Pablo Honey 1st time

Fino a questa notte, Creep a parte, non avevo mai sentito Pablo Honey, lo confesso. Forse qualcuno, a suo tempo, ha tentato di farmelo sentire. Ma io sentivo altro, più metal classico, meno rumorosamente dolente.

Ora lo apprezzo. Quasi 30 anni dopo.

E ho anche sentito una tizia che fa Creep in modo stupendo, su youtube.

 

Sto anche sentendo il giardino dei Finzi-Contini. Sto capendo qualcosa, credo. Sto capendo che un certo tipo di narrativa narra cose che una volta era difficile vedere. E invece mi tirano due coglioni che levati. Forse perché sono un fotografo, non voglio che mi venga descritta la roba che posso e voglio vedere. Magari voglio che mi venga mostrata, oltre che vedermela io. Ma non mi interessa affatto, proprio mi annoia, la descrizione dei luoghi. Preferisco che la descrizione parli di qualcosa d’altro, ma non che descriva davvero il posto, i posti, la natura, l’architettura. Mi vanno, queste descrizioni, nella saggistica.

Credo di aver capito questo, recentemente.

Pensa un po’ quanto differente potrebbe essere un racconto di mio padre e mio. Io salterei ogni cosa non serva per raccontare cosa si provava. Lui forse descriverebbe anche gli interstizi tra le molecole. Credo io eh. E forse anche mia madre: è roba dei loro tempi. Ma mi dice B che anche Jane Austen e Wirginia Woolf si profondono in descrizioni minuziose di qualsiasi cosa, compresi gli abiti e l’affettazione attorno a questi dettagli di abiti. Credo sia perché la nostra cultura è molto visiva mentre la loro lo era infinitamente meno.

Is it possible?

riesaminando #senonamitestesso

Una mia modella di due anni fa scrive su Instagram qualcosa che è volutamente ambiguo ma chiaramente rivolto alla mancanza del padre nella sua vita.

E ad un certo punto parliamo (Instagram direct, non è che  parliamo) del già citato “se non ami te stesso non puoi amare qualcun altro” da me più volte confutato, fino ad ora con una convinzione da “senza appello”. Ma ecco che è  necessario invece differenziare, questa volta con una precisa differenza di funzionamento dell’amore.

L’amore divino, l’amore del creatore, quindi quello genitoriale (l’unico caso in cui Dio esiste: siamo noi) e quello tra due individui non genitore-figlio che si attraggono irresistibilmente e che, a seconda della visione dell’amore, si completano, si nutrono, rendono la vita degna di essere vissuta? Quello che volete voi.

Il secondo caso, a mio avviso, sempre senza appello, ammette  eccome la possibilità di amare l’altro senza per questo amare sé stessi.

Ma il primo caso è difficile. Ci ragiono un po’ ora. Non ami te stesso e con noncuranza dai alla luce un essere vivente. Il padre di questa ragazza, quando fu ventenne, dopo 5 mesi con un’altra ventenne, le diede la vita. Ma è completamente assente, anaffettivo, incapace di comunicare con lei, di amarla. L’ha nutrita il nonno, e l’ha amata come un padre fa. E lei comunque si strugge d’amore di figlia (del bisogno) per questo padre che si distrugge ogni giorno nella bottiglia, che non durerà altri 10 anni, dice lei stessa.

Apparentemente quell’aforisma sembra avere ragione.

Eppure no. Quante donne si salvano la vita dando alla vita un altro essere? Si dedicano a lui o lei. Per sempre, lo amano. Lo amano? Quel che è certo è che spendono tutte le proprie forze, energie, impegni, soldi, tempo, pianificazione, obiettivi per questi figli. Lasciate senza i figli non sanno che fare della propria vita, non si può dire che si amino davvero? Non lo so: magari è il proprio modo egoistico di ottenere un amore obbligatorio dalla natura, un amore famelico di un bambino, necessario, inevitabile, che dà assuefazione. Love addicted.

fotografi, modelli, chi paga chi e TFCD

Da qualche tempo ho contatto con una modella che è arrivata, interessata anche a fare della fotografia di nudo, diceva, ma che doveva conoscermi, vedere ecc. Non è mai tornata, ho problemi di salute, ho le mie cose, ho problemi ecc.

Vedo che fa delle altre foto. Passo, le dico scherzosamente (è una molto poco raffinata, abbiamo sempre scherzato così) “ah vai a fare altre foto eh? fottiti!” e lei “tu inizia a pagarmi”.

Scherzava?

Vedete voi: aggiunge “e poi mi regalavano gli occhiali di siadjsodji ed eravamo a scattare al asoidajsodij”. Chiedo cosa sia “è la più grande discoteca DEL MONDO!” e poi “beh, d’Italia! Non la conosci? è a MILANO!”.

Dopo aver ricordato “eh non vedo l’ora, aspettami! si! è che ho problemi di salute!”, mi sovviene questa storiella:

il tizio incontra la tizia e ad un certo punto lui le dice “e se ti chiedessi di fare sesso per soldi? Diciamo… se ti dessi due miliardi mi faresti di tutto?” “beh si, due miliardi… si” “e se fosse uno?” “si beh, un miliardo di euro… vedi un po’” “e se fossero 50 euro?”

“50 euro? Mi hai preso per una puttana?”

“questo lo abbiamo stabilito prima, ora stavamo solo trattando sul prezzo”.

E questa è la storia.

Ora delle semplici informazioni, che non ripeterò mai abbastanza.

Il lavoro del fotografo NON E’ GRATIS.

Il lavoro della modella NON E’ GRATIS.

Si chiama LAVORO quando non è gratis.

Il fotografo non è quel tizio che chiama e paga la modella o il modello. Il fotografo è quel tizio che fa le foto, per conto di UN COMMITTENTE CHE LO PAGA. Se il committente chiede il favore al fotografo di occuparsi di chiamare la modella, potrebbe rivolgersi ad una agenzia oppure direttamente ad una modella (o modello, ovvio). Ma a pagare E’ IL COMMITTENTE, cioè in pratica il fotografo e la persona ritratta, ENTRAMBI, parallelamente, ricevono il proprio compenso, da UNA TERZA PERSONA.

Quando fotografo e modella si incontrano con lo specifico interesse di produrre delle foto che ritraggono la modella, visto che non c’è un committente e che entrambi dovrebbero scambiarsi dei soldi, con la grandissima eccezione speciale che chi posa NON è l’autore di alcunché, si fa pari e patta e nessuno paga nessuno. Questo

SE HAI INTERESSE.

Se no il tuo interesse sono i soldi. In quel caso non ricevi le foto. I modelli che vedete in giro raramente hanno facoltà d’uso delle foto che li ritraggono: il proprietario del marchio, del prodotto o della campagna hanno diritto di decisione e diffusione. Se poi hanno valutato (ad esempio oggi nel mondo di follower ed influencer) secondo il proprio diritto di farlo e secondo la propria convenienza, se vogliono che gli conviene dire a modello e modella di diffondere quella data foto con il loro prodotto, è una cosa separata. Per il resto: vieni pagato, ricevi i soldi, non le foto.

Altrimenti vai dal fotografo e LO PAGHI per il suo servizio, anche se sei la figa spaziale più spaziale del mondo o il diothor più bbono del pianeta. Come quano il taxi porta una star all’aeroporto: la corsa la paga.

Quindi: quando hai  manifestato interesse e hai capito che io non pago te e tu non paghi me, ma otterremo una opera immortale, se tu gradisci il mio operato come fotografo, con la tua personcina immortalata, hai capito che non pagherai soldi, ma nemmeno ne riceverai.

Se un giorno mi dici “tu inizia a pagarmi” io dico “e tu quando pensavi di pagare me?” e soprattutto ti saluto, perché mi hai manifestato perfettamente l’interesse che hai ad essere fotografato/a da me: un cazzo di niente.

E va benissimo. Se non ci fossimo parlati prima. Ma lo abbiamo fatto.

Mi rattrista un po’, lo devo dire. Perché ne abbiamo parlato abbastanza. Peccato davvero.

 

il solito cattolicesimo castrante (1500)

Scriveva nel 1571 Michel de Montaigne: “Che cosa ha fatto agli uomini l’atto genitale, così naturale, così necessario e così giusto, perché non si osi parlarne senza vergogna e lo si escluda dai discorsi seri e moderati? Noi pronunciamo arditamente: uccidere, rubare, tradire: e questo, non oseremmo dirlo che fra i denti. Vuol dire che meno ne esprimiamo in parola, più abbiamo diritto d’ingrandirne il pensiero?”(1) e guarda caso fu censurato FINO AL 1960.

Licenzioso!

(1) Michel de Montaigne, “Saggi”, Bompiani Milano, 2012

credibilità / è mangiarsi un panino con dentro un

Mi avevano raccontato, da piccolo, che l’atteggiamento dei Mongoli, rispetto ai traditori che chiedevano asilo presso di loro, fosse di non fidarsi mai perché ovviamente, dicevano, se hai tradito il tuo stesso popolo come potrai essere fedele al nostro?

La modella XULFRANIZA mi dice che ha lasciato ASHTRULFIO, con cui si trovava bene, ma che è stato lontano per tanto tempo e lei aveva bisogno di cazzo, quindi è andata con GIANFULDERìCO, il quale (stronzo coglione! e ha  persino dovuto bere, inoltre, codardo!) ha dovuto dire quel che era accaduto ad ASHTRULFIO che ha lasciato quindi XULFRANIZA, oltre a ricoprirla d’ignominia persino con i di lei parenti tutti. Ella quindi si è …  messa assieme a GIANFULDERICO. Costui, dice, visto l’accaduto aveva la  sindrome che lei ripetesse la cosa anche con lui! 

E come mai avrà potuto sospettare GIANFULDERICO della integerrima XULFRANIZA che  con lui stesso ha tradito l’assente ASHTRULFIO per il gianfuldérico pene e non già per dei subìti oltraggi. Giammai! Ella mi dice che con ASHTRULFIO si trovava bene! Ma non con l’assenza del suo pene. Che comunque era attaccato a lui, non c’era, lavorava altrove. L’assenza del penieno amor le fu fatale.

E quindi.

Lo ha lasciato. XULFRANIZA ha lasciato GIANFULDERICO che comunque arrivava a casa, pompino, dormire e poi scroccava pure, con tutti i soldi che prendeva. Ed era geloso come un geloso. E le triturava la minchia se arrivava 6 minuti in ritardo. Eccetera. Evidentemente la minchia-tanta non bastò, ed ella lo lasciò.

Quando le ho chiesto se per caso aveva la pallina per la bocca (questa), ha guardato da qualche parte con gli occhioni di una bambina a cui chiedi se ha mangiato lei l’ultima caramella e ha detto “nooooooooooooooooooooooooOOOOooooooooooooOoooooooooooooooooooo”.

Quando le ho detto, per una certa posa che stava facendo, che l’avrei vista molto bene legata, ha guardato in giro per i muri, con tutta evidenza, cercando.

Ecco, questa è una cosa che non avevo previsto: mettere delle asole di fissaggio per bondage o Shibari (Kimbaku) in studio. Che razza di professionista scarso sono? E’ OVVIO che possono servire delle funi per appendere le modelle, no? Come posso non averci pensato, razza di negligente? Ora ovviamente mi dovrò fare la tinta alla barba: blu.

uno schiaffo nel dolore presente

“Quindi la gravità ha avuto effetti anche su di te! Eri un figo pazzesco … 25 anni fa? Si, 25!” – mi dice il Rosso subito dopo che ci siamo dati la mano piacevolmente sorpresi di incontrarci in quel posto.

Fine del piacevolmente, per me. Che ti venga un ematoma alla cappella.

Eppure non posso nemmeno dire davvero di biasimarlo: non lo vedo da 12 anni credo. Eppure riconosce la sua malinconia, dice, mi dice “heylà, Dio non esiste, il tempo passa e noi siamo sempre qua, e guarda” e poi la storia della gravità. Cazzo, tutto vero, ha ragione. Gli dico che forse qualcun altro lo avrebbe mandato affanculo toccando ferro, ma che questo genere di considerazioni è in loop nel mio cervello come sottosistema sempre attivo, non mi sorprende. Mi tange, certo, ma nessuna sorpresa. Fornisco il biglietto a sua figlia, battute qua e la.

Quindi secondo un mio circa-coetaneo la gravità ha sortito particolarmente effetti su di me. Me lo conferma un occhio esterno, maschile. Non è solo lo specchio è il cosiddetto pessimismo: come sempre ho ragione: è realismo.

Dice che quella malinconia (depressione?) l’ha sempre avuta, che ci nasci, e che sua figlia 12enne ce l’ha pure lei. Pure 12 enne? Quella li ne ha almeno 19. L’altro ne ha almeno 17. Interessante. Questo mix di depressione-malinconia, consapevolezza e il figliare… mi lasciano uno strano segno. Padre e figlia entrambi malinconici… che sia una via? Si aiuteranno a vivere o a morire?

Ad ogni modo il vetro auto è stato riparato, i soldi della franchigia estratti dai soldi delle tasse (porcod) e il conto saldato.

Biglietto dato anche all’aiuto-riparatore-vetri. Che era il tipico grezzo della zona: molto bravo ma gradasso, pieno di malevolenza per tutti, sgarbato, impaziente e malevolente con datore di lavoro, collega, sottoposto, quello sopra; con tutti. Avrà sicuramente buone ragioni, ma non sta migliorando la cosa. E il ragazzo non lo sta istruendo, ma distruggendo.

Credo che ci sia tutta una categoria di 40enni, come me, che passa tutta la decade a rattristarsi e non capacitarsi di quanto schifo faccia il tempo che passa. E quello che mi rode il culo, tanto, tantissimo, è che a parere di molti avevo un aspetto esteriore spendibile. Spendibile è mia. Ma se sei sfigato inside, cosa vuoi farci?

Voglio credere nella reincarnazione in loop. Muoio, rinasco subito e rifaccio. Ok?

non so chi sono (che fotografo sono?)

A volte credo di sapere chi sono. A volte penso che l’unica cosa che faccio è credere di essere quella persona, che però non sono.

Parlavo col sommomaestro, si partiva dal fatto che un collega gli ha chiesto “ma perché?!” riguardo ad una mia foto, pubblicata da una mia modella. La domanda è chiaramente stata rivolta a lui, che mi conosce, e non a me, perché è offensiva, mi dice il sommo. E mi era chiaro. Non so di che foto parla. Ma intuisco. Gli dico “sicuramente una tipa ha pubblicato una foto di merda, ma che a lei piace tanto: non l’ho pubblicata io ma lei, giusto?”. “Esatto 🙂 !!” – mi fa il sommomaestro.

E io lo so: io consegno tutte le foto alle persone, visto che non le pago. Loro possono scegliere. Io mi astengo dal giudizio. Le foto che faccio per lavoro devono seguire un criterio, quelle che invece  amo sono dei nudi. Di solito le persone pubblicano le foto di test, dei ritratti mediocri che servono solo a fare conoscenza.

Quello che però faccio è parlargli di una cosa che mi interessa, ovverosia del perché praticamente tutti scelgono foto che fanno cagare non solo al fotografo, ma a tutti i fotografi e, in ultima analisi, al mondo, mentre quasi sempre odiano le foto che poi il mondo amerà. E visto che non sapete chi sono e che i miei soggetti non sono delle star, seguite le interviste alle modelle famose, attori, star: di solito quando si parla del fotografo che li ha ritratti in quella famosa foto, loro la odiano. Dicono sempre “non so perché alla gente piace tanto, a me fa schifo”. Osservando mi sono detto che di solito la gente apprezza foto in cui non è un granché, ma dove vede quella parte che di solito odia, che invece questa volta è venuta bene. Ad esempio una si vede il culo ciccio; nella foto non lo vede ciccio, anche se il resto della foto è una merda, sceglie quella. E la pubblica. E tu fai una figura di merda, perché la foto l’ha scelta il soggetto e non tu.

Io lascio questa libertà alle persone e non pubblico mai niente. La sede per la pubblicazione delle mie foto di lavoro sono le agenzie. Lì pubblico ogni cosa che mi pare possa vere anche il minimo appeal commerciale. Per i nudi vedremo, forse.

Il sommomaestro mi risponde “non me ne frega un cazzo, li pago, che si piacciano o meno me ne fotto: fanno quello che gli dico e fine”. Beh io lo so come fai tu, ma ti sto dicendo un’altra cosa. Non sono clienti. Non sono modelli pagati. Il mio rapporto con la gente è diverso. E la gente, comunque, mi interessa. Mi interessa come si sentono. Poi magari ci passo sopra? O vado avanti comunque? Ok, ma non smette di interessarmi.

Mi dice “se fossi un ritrattista mi interesserebbe”. E io mi sono risoluto di dire, circa un annetto fa, “ecco, si, io sono un ritrattista, è questo che sono, come fotografo”. Ma è vero? Il ritrattista guadagna soldi facendo ritratti. Io?

Io sono una grande sega, uno stronzo che cammina (poco). Un wannabe. Uno che si arrabatta, male, che fa il possibile, che comunque cerca di essere felice in quello che riesce. Per me il rapporto con le persone non è così secondario.

Chissà, forse sbaglio tutto, perché non sono niente. Niente di preciso. Niente che abbia un senso per qualcosa, per qualcuno.

rendere fica una foto

A volte sembra di tirarsela ma ci sono due specifiche discipline, recentemente massificate, che richiedono competenze, per essere padroneggiate, in aspetti tecnici.

E la tecnica è tecnica: è quello che è, a volte pallosa. Tipo: per dimagrire devi modificare l’alimentazione e fare movimento, ed entrambe queste cose vanno fatte in un certo modo. La risposta “cheppalle” oppure “eh non farla tanto difficile” richiede un dito medio, come risposta corretta. Ma poi sembra di tirarsela. Eppure chi dimagrisce e si tonifica FA esattamente quelle due cose e le fa con attenzione, dedizione, senza sgarrare che secondo – ancora – una regola, persino per sgarrare.

La fotografia è prima di tutto fisica.

L’informatica è prima di tutto scienza.

La gente ti manda una richiesta via SMS, oppure oggi su WhatsApp, che richiedono esperienza lunga, studio, e un mondo di “dipende”.

Tizia mi manda una foto del basso di quella che mi pare una porta d’entrata. Bianca. Uno zerbino grigio. Un’erbaccia che spunta fuori tra il tappeto e la porta. Mi scrive “come faccio a renderla fica con Instagram?”.

“Non puoi” è la mia prima risposta mentale. La seconda è l’adagio: non puoi rendere cioccolata la merda. Non che la foto sia una merda, ma non può diventare “fica”.

La fotografia è innanzitutto foto-grafia. E lì la luce è piatta, spenta. I colori sono mosci, ma cosa puoi fare con Instagram? Mettere tre filtri? Usare luminosità e contrasto? Ma soprattutto..,. quella che per me è un’erbaccia magari era il soggetto della foto, era una piantina e non un’erbaccia. Ma soprattutto non capisco cosa voglia ottenere. E siccome tutte queste cose sono … tutte queste cose, sono tante, vanno considerate, bisogna fare delle scelte… allora mi trovo incasinato.

Si studia grafica. Si studia storia dell’Arte. Si osserva il bello. Si fa molta, moltissima pratica. E poi si fa “la foto fica”, non si “rende fica”. Si evidenzia ciò che di fico c’è già nella foto, aumentando o diminuendo l’influenza di quel determinato elemento già presente nella foto. Altrimenti si fa fotoritocco cosmetico: si dipinge nella foto, si trasforma: non è più fotografia, ma pittura.

Si fanno esperimenti, si riscatta la foto. Si aspetta la luce giusta, si cambia punto di vista oppure di ripresa, ci si avvicina od allontana, ci si alza o abbassa, si capisce che il cellulare fa schifo al cazzo?

Si possono fare tagli, reinquadrare una foto larga. Ma… “rendere una foto fica” … è una cazzata. Come posso io stare a spiegare che “rendere una foto fica” è una cazzata, senza essere stronzo?

Ecco, il corso lo devo seguire io: come non essere stronzo.

 

ma è finto

Ragionavo su ciò che, ad esempio, se non ricordo male, Baudelaire disse della fotografia in quanto non-arte, quando questa era nascente, mentre oggi la caratteristica principale della ripresa fotografica è quella più desiderata da chi paga per averla: l’autenticità dell’atto ripreso: la realtà. Quello che in un fotografo non è abilità tecnica, ma capacità creativa soprattutto nella composizione della scena, come avverrebbe invece in un dipinto (ciò che l’artista sogna VS ciò che l’artista vede), è proprio quello che oggi riceve un “ma è finto”. La creazione, dalla gente che richiede l’attività di un fotografo per la vita reale, per la maggior parte, non è ben vista. La registrazione abile, la capacità di cogliere l’attimo, di avere quella vista selettiva, una specie di ubiquità sulla regia della realtà dell’evento … questo è più apprezzato, mi pare.
Ma forse ho sonno.