La tristezza è indicibile?
No. La tristezza è dicibile. Nessuno mi capisce? Nessuno sa cosa provo? No. Il mio amore è unico e nessuno ha mai provato una simile gioia / tristezza / passione / logoramento / perdita ? No.
No, sono io che sono solo io. Tutto qua. Non è che sia pochissimo, ma è tutto qua.
Se c’è una ed una sola cosa di buono che ricordo e non scorderò mai di “Sgarbi quotidiani” (si, di tanto in tanto lo vedevo: l’anticamera di un post su un social antelitteram, per quando per permettertelo dovevi essere un performer/autore e accedere ad una piattaforma che ti esponesse) è questa: la disamina puntuale e forse puntigliosa di quanto poco unico e irripetibile sia quanto più ci colpisce, interessa ed attraversa umanamente. Lo proviamo tutti, perlomeno il meglio e sicuramente il peggio. Ciò che fa in noi e come ci cambi, questo no, non è detto ci accomuni. Taluni vengono attraversati dal dolore e reagiscono con rabbia di varie intensità, magari distruttive, aggressività, violenza. Altri diventano empatici, capiscono che gli altri provano quello che tu conosci… fino a divenire così empatici da provare qualcosa che tu non stai vivendo personalmente.
Ma l’amore, la perdita, il desiderio, la solitudine. Tutti li proviamo.
Alcuni hanno la capacità di descriverlo, altri no. Ma è dicibile eccome. Potremmo non averne la forza. Oppure il tempo, quando l’amore è felice: devi viverlo e basta vederti sorridere per capire che la coppa trabocca.
Quando trabocca di dolore la prima roba che cola giù è il dicibile. Accompagnato da lacrime, se ce lo permettiamo. Da urla e strazio, se ce ne freghiamo anche.
Ma no, non è indicibile. A volte è semplicemente così grande che il dicibile occuperebbe troppo… e abbiamo altro da fare. Anche solo dormire, respirare. E troppo spesso… lavorare. Che diventa terrificante pena, peggio di quanto non fosse prima, per chi non svolge un’attività che apprezza.