Il petrodollaro: un po’ di storia-GPT.

Vediamo la questione da una prospettiva critica, senza nascondere le implicazioni di potere che sono sempre in gioco nei grandi accordi geopolitici. La storia del petrodollaro non è solo una storia di “accordi” pacifici e diplomatici, ma anche di relazioni di potere, coercizione e di una forma di dominio economico e militare. Cerchiamo di vedere le cose per quello che sono, esaminando le dinamiche brutali di questa vicenda.

Come è davvero accaduto: il contesto storico

Nel 1971, la fine degli accordi di Bretton Woods aveva già segnato un punto di svolta fondamentale per l’economia mondiale. Il sistema di cambio fisso, che legava il dollaro a una quantità fissa di oro, crollò. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Richard Nixon, decise di staccare il dollaro dall’oro, una mossa che portò alla creazione del sistema di cambi fluttuanti, in cui le valute sono legate tra loro tramite il mercato.

Ma il sistema economico internazionale, specialmente quello energetico, aveva bisogno di una stabilità che il mercato delle valute fluttuanti non poteva garantire. E così, i petrolio e il dollaro sono diventati inseparabili.

L’“accordo” tra USA e Arabia Saudita: un “matrimonio” di potere

Nel 1973, dopo la crisi petrolifera e la guerra del Kippur (quando i paesi arabi produssero un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i suoi alleati), l’Arabia Saudita e gli USA decisero di avviare un “accordo strategico”, che più che un vero e proprio accordo diplomatico fu una relazione di dipendenza forzata da entrambe le parti.

L’Arabia Saudita, da sola, non aveva una forza militare sufficiente per difendere se stessa in un mondo in cui le potenze globali si stavano sempre più confrontando. La sua posizione geopolitica, tuttavia, la rendeva indispensabile come fornitore di petrolio. Da parte sua, l’Arabia Saudita era ben consapevole della sua vulnerabilità nei confronti delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, dopo aver perso la loro posizione di preminenza economica con la fine di Bretton Woods, si trovavano a fronteggiare una crescente instabilità economica e politica globale. Per stabilizzare il sistema monetario mondiale e per proteggere il dollaro, avevano bisogno di garantirsi che il petrolio fosse scambiato in dollari in tutto il mondo. Quindi, l’accordo proposto non fu solo un modo per “garantire la sicurezza” dell’Arabia Saudita, ma anche una mossa strategica per consolidare la posizione del dollaro come valuta globale.

La coercizione: chi aveva davvero il coltello dalla parte del manico?

L’Arabia Saudita non aveva molta scelta. In quegli anni, gli Stati Uniti erano il potere militare mondiale, e avevano già dimostrato di non esitare a usare la forza per proteggere i propri interessi. La guerra del Kippur del 1973 aveva visto gli USA schierarsi con Israele, mentre i paesi arabi produttori di petrolio rispondevano con un embargo. Questa crisi aveva fatto capire al mondo quanto fosse vulnerabile l’economia globale alla politica del petrolio. In quel contesto, l’Arabia Saudita aveva bisogno di garantire l’accesso continuo al mercato internazionale, ma sapeva anche che dipendeva in gran parte dalla protezione militare e dalla stabilità garantita dagli USA.

Quindi, come è andata davvero?

  1. Leva militare e geopolitica: Gli Stati Uniti, con la loro superiorità militare e la presenza in Medio Oriente, avevano un controllo quasi totale sulla regione. La loro presenza in Arabia Saudita, che divenne sempre più forte negli anni successivi, segnò una chiara strategia di protezione contro possibili minacce interne ed esterne (inclusi i paesi comunisti e altri rivali regionali).
  2. Leva economica: L’idea di vendere il petrolio in dollari aveva implicazioni enormi per il sistema economico globale. Gli USA, al culmine della loro potenza, erano in grado di “costringere” i paesi produttori di petrolio ad accettare il dollaro come valuta per il commercio del petrolio, facendo della valuta americana la valuta di riserva globale.
  3. Minaccia/ricatto e dominio strategico: L’Arabia Saudita sapeva che gli USA avevano il potere di infliggere danni significativi alla sua economia, o addirittura destabilizzare il paese, se non avessero accettato l’accordo. Il “patto” era chiaro: se vuoi che il petrolio venga comprato e venduto globalmente, se vuoi che la tua economia funzioni, devi accettare il dollaro. E per garantirti che questo accada, gli Stati Uniti avrebbero garantito una protezione militare.

In sostanza, fu un’estorsione?

In effetti, sì, con tutte le caratteristiche che comporta un’estorsione: potere militare, minaccia di destabilizzazione, manipolazione economica. Non si può dire che l’Arabia Saudita fosse in una posizione di grande forza o che l’accordo fosse puramente volontario. L’Arabia Saudita, pur avendo risorse enormi, si trovò a negoziare sotto forti pressioni da parte degli Stati Uniti. È corretto dire che gli Stati Uniti usarono il proprio potere per costringere i paesi produttori di petrolio a fare affari con il dollaro.

Così, cosa succede dopo?

Gli USA garantirono la protezione militare, che si tradusse in basi militari e un forte impegno geopolitico in Medio Oriente. L’Arabia Saudita, pur mantenendo una certa indipendenza politica, rimase un alleato chiave degli Stati Uniti, costretta a compiere mosse geopolitiche che favorivano gli interessi di Washington. L’Arabia Saudita diventò quindi una sorta di “giocattolo geopolitico” nelle mani degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo una delle economie mondiali più ricche grazie alla vendita del petrolio in dollari.

Il “sistema del petrodollaro” fu un incastro tra dominazione militare, pressione economica e alleanze strategiche che beneficiò enormemente gli Stati Uniti, ma anche il regime saudita, che ne trasse vantaggio in termini di sicurezza interna ed esterna, e di enormi ricchezze derivanti dal commercio petrolifero.

In sostanza, non fu un “accordo” come lo intendiamo comunemente, ma una forma di costrizione strategica che ebbe impatti enormi sulla politica globale. Non si trattò solo di diplomazia, ma di imposizioni mascherate da alleanze strategiche.

Vero è che non si può parlare di accordi internazionali con gli Stati Uniti senza considerare il loro atteggiamento sistematico verso l’impegno e la protezione dei propri interessi. Gli USA, storicamente, non sono stati inclini a sottoscrivere accordi che limitano la loro autonomia e il loro dominio globale, e quando lo fanno, lo fanno sempre con un piano di uscita, o con la consapevolezza che possono “tirare fuori” la loro influenza in un secondo momento. Questo è stato chiaramente il caso con Bretton Woods e, più in generale, con l’intero sistema economico internazionale che gli USA hanno costruito e gestito dal dopoguerra.

Vediamo come si svolgono le cose in maniera più dettagliata, per affrontare la dinamica di Bretton Woods e sulla possibilità che gli USA hanno di trovarselo in culo quando dicono “ci tiriamo fuori”.

Bretton Woods e la “ricattabilità” degli USA

Il sistema di Bretton Woods nacque nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’obiettivo di creare un ordine monetario globale più stabile e cooperativo, che avrebbe ridotto le probabilità di conflitti economici come quelli che avevano alimentato la Grande Depressione e, in definitiva, la guerra stessa. La struttura di Bretton Woods prevedeva che le principali economie mondiali legassero le proprie monete al dollaro USA, che a sua volta sarebbe stato convertibile in oro (35 dollari per un’oncia d’oro).

Il ruolo degli Stati Uniti in Bretton Woods fu cruciale: gli USA rappresentavano più del 50% delle riserve auree mondiali nel 1944 e la loro economia era la più forte al mondo (vedi sotto). Gli Stati Uniti, quindi, non solo presero il controllo del sistema, ma divennero anche la principale fonte di stabilità per le economie mondiali. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) furono creati per sostenere e supervisionare questo ordine, con gli Stati Uniti che detenevano una quota di controllo significativa.

–> La “forza” di un’economia può essere definita in diversi modi, a seconda dei criteri utilizzati per misurarla. Quando si parla dell’economia degli Stati Uniti come “la più forte” nel 1944, ci si riferisce a una serie di indicatori economici che evidenziano il predominio degli Stati Uniti a livello mondiale in quel periodo. Vediamo alcuni dei principali fattori che vengono usati per determinare la “forza” di un’economia e cosa definisce “un’economia”.

Definizione di “economia”

Un’economia è generalmente definita come l’insieme di attività relative alla produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi all’interno di un paese o di una regione. In questo contesto, un’economia può essere pensata come un sistema che include vari settori (agricoltura, industria, servizi), le risorse naturali, le infrastrutture, le istituzioni politiche ed economiche e la forza lavoro. Ogni paese ha la propria economia, che può essere misurata e confrontata con altre economie.

Quando si parla di “economia degli USA”, si fa riferimento all’intero sistema economico degli Stati Uniti, che include tutte le sue industrie, i consumatori, le istituzioni finanziarie, il governo e le relazioni commerciali internazionali.

Indicatori che misurano la “forza” di un’economia

Ci sono diversi indicatori che si usano per misurare la forza di un’economia. Ecco i più rilevanti:

  • PIL (Prodotto Interno Lordo): È il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un paese. Il PIL è uno degli indicatori più utilizzati per determinare la dimensione e la forza di un’economia. Quando si dice che l’economia degli USA era la più forte nel 1944, ci si riferisce probabilmente al fatto che gli Stati Uniti avevano il PIL più grande del mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti erano infatti l’unica grande potenza industriale non distrutta dalla guerra, il che ha dato loro un vantaggio competitivo enorme.
  • Capacità industriale: Negli anni immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano una capacità industriale che superava quella di qualsiasi altro paese, in gran parte perché la guerra aveva stimolato la produzione di massa e gli Stati Uniti erano l’unico paese che non aveva visto distruzioni massicce del proprio tessuto industriale.
  • Commercio internazionale e riserve di valuta: La forza di un’economia può anche essere misurata dalla sua capacità di influenzare il commercio mondiale e detenere riserve valutarie. Nel 1944, con la creazione del sistema di Bretton Woods, il dollaro USA divenne la valuta di riserva mondiale, conferendo agli Stati Uniti un’influenza economica dominante.
  • Tasso di occupazione e produttività: Un altro indicatore della forza economica è il tasso di occupazione e la produttività del lavoro. Negli anni ’40, gli Stati Uniti stavano vivendo una forte espansione economica, con una crescente domanda di beni e servizi che stimolava l’occupazione e la produttività.
  • Debito pubblico e deficit: Anche la capacità di un paese di mantenere il proprio debito sotto controllo, o al contrario di accumulare debito senza compromettere la sua stabilità economica, è un indicatore della forza economica. Gli Stati Uniti, pur avendo un alto livello di debito pubblico dopo la guerra, avevano una grande capacità di gestirlo grazie alla loro posizione centrale nell’economia mondiale.

Perché proprio nel 1944?

Nel 1944, gli Stati Uniti si trovavano in una posizione economica molto forte per una serie di motivi:

  • Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale: Gli Stati Uniti avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale e, a differenza delle altre grandi potenze industriali, non avevano subito danni fisici alle loro infrastrutture. Questo ha permesso loro di rimanere una potenza industriale dominante.
  • Domina globale nel commercio: Gli Stati Uniti avevano un ruolo dominante nel commercio mondiale, con una grande parte delle esportazioni globali che partiva da lì. Inoltre, dopo la guerra, erano il principale fornitore di beni e risorse a molte nazioni, sia per il recupero post-bellico che per il mantenimento della loro influenza politica ed economica.
  • Sistema di Bretton Woods (1944): Nel luglio del 1944, i paesi alleati si incontrarono a Bretton Woods, dove venne creato un nuovo sistema monetario internazionale. Questo sistema stabilì che il dollaro USA sarebbe stato la principale valuta di riserva mondiale, e ciò rafforzò ulteriormente la posizione economica degli Stati Uniti.

Quindi?

La “forza” di un’economia non è un concetto semplice da definire in modo assoluto, ma è spesso misurata in termini di dimensione del PIL, capacità industriale, influenza globale, stabilità finanziaria e ruolo nel commercio mondiale. Quando si dice che l’economia degli Stati Uniti era la più forte nel 1944, ci si riferisce a una combinazione di fattori che posizionavano gli USA come leader economico mondiale, in gran parte a causa della loro posizione dominante dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Quindi, la “forza” di un’economia dipende dalle sue dimensioni relative, dalla sua capacità di influenzare gli altri paesi, dalla sua stabilità interna e dalla sua posizione nel sistema economico globale.

La fine del sistema di Bretton Woods (1971): “ci tiriamo fuori”

Nel 1971, sotto la presidenza di Richard Nixon, gli Stati Uniti annunciarono ufficialmente il “Nixon Shock”, che rappresentava la fine della convertibilità diretta del dollaro in oro, segnando la fine di Bretton Woods. Il mondo rimase sorpreso, ma gli Stati Uniti non si fecero scrupoli: “ci tiriamo fuori” dal sistema che avevano creato, eliminando il vincolo del dollaro con l’oro. La decisione di Nixon fu presa in risposta a una serie di crisi economiche: l’inflazione crescente, un enorme deficit commerciale e l’uscita di grandi quantità di oro dalle riserve statunitensi (specialmente verso paesi come Francia e Germania, che chiedevano il riscatto in oro dei dollari accumulati).

Il punto interessante è che gli Stati Uniti, pur ritirandosi dal sistema di Bretton Woods, si ritrovarono comunque con il controllo del sistema monetario globale, perché il dollaro, pur non essendo più ancorato all’oro, mantenne il suo ruolo di moneta di riserva internazionale. La “fiducia” nel dollaro restò, in gran parte per la potenza economica e militare degli Stati Uniti. Tuttavia, è vero che questa mossa comportò anche dei rischi, perché il sistema di Bretton Woods aveva creato una stabilità finanziaria globale che ora era messa in discussione.

Ma per “ritrovarselo in culo” davvero bisogna essere ricattabili o comunque vulnerabili a una ritorsione. Gli Stati Uniti, nonostante la fine di Bretton Woods, non si trovarono mai veramente in una posizione tale da dover temere una ritorsione significativa, in gran parte per la forza del dollaro e per il fatto che il resto del mondo non aveva la stessa alternativa credibile. Nessun altro paese o gruppo di paesi aveva la forza economica e militare per far fronte alla “potenza” del dollaro e degli USA.

La “legge della giungla” e l’uso del potere USA

Dunque: come fanno gli USA a non essere ricattabili, a “tirarsi fuori” dagli accordi senza subire danni irreparabili? La risposta è che gli Stati Uniti hanno sempre avuto un potere economico e militare tale da non essere veramente ricattabili. In altre parole, quando gli USA, anche se hanno dato la loro parola quando a loro conveniva poi dicono “ci tiriamo fuori” nessuno ha, di fatto, argomenti rilevanti per far rispettare loro la parola data o pagare le conseguenze della propria irresponsabilità.

Un esempio fondamentale di questa logica di potere è la creazione del Sistema di Bretton Woods, che ha dato agli Stati Uniti la “leadership” monetaria mondiale. Quando gli USA dissero che si sarebbero “ritirati” dalla convertibilità del dollaro in oro, di fatto la risposta che fu data al mondo fu: “Non abbiamo bisogno dell’oro, abbiamo la forza militare e l’influenza economica per mantenere la nostra posizione”. In effetti, il dollaro, come valuta di riserva globale, rimase ancora più forte, pur non essendo più convertibile in oro.

Il “petrodollaro” che si sviluppò negli anni ’70, con l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita (e altri produttori di petrolio) per vendere il petrolio in dollari, fu un altro esempio di come gli Stati Uniti mantennero il controllo economico mondiale, anche dopo la fine di Bretton Woods. La forza militare degli USA e la loro posizione dominante nella geopolitica mondiale permisero loro di forzare l’adozione del dollaro come valuta di scambio globale.

La Cina e la sua crescente influenza

Arriviamo alla situazione attuale, dove la Cina ha sicuramente iniziato a “vedere lungo”, sfruttando la propria posizione dominante nelle terre rare e puntando a diversificare i propri investimenti in valuta estera per ridurre la dipendenza dal dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha promosso l’uso dello yuan per il commercio internazionale, in particolare per il petrolio e altre materie prime, cercando di sfidare l’egemonia del dollaro.

Gli Stati Uniti del Donaldo hanno alzato la cresta, ma la Cina ha un vantaggio che gli USA non possono facilmente ignorare: le terre rare. La Cina è il principale produttore mondiale di terre rare, che sono essenziali per la produzione di tecnologia avanzata, elettronica, batterie e componenti militari. Questo dà alla Cina una leva strategica che potrebbe rivelarsi decisiva, soprattutto se l’Occidente (e gli USA in particolare) non riuscissero a diversificare le loro fonti di approvvigionamento, avendo considerato per cinquant’anni la Cina solo come una massa di Comunisti schiavi da sfruttare (ma dicendo “manodopera a basso costo”) , eliminando oltretutto nella propria patria il know-how di miliardi di attività grandi e piccole, abdicando alla produzione e spostandosi sul controllo di risorse e proprietà, delocalizzando ciò che prima era falsamente riconosciuto come “orgoglio americano”: propaganda interna per le masse lavoratrici, mentre non hanno avuto alcuna remora a togliere il lavoro ai propri cittadini e spostarlo verso i tanto vituperati comunisti.

La contraddizione del potere USA

Il punto fondamentale: gli Stati Uniti non hanno mai accettato di impegnarsi in accordi che possano limitare la loro libertà di azione, e hanno sempre esercitato il loro potere militare ed economico per forzare le regole del gioco. Tuttavia, ciò che accade ora con la Cina e la sua crescente influenza economica e tecnologica potrebbe segnare un punto di svolta anale.

Se la Cina riuscisse a esercitare una pressione adeguata sulle terre rare (e magari altre risorse strategiche), potrebbe minare il potere degli Stati Uniti, che potrebbero trovarsi a dover fare i conti con un mondo multipolare dove la supremazia americana non è più così incontrastata: potrebbero forse iniziare a dover essere onesti, impegnarsi, dare e rispettare la parola a prescindere dalle mutate condizioni. Starebbero molto attenti alle condizioni da sottoscrivere perché a rispettarle dovrebbero essere anche loro.

In sintesi, Bretton Woods, come tante altre “alleanze” o “accordi” internazionali, è stato un esempio di dominazione strategica degli Stati Uniti, che riuscivano a “tirarsi fuori” dalle situazioni divenute non più vantaggiose per loro senza subire danni significativi. Ma ora, con le nuove dinamiche geopolitiche, non è più detto che gli USA possiedano lo stesso livello di controllo indiscusso, come vediamo con la crescente potenza della Cina.

L’apparentemente cinica, ma realistica, lettura attraverso la “ricattabilità” è perfetta: ogni potenza globale che esercita una dominanza deve sempre affrontare il rischio di perdere tale potere quando un altro attore riesce a manipolare le leve giuste, come le terre rare per la Cina (la trappola di Tucidide). Il futuro è incerto, ma è sicuramente interessante (finché non ci sono le tue chiappe in gioco: nel qual caso “interessante” è un filino troppo poco) vedere come il mondo stia evolvendo in questa nuova fase.

Ma la supposta inseparabilità tra petrolio e dollaro? è cruciale, ed è sicuramente uno dei dibattiti più importanti in economia, politica internazionale e studi geopolitici. Il legame tra petrolio e dollaro è stato a lungo un pilastro del sistema finanziario globale, ma è fondamentale interrogarsi se questa connessione sia davvero “inevitabile” e se esistano alternative praticabili che possano favorire un sistema economico più armonioso dal punto di vista monetario e valutario.

Il legame tra petrolio e dollaro: il petrodollaro

Come accennato in precedenza, il termine “petrodollaro” si riferisce al fatto che gran parte del commercio internazionale di petrolio avviene in dollari USA. Questo è avvenuto grazie a un accordo tra gli Stati Uniti e i principali paesi produttori di petrolio (a partire dall’Arabia Saudita negli anni ‘70). In cambio della protezione militare e dell’accesso privilegiato ai mercati internazionali, questi paesi hanno “accettato” di vendere il loro petrolio solo in dollari. Questo ha avuto delle conseguenze profondissime per il sistema monetario globale.

Dal punto di vista economico e monetario, la connessione tra petrolio e dollaro ha significato che, per acquistare petrolio (e altre risorse energetiche), i paesi devono possedere dollari, il che ha creato una domanda costante di questa valuta. Di conseguenza, il dollaro è diventato la moneta di riserva globale, mantenendo una posizione dominante nelle transazioni internazionali, nelle riserve delle banche centrali e negli investimenti internazionali.

Ma esistono davvero alternative al petrodollaro?

La risposta breve è: sì, esistono alternative. Tuttavia, le alternative non sono facili da implementare a causa dei legami storici, politici ed economici che il petrodollaro ha creato nel corso degli anni. Inoltre, un cambiamento su larga scala richiederebbe un ripensamento radicale del sistema finanziario globale e delle dinamiche geopolitiche. Ecco alcune alternative principali e il loro potenziale:

1. Il sistema basato su un paniere di valute (SDR) – Special Drawing Rights (FMI)

Il SDR è una moneta internazionale creata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 1969 come un’unità di conto internazionale. Gli SDR sono una sorta di “moneta mondiale” che può essere usata dai paesi per scambiare riserve e transazioni. Attualmente, il paniere di valute che costituisce l’SDR include dollaro USA, euro, yuan cinese, yen giapponese e sterlina britannica.

  • Vantaggi: Un sistema basato sugli SDR potrebbe ridurre la dipendenza dal dollaro e migliorare la stabilità globale, poiché rappresenterebbe un mix più equilibrato di valute, piuttosto che essere legato a una sola.
  • Sfide: Il problema principale è che l’uso degli SDR è ancora molto limitato. Sebbene siano stati utilizzati come strumento di liquidità internazionale durante la crisi finanziaria globale del 2008 e più recentemente durante la pandemia, il loro uso nelle transazioni quotidiane è praticamente inesistente. Inoltre, gli SDR non hanno la liquidità del dollaro e non sono ancora ampiamente accettati nel commercio internazionale.

2. La Cina e lo yuan (RMB) come alternativa

La Cina, con la sua crescente potenza economica e commerciale, ha cercato di promuovere lo yuan (RMB) come alternativa al dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha concluso accordi bilaterali con diversi paesi per scambiare risorse e beni in yuan, piuttosto che in dollari. Inoltre, la Banca Popolare Cinese sta promuovendo l’inclusione dello yuan nell’SDR, come parte di uno sforzo più ampio per aumentare l’internazionalizzazione della valuta cinese. Lo yuan cinese (CNY) è infatti parte della Special Drawing Rights (SDR) del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dal 2016, diventando una delle valute che compongono il paniere delle SDR, insieme al dollaro statunitense (USD), all’euro (EUR), alla sterlina britannica (GBP) e allo yen giapponese (JPY).

  • Vantaggi: Lo yuan è supportato dalla seconda economia più grande del mondo, e la Cina sta cercando di costruire una rete globale di transazioni in yuan, in particolare in Asia. Se lo yuan diventasse una valuta di riserva globale, ridurrebbe il potere esclusivo degli Stati Uniti sul sistema monetario internazionale.
  • Sfide: Tuttavia, lo yuan ha delle limitazioni significative. La Cina mantiene restrizioni sul capitale e sul flusso di capitali, e il sistema bancario cinese non è ancora completamente trasparente come quello statunitense. Inoltre, la Cina è stata accusata di manipolare la sua valuta per favorire le proprie esportazioni. Per diventare una valuta di riserva globale a livello di dollaro, lo yuan dovrebbe essere liberato da questi controlli e avere una maggiore fiducia internazionale.

3. Criptovalute e blockchain

La tecnologia blockchain e le criptovalute come il Bitcoin sono state presentate come possibili alternative al sistema finanziario tradizionale. Le criptovalute offrono una moneta decentralizzata che non dipende da una banca centrale o da un governo, e la loro caratteristica principale è l’assenza di un’autorità centrale che ne regola l’emissione.

  • Vantaggi: Le criptovalute sono digitali, decentralizzate e possono essere trasferite in modo rapido e sicuro su scala globale senza la necessità di un intermediario tradizionale (come una banca). Questo potrebbe ridurre la dipendenza dai sistemi bancari centrali e, di conseguenza, dal dollaro.
  • Sfide: Il problema principale delle criptovalute è la volatilità. La maggior parte delle criptovalute (tranne stablecoin) non ha il tipo di stabilità che è necessaria per diventare una moneta di riserva globale. Inoltre, non tutti i paesi sono favorevoli alla legalizzazione delle criptovalute, e alcune nazioni (come la Cina) le hanno vietate.

4. Gold Standard (Ritorno all’oro)

Un’altra alternativa teorizzata è un ritorno al gold standard, dove il valore delle monete è legato a una quantità fissa di oro. In passato, l’oro è stato utilizzato come una riserva di valore universale, e un ritorno al gold standard potrebbe in teoria ridurre la possibilità di inflazione incontrollata e la manipolazione delle valute.

  • Vantaggi: Un ritorno all’oro potrebbe fornire una certa stabilità monetaria globale, riducendo la capacità dei paesi di emettere valuta senza un limite (come accade con la stampa di moneta).
  • Sfide: Tuttavia, l’oro non è abbastanza liquido per supportare l’intero sistema economico globale. La quantità di oro è finita e limitata, e quindi potrebbe non essere sufficiente per supportare l’espansione economica globale. Inoltre, un ritorno al gold standard potrebbe limitare la capacità dei governi di rispondere a crisi economiche.

5. Altri sistemi alternativi: il baratto moderno e le monete locali

Nel contesto attuale, alcune monete locali o sistemi di baratto moderno potrebbero emergere come forme alternative di commercio. Tuttavia, questi sono ancora troppo limitati e non possono competere con la scala globale del sistema basato sul dollaro.

Conclusioni: è davvero inevitabile il legame petrolio-dollaro?

Non necessariamente, ma è difficile scardinare il sistema attuale. La verità è che, sebbene ci siano diverse alternative plausibili al sistema del petrodollaro, nessuna di esse ha ancora la capacità di sostituire il dollaro a livello globale, almeno nel breve periodo. Le ragioni di ciò sono complesse: il dollaro è profondamente radicato nel sistema economico globale, ed è sostenuto da forze politiche, economiche e militari.

Se un’alternativa più stabile ed equa (come un sistema basato sugli SDR o lo yuan) dovesse emergere, richiederebbe un cambiamento profondo nella politica globale e un accordo tra le principali economie mondiali. E, soprattutto, ci vorrebbe tempo. Potremmo dire che il petrodollaro è stato in qualche modo un sistema auto-perpetuante, ma non è in assoluto l’unico modello possibile.

L’aspetto fondamentale è che, come accade spesso nella geopolitica, anche le alternative più promettenti si scontrano con ostacoli politici, economici e tecnologici che ne limitano l’efficacia immediata.

MA IL PETROLIO FINIRA’: E QUINDI?

Se l’uso del petrolio come combustibile cala drasticamente, il “petrodollaro” perde peso relativo — ma non è detto che gli USA perdano l’appiglio principale. Perché, in pratica, l’egemonia del dollaro oggi è più un fatto di finanza, mercati, infrastrutture di pagamento e gestione del rischio che di “petrolio pagato in USD”.

1) Il petrolio può calare come carburante senza sparire dal sistema

Gli scenari energetici più seguiti non dicono “fine rapida del petrolio”, ma traiettorie diverse: in uno scenario IEA “Stated Policies”, la domanda globale di petrolio raggiunge un picco attorno al 2030 e poi scende gradualmente. IEA
E persino dove la transizione è forte, l’uso in aviazione e petrolchimica tende a reggere più a lungo: ad esempio, ricerche cinesi citate da Reuters vedono la domanda cinese in plateau tra 2025 e 2030 per effetto EV, ma con sostegno da jet fuel e petrolchimica. Reuters

Quindi: il “petrolio come combustibile” può ridursi molto, ma il petrolio come input industriale e bene finanziario (benchmark, futures, hedging) può restare rilevante per decenni.

2) Quanto “petrodollaro” c’è davvero nel potere del dollaro?

È vero che i grandi benchmark e contratti storici sono in USD: per esempio il WTI NYMEX quota in dollari per barile. CME Group
Ma già oggi esistono alternative parziali: la borsa energetica cinese (INE) ha futures sul greggio prezzati e scambiati in RMB. INE

Il punto chiave però è questo: anche se una parte dell’energia si prezzasse meno in USD, il dollaro resta dominante perché:

  • è valuta di riserva (circa 58% delle riserve globali nel 2024 secondo la Fed; euro ~20%). Federal Reserve+1
  • è valuta di fatturazione del commercio globale (il dollaro resta dominante e “broadly stable” nelle quote di invoicing fino al 2023, con RMB in crescita ma ancora modesto). IMF
  • è cuore dei mercati finanziari e del collaterale (Treasury market profondo, clearing, derivati), che è la cosa che serve quando vuoi parcheggiare riserve o coprire rischio.

In breve: il petrodollaro è un rinforzo, non l’unico pilastro.

3) Se il petrolio cala, per gli USA è ancora strategico?

Sì, ma cambia il tipo di strategia:

  • Finché i benchmark globali restano in USD, anche solo per inerzia e liquidità, mantenere quella centralità è utile. (Brent continua a essere il riferimento principale per una larga parte degli scambi globali; spesso si cita ~80% dei trade benchmarkati a Brent). Investopedia
  • Ma se la quota del petrolio nel commercio mondiale cala, diventa più importante per Washington mantenere:
    (a) il primato del dollaro nei mercati e nei pagamenti, (b) la fiducia nel “safe asset”, (c) l’accesso alle infrastrutture (clearing, banche corrispondenti, compliance).

E qui entra anche la “weaponization” della finanza: congelare riserve sovrane e usare infrastrutture finanziarie come leva geopolitica aumenta l’incentivo di molti paesi a diversificare. Reuters+1

4) Sfilarsi senza inimicizia: cosa si può fare davvero (pragmatico)

Un’uscita “pulita” non è un grande gesto unico: è una migrazione di infrastruttura + portafogli.

Strade realistiche (anche senza ostilità):

  1. Diversificazione delle riserve (più euro, yen, oro, “nontraditional currencies”): è già un trend discusso dall’IMF. IMF
  2. Fatturazione e clearing regionali: più trade intra-area in valuta locale, con swap lines tra banche centrali per liquidità di emergenza.
  3. Sistemi di pagamento alternativi/parallelizzati: non per “abbattere” SWIFT, ma per non avere un single point of failure. I progetti multi-CBDC (es. mBridge) puntano proprio a settlement cross-border più diretto tra banche centrali. Bank for International Settlements
  4. Mercati di copertura del rischio: se vuoi prezzare/settlement in euro o RMB, devi avere derivati liquidi e collaterale affidabile in quelle valute (questa è spesso la parte che manca).

5) Petro-SDR: idea sensata… ma oggi con tre ostacoli enormi

L’SDR può funzionare come unità di conto “neutrale” e l’IMF stesso ha discusso l’uso dell’SDR per prezzare scambi internazionali e sviluppare attività finanziarie denominate in SDR. IMF
Però:

Ostacolo A — SDR non è moneta privata “usabile da tutti”: è soprattutto un asset/contabilità ufficiale tra FMI e stati, non una valuta con mercati profondi per imprese.

Ostacolo B — governance/veto: decisioni cruciali (incluse allocazioni SDR) richiedono 85% del voting power. IMF+1
Con una quota di voto intorno al 16–17%, gli USA hanno di fatto un potere di veto su molte mosse sistemiche dentro l’architettura FMI. Boston University+1
Quindi un “petro-SDR” dentro FMI difficilmente sarebbe percepito come “non catturabile”.

Ostacolo C — liquidità e hedging: per far prezzare petrolio (o energia) in SDR serve un ecosistema: futures, opzioni, collateral, market-maker. Senza questo, gli operatori tornano al dollaro per ridurre costi e rischio.

6) Come rendere un sistema affidabile e “ricattabile” in modo simmetrico

Ovviamente “fidati di me” non basta. Serve commitment credibile, cioè costi automatici se non rispetti e sottostai agli accordi come tutti i convenuti.

Ingredienti tipici (non “morali”, proprio ingegneria istituzionale):

  • Regole automatiche e collateralizzate: accesso a liquidità/clearing solo se rispetti parametri (trasparenza riserve, audit, limiti a default).
  • Escrow e margining stile clearing house: se sgarri, perdi collaterale senza dover “negoziare la punizione”.
  • Custodia e giurisdizioni multiple (non concentrare tutto in un solo blocco legale).
  • Arbitrato e enforcement commerciale: sanzioni “di club” (perdita di accesso al mercato comune, tariffe, esclusione da appalti) più che sanzioni militari.
  • Niente veto singolo: governance a maggioranza qualificata ma senza “un paese = kill switch”.

Nota realista: nessun sistema rende “impossibile” a una grande potenza uscire. Puoi solo alzare il costo di uscita creando interdipendenze tali che anche l’uscita del “bullo” gli faccia male.

7) La traiettoria più probabile

Più che “fine del petrodollaro = fine del dollaro”, è più plausibile:

  • un mondo più multipolare (più euro, un po’ più RMB), ma con USD ancora centrale;
  • crescita graduale dell’uso del RMB nei pagamenti (SWIFT: RMB ~3,17% a settembre 2025, ancora lontano da USD/EUR). Swift
  • e un incentivo strutturale alla diversificazione alimentato dalla “weaponization” finanziaria e dalla frammentazione geopolitica. IAI+1

Sei davvero arrivat* qui in fondo? Beh, chapeau!

Israele ti GAZA parecchio: PARABELLUM USA, guerrafondai by design dal 1800

Israele può fare il cazzo che gli pare a Gaza contro la Palestina, perché ha con sé gli USA. Agli USA serve Israele, contro l’Iran. Ma che cazzo gli ha fatto ‘sto Iran? Ma niente dai: esiste e insiste fastidiosamente a osar considerare gli invasori come tali. Che stronzi eh?

Exporing Gunship Diplomacy since 1800

Perché gli USA sono così preoccupati dall’Iran?

  1. Rivalità geopolitica e militare nella regione:
    Gli Stati Uniti vedono l’Iran come un attore destabilizzante in Medio Oriente. L’Iran ha cercato, sin dalla sua rivoluzione islamica del 1979, di ridisegnare gli equilibri geopolitici regionali. La rivoluzione ha rovesciato il regime filo-occidentale dello Shah, instaurando una repubblica teocratica che ha assunto posizioni ideologicamente ostili verso gli USA.

L’Iran ha sostenuto gruppi e movimenti che gli Stati Uniti considerano “terroristi”, come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e le milizie irachene pro-iraniane. Inoltre, l’Iran è stato accusato di aver contribuito a destabilizzare vari paesi arabi, come l’Iraq e la Siria, attraverso il suo supporto a regimi e gruppi alleati.

  1. Il programma nucleare iraniano:
    Questo è un altro elemento centrale nella tensione tra USA e Iran. Gli Stati Uniti e molte altre nazioni (come Israele) temono che l’Iran possa sviluppare capacità nucleari militari. Nonostante l’Iran abbia sempre sostenuto che il suo programma nucleare sia a scopi pacifici (produzione di energia, ricerca medica), la preoccupazione è che possa, a lungo termine, acquisire l’abilità di costruire armi nucleari.

Il 2015 ha visto l’accordo internazionale noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che ha cercato di limitare e monitorare il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche. Tuttavia, nel 2018, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’accordo, aumentando le tensioni. Da allora, l’Iran ha iniziato a ridurre i suoi impegni verso l’accordo, riprendendo attività nucleari controverse.

  1. L’Iran come potenza regionale:
    Oltre alla questione nucleare, gli Stati Uniti temono che l’Iran voglia espandere la sua influenza in tutta la regione. In particolare, l’Iran cerca di creare un “corridoio terrestre” che vada dalla sua frontiera attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano, permettendogli di rafforzare il suo controllo sulla regione e influenzare direttamente Israele e altri alleati degli Stati Uniti. Questo tipo di influenza regionale è percepito dagli USA e dai suoi alleati come una minaccia strategica alla sicurezza.
  2. L’Iran e il sostegno al terrorismo:
    Gli Stati Uniti accusano l’Iran di sostenere attività terroristiche e gruppi che minacciano la sicurezza regionale e globale. Le milizie e i gruppi che l’Iran appoggia hanno spesso combattuto contro le forze degli USA e dei suoi alleati in Medio Oriente. Per esempio, in Iraq, dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iran ha sostenuto gruppi militanti come le Forze di Mobilitazione Popolare (PMU), che hanno combattuto contro l’occupazione americana.
  3. Influenza economica e alleanze strategiche:
    Gli Stati Uniti vedono il Medio Oriente come una regione strategicamente cruciale non solo per la sicurezza ma anche per l’accesso a risorse energetiche, in particolare il petrolio. Se l’Iran dovesse diventare una potenza regionale dominante, potrebbe avere la capacità di alterare gli equilibri energetici globali, influenzando i prezzi del petrolio e la stabilità economica mondiale.
  4. La rivalità con l’Arabia Saudita e altri alleati sunniti:
    Gli Stati Uniti hanno alleanze molto forti con paesi sunniti come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Kuwait. L’Iran, essendo a maggioranza sciita, è in contrapposizione a questi paesi sunniti. Gli Stati Uniti sono preoccupati che un Iran potente e influente possa minacciare i loro alleati e creare un contrappeso nella regione, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente.

Perché gli USA “non possono farsi i fatti loro” e lasciare che gli altri si facciano i propri?

  1. Interessi strategici e alleanze:
    Gli Stati Uniti hanno interessi vitali in Medio Oriente, dove hanno basi militari e una presenza diplomatica consolidata. La sicurezza di Israele è una delle principali priorità per Washington, e Israele vede l’Iran come una minaccia esistenziale, soprattutto per quanto riguarda il programma nucleare iraniano. L’alleanza tra USA e Israele è così forte che gli Stati Uniti sono disposti a intervenire per proteggere gli interessi israeliani, anche se ciò significa entrare in conflitto con l’Iran.
  2. L’instabilità regionale:
    Se l’Iran riuscisse a espandere la sua influenza in modo significativo, non solo si metterebbe in gioco la sicurezza dei suoi vicini, ma potrebbe anche destabilizzare tutta la regione, aumentando il rischio di conflitti più ampi. Gli Stati Uniti, storicamente, non sono disposti a lasciare una simile instabilità crescere, soprattutto in una zona così strategicamente importante.
  3. Il ruolo della Cina e della Russia:
    Gli Stati Uniti vedono anche la crescente alleanza tra l’Iran, la Russia e la Cina come una sfida geopolitica. Mentre l’Iran è alla ricerca di maggiore supporto da queste due potenze, gli Stati Uniti sono preoccupati che questa alleanza possa minare la loro influenza nella regione e nel mondo. La Cina, in particolare, ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante nella politica iraniana, con investimenti infrastrutturali e accordi economici. Questo è visto come una minaccia agli interessi economici e politici degli Stati Uniti.

Gli USA “non possono” semplicemente “farsi i fatti loro” in Medio Oriente per una serie di motivi interconnessi, tra cui la sicurezza degli alleati regionali, l’equilibrio del potere nucleare, il controllo delle risorse energetiche e la rivalità con potenze come la Russia e la Cina. La presenza strategica degli USA in Medio Oriente ha radici profonde che si dice vadano al di là di una semplice “questione di potere”, ma riguarda la protezione di una rete di alleanze e interessi vitali per la sicurezza globale (?) e la stabilità economica (di chi?) . D’altro canto, l’Iran cerca di mantenere la sua indipendenza, sfidando l’ordine mondiale a guida occidentale e cercando di rimanere come un attore centrale nella propria regione.

Sintesi essenziale — da quando gli USA smettono di “farsi i fatti loro” e diventano potenza interventista

Gli Stati Uniti passano progressivamente da potenza continentale a potenza globale in varie fasi chiave. Non fu una singola “decisione”, ma una serie di sviluppi politici, economici e strategici:

  1. Monroe Doctrine (1823)
    • Dichiarazione presidenziale che ingiunge alle potenze europee di non intervenire nelle Americhe. È l’inizio politico-ideologico dell’ingerenza statunitense nell’emisfero occidentale: «queste sono cose nostre, voi fuori». Non è già interventismo armato su scala globale, ma imposta un ruolo di poliziotto regionale.
  2. Espansione continentale e Guerra messicano‑statunitense (1846–1848)
    • Espansione territoriale (Manifest Destiny). La guerra col Messico porta a grandi acquisizioni territoriali (Texas, California ecc.) e dimostra la volontà di usare la forza per interessi nazionali.
  3. Giro verso l’esterismo — Guerra ispano‑americana (1898)
    • Abbandono dell’isolationism: vittoria rapida contro la Spagna; gli USA ottengono Cuba (de facto), Puerto Rico, Filippine, Guam. Segna l’inizio di un’imperialismo oltre‑oceano (coloniale / neocoloniale).
  4. Dottrina Roosevelt e interventi latinoamericani (inizio XX secolo)
    • Roosevelt Corollary (1904): i USA si autoproclamano «poliziotti» dell’emisfero. Seguono i “Banana Wars”: interventi militari, occupazioni, supporto a governi amici in America Latina e Caraibi (Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Panama).
  5. Prima e Seconda Guerra Mondiale
    • WWI (entrata 1917) e soprattutto la WWII (entrata massiccia 1941) trasformano gli USA in superpotenza industriale e militare. Dopo il 1945 gli USA rimangono con una rete globale di basi e responsabilità.
  6. Guerra Fredda e politica di contenimento (dal 1947)
    • Truman Doctrine (1947) e NSC‑68 (1950) formalizzano la strategia: contenere il comunismo ovunque — ergo interventi esterni, aiuti, alleanze (NATO), colpi di stato e operazioni segrete.
    • Esempi concreti: golpe CIA in Iran (1953) che rovescia Mossadeq; Guatemala (1954); supporto a colpi e regimi anti‑comunisti in decine di casi.
  7. Guerre per procura e interventi aperti (anni ’60–’70)
    • Guerra del Vietnam: impegno militare massiccio (escalation anni ’60), dimostrazione di volontà di intervenire militarmente per bloccare sfere d’influenza.
    • America Latina e Africa: sostegno a regimi amichevoli e milizie per contenere sinistre o nazionalisti che minacciano interessi strategici.
  8. Doppia eredità: guerra economica e legale
    • Dopo la Guerra Fredda: uso massiccio di sanzioni economiche, pressione diplomatica, supporto ad alleati regionali (es. Israele), dottrina di risposta rapida, basi globali e capacità di proiezione di potenza (portaerei, forze speciali).
    • Esempi recenti: Golfo (1991), interventi balcanici (anni ’90), invasione dell’Iraq (2003), guerra in Afghanistan (2001–2021), operazioni tramite droni e forze speciali.

Meccanismi che gli USA usano (oltre al semplice “potere militare”)

  • Forza militare convenzionale: interventi aperti, basi, attacchi aerei.
  • Operazioni segrete: CIA e servizi segreti per colpi di stato, assassinii mirati, destabilizzazioni (mezzi non trasparenti).
  • Supporto a proxy: armare/sostenere alleati locali o milizie amiche per proiettare influenza senza invasione diretta.
  • Sanzioni economiche: strumento potente per coartare economie avverse.
  • Aiuto economico e diplomatico: Marshall Plan, aiuti condizionati, diplomazia.
  • Dottrina ideologica: contenimento del comunismo prima, «promozione della democrazia» spesso dopo; entrambe usate come giustificazione.
  • Influenza economica e multinazionali: aziende e interessi commerciali spesso legati alle politiche estere (es. energia, accesso ai mercati).
  • Alleanze e garanzie di sicurezza: scudi e interventi in difesa degli alleati (es. protezione di Israele, garanzie ai paesi del Golfo).

Quando si può dire che gli USA «decidono di non farsi i fatti propri»?

Non c’è un giorno preciso: è un processo culminato tra fine XIX e metà XX secolo (1898–1945) e sistematizzato durante la Guerra Fredda (dopo il 1947). Da allora, l’interventismo è parte strutturale della politica estera degli USA — con alternanze di intensità e giustificazioni ideologiche.

Perché lo fanno:

  • Sicurezza nazionale percepita: proteggere rotte strategiche, risorse (es. petrolio) e garantire che potenze rivali non controllino nodi chiave.
  • Interessi economici concreti: accesso a materie prime, protezione di investimenti di aziende USA, stabilità che favorisca il commercio globale dominato dal dollaro.
  • Sistema di alleanze: proteggere gli asset e gli alleati (Israele, Arabia Saudita, Corea del Sud ecc.) che a loro volta rafforzano la posizione globale statunitense.
  • Ego geopolitico e ideologia: “American exceptionalism”, volontà di modellare il mondo secondo interessi/valori USA.
  • Meccanismi di potere interno: lobby industriale-militare, interessi politici interni che premiano interventismo, relazioni tra élite politiche e affari.

Critiche e realpolitik

  • Questo approccio ha portato spesso a contraddizioni: sostegno a dittatori amichevoli, interventi che hanno creato instabilità a lungo termine, violazioni di sovranità altrui e risentimento regionale.
  • Storici e analisti sono divisi: alcuni vedono le azioni USA come necessarie per la stabilità globale; altri le definiscono imperialistiche e responsabili di molti conflitti successivi nella regione (e altrove).

Fonti e autori che approfondiscono (per verificare senza propaganda)

  • Revisionisti/critici: William Appleman Williams (sulla politica del “Open Door”), Noam Chomsky (critico dell’imperialismo USA), Andrew Bacevich (sull’uso eccessivo della forza).
  • Storici della Guerra Fredda: John Lewis Gaddis, Odd Arne Westad.
  • Studi su specifici colpi di stato e operazioni: documentazione su Iran 1953 e Guatemala 1954 (archivi CIA declassificati, lavori accademici).
  • Analisi contemporanee: libri e articoli su Iraq 2003, Afghanistan, uso dei droni e sanzioni.

Qualcuno parlerebbe di predazione, ingiustizia e ipocrisia: descrizione cruda, ma molti fatti storici e comportamenti statali la giustificano in parte.

1) L’ accusa — riassunto in una frase storica

Gli USA, come potenza, hanno spesso agito perseguendo interessi strategici ed economici con metodi che vanno dal soft power al ricatto economico, da interventi militari pieni e diretti a operazioni segrete e supporto a regimi compiacenti. Questo ha prodotto benefici per élite (politiche, militari, economiche) e costi per popolazioni altrui (instabilità, repressione, perdita di sovranità, sofferenza).

2) Esempi concreti che supportano l’accusa (fatti noti, verificabili)

  • Colpo di Stato in Iran, 1953 (Operazione Ajax): la CIA e l’intelligence britannica rovesciarono il primo ministro nazionalista Mossadeq dopo che aveva nazionalizzato il petrolio. Ne seguì il ritorno dello Shah e un lungo periodo di repressione.
  • Guatemala, 1954: rovesciato il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in parte per proteggere interessi della United Fruit Company.
  • Cile, 1973: sostegno USA ai gruppi che portarono al golpe contro Allende e all’ascesa di Pinochet (repressione e violazioni dei diritti umani).
  • Supporto a dittature anticomuniste: America Latina (anni ’60–’80), Asia e Africa: armi, addestramento, sostegno politico a regimi repressivi se “servivano” gli interessi geopolitici.
  • Vietnam (1965–1975): escalation militare massiccia per contenere il comunismo; enorme distruzione e perdita di vite civili.
  • Iraq, 2003: invasione giustificata su presunte armi di distruzione di massa inesistenti; conseguenze: lunga occupazione, instabilità regionale, crescita di ISIS.
  • Uso sistematico di sanzioni: Iran, Cuba, Venezuela — strumenti economici che colpiscono le popolazioni civili e limitano la sovranità economica.
  • Supporto armato e politico a Israele e ai regimi del Golfo: interventi regionali e protezione di interessi energetici e geopolitici, anche quando ciò alimenta conflitti locali.

Questi esempi non sono propaganda: sono fatti storici ampiamente documentati — archivi declassificati, ricerche accademiche, inchieste giornalistiche.

3) Come lo fanno — i meccanismi di potere

  • Forza militare globale: basi, portaerei, capacità di proiezione.
  • Operazioni segrete della CIA e spionaggio per influenzare governi esteri.
  • Supporto a proxy/alleati: armi, addestramento, fondi.
  • Sanzioni economiche e coercizione finanziaria: pressione tramite accesso ai mercati, al sistema bancario in dollari, e attraverso istituzioni multilaterali dove gli USA hanno grande influenza.
  • Soft power condizionato: aiuti, investimenti, media e cultura che creano dipendenza o consenso.
  • Lobbying e “complesso militare-industriale”: interessi economici domestici che premiano guerra e interventismo (Eisenhower lo avvertì nel 1961).

4) Perché non è solo “cattiveria pura” — ma non per questo scusa

Motivazioni miste: sicurezza percepita, accesso a risorse, mantenimento di maggiore influenza globale, difesa delle alleanze. Ma la realtà è che spesso gli interessi economici e di potere degli apparati e delle élite interne prevalgono su diritti umani e sovranità estera. Non è un “complotto” unico: è un sistema di incentivi politici ed economici che produce risultati predatori.

5) Ci sono limiti e contraddizioni

  • Non è monolitico: amministrazioni diverse hanno approcci diversi (isolazionismo vs intervencionismo; realpolitik vs “promozione della democrazia”).
  • Gli USA hanno anche contribuito a istituzioni globali, aiuti umanitari, campagne per la salute pubblica e alcune cause progressiste: non tutto è puro sfruttamento.
  • Ma le politiche predatorie esistono e sono parte consistente della storia americana contemporanea.

C’è buona ragione a sentire tutto questo come predazione: esiste una lunga storia di interventi che hanno favorito interessi di élite statunitensi e internazionali a spese di popoli e sovranità locali. Non è un “tutti cattivi” né una giustificazione morale; è il prodotto di potere, interessi e opportunismo politico-economico. La critica è legittima, e la rabbia è comprensibile. L’unico rimedio pratico è combinare memoria storica, mobilitazione politica internazionale, controllo democratico interno (trasparenza sulle operazioni estere) e regole multilaterali vincolanti che limitino abusi di potere: certo, ma… accade in misura rilevante?

1) Cos’era l’avvertimento di Eisenhower (1961)

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso d’addio alla nazione, Dwight D. Eisenhower — ex generale cinque‑stelle, comandante alleato nella Seconda guerra mondiale e presidente degli USA dal 1953 al 1961 — pronunciò una frase diventata storica e spesso citata così in inglese:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military‑industrial complex.”

Traduzione italiana corrente e sintetica:

«Nei consigli del governo dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare‑industriale.»

Nel paragrafo che precede e segue questo passaggio Eisenhower spiega il contesto: dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono dotati di una gigantesca macchina militare e tecnologica permanente — industrie belliche, centri di ricerca, ampie strutture burocratiche e una rete politica che dipende da appalti, posti di lavoro e finanziamenti legati alla difesa. Lui lo descrive come un potere potenzialmente pericoloso per la democrazia se lasciato senza freni. Avvertiva anche che la politica pubblica poteva diventare “prigioniera” di un’élite tecnico‑scientifica e industriale.

2) Perché il suo avvertimento è rilevante (e cosa intendeva davvero)

Pochi punti concreti:

  • Non parlava di un singolo complotto, ma di un circuito di interessi: imprese produttrici di armi, centri di ricerca, alti ufficiali, politici che votano stanziamenti e rappresentanti eletti che vogliono posti di lavoro per i loro distretti.
  • Effetto auto‑alimentante: più risorse vengono destinate alla difesa → più lobby, posti e infrastrutture si formano → più pressione politica per mantenere o aumentare quei budget → incentivi per interventi o minacce percepite che giustifichino la spesa.
  • Rischio politico: le decisioni strategiche possono essere prese con lenti che privilegiano l’interesse industriale/militare piuttosto che il bene pubblico o la diplomazia.
  • Eisenhower lo diceva da insider: era un generale che aveva guidato la macchina di guerra; non era un pacifista naïf, ma vedeva i rischi reali di trasformare la guerra e la preparazione permanente in interesse strutturale.

3) Collegamento con chi critica: potere, indifferenza, capitalismo‑religione

Chi porta le osservazioni — che il problema non è solo “qualche persona cattiva” ma un sistema che premia la concentrazione di potere e di ricchezza e produce indifferenza sistemica — dialogano esattamente con quel che Eisenhower temeva. In pratica:

  • Il “complesso” non è solo militare: include lobbies, think‑tank, fondazioni, media, centri di ricerca e il “revolving door” (passaggi tra governo e industrie).
  • Incentivi: quando la politica estera e la sicurezza nazionale sono valutate anche in termini di posti di lavoro, profitti e interessi locali, diventa facile che la forza — o la minaccia dell’uso della forza — sia usata come strumento politico ed economico.
  • Noncuranza vs cattiveria: molte azioni non nascono da “cattiveria” personale ma da calcoli strutturali dove i danni collaterali sono tollerati perché il sistema li prevede o li legittima. Questo è spesso più pericoloso, perché è sistemico e legittimato.
  • Capitalismo come religione: la critica che fai — che il capitalismo viene trattato come verità indiscutibile e che il suo primato giustifica ogni mezzo — è storicamente fondata in molti dibattiti (evidenziata da studiosi che analizzano lobbying, deregolamentazione, e potere delle corporation).

4) Conseguenze pratiche (ciò che osserviamo nel mondo reale)

  • Politiche che privilegiano sanzioni, interventi militari limitati, guerre per procura o conflitti prolungati spesso favoriscono l’industria della difesa e creano utilità politica ed economica a più livelli.
  • Le elite economiche e i grandi interessi finanziari possono usare il loro potere per plasmare l’agenda estera — non sempre via direttive esplicite, ma tramite incentivi istituzionali e finanziari.
  • Questo spiega perché certe politiche persistono nonostante costi umani elevati: il sistema ricompensa chi mantiene lo status quo.

5) Sostanziale convergenza con: il capitalismo è il sistema che origina tutto questo

La questione non è solo morale individuale, è di struttura. È per questo che criticare l’azione statale come “predatoria” non è solo retorica: ha basi nei meccanismi di potere ed economia che Eisenhower vedeva e che da allora sono cresciuti e si sono diversificati.

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1) Discorso di Eisenhower (1961) – Il Complesso Militare-Industriale

Ecco il passaggio integrale del discorso che Eisenhower fece il 17 gennaio 1961. Il testo completo è abbastanza ampio, ma il punto cruciale riguarda la sua avvertenza sul potere del complesso militare-industriale. Di seguito c’è la parte centrale:


Discorso di Eisenhower – 17 gennaio 1961:

“In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist. We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.”

Traduzione Italiana:

“Nei consigli del governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o non cercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di un potere mal indirizzato esiste e persisterà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dobbiamo mai dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza vigile e consapevole può costringere all’integrazione corretta della gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi pacifici e obiettivi, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme.”


2) Come Funzionano Lobbying, Revolving Door e Finanziamento delle Campagne nella Politica Estera USA

Revolving Door:
Il termine “revolving door” si riferisce al flusso continuo di individui tra posizioni di potere nel governo e nel settore privato. Questa pratica, che è stata oggetto di molte critiche, permette a ex-politici, funzionari e alti ufficiali militari di entrare in aziende private o lobby industriali (specialmente nel settore della difesa) dopo il loro servizio pubblico. Questo crea un conflitto di interesse che facilita politiche che favoriscono il settore privato a discapito del bene pubblico.

Esempi di funzionamento:

  1. Sostegno a leggi pro-difesa: Politici che lavorano nei comitati di difesa, dopo aver lasciato il governo, passano a lavorare per aziende di armi o consulenza militare. Questi stessi politici, durante il loro mandato, sono più inclini a votare leggi favorevoli alla spesa per la difesa e all’adozione di nuovi contratti di armi.
  2. Caso Lockheed Martin: Lockheed Martin, uno dei principali appaltatori di difesa degli USA, ha avuto numerosi ex-alti funzionari del Pentagono nel suo staff. Ad esempio, ex-segretari della difesa e generali sono passati a dirigere le politiche aziendali di queste compagnie, ampliando il potere di influenzare le decisioni governative in favore della spesa per la difesa.

Lobbying e Finanziamento delle Campagne:

  • Istituzioni di lobbying come la AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) sono esempi di come i gruppi di interesse possano avere un forte impatto sulla politica estera americana. La AIPAC ha svolto un ruolo centrale nel sostenere la relazione tra USA e Israele, influenzando decisioni politiche attraverso finanziamenti alle campagne elettorali, supporto per candidati e interazioni politiche dirette. Questo è un esempio di come i finanziamenti possano determinare la politica estera a livello governativo.
  • Corporate Donations: Alcuni dei principali finanziatori delle campagne elettorali sono società che operano nel settore della difesa. Queste aziende, tramite donazioni o tramite gruppi di interesse, promuovono leggi che aumentano il budget per la difesa e altre politiche che favoriscono le loro attività.

Esempi noti di lobbying e finanziamento:

  • Il caso di Dick Cheney e Halliburton: Cheney, vicepresidente sotto George W. Bush, aveva forti legami con Halliburton, una delle maggiori compagnie di energia e difesa al mondo. Nel periodo in cui era vicepresidente, Halliburton beneficiò enormemente dall’aumento della spesa militare e dagli appalti legati alla guerra in Iraq.
  • Le donazioni a favore della guerra in Iraq: Aziende come Lockheed Martin, Northrop Grumman e altre compagnie di difesa hanno donato enormi somme di denaro ai candidati politici che sostenevano l’invasione dell’Iraq nel 2003. Questi finanziamenti non solo aiutavano i politici a farsi eleggere, ma incentivavano politiche favorevoli a queste imprese.

3) I Casi Storici: La Legittimazione delle Politiche Imperialistiche USA

Per chiarire come tutto questo si traduca in politica estera, ecco tre casi emblematici che dimostrano il funzionamento del “complesso” in azione, con il supporto della lobby, la revolving door e i finanziamenti:


1. Operazione Ajax – Iran 1953

Contesto: Dopo che il primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’industria petrolifera del paese, gli Stati Uniti, con la complicità del Regno Unito, pianificarono e realizzarono un colpo di stato per rovesciarlo, riportando il monarca Shah Reza Pahlavi al potere. Mossadegh aveva minacciato gli interessi economici delle compagnie petrolifere occidentali, in particolare la British Petroleum.

Meccanismo: La CIA organizzò e finanziò il golpe, non solo per proteggere gli interessi economici delle multinazionali, ma anche per evitare l’influenza crescente del comunismo nell’area (durante la Guerra Fredda). Dopo il colpo di stato, molte delle figure coinvolte in queste operazioni passarono a ricoprire posizioni influenti in aziende petrolifere e difensive.

Risultato: L’Iran fu destabilizzato per decenni, con un regime autoritario e impopolare che creò un risentimento che alla fine portò alla rivoluzione iraniana del 1979.


2. Vietnam – 1965-1975

Contesto: Gli USA entrarono in Vietnam per fermare la diffusione del comunismo in Asia, sostenendo il governo del Sud Vietnam contro il Vietnam del Nord. Nonostante i tentativi di negoziato e la crescente opposizione alla guerra, gli Stati Uniti continuarono l’escalation militare.

Meccanismo: Le aziende statunitensi, in particolare quelle nel settore della difesa (come Boeing, Lockheed Martin), avevano enormi contratti per la produzione di armi e veicoli militari per il conflitto. Inoltre, l’industria bellica beneficiò delle politiche di interventismo militare. Gli interessi di queste aziende erano un motore economico potente che influenzava fortemente la politica estera americana.

Risultato: Il conflitto lasciò milioni di morti e una devastazione enorme in Vietnam, con effetti duraturi nelle relazioni internazionali. La guerra fu un fallimento strategico per gli USA, ma permise agli appaltatori di difesa di ottenere enormi profitti.


3. Invasione dell’Iraq – 2003

Contesto: L’invasione dell’Iraq nel 2003 fu giustificata dal governo degli Stati Uniti con la presunta esistenza di armi di distruzione di massa (WMD) in mano a Saddam Hussein, ma questa prova non fu mai trovata.

Meccanismo: Le aziende di difesa, come Halliburton (presieduta da Dick Cheney prima di diventare vicepresidente), ebbero contratti enormi per la ricostruzione e la gestione dei giacimenti petroliferi iracheni. Inoltre, i consiglieri del Pentagono avevano stretti legami con l’industria bellica, creando un circolo vizioso in cui la guerra favoriva le aziende di difesa. Le donazioni politiche e il lobbying giocano un ruolo decisivo nel portare avanti la retorica della “guerra preventiva”.

Risultato: L’Iraq fu destabilizzato, e i gruppi estremisti, come ISIS, emersero come risultato di un conflitto prolungato. Nonostante l’instabilità, le compagnie di difesa americane ottennero contratti miliardari.


Questi esempi dimostrano come il “complesso” di difesa, l’industria bellica e le lobby politiche abbiano giocato un ruolo cruciale nell’imporre politiche imperialistiche a favore di interessi economici privati, costringendo il governo a interventi in paesi terzi. Non è solo questione di alcuni individui cattivi, ma di un sistema che si alimenta attraverso interessi finanziari, lobby e revolving door, creando disastri geopolitici a vantaggio delle elites industriali.

Project 2025: lammerda. Sapevi?

https://en.wikipedia.org/wiki/Project_2025

In fondo alla pagina link a YT se non hai voglia di leggere.

Project 2025 è un’iniziativa politica conservatrice avviata nel 2022 dalla Heritage Foundation con l’obiettivo di trasformare il governo federale degli Stati Uniti per sostenere l’agenda di Donald Trump. Il progetto prevede l’elaborazione di proposte politiche dettagliate da implementare in caso di ritorno al potere di Trump o di un candidato con una visione simile.

Punti principali:

  1. Riforma del governo federale: Intende ridurre il potere burocratico e aumentare l’autorità presidenziale.
    • Intenti: Centralizzare il controllo nelle mani dell’esecutivo per una governance più efficace.
    • Metodi: Cambiamenti nei quadri dirigenziali e riduzione della regolamentazione.
  2. Politiche economiche: Promuovere una politica fiscale conservatrice e ridurre le imposte.
    • Intenti: Stimolare la crescita economica attraverso tagli fiscali e deregolamentazione.
    • Metodi: Riforme fiscali, eliminazione di regolamenti considerati onerosi.
  3. Immigrazione: Rafforzare le misure di controllo dell’immigrazione e limitare l’immigrazione illegale.
    • Intenti: Garantire la sicurezza nazionale e proteggere i posti di lavoro degli americani.
    • Metodi: Aumento dei controlli di frontiera e cambiamenti nelle leggi sull’immigrazione.
  4. Cultura e identità: Sostenere i valori tradizionali e contrastare il progresso delle ideologie liberali.
    • Intenti: Preservare i valori tradizionali americani e limitare le influenze liberali.
    • Metodi: Politiche educative, sostegno alle organizzazioni che promuovono valori conservatori.
  5. Ambiente: Revisione delle politiche ambientali e dei cambiamenti climatici.
    • Intenti: Bilanciare la protezione ambientale con la crescita economica.
    • Metodi: Riduzione delle normative ambientali considerate eccessive e promozione di tecnologie energetiche alternative.

Punti problematici per il futuro della democrazia negli USA e le sue conseguenze globali riguardo a Project 2025:

  1. Espansione dei Poteri Presidenziali: Aumento del controllo presidenziale su varie istituzioni federali, minacciando l’equilibrio dei poteri.
  2. Nazionalismo Cristiano: Promozione di valori religiosi specifici nella governance, rischiando di alienare le minoranze e minare il pluralismo.
  3. Riforme sull’Immigrazione: Politiche più rigide che potrebbero limitare la diversità culturale e influenzare le relazioni internazionali.
  4. Cambiamenti nella Politica Estera: Possibili approcci più aggressivi o isolazionisti che potrebbero destabilizzare l’ordine mondiale.
  5. Mitigazione dei Cambiamenti Climatici: Riduzione degli sforzi per affrontare il cambiamento climatico, con conseguenze globali significative.

Questi cambiamenti potrebbero ridurre la fiducia nelle istituzioni democratiche degli USA e avere un effetto domino sulle democrazie globali, influenzando la stabilità politica e sociale a livello internazionale.

Link per chi si scogliona a leggere: https://www.youtube.com/watch?v=_SXMovQjGj0

Skrill verso turbobit … sanzioni alla Russia?

Stavo cercando di velocizzare un download da turbobit.net, perché mi ero rotto davvero le palle, quindi ho deciso di versare ‘sti 6 dollari. Chiaramente Mastercard non va, ok, me lo aspetto (turbobit ha gli headquarters in Russia): la cosa strana è che CI SIA in elenco, come metodo di pagamento. Poi vedo che c’è un bel “SKRILL”, che non ho mai provato. E quindi provo a caricare in portafoglio una ventina di dollari, ampiamente sopra il necessario.

Provo ad effettuare il pagamento e mi dice che “non ci sono abbastanza soldi” e se vuoi prova con mastercaz. E ok, provo. Pagamento rifiutato, non mi sorprende questo.

Mi sorprende che non funzioni il deposito SKRILL dicendo che “non ci sono abbastanza soldi depositati”, che è falso.

Dimmi “NON POSSIAMO VERSARE SOLDI ALLA RUSSIA PER LEGGE” e via, no? Ma per ora sembrano dire balle.

Lascio questa testimonianza digitale (giugno 2022).

Intanto vi consiglio un podcast con una testimonianza molto più importante, di cui anche se so parecchio, non sapevo un cazzo: colpevolmente, mi dico: consiglio quindi il podcast BUNGA BUNGA.

morale, etica, pudore, interpretazione

Ora non cercherò l’articolo a corredo ma, non so se lo sapete, per la legge il rapporto che rende la moglie una schiava sessuale o una prostituta del marito (riconoscendo in tale modo questo ruolo) è valido. Spiego meglio: il fatto che la moglie la dia al marito per essere mantenuta da lui è riconosciuto come un rapporto valido in quanto è tale: sesso per mantenimento. E viceversa, ovvio. Il coniuge? ok.

Mi è venuto in mente perché cercavo tutt’altro ma ho trovato tanta merda e anche roba interessante. Cercavo un articolo riguardante una possibile modifica delle leggi relative alle conseguenze da uso illecito dell’immagine altrui. Pare che le conseguenze si siano inasprite. Galera, roba così. Necessario a contrastare il Revenge porn. Non trovo niente. Trovo invece notizie che mi lasciano DEMMERDA relative all’aspetto delle star, al loro invecchiamento, ai post su Instagram ed i fan che li/le insultano o fanno considerazioni poco lusinghiere. Cagate. Eppure ne è pieno il risultato della mia ricerca. Tra le altre cose trovo questo: Sesso per contratto, è lecito? Ovviamente vista la fonte mi risulta interessante approfondire. E infatti.

Le considerazioni che scaturiscono dalla lettura di un articolo simile per me sono molte. Quelle che mi interessano di più sono quelle relative a ciò che la legge considera “buon costume”, visto che, se si va contro tale concetto in una causa di contratto questo può essere considerato nullo. Ma la considerazione, che riporto, relativa alla definizione di “buon costume” è, per me, fonde di grandi dubbi: “il complesso dei principi etici costituenti la morale sociale, in quanto ad essi uniforma il proprio comportamento la generalità delle persone corrette, di buona fede e sani principi, in un determinato momento storico e in un dato ambiente”.

Questo, dunque, rende difficile e scivoloso ogni cambiamento sociale. Cosa sia concesso o proibito dunque lo decide la massa? Oppure ancora: leggete quella definizione e pensate al burqa. O a qualcosa che non vi piaccia, ma in un ambiente retrogrado. La generalità di persone corrette. Corrette secondo chi? Di buona fede secondo chi? Quale fede? Principi sani secondo chi? E wow! In un determinato momento storico, meno male. Perché se qualcosa è iniziata in un momento storico e prosegue… e l’ambiente cambia… scivoloso, scivolosissimo.

Ricordo che persino “oltraggio al pudore” diventa così quando si va a vedere cosa sia definito, per la legge, “pudore”.

E tanto per ricordarci la merda, ecco qua.

stasi usa 1984 libertà

Guardare una serie crime qualsiasi in stile CSI eccetera ti mostra in modo “figo” quanto sia possibile scoprire della gente, spiarla, controllarla, stanarla. Loro sono i buoni, ovvio. Ma la luce è giusta, loro sono fighi e affascinanti. Eleganti. Palazzi a vetri, corridoi ampi, strumentazione nuova e lucente. Tutta roba che io devo fare per lavoro.

Contemporaneamente “Le vite degli altri” che tratta della Stasi e quel periodo, oppure della serie distopica “1983” che si trova ora su Netflix, ti mostra le stesse identiche cose, tecnologie, possibilità, ma usate da un più realistico stato oppressivo, onnipresente, punitivo, onnipotente e con un “partito”. 1984 di Orwell in testa. Le tecnologie e le possibilità sono le stesse. Persino i tipi di autorità coinvolta, in una certa misura, sono gli stessi.

Il controllo delle comunicazioni e la libertà di richiedere password di accesso che c’è in UK non è inferiore a quello di un qualsiasi regime totalitario. Ovviamente si tratta del modo. Però ci si può riflettere. O anche sbattersene. Come dicono in questa serie la gente vuole solo pace, cibo, tranquillità.

Per un attimo ho sbagliato titolo, ma ve lo consiglio comunque, proviene dal periodo in cui potevo ancora guardare un film “vero”: il gusto Degli Altri

Ci vogliono guardare nelle mutande e nel cervello

immagine ricordande l'oppressivo controllo descritto nel romanzo 1984 di Orwell

che bel futuro

Notizia n.1: Negli Usa era ormai pratica comune richiedere le credenziali di accesso (utente e password) di facebook o twitter o dei social network ai dipendenti e pare anche dell’e-mail. A questo almeno alcuni stati hanno iniziato a porre rimedio… vedi notizia qui ( http://punto-informatico.it/3508761/PI/News/password-lavoro-disegno-legge-federale.aspx) ma la cosa che fa accapponare la pelle è Continue reading →

John Howard Musulmani Islam BUFALA

Sta ricominciando a girare, mescolata ad altri contenuti più o meno veri, più o meno simpatici, più o meno condivisibili, la vecchia bufala sul discorso che avrebbe tenuto il primo ministro Australiano John howard ai musulmani, che in realtà è una lettera scritta da un qualsiasi cittadino americano (non è il primo ministro di nulla e non è nemmeno un politico, ma un tizio qualsiasi che dice la sua) ad un giornale americano (quindi non è rivolto ufficialmente da nessun governo a nessun popolo a nessuna categoria) verso il 2001 con il sentimento che ci si può immaginare dopo l’11 settembre.

Leggete il debunking di Paolo Attivissimo sull’argomento, qui:

http://attivissimo.blogspot.it/2010/02/antibufala-il-discorso-del-primo.html