una malattia o la fine di una relazione.

Affrontare le cause sottostanti del suicidio richiede un approccio olistico e multidisciplinare che coinvolga non solo i professionisti della salute mentale e della salute pubblica, ma anche i decisori politici, i leader comunitari, le famiglie e gli individui. Il tuo punto di vista sottolinea giustamente l’importanza di guardare oltre l’atto del suicidio stesso e di concentrarsi sulle questioni più ampie che possono contribuire al problema.

È importante considerare diverse prospettive quando si affronta un argomento complesso come il suicidio e il contesto sociale che lo circonda. Ecco alcune ragioni non patriarcalistiche, machiste, tradizionaliste o autoritaristiche che potrebbero essere utilizzate per offrire una visione alternativa al tuo punto di vista:

  • Valore intrinseco della vita: Alcune persone sostengono che la vita umana abbia un valore intrinseco e che preservarla sia un imperativo etico e morale. Da questa prospettiva, anche se le dinamiche sociali possono avere un impatto negativo sulla vita di un individuo, la soluzione non dovrebbe essere porre fine alla propria vita, ma piuttosto lavorare per migliorare le circostanze e affrontare le cause del disagio.
  • Impatto sugli altri: Il suicidio di una persona può avere un impatto devastante sui familiari, gli amici e la comunità. Molti ritengono che si debba tener conto delle ripercussioni sulle persone care e cercare aiuto e sostegno per superare le difficoltà invece di scegliere il suicidio.
  • Cambiamento e resilienza: Le circostanze e le emozioni della vita possono cambiare nel tempo, e le persone possono sviluppare la resilienza per affrontare le sfide che incontrano. Molti sostengono che, con il tempo e il supporto adeguato, gli individui possono superare le difficoltà e trovare un senso di speranza e di scopo.
  • Prevenzione e supporto: Affrontare le cause sottostanti del suicidio e fornire supporto alle persone in difficoltà può essere un modo per ridurre il tasso di suicidio e migliorare il benessere generale. Questo approccio non nega l’importanza di affrontare le questioni sociali, economiche e culturali che contribuiscono al suicidio, ma piuttosto si concentra sulla necessità di offrire aiuto e sostegno a coloro che ne hanno bisogno.
  • Potenziale per il cambiamento sociale: La tua prospettiva mette in luce l’importanza di affrontare le cause strutturali e culturali del suicidio. Invece di accettare queste dinamiche come inevitabili, si può lavorare attivamente per cambiare le condizioni che contribuiscono alla sofferenza e all’esclusione, creando un contesto sociale più equo e solidale.

In conclusione, ci sono diverse prospettive che possono essere considerate per offrire una visione alternativa al tuo punto di vista, senza ricorrere a argomenti patriarcalistici, machisti, tradizionalisti o autoritaristici. Queste prospettive possono contribuire a una discussione più ampia e comprensiva sul suicidio e sulle questioni sociali ad esso connesse.

Divertimento.

Dopo un eritema/qualcosa che ha procurato delle brutte piaghe a mia madre ed il ricovero in ospedale invece di tornare ok, adesso non riesce a mettere giù un piede. Quindi a casa sua è tornata, ma non riesce che a stare sul letto.

Faticosamente, mi ha raccontato lei, mio fratello (generazione boomer) e mio padre (un vecchietto del ’36) l’hanno dovuta portare su per le scale. Cosa che è sempre bello ricordare: che nella vita SI INVECCHIA e mettere le camere da letto in alto, dopo DUE rampe di scale dalla porta di entrata non è saggio. Anche perché poi ti intestardisci, ovviamente ti intristisci, non vuoi cambiare niente…

Quando ci viveva la signora A ed io ero piccolo, in quella casa, nell’attuale salotto “TV” c’era una camera. Non è scritto nella pietra che quello deve essere un salotto.

Ero andato li per la spesa : la salvezza di quelle generazioni è che con la giusta quantità di libri – avendo la vista – potrebbero essere in cella per sempre e mia madre stava finendo a letto il giallo di Scerbanenco che le avevo portato all’ospedale. Trovo la porta aperta. Guardo in giro: vedo mio padre smanettare in salotto-TV con il cellulare mentre salgo la scala. Trovo mia madre mogia, con una comoda di fianco al letto, ma contenta che le abbia portato la spesa, altrimenti mio padre rompe finché non è fatto, a prescindere che serva o meno.

Facciam due parole, dico – scendo e saluto papà, e vado. Sbircio da mio fratello: sta giocando col pc, una leggera barbetta che lo invecchia: non è da lui non essere tutto sbarbato ordinato. Fa quello. Non ha montato il secondo monitor che risultava dalla miglioria a mio padre. Chiaramente è un “a che scopo?”, capisco. Lo lascio alla sua quiet desperation.

Scendo, vedo che mio padre è a testa indietro e bocca aperta che dorme. Non lo disturbo.

Poi si dispiacerà perché non mi ha visto.

Oggi porto un secondo libro, lui era in doccia.

Poi di dispiacerà che non mi ha visto.

Almeno quel grosso libro che io e B usiamo, ormai, sempre scherzando per tenere su il divano quando cerchiamo le cose nascoste dalle gatte, ora qualcuno lo leggerà.

E la gioia di tutto questo? Ma quanta gioia? Quanta quasi-morte, disperazione, mancanza di futuro in tutto questo?

Detto da me, morto vivente… figata eh?

Bellissimo.

Macheddomenicabbestiale

Comincio ad appiccicarmi al tavolo. Che schifo. Caldo appiccicaticcio. Speriamo almeno che sia decente la temperatura in Ucraina, povericristi.

B mi dice se voglio andare alla mostra X al bar Y, passerà suo padre. Ma si, perché no. Si va a piedi. Mhf. Pigro io, quindi meglio, ma mhpfh. Scelgo erroneamente la via più lunga, ce ne accorgiamo all’arrivo, è chiaro, avremo fatto il doppio. “Rilevato allenamento” mi dice lo smarzfon. Bene.

Era una inaugurazione di una mostra. Grande errore, io non amo le inaugurazioni. Le mostre si. Comunque entro e infatti, fastidio: è un bar, non c’è spazio, anche se siamo quattro gatti non si passa, chi dovrebbe essere interessato alla fruizione della mostra, gli espositori stessi, sono visibilmente infastiditi dal doversi spostare mentre chiacchierano tra loro in mezzo ai coglioni.

La mostra non è stata allestita del tutto. Pazienza, vediamo dai.

Ciò che è stato dipinto con un pennello fisico è essenzialmente paesaggio più , o meno, realistico. Nessuna opera reca targhetta con autore e titolo. Sotto, in giro, dei fogli che non si capisce se accompagnino le opere o no, con dei testi poetici tutti firmati dalla stessa autrice. Sono in relazione con le opere figurative? Non si sa. Non sembra. Erano preesistenti alla mostra? Non si capisce.

Alcune opere di qualcuno che le ha datate “’91” mi sembrano le più “carine”, di natura grafica stilizzata. Ma so, capisco, ricevo qualcosa a parte “sono esteticamente gradevoli” ? No, sono ignorante io. Ma quelle sembrano le uniche “opere d’arte”. E io che ne so? Ma hai ragione, che ne so.

Le stampe digitali del resto sono: un ZOC (un ceppo, nel dialetto locale) scontornato su nero. Alcune robe con delle altre robe sopra, nella maniera seguente: una immagine desaturata con qualche parvenza di raffigurazione viene sovrascritta con un “pennarellone” nelle linee dei “bordi” di queste forme. Se fossero dei volti, per fare un esempio, sarebbero quelle linee che poi diventano un disegno. L’ho già visto fare con delle fotografie o fotocopie a cui viene sovrapposto un lucido su cui viene dipinto un bordo marcatissimo in rosso con un pennarelleone. Per anni e anni.Sono stupido e quindi non so.

Due, ehm, “mossi creativi”. Uno verticale su due case, uno rotatorio sul punto nodale sinistro in basso. Boh.

Un’altra delle opere dipinte a mano sembrava volgere più nella direzione della tecnica che di solito chiamiamo “illustrazione” (e di solito “per l’infanzia” non si sa perché) , era un albero con la neve… ma non era deciso se essere un dipinto o una illustrazione.

Tanti vecchi che guardano con una avidità di attenzione e riconoscimento, con una certa mostra di status che in altri tempi avrebbero definito radical-chic. Sento tristezza. Ho lasciato il bancomat a casa. Forse ho un euro, non so quanto costi il caffé. Non hanno satispay, figurati. Il barista anche lui, avidamente cerca in giro, di far cassa, cerca chi offrirà a tutti, lo trova.

Com’è triste questa sopravvivenza che fa fare cose, e la voglia di vivere, le necessità di vivere, diverse dal sopravvivere e cosa ci fanno fare, fino a quando e in che modo.

Ho fatto un errore, dovevo andarci domani, quando sarebbe solo stato un bar, con quasi nessuno, e la bella iniziativa di ospitare della creatività. Le opere sono comunque quelle, ma la mia … asocialità? Socialità selettiva? Cagacazzismo? Timidezza? mi faceva essere il solito disadattato. Facio un giro per la stazione appena rifatta… carina; mentre esco dall’entrata e apro involontariamente la porta ad una viaggiatrice le sorrido, lei mi guarda con un chiarissimo “CAZZO VUOI?” che mi dona altra gioia verso la società.

Un volantino parla di “genitori che parlano altri genitori” di videogiochi. Ottimo. Vorrei anche un incontro di fascisti che spiega il pericolo del fascismo ad altri fascisti ma non tanto fascisti.

Torno a casa facendomi schifo per il mio cagacazzismo.

Cerco di ricordarm che ho degli obiettivi, semplici, nefasti, ma coerenti, che il tempo vola. Alla fine D1 non mi aiuterà mai a morire. Vorrei che mi aiutasse a ridurre a qualcosa di semplice, mi bastano le due valvole di ingresso e uscita con le giuste regolazioni per azoto in entrata e uscita dell’atmosfera, graduale… poi che so… dovrebbe bastare un contenitore, per ridurre il “sarco” della Exit a qualcosa di praticabile da noi stessi. Ma niente.

D2 non credo mi aiuterà con una sostanza, pur essendo esperto in chimica, biologia, neurologia. Non credo, forse poi si rattristerebbe o sentirebbe in colpa.

Non so come fare: una bombola di monossido puro … solito casino. Magari con Aliexpress o Alibaba? ma poi arriva e che succede? In dogana che succede? Una volta arrivata sarebbe non troppo difficile, credo, collegare una mascherina tipo quelle dell’ossigeno per i vecchi. Cosa che io sono. Ma non è affatto facile tutto questo.

Resta la faccenda della carbonella. Ma io voglio morire, mica mezze misure… non voglio casini, voglio soluzioni. Come isolo bene un ambiente senza cucinarmi, in uno stesso posto in cui metto un fornelletto da grigliate da campeggio? Tenere attiva la brace potrebbe essere fattibile con un ventilatore. Ma se ci sono anche piccolissime feritoie in giro non entrerà l’aria rendendo tutto velenoso si, ma non letale? Sarebbe una merda.

E così non so. Ma i debiti da restituire a B e M non sono restituiti. Prima quello. E nel frattempo ho due o tre cosette che mi piacerebbe fare e un casino di ordine da fare, buttare via roba, venderne altra… che rottura quello. Ma mi rode davvero il culo non vendere i CD. E’ stato davvero straordinario vedere S così abile nel creare guadagno nella compravendita: è davvero portato, credo faccia meno soldi di quelli che potrebbe fare con la sua abilità in una azienda… ma forse non farebbe per lui la parte da manicomio-criminale delle strutture corporate.

Oggi un messaggio di mia sorella è arrivato nella chat whatsapp dedicata alle comunicazioni e gestioni familiari… riguardava i statelliti di starlink … e mi ha ricordato quanto ingiusto è questo, dopo che abbiamo rotto i coglioni a mio fratello quando postava lui roba non pertinente.

Continuo ad arrivare da mia madre, per ora a letto, quando mio padre o dorme o fa la doccia… poi lui si dispiace.

Con fatica penso che dopo che mi sarò suicidato sarà disponibile una cifra mensile fissa che dovrebbe aiutarli: quella che mio padre da(va) a me e quella che sua cugina dava alla famiglia e mio padre divide in tre e ci da. Questo potrebbe aiutare mio fratello al posto mio, forse sentirà un po’ di giustizia per come la vede lui. Gli lascio anche la macchina, volentieri. Spero che nessuno metta nei casini B per la proprietà della casa.

Appena arriva il nuovo PC in casa, apro la busta dell’agenzia delle Entrate e vedo quale cazzo di rogna ho. Spero che si rendano conto che rifiutare qualsiasi tipo di eredità mia sarebbe una buona idea, in caso, per evitare i debiti, se ne ho con l’agenzia delle entrate. Cosa che sarebbe strana davvero, visto che sostanzialmente da bravo fallito non ho ricavi. Ma chissà come la vedono loro.

(il titolo è una CIT)

Durezza e sopravvivenza

Quando si guardano generazioni di genitori o popolazioni che, grazie alla loro vita dura, sono sopravvissuti ed hanno cercato di insegnare tale durezza dove questa non serviva, si può osservare che ognuno non considera il contesto dell’altro.

Apprezzare ogni cosa ed assaggiare tutto, mi diceva mio padre, e non fare “il palato di capra” e apprezza le cose buonissime che non saranno come quelle inferiori … ma poi mangia la crosta del formaggio anche se ti fa cagare, che non si butta, finisci anche se non hai fame, mangia quello che c’è. Istruzioni per un mondo povero in uno moderatamente ricco, che comunque non ha bisogno della sopportazione del peggio.

Comprensibile. Non giustificabile. O si? Si, in visione di un mondo di merda, di una vita di stenti. Di una sopravvivenza.

Per il sopravvivente tutto è energia, tutto è risorsa, come in guerra “quel che no sofega ingrasa” dicono nel Triveneto e nella Venezia Giulia, quel che non ti uccide ti nutre (non dicono che ti rafforza, non sono venuti da Hollywood). Venendo dalla povertà, impari il valore delle cose, non esageri, non ti annoi con le cose che sono godibili perché sei abituato ad averle.

Ma la sopravvivenza non è vita. Il “vizio” di una vita con determinate condizioni lo decidi tu. Non è un valore, per me, una vita in cui la fatica ed il dolore sono maggiori delle soddisfazioni. In cui il grigiore e la banalità sono nutrite dal freddo della solitudine, ceh sia colpa o caratteristica tua, fa lo stesso, per quel che senti.

Insomma la vita non ti ama. La vita fa quel che può per ucciderti, per sfidarti ogni giorno, non è un’amante, è una puttana, che può certametne farti godere, ma devi sempre poterti permettere il suo prezzo, ogni volta, ogni singola volta, fino a che comunque i servigi veri non te li darà più, fa selezione all’entrata.

La scuola del furbo (assicurazioni e noi fessi)

La scuola del fesso e del furbo, tipica della cultura italiana, del commercio, della legge del più forte, mi fa schifo al cazzo. La merda proprio. Se sei più debole soccombi. Se posso incularti, fregarti, lo faccio e la legge dice “tutto a posto”.

Se ti ho informato su tutto in modo chiaro e tu scegli di merda, posso capire.

Ma quando presenti deliberatamente in modo oscuro, nascondi, usi i dark path / dark patterns, sei una merda, sei malvagio, hai intenzione di nuocere, di approfittarti.

Detto questo per scegliere bene un servizio come una assicurazione devi lavorare sul “quanto paga”. Loro ti offriranno un sacco di stronzate, ma poi è quando sei nella merda, con la macchina rotta, la casa allagata, i danni da ripagare, le cose da ricostruire che ti dicono “NOI AL MASSIMO TI DIAMO X” ed è su quel massimo e su quell’ X, che ti verranno detti a muso duro quando tu stai di merda, quando muore la gente, quando stai male, ti sei fatto male fisicamente o moralmente, hai perso qualcosa e hai bisogno di un aiuto che invece

avrai un altro problema.

Il problema di dover difendere e dimostrare la tua parte burocratica non tanto nel danno, ma nell’esistenza stessa della stipula. Tu vuoi SERVIZIO e invece ti risponde BUROCRAZIA, muro. La parte di vendita è scollegata da quella di erogazione finale.

Quando sono finito in mobilità potevo morire tranquillamente di fame e incularmi sui pagamenti del mutuo l’assicurazione si è presentata per quello che è davvero, non per quello che ti viene venduto.

Quando mi sono fatto male anche: come un vaso vecchio per loro non diventi più prezioso, ma solo delicato, fragile, meno da coprire, non di più. Costi di più e ti danno meno.

Quando un cervo mi ha bottato e la mia copertura diceva 3000 loro mi hanno detto che la mia auto valeva poco e i pezzi pure e quindi 1500.

Dovete andare col bracconiere, con l’assicuratore, con il ladro e capire quando il pesce è marcio anche se te lo mostrano come buono. Devi fottutamente saper fare le cose, molto semplici, perché la conoscenza è tanta, ma il marketing, il guadagno, le logiche economiche rendono l’inganno e il raggiro una pratica di cui compiacersi e vantarsi. Sei tu che sei scemo, non io che ti inculo.

Serve sempre la forza per far valere e rispettare. Eppure le cose valgono, il rispetto si deve. Ma no, se non hai un “altrimenti” di potenza sufficiente.

Umani, un tipo di bestia tra le altre.