R. mi aveva detto, credo nel 1992 “secondo me dovresti imparare questo”. E forse pure nel 2009 ? Non so.
Ora ho trovato QUESTO e non ci sono problemi. (c’è anche la versione 2024, cmq).
R. mi aveva detto, credo nel 1992 “secondo me dovresti imparare questo”. E forse pure nel 2009 ? Non so.
Ora ho trovato QUESTO e non ci sono problemi. (c’è anche la versione 2024, cmq).
Due temi: l’immagine dei bambini, dei minori; ed il senso della fotografia (soprattutto non-staged) , entrambi nel mondo in cui ci sono le iA generative.
1. Mi chiamano dalla cooperativa che ospita la mia sala di posa per cercare di partecipare ad un concorso con uno dei loro servizi (le divisioni della cooperativa si chiamano così) che si occupa di dopo scuola. Idea che hanno: comporre una scritta con i corpi dei bambini. Nuova. Scritta “il gioco rende liberi”. Dopo aver realizzato che così dovevano mettere solo bambini nudi, magri e senza capelli, hanno cambiato scritta.
Faccio il sopralluogo, mi rendo conto del caldòne, dico: mi raccomando TUTTI all’ombra, non mezzi e mezzi e mi raccomando all’ombra tutti, non tutti al sole.
Il giorno dopo puntualmente sono mezzi e mezzi e sotto un sole patocco merdoso.
Alla fine faccio una composizione, cambio la prospettiva, inserisco il bimbo che mi han mandato dopo con whatsapp (tutte merde, queste, sia chiaro). Ma cosa devo fare? Offuscare il volto dei bambini. Ma poverini!!! Si sono rotti i coglioni sotto il sole, sono i protagonisti, sono LORO, non “dei bambini”… e alla fine sembreranno usciti da Phenomena.
Vorrei dire che tutto non ha senso ma… so bene del problema dei koreani che stanno facendo i deep fake porno (condivisi su telegram) partendo dai profili delle ragazze su instagram. Quindi posso solo dire “che tristezza” sia per una cosa, sia per l’altra.
2. E poi c’è LA fotografia. Perché usare una iA per produrre una cosa reale? Il SENSO della foto oggi è più vivo che mai: una relazione con il reale molto più vicina di un dipinto, di un dipinto che non è neanche “dal vivo” ma una totale immaginazione.
La foto ha ancora senso, moltissimo. Ma bisogna pensarci.

Perché? Perché sono dei religiosi: la loro credenza (“Andrà tutto bene” un cazzo, vi ricordo: è andato bene perché la gente ha lavorato per tale risultato) non sarebbe un problema se non gettassero biasimo e discredito sulle persone in grado di usare una funzione fondamentale della mente umana che ci ha fatto sopravvivere per decine di millenni: la previsione e simulazione.
Stare in un prato sentendo la brezza ed un leggero tepore del sole è bello.
Ma stranamente non consideriamo “porta sfiga” avere un tetto, possederlo o in affitto. Come mai? Siamo dei pessimisti se pensiamo che è possibile – anche se non certo che possa piovere o che il sole sia troppo forte?
Ogni informatico, di base, sa che fai un backup perché non si sa mai. Non è che tocchi ferro. Lo fai e basta. La massa di rincoglioniti non si rende conto che è talmente necessario e ci pensano così poco che su Mac c’è la time machine e da Windows Seven in poi c’è un sistema di versioning integrato (ripristino fa anche questo: tasto destro, versioni).
A portare la sfiga sei tu: tu che non pensi che sei fallibile, distratto, ignorante anche. E che tratti tutto questo con arroganza ed orgoglio, invece che con il realismo di chi dice: mi porto l’ombrello perché non conosco il futuro, non posso fermare gli eventi atmosferici né conoscerne il realizzarsi futuro, subisco il loro effetto e mi lamenterò come una papera isterica quando le gocce mi scivoleranno giù per la schiena.
Per cui sai cosa? Me lo porto: AMULETO!!!! MAGGIAAAAAAAA.
Ecco, ma se invece ti ricordi che sei responsabile e coinvolto in quanto ti accade e hai una testa per ragionare su quanto potrebbe accadere?
Quindi se mi hai dato del pessimista o porta sfiga quando ti ho detto <condizione x> ha una alta probabilità di causare problemi e quindi è meglio fare in un altro modo, ad esempio se ti ho detto che andare in montagna da soli è pericoloso, se non ti voglio particolarmente bene ma solamente abbiamo chiacchierato, e muori male in un dirupo, mi prenderò del tempo per venire a PISCIARE SULLA TUA TOMBA RIDENDO FORTE e dicendoti “chi è che si è portato da solo sfiga? IL COGLIONE!”. Perché non è sfiga. Hai ignorato delle possibilità e in base a questo ignorare attivamente, non ti sei occupato della cosa, non hai pensato di andare con qualcuno, di prendere precauzioni. Hai agito come se la realtà fosse quella che hai immaginato: totalmente positiva. Quindi chi è quello che ragiona in modo magggggico che alla fine si porta sfiga? Io non PENSO di creare l’evento che penso possa capitarmi. A pensare di creare la positività sono gli ottimisti. Io semplicemente penso “sarei piuttosto infastidito dal perdere un file perché ero un po’ distratto… ma la distrazione non è un fatto inusuale per gli esseri umani… io l’ultima volta che ho controllato non ero in grado di far piovere a comando od imporre la mia volontà col pensiero… quindi sono umano anche io: faccio dei backup và!”. Fine.
Li uso? raramente. Ma in quel “raramente” ci stanno miliardi di bestemmie non pronunciate, di lavoro non da rifare, di ore da non recuperare, di fatica da non rifare, di clienti che non pensano che mi sono affidato alla fortuna (questo fa l’ottimista, mentre incolpa di cose magiche il previdente che ritiene un pessimista) come una testa di cazzo qualsiasi che non lo fa di lavoro. Ma il TUO lavoro, oggi, si fa con un computer.
Portarti una giacca a vento impermeabile portatile o un po’ di soldi, invece, fa parte di conoscenze che potrebbero esserti note in qualsiasi parte del mondo da diverse centinaia di anni: può capitare.
L’errore logico fondamentale che commette chi scambia la previdenza per pessimismo o per portare sfortuna, e viceversa, è una confusione tra previsione e causalità.
In sostanza, l’errore logico consiste nel confondere la previsione (ossia la considerazione o la preparazione per possibili eventi futuri) con la causalità (ossia l’idea che pensare o prepararsi per un evento possa causarlo o che ignorare un rischio possa evitarlo). Questa confusione può portare a comportamenti non razionali, come la rinuncia a prepararsi per evitare di “portare sfortuna” o l’ignorare precauzioni necessarie in nome di un mal riposto ottimismo.
L’errore logico che porta a pensare che una persona previdente non possa essere contemporaneamente ottimista è una falsa dicotomia o falso dilemma. Questa è una fallacia logica in cui si presenta una situazione come se esistessero solo due opzioni mutuamente esclusive, ignorando la possibilità che entrambe possano coesistere.
Nel contesto di previdenza e ottimismo, l’errore consiste nel credere che essere previdenti significhi necessariamente essere pessimisti o negativi, mentre essere ottimisti significhi non preoccuparsi del futuro o ignorare i rischi. In realtà, una persona può benissimo essere ottimista riguardo al futuro e allo stesso tempo adottare misure di previdenza per prepararsi a possibili difficoltà.
Quindi, la falsa dicotomia crea una contrapposizione inesistente tra due qualità che in realtà possono coesistere armoniosamente. Un ottimista previdente può sperare per il meglio, ma prepararsi comunque per affrontare eventuali imprevisti, perché riconosce che prepararsi non è in conflitto con l’ottimismo, ma piuttosto un modo di assicurarsi che le cose vadano nel miglior modo possibile, anche di fronte a potenziali sfide.
Mentre ancora avevo un lavoro “normale” in una azienda, come dipendente, osservavo la mia “conoscenza” informatica in rapporto al mondo che avanzava. Era, per me, evidente che stava diventando irrilevante. Era già tutto li e parliamo di … circa 12 anni fa. Oltre alla mia “vecchiaia” per il mondo del lavoro era soprattutto la quantità di e-mail indirzzate al mio “dirigente” (che ero io, per fortuna) che mi raccontavano quanto io fossi diventato obsoleto, inutile e sostituibile. All’incirca, per come la vedo io, sono avanti di circa 20 anni sulla “visione” delle cose, in alcune rare cose. Su questa, essendo informatica, la faccenda è stata molto più rapida.
Certo, se entro in un’azienda italiana normale piena di vecchi io sono un genio della conoscenza. Ma se vi fate un giro su DataPizza e guardate come funzionano le cose… io sono sepolto da parecchio e anche le ossa sono ormai in disfacimento.
Stare sul pezzo, con l’informatica, è una cosa piuttosto difficile? Per me si. L’aggiornamento e il cambiamento sostitutivo costante non sono più un piacere da appassionati e con il tempo umano che mi erano piaciuti fin da quando ero piccolo.
La velocità di questi ragazzi è … non so, a me sembra vicina alle macchine che usano. Ma forse è solo perché io sono un vecchio di merda. Mio padre mi dice che sia lui che mio fratelllo smisero di essere gasati per le loro opere con l’epson HX-20 perché io, il piccolo della famiglia “li avevo umiliati” (mai saputo fino alla scorsa settimana) facendo “in qualche modo dei videogiochi”. Forse la sensazione è questa, forse ad andare bene a vedere non è che un approccio… io non ero un genio, loro non sono dei geni? Non lo so.
A me sembra tutto velocissimo, di una velocità che mi supera di gran lunga, di una corsa che non è nella mia categoria, è più aereo VS topo.
Non è che io sia mai stato un “programmatore”… si, un po’ di scripting, anzi, me ne servo con vantaggio per il mio lavoro, tutt’ora. Ma uso roba che ha dai 40 ai 60 anni, sotto sotto, anche se è nei Windows di chiunque.
Ogni cosa che tocco sfugge via, corre lontano, inafferrabile a meno di non continuare a correre sempre, sempre.
Avere già pensato di morire, di non starci a questo mondo, aiuta a non dolersi troppo al rinnovarsi di questo confronto per me impari.
Sono io. Lo so che altri si aggiornano E lavorano E gestiscono la vita. Vedo quanto indietro sono in qualsiasi cosa e quanto sia andato avanti tutto quanto quello che conoscevo che … se non mi dispero la cosa più interessante è osservare con curiosità, cercare di pensare cosa succederà a questo e a quello. Ma essendo chiaro che le strade sono molte… seguirne una è certo una possibilità e tiene anche “attivi”… ma sai, magari stai imparando il betamax mentre il mondo va di VHS. Giusto per fare un paragone moderno.
A quanto capisco i ragazzini già stanno ragionando in termini “non siamo mica nel 2010 che dovevi farti le cose” e lavorano sulla base del “io NON devo farmi le cose, farmi le cose è una perdita di tempo, vediamo quali strumenti hanno le cose fatte e come si interfacciano”.
Credo sia davvero solo che il mio punto di vista è ospitato da un me stanco che vorrebbe godersi qualcosa senza correre, una banalità irrealistica che credo di condividere con almeno altri 7 miliardi di persone, forse persino 8.
Quanta banalità. Pensate che questo stesso testo è statisticamente già stato scritto in una certa percentuale dal punto di vista del machine learning. Ne avrebbe probabilmente contezza: quanto poco originale sei? Del tot percento, insieme a n-milioni di precedenti suddivisi nelle seguenti lingue.
Sarà per questo che i vecchi finiscono per rivolgersi alla cultura dell’epoca precedente, ai classici e ai classici di millenni prima? Perché quelli lì sono e lì rimangono?
Dovrei chiederlo a me stesso. Ma sono solo un pisquano qualsiasi che non ha risposte e che molto probabilmente si pone anche domande sbagliate, inutili, mal poste. Se non ci fosse da sopravviverci me ne fregherei: ad ognuno il proprio ritmo. E infatti io me ne fregherò, come stabilito. Finirlò per rivolgermi a dei retrogradi di qualche tipo, novax, antisistema, qualcosa così, per i motivi che qui vedete chiari e che mi illudo che per loro siano invece quelli sbagliati, almeno inconsapevolmente.
Quando si pensa al guadagnare ed essere migliori degli altri… tutto questo è solo tempo perso, spreco. Tutto inutile. Non posso competere nemmeno con me stesso di qualche anno fa. Eppure in certe cose inutili a guadagnare ho imparato molto. Molto poco, ma per me molto. Tutta roba che avrei dovuto imparare 40 anni fa forse. Chi lo sa.
ok dai basta. ciao.
PS: l’immagine che ho fatto produrre a wordpress con l’IA assomiglia paurosamente ad una di quelle che vendo ^__^
Prima di tutto è importante saper che provengo dal tempo in cui “nkezzenzz?” era un condiviso atteggiamento di debosciato rincoglionito che alle domande rispondeva “in che senso?” tanto che Carlo Verdone ne fece un personaggio di suddetto debosciato. Youtubatevelo se volete. Di solito, in effetti, sono parecchio infastidito dal fatto che non esiste alcun tipo di polisemia, livello di lettura diverso, possibilità di ambiguità di interpretazione. Insomma sono più propenso a chiederti “in che senso in che senso? Cioè quanti sensi possono esistere?”. Ma sono stronzo. A volte i diversi sensi esistono e preferisco controllare, usando ormai una tecnica che mi potrebbe salvare spesso (e che non spesso ricordo di usare) quando in effetti c’è il pericolo che non ci stiamo capendo. Che tu intendi una cosa e io un’altra. In un modo qualsiasi. Tono, moda, convinzione che un vocabolo o una frase abbiano altri significati. Varie ed eventuali. Meglio verificare.
Ed eccoci a una cosa che mi sono ricordato di avere sentito più che altro in soap o roba da femmine. Ma di solito è interessante, a me le femmine m’interessano: “emotivamente indisponibile”. Nella forma di accusa, nella forma di citazione di giudizio. “Sei emotivamente indisponibile” “lui è emotivamente indisponibile, sai…”
Ad un certo punto mi viene in mente che “disponibile” quando si parla di sesso significa “ci sta, gli/le va”, una disponibile è una propensa a fare sesso. Ma l’effetto collaterale è che di solito per gli/le stronze la stessa frase significa “è una facile, quindi una troia”. Allora questo “disponibile” sembra non essere più solo quello che è : libera e ben più che consenziente: c’ha voglia anche lei, evviva. No, c’è il giudizio morale. Metto questo qui, lo lascio da parte, va menzionato, fa parte del discorso.
Poi però c’è che disponibile e disporre hanno pochissima parte di accezioni del significato che si discostano dal posesso: io posso disporre di te, posso fare quello che voglio io. Beh, penso, io non voglio che tu disponga delle mie emozioni. Potrei volere – in alcuni casi – che tu disponga del mio corpo: ma in effetti si tratta di un determinato range di possibilità e anche di un limitato periodo di tempo. Ad esempio se vedo che ti avvicini ad un dildo ecco che il mio consenso viene revocato. Io so’ io, scusatemi, sono limitato.
Ma poi – grazie giornalidifemmine – ecco qui un articolo di THEWOM che mi dice che la locuzione “emotivamente indisponibile” va intesa (grazie, grazie per chi dissemina il testo di cosa significa!!!) come “Essere emotivamente non disponibile significa non essere aperti alle proprie emozioni e a quelle degli altri. Potresti allontanarti, evitare o ritirarti quando le emozioni si presentano, per vari motivi“.
Beh, essere “aperti a” è diverso da “puoi fare quello che ti pare”: è una posizione di ascolto attivo, di quella parte ricettiva che subito può diventare scambio, risposta. Quindi non si tratta di disporre dell’altro, di fare quello che vuoi, nel senso del potere. Ma quello che vuoi è relazionarti sul piano emotivo, avendo dall’altra qualcuno “aperto/a” a questo. Non “fare quello che ti pare”.
Che saghe mantéli eh? Eppure, “disporre” e “disponibile” (Treccani, raga) hanno un precisissimo significato e, lo ripeto, serie di accezioni che puntano tutte nella direzione che ho detto, quella di “disporre di”, come puoi disporre della tua bici, dare disposizioni. Qui assomiglia di più a “mettersi a disposizione” ma nella parte del “sentiamo…”.
Saluti a voi tutti.
L’ultimo posto al mondo in cui cambia la data è situato nell’Oceano Pacifico, precisamente nelle Isole Howland e Baker, che sono territori non incorporati degli Stati Uniti. Queste isole si trovano appena a ovest della Linea Internazionale del Cambio di Data (International Date Line, IDL), e per questo motivo sono gli ultimi luoghi sulla Terra a vedere il cambio di data. Essendo in un fuso orario UTC-12, sono 12 ore indietro rispetto al Tempo Coordinato Universale (UTC)
Quindi: se state aspettando che i token di un abbonamento mensile di una roba online si ricarichino, questa informazione vi potrebbe essere utile. Inutile aspettare le 0/24. Circa le 13, meglio le 15. Allora si potete considerare “reiniziato il mese”. Mettetevi il cuore in pace e niente ansie o necessità di pazienza. La scadenza è quella.
Ai miei 4 lettori saltuari forse parrà strano non abbia detto granché sulle iA generative. Ma no: me le avete viste usare.
Ma superficialmente. Quelle che mi colpiscono negativamente sono – ad oggi – Suno e Udio. Perché lammmmmmmerda che vedo produrre è di proporzioni gigafecali. La noia. Qualsiasi produzione che mi piaccia stacca tutto questo di netto.
Per ora.
circa nel 2003, su it.comp.software.p2p o forse su una chat di winmx (stesso che oggi potrebbe essere “su un server di discord”) , ebbi uno dei primi veri scambi 1-a-1 non “da forum” (oggi sarebbe “da social”) riguardante l’anonimato.
Inutile dire che, per quanto sia scorretto, quello che mi viene da dire è “con una pazza”. In realtà era solo caldamente appassionata della sua opinione. Che era “se non mi dici chi sei nulla di quello che dici è vero, ha valore, ecc”.
Ora, quello che accadde è che se per almeno un anno hai scambiato con me opinioni, poi “live” la cosa ti ha intrigato sempre di più tanto che ad un certo punto ti è venuta la scimmia che dovevi sapere CHI SONO, non me la racconti giusta se poi dici che se non lo sai allora tutto fa schifo. Se ti faceva tanto schifo non ti impuntavi.
Ma ricordo bene l’intensità di quello scambio. E tutt’ora ritengo un valore l’anonimato.
Per qualcuno il contenuto va considerato “autentico” solo se conosce l’autore per nome e cognome. Eppure non sappiamo se alcuni nomi di cui abbiamo letto le opere siano davvero corrispondenti a persone realmente esistite. L’opera è inautentica? Non direi.
Ci diciamo di non giudicare il libro dalla copertina, l’abito non fa il monaco, fanculo il principio di autorità, bla bla ad personam invece che ad argumentum. Ma poi se non puoi controllarmi la carta d’identità le mie parole non hanno valore, il contenuto non esiste? Ma fottiti.
Sono il primo che se vuole avere un rapporto personale vuole PRIMA avere un rapporto personale e solo dopo continuare a ravvivarlo anche con la telematica nelle forme più congeniali.
Ma non escludo affatto un rapporto simile a quello epistolare. Non sai se ho un corpo, non sai se è sano, non sai se sono uomo o donna, se sono brutto o bello, se sono trans o mi identifico in un trattore, non lo sai. Puoi solo comunicare con me. Solo. Pensa. Come se fosse poco. E non necessariamente dialogando. Puoi anche solo leggere quello che scrivo. Solo. Quello che scrivo è certamente qualcosa. Non è il nulla. Ci sono concetti, sensazioni, esposizioni di qualcosa che viene da me. Lo senti?
Non sai che voce ho.
Potrei essere tua madre.
Ed è così che va bene, per me, in questa dimensione. Non è Tinder, non andavo in cerca di umani interi, ma solo di contatto e comunicazione, scambio di pensiero. A qualsiasi distanza. Ti interessa quello che ho dentro? In un mondo che vuole il belli dentro. Eccotelo allora.
Dopo milioni di milioni di canzoni che in questi 20 anni avrete sentito senza sapere minimamente chi le abbia scritte, eseguite, suonate… non ve n’è piaciuta nessuna così tanto da shazammarla? Ma la canzone vi piaceva PRIMA. E se invece di darvi autore e titolo vi avessero dato un ID solo per riascoltarla, vi sarebbe andato bene perché era la canzone che vi interessava.
Ecco che cosa ti può dare l’anonimato: l’evitazione di tantissimi bias. E certo, l’introduzione di altri. Ma io preferisco focalizzarmi sui primi.
Sono troppo stanco ora, forse, per essere più appassionato in questa difesa.

I miei ultimi atti, come vivente, devono avere a che fare con i viventi. Questo mi sta costando un po’ di fatica e, nonostante quanto ho appena detto, avere a che fare con altri non mi dispiacerebbe. Sono combattuto. La mia sensazione, che è tutta mia, è di essere respingente, ributtante, repellente fisicamente. Questo, si sa, non definisce una persona, ma concorre e partecipa a farlo, se ci si vede e si interagisce personalmente. Sembrano tutte ovvietà, eppure nel “successo” di ogni azione questo fattore esiste. Siamo così scimmie che ci stiamo sul cazzo a pelle. Io non sono un puro spirito che gli altri hanno facoltà di vedere con un corpo che a loro ispira amicizia, simpatia e voglia di collaborazione. Sono quello che sono. Ed essi, tutti, reagiscono a questo prima che a qualsiasi altra cosa.
Ed è faticoso. Penoso.
Continue reading →Due aspetti fondamentali dell’uso della tecnologia digitale: l’efficienza nella trasmissione dei dati e l’impatto ambientale di queste pratiche. Analizziamo la situazione da un punto di vista tecnico, concentrandoci sulla dimensione dei dati e sul relativo carbon footprint, ad esempio per l’invio di un semplice IBAN, spesso fotografato da foglietti o da biglietti da visita invece che essere digitato nel corpo dell’e-mail o di messaggi.

Prima di tutto, consideriamo la dimensione in bytes di un codice IBAN. Un codice IBAN è composto da fino a 34 caratteri alfanumerici. Assumendo una codifica UTF-8, la maggior parte dei caratteri in un IBAN richiederà 1 byte ciascuno. Questo significa che un codice IBAN digitato direttamente in un’email occuperà fino a 34 bytes, più qualche byte aggiuntivo per la formattazione del testo e lo spazio che occupa nel corpo dell’email, ma rimaniamo nell’ordine di grandezza dei byte o, al massimo, di pochi kilobytes se si considerano metadati e formattazione.
In contrasto, una fotografia scattata con un moderno smartphone può avere una dimensione che varia significativamente a seconda della risoluzione e della qualità dell’immagine. Le dimensioni possono variare da poche centinaia di kilobytes a diversi megabytes. Per esempio, una foto scattata con una risoluzione media di 12 megapixel può facilmente superare i 2 MB in formato JPEG, a seconda della compressione e dei dettagli dell’immagine.
L’impatto ambientale dell’invio di dati digitali è legato alla quantità di energia utilizzata per trasmettere, elaborare e memorizzare questi dati attraverso i server e le infrastrutture di rete. L’energia utilizzata dipende da vari fattori, inclusi l’efficienza energetica dei data center, la fonte di energia utilizzata (rinnovabile vs. fossile) e la quantità di dati trasferiti.
Quanto di più? Invio di un’immagine può richiedere centinaia o migliaia di volte più dati rispetto al testo puro. Di conseguenza, l’impatto ambientale, misurato in termini di carbon footprint, può essere significativamente più elevato per l’invio di immagini.
Pratica Continuativa: Sebbene l’atto isolato di inviare una foto di un codice IBAN non abbia un impatto ambientale notevole, la pratica continuativa e diffusa di condividere informazioni testuali attraverso immagini ad alta risoluzione può contribuire in modo significativo all’impronta carbonica globale dell’uso di Internet.
Riduzione dell’Impatto: Favorire l’uso di testo digitato per trasmettere informazioni brevi e semplici come un codice IBAN può ridurre notevolmente il consumo di risorse e l’impronta di carbonio associata alla nostra attività digitale quotidiana. Questo è in linea con la pratica più ampia di minimizzare il consumo di dati non necessario e ottimizzare l’uso delle risorse digitali per un futuro più sostenibile.
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Ok, la risposta è: perché faccio prima.
Lo so. E se non sei completamente idiota mi chiederai conto della coerenza visto che questo blog è stato corredato di foto. E sarebbe un buon argomento.