Il petrodollaro: un po’ di storia-GPT.

Vediamo la questione da una prospettiva critica, senza nascondere le implicazioni di potere che sono sempre in gioco nei grandi accordi geopolitici. La storia del petrodollaro non è solo una storia di “accordi” pacifici e diplomatici, ma anche di relazioni di potere, coercizione e di una forma di dominio economico e militare. Cerchiamo di vedere le cose per quello che sono, esaminando le dinamiche brutali di questa vicenda.

Come è davvero accaduto: il contesto storico

Nel 1971, la fine degli accordi di Bretton Woods aveva già segnato un punto di svolta fondamentale per l’economia mondiale. Il sistema di cambio fisso, che legava il dollaro a una quantità fissa di oro, crollò. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Richard Nixon, decise di staccare il dollaro dall’oro, una mossa che portò alla creazione del sistema di cambi fluttuanti, in cui le valute sono legate tra loro tramite il mercato.

Ma il sistema economico internazionale, specialmente quello energetico, aveva bisogno di una stabilità che il mercato delle valute fluttuanti non poteva garantire. E così, i petrolio e il dollaro sono diventati inseparabili.

L’“accordo” tra USA e Arabia Saudita: un “matrimonio” di potere

Nel 1973, dopo la crisi petrolifera e la guerra del Kippur (quando i paesi arabi produssero un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i suoi alleati), l’Arabia Saudita e gli USA decisero di avviare un “accordo strategico”, che più che un vero e proprio accordo diplomatico fu una relazione di dipendenza forzata da entrambe le parti.

L’Arabia Saudita, da sola, non aveva una forza militare sufficiente per difendere se stessa in un mondo in cui le potenze globali si stavano sempre più confrontando. La sua posizione geopolitica, tuttavia, la rendeva indispensabile come fornitore di petrolio. Da parte sua, l’Arabia Saudita era ben consapevole della sua vulnerabilità nei confronti delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, dopo aver perso la loro posizione di preminenza economica con la fine di Bretton Woods, si trovavano a fronteggiare una crescente instabilità economica e politica globale. Per stabilizzare il sistema monetario mondiale e per proteggere il dollaro, avevano bisogno di garantirsi che il petrolio fosse scambiato in dollari in tutto il mondo. Quindi, l’accordo proposto non fu solo un modo per “garantire la sicurezza” dell’Arabia Saudita, ma anche una mossa strategica per consolidare la posizione del dollaro come valuta globale.

La coercizione: chi aveva davvero il coltello dalla parte del manico?

L’Arabia Saudita non aveva molta scelta. In quegli anni, gli Stati Uniti erano il potere militare mondiale, e avevano già dimostrato di non esitare a usare la forza per proteggere i propri interessi. La guerra del Kippur del 1973 aveva visto gli USA schierarsi con Israele, mentre i paesi arabi produttori di petrolio rispondevano con un embargo. Questa crisi aveva fatto capire al mondo quanto fosse vulnerabile l’economia globale alla politica del petrolio. In quel contesto, l’Arabia Saudita aveva bisogno di garantire l’accesso continuo al mercato internazionale, ma sapeva anche che dipendeva in gran parte dalla protezione militare e dalla stabilità garantita dagli USA.

Quindi, come è andata davvero?

  1. Leva militare e geopolitica: Gli Stati Uniti, con la loro superiorità militare e la presenza in Medio Oriente, avevano un controllo quasi totale sulla regione. La loro presenza in Arabia Saudita, che divenne sempre più forte negli anni successivi, segnò una chiara strategia di protezione contro possibili minacce interne ed esterne (inclusi i paesi comunisti e altri rivali regionali).
  2. Leva economica: L’idea di vendere il petrolio in dollari aveva implicazioni enormi per il sistema economico globale. Gli USA, al culmine della loro potenza, erano in grado di “costringere” i paesi produttori di petrolio ad accettare il dollaro come valuta per il commercio del petrolio, facendo della valuta americana la valuta di riserva globale.
  3. Minaccia/ricatto e dominio strategico: L’Arabia Saudita sapeva che gli USA avevano il potere di infliggere danni significativi alla sua economia, o addirittura destabilizzare il paese, se non avessero accettato l’accordo. Il “patto” era chiaro: se vuoi che il petrolio venga comprato e venduto globalmente, se vuoi che la tua economia funzioni, devi accettare il dollaro. E per garantirti che questo accada, gli Stati Uniti avrebbero garantito una protezione militare.

In sostanza, fu un’estorsione?

In effetti, sì, con tutte le caratteristiche che comporta un’estorsione: potere militare, minaccia di destabilizzazione, manipolazione economica. Non si può dire che l’Arabia Saudita fosse in una posizione di grande forza o che l’accordo fosse puramente volontario. L’Arabia Saudita, pur avendo risorse enormi, si trovò a negoziare sotto forti pressioni da parte degli Stati Uniti. È corretto dire che gli Stati Uniti usarono il proprio potere per costringere i paesi produttori di petrolio a fare affari con il dollaro.

Così, cosa succede dopo?

Gli USA garantirono la protezione militare, che si tradusse in basi militari e un forte impegno geopolitico in Medio Oriente. L’Arabia Saudita, pur mantenendo una certa indipendenza politica, rimase un alleato chiave degli Stati Uniti, costretta a compiere mosse geopolitiche che favorivano gli interessi di Washington. L’Arabia Saudita diventò quindi una sorta di “giocattolo geopolitico” nelle mani degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo una delle economie mondiali più ricche grazie alla vendita del petrolio in dollari.

Il “sistema del petrodollaro” fu un incastro tra dominazione militare, pressione economica e alleanze strategiche che beneficiò enormemente gli Stati Uniti, ma anche il regime saudita, che ne trasse vantaggio in termini di sicurezza interna ed esterna, e di enormi ricchezze derivanti dal commercio petrolifero.

In sostanza, non fu un “accordo” come lo intendiamo comunemente, ma una forma di costrizione strategica che ebbe impatti enormi sulla politica globale. Non si trattò solo di diplomazia, ma di imposizioni mascherate da alleanze strategiche.

Vero è che non si può parlare di accordi internazionali con gli Stati Uniti senza considerare il loro atteggiamento sistematico verso l’impegno e la protezione dei propri interessi. Gli USA, storicamente, non sono stati inclini a sottoscrivere accordi che limitano la loro autonomia e il loro dominio globale, e quando lo fanno, lo fanno sempre con un piano di uscita, o con la consapevolezza che possono “tirare fuori” la loro influenza in un secondo momento. Questo è stato chiaramente il caso con Bretton Woods e, più in generale, con l’intero sistema economico internazionale che gli USA hanno costruito e gestito dal dopoguerra.

Vediamo come si svolgono le cose in maniera più dettagliata, per affrontare la dinamica di Bretton Woods e sulla possibilità che gli USA hanno di trovarselo in culo quando dicono “ci tiriamo fuori”.

Bretton Woods e la “ricattabilità” degli USA

Il sistema di Bretton Woods nacque nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’obiettivo di creare un ordine monetario globale più stabile e cooperativo, che avrebbe ridotto le probabilità di conflitti economici come quelli che avevano alimentato la Grande Depressione e, in definitiva, la guerra stessa. La struttura di Bretton Woods prevedeva che le principali economie mondiali legassero le proprie monete al dollaro USA, che a sua volta sarebbe stato convertibile in oro (35 dollari per un’oncia d’oro).

Il ruolo degli Stati Uniti in Bretton Woods fu cruciale: gli USA rappresentavano più del 50% delle riserve auree mondiali nel 1944 e la loro economia era la più forte al mondo (vedi sotto). Gli Stati Uniti, quindi, non solo presero il controllo del sistema, ma divennero anche la principale fonte di stabilità per le economie mondiali. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) furono creati per sostenere e supervisionare questo ordine, con gli Stati Uniti che detenevano una quota di controllo significativa.

–> La “forza” di un’economia può essere definita in diversi modi, a seconda dei criteri utilizzati per misurarla. Quando si parla dell’economia degli Stati Uniti come “la più forte” nel 1944, ci si riferisce a una serie di indicatori economici che evidenziano il predominio degli Stati Uniti a livello mondiale in quel periodo. Vediamo alcuni dei principali fattori che vengono usati per determinare la “forza” di un’economia e cosa definisce “un’economia”.

Definizione di “economia”

Un’economia è generalmente definita come l’insieme di attività relative alla produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi all’interno di un paese o di una regione. In questo contesto, un’economia può essere pensata come un sistema che include vari settori (agricoltura, industria, servizi), le risorse naturali, le infrastrutture, le istituzioni politiche ed economiche e la forza lavoro. Ogni paese ha la propria economia, che può essere misurata e confrontata con altre economie.

Quando si parla di “economia degli USA”, si fa riferimento all’intero sistema economico degli Stati Uniti, che include tutte le sue industrie, i consumatori, le istituzioni finanziarie, il governo e le relazioni commerciali internazionali.

Indicatori che misurano la “forza” di un’economia

Ci sono diversi indicatori che si usano per misurare la forza di un’economia. Ecco i più rilevanti:

  • PIL (Prodotto Interno Lordo): È il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un paese. Il PIL è uno degli indicatori più utilizzati per determinare la dimensione e la forza di un’economia. Quando si dice che l’economia degli USA era la più forte nel 1944, ci si riferisce probabilmente al fatto che gli Stati Uniti avevano il PIL più grande del mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti erano infatti l’unica grande potenza industriale non distrutta dalla guerra, il che ha dato loro un vantaggio competitivo enorme.
  • Capacità industriale: Negli anni immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano una capacità industriale che superava quella di qualsiasi altro paese, in gran parte perché la guerra aveva stimolato la produzione di massa e gli Stati Uniti erano l’unico paese che non aveva visto distruzioni massicce del proprio tessuto industriale.
  • Commercio internazionale e riserve di valuta: La forza di un’economia può anche essere misurata dalla sua capacità di influenzare il commercio mondiale e detenere riserve valutarie. Nel 1944, con la creazione del sistema di Bretton Woods, il dollaro USA divenne la valuta di riserva mondiale, conferendo agli Stati Uniti un’influenza economica dominante.
  • Tasso di occupazione e produttività: Un altro indicatore della forza economica è il tasso di occupazione e la produttività del lavoro. Negli anni ’40, gli Stati Uniti stavano vivendo una forte espansione economica, con una crescente domanda di beni e servizi che stimolava l’occupazione e la produttività.
  • Debito pubblico e deficit: Anche la capacità di un paese di mantenere il proprio debito sotto controllo, o al contrario di accumulare debito senza compromettere la sua stabilità economica, è un indicatore della forza economica. Gli Stati Uniti, pur avendo un alto livello di debito pubblico dopo la guerra, avevano una grande capacità di gestirlo grazie alla loro posizione centrale nell’economia mondiale.

Perché proprio nel 1944?

Nel 1944, gli Stati Uniti si trovavano in una posizione economica molto forte per una serie di motivi:

  • Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale: Gli Stati Uniti avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale e, a differenza delle altre grandi potenze industriali, non avevano subito danni fisici alle loro infrastrutture. Questo ha permesso loro di rimanere una potenza industriale dominante.
  • Domina globale nel commercio: Gli Stati Uniti avevano un ruolo dominante nel commercio mondiale, con una grande parte delle esportazioni globali che partiva da lì. Inoltre, dopo la guerra, erano il principale fornitore di beni e risorse a molte nazioni, sia per il recupero post-bellico che per il mantenimento della loro influenza politica ed economica.
  • Sistema di Bretton Woods (1944): Nel luglio del 1944, i paesi alleati si incontrarono a Bretton Woods, dove venne creato un nuovo sistema monetario internazionale. Questo sistema stabilì che il dollaro USA sarebbe stato la principale valuta di riserva mondiale, e ciò rafforzò ulteriormente la posizione economica degli Stati Uniti.

Quindi?

La “forza” di un’economia non è un concetto semplice da definire in modo assoluto, ma è spesso misurata in termini di dimensione del PIL, capacità industriale, influenza globale, stabilità finanziaria e ruolo nel commercio mondiale. Quando si dice che l’economia degli Stati Uniti era la più forte nel 1944, ci si riferisce a una combinazione di fattori che posizionavano gli USA come leader economico mondiale, in gran parte a causa della loro posizione dominante dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Quindi, la “forza” di un’economia dipende dalle sue dimensioni relative, dalla sua capacità di influenzare gli altri paesi, dalla sua stabilità interna e dalla sua posizione nel sistema economico globale.

La fine del sistema di Bretton Woods (1971): “ci tiriamo fuori”

Nel 1971, sotto la presidenza di Richard Nixon, gli Stati Uniti annunciarono ufficialmente il “Nixon Shock”, che rappresentava la fine della convertibilità diretta del dollaro in oro, segnando la fine di Bretton Woods. Il mondo rimase sorpreso, ma gli Stati Uniti non si fecero scrupoli: “ci tiriamo fuori” dal sistema che avevano creato, eliminando il vincolo del dollaro con l’oro. La decisione di Nixon fu presa in risposta a una serie di crisi economiche: l’inflazione crescente, un enorme deficit commerciale e l’uscita di grandi quantità di oro dalle riserve statunitensi (specialmente verso paesi come Francia e Germania, che chiedevano il riscatto in oro dei dollari accumulati).

Il punto interessante è che gli Stati Uniti, pur ritirandosi dal sistema di Bretton Woods, si ritrovarono comunque con il controllo del sistema monetario globale, perché il dollaro, pur non essendo più ancorato all’oro, mantenne il suo ruolo di moneta di riserva internazionale. La “fiducia” nel dollaro restò, in gran parte per la potenza economica e militare degli Stati Uniti. Tuttavia, è vero che questa mossa comportò anche dei rischi, perché il sistema di Bretton Woods aveva creato una stabilità finanziaria globale che ora era messa in discussione.

Ma per “ritrovarselo in culo” davvero bisogna essere ricattabili o comunque vulnerabili a una ritorsione. Gli Stati Uniti, nonostante la fine di Bretton Woods, non si trovarono mai veramente in una posizione tale da dover temere una ritorsione significativa, in gran parte per la forza del dollaro e per il fatto che il resto del mondo non aveva la stessa alternativa credibile. Nessun altro paese o gruppo di paesi aveva la forza economica e militare per far fronte alla “potenza” del dollaro e degli USA.

La “legge della giungla” e l’uso del potere USA

Dunque: come fanno gli USA a non essere ricattabili, a “tirarsi fuori” dagli accordi senza subire danni irreparabili? La risposta è che gli Stati Uniti hanno sempre avuto un potere economico e militare tale da non essere veramente ricattabili. In altre parole, quando gli USA, anche se hanno dato la loro parola quando a loro conveniva poi dicono “ci tiriamo fuori” nessuno ha, di fatto, argomenti rilevanti per far rispettare loro la parola data o pagare le conseguenze della propria irresponsabilità.

Un esempio fondamentale di questa logica di potere è la creazione del Sistema di Bretton Woods, che ha dato agli Stati Uniti la “leadership” monetaria mondiale. Quando gli USA dissero che si sarebbero “ritirati” dalla convertibilità del dollaro in oro, di fatto la risposta che fu data al mondo fu: “Non abbiamo bisogno dell’oro, abbiamo la forza militare e l’influenza economica per mantenere la nostra posizione”. In effetti, il dollaro, come valuta di riserva globale, rimase ancora più forte, pur non essendo più convertibile in oro.

Il “petrodollaro” che si sviluppò negli anni ’70, con l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita (e altri produttori di petrolio) per vendere il petrolio in dollari, fu un altro esempio di come gli Stati Uniti mantennero il controllo economico mondiale, anche dopo la fine di Bretton Woods. La forza militare degli USA e la loro posizione dominante nella geopolitica mondiale permisero loro di forzare l’adozione del dollaro come valuta di scambio globale.

La Cina e la sua crescente influenza

Arriviamo alla situazione attuale, dove la Cina ha sicuramente iniziato a “vedere lungo”, sfruttando la propria posizione dominante nelle terre rare e puntando a diversificare i propri investimenti in valuta estera per ridurre la dipendenza dal dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha promosso l’uso dello yuan per il commercio internazionale, in particolare per il petrolio e altre materie prime, cercando di sfidare l’egemonia del dollaro.

Gli Stati Uniti del Donaldo hanno alzato la cresta, ma la Cina ha un vantaggio che gli USA non possono facilmente ignorare: le terre rare. La Cina è il principale produttore mondiale di terre rare, che sono essenziali per la produzione di tecnologia avanzata, elettronica, batterie e componenti militari. Questo dà alla Cina una leva strategica che potrebbe rivelarsi decisiva, soprattutto se l’Occidente (e gli USA in particolare) non riuscissero a diversificare le loro fonti di approvvigionamento, avendo considerato per cinquant’anni la Cina solo come una massa di Comunisti schiavi da sfruttare (ma dicendo “manodopera a basso costo”) , eliminando oltretutto nella propria patria il know-how di miliardi di attività grandi e piccole, abdicando alla produzione e spostandosi sul controllo di risorse e proprietà, delocalizzando ciò che prima era falsamente riconosciuto come “orgoglio americano”: propaganda interna per le masse lavoratrici, mentre non hanno avuto alcuna remora a togliere il lavoro ai propri cittadini e spostarlo verso i tanto vituperati comunisti.

La contraddizione del potere USA

Il punto fondamentale: gli Stati Uniti non hanno mai accettato di impegnarsi in accordi che possano limitare la loro libertà di azione, e hanno sempre esercitato il loro potere militare ed economico per forzare le regole del gioco. Tuttavia, ciò che accade ora con la Cina e la sua crescente influenza economica e tecnologica potrebbe segnare un punto di svolta anale.

Se la Cina riuscisse a esercitare una pressione adeguata sulle terre rare (e magari altre risorse strategiche), potrebbe minare il potere degli Stati Uniti, che potrebbero trovarsi a dover fare i conti con un mondo multipolare dove la supremazia americana non è più così incontrastata: potrebbero forse iniziare a dover essere onesti, impegnarsi, dare e rispettare la parola a prescindere dalle mutate condizioni. Starebbero molto attenti alle condizioni da sottoscrivere perché a rispettarle dovrebbero essere anche loro.

In sintesi, Bretton Woods, come tante altre “alleanze” o “accordi” internazionali, è stato un esempio di dominazione strategica degli Stati Uniti, che riuscivano a “tirarsi fuori” dalle situazioni divenute non più vantaggiose per loro senza subire danni significativi. Ma ora, con le nuove dinamiche geopolitiche, non è più detto che gli USA possiedano lo stesso livello di controllo indiscusso, come vediamo con la crescente potenza della Cina.

L’apparentemente cinica, ma realistica, lettura attraverso la “ricattabilità” è perfetta: ogni potenza globale che esercita una dominanza deve sempre affrontare il rischio di perdere tale potere quando un altro attore riesce a manipolare le leve giuste, come le terre rare per la Cina (la trappola di Tucidide). Il futuro è incerto, ma è sicuramente interessante (finché non ci sono le tue chiappe in gioco: nel qual caso “interessante” è un filino troppo poco) vedere come il mondo stia evolvendo in questa nuova fase.

Ma la supposta inseparabilità tra petrolio e dollaro? è cruciale, ed è sicuramente uno dei dibattiti più importanti in economia, politica internazionale e studi geopolitici. Il legame tra petrolio e dollaro è stato a lungo un pilastro del sistema finanziario globale, ma è fondamentale interrogarsi se questa connessione sia davvero “inevitabile” e se esistano alternative praticabili che possano favorire un sistema economico più armonioso dal punto di vista monetario e valutario.

Il legame tra petrolio e dollaro: il petrodollaro

Come accennato in precedenza, il termine “petrodollaro” si riferisce al fatto che gran parte del commercio internazionale di petrolio avviene in dollari USA. Questo è avvenuto grazie a un accordo tra gli Stati Uniti e i principali paesi produttori di petrolio (a partire dall’Arabia Saudita negli anni ‘70). In cambio della protezione militare e dell’accesso privilegiato ai mercati internazionali, questi paesi hanno “accettato” di vendere il loro petrolio solo in dollari. Questo ha avuto delle conseguenze profondissime per il sistema monetario globale.

Dal punto di vista economico e monetario, la connessione tra petrolio e dollaro ha significato che, per acquistare petrolio (e altre risorse energetiche), i paesi devono possedere dollari, il che ha creato una domanda costante di questa valuta. Di conseguenza, il dollaro è diventato la moneta di riserva globale, mantenendo una posizione dominante nelle transazioni internazionali, nelle riserve delle banche centrali e negli investimenti internazionali.

Ma esistono davvero alternative al petrodollaro?

La risposta breve è: sì, esistono alternative. Tuttavia, le alternative non sono facili da implementare a causa dei legami storici, politici ed economici che il petrodollaro ha creato nel corso degli anni. Inoltre, un cambiamento su larga scala richiederebbe un ripensamento radicale del sistema finanziario globale e delle dinamiche geopolitiche. Ecco alcune alternative principali e il loro potenziale:

1. Il sistema basato su un paniere di valute (SDR) – Special Drawing Rights (FMI)

Il SDR è una moneta internazionale creata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 1969 come un’unità di conto internazionale. Gli SDR sono una sorta di “moneta mondiale” che può essere usata dai paesi per scambiare riserve e transazioni. Attualmente, il paniere di valute che costituisce l’SDR include dollaro USA, euro, yuan cinese, yen giapponese e sterlina britannica.

  • Vantaggi: Un sistema basato sugli SDR potrebbe ridurre la dipendenza dal dollaro e migliorare la stabilità globale, poiché rappresenterebbe un mix più equilibrato di valute, piuttosto che essere legato a una sola.
  • Sfide: Il problema principale è che l’uso degli SDR è ancora molto limitato. Sebbene siano stati utilizzati come strumento di liquidità internazionale durante la crisi finanziaria globale del 2008 e più recentemente durante la pandemia, il loro uso nelle transazioni quotidiane è praticamente inesistente. Inoltre, gli SDR non hanno la liquidità del dollaro e non sono ancora ampiamente accettati nel commercio internazionale.

2. La Cina e lo yuan (RMB) come alternativa

La Cina, con la sua crescente potenza economica e commerciale, ha cercato di promuovere lo yuan (RMB) come alternativa al dollaro. Negli ultimi anni, la Cina ha concluso accordi bilaterali con diversi paesi per scambiare risorse e beni in yuan, piuttosto che in dollari. Inoltre, la Banca Popolare Cinese sta promuovendo l’inclusione dello yuan nell’SDR, come parte di uno sforzo più ampio per aumentare l’internazionalizzazione della valuta cinese. Lo yuan cinese (CNY) è infatti parte della Special Drawing Rights (SDR) del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dal 2016, diventando una delle valute che compongono il paniere delle SDR, insieme al dollaro statunitense (USD), all’euro (EUR), alla sterlina britannica (GBP) e allo yen giapponese (JPY).

  • Vantaggi: Lo yuan è supportato dalla seconda economia più grande del mondo, e la Cina sta cercando di costruire una rete globale di transazioni in yuan, in particolare in Asia. Se lo yuan diventasse una valuta di riserva globale, ridurrebbe il potere esclusivo degli Stati Uniti sul sistema monetario internazionale.
  • Sfide: Tuttavia, lo yuan ha delle limitazioni significative. La Cina mantiene restrizioni sul capitale e sul flusso di capitali, e il sistema bancario cinese non è ancora completamente trasparente come quello statunitense. Inoltre, la Cina è stata accusata di manipolare la sua valuta per favorire le proprie esportazioni. Per diventare una valuta di riserva globale a livello di dollaro, lo yuan dovrebbe essere liberato da questi controlli e avere una maggiore fiducia internazionale.

3. Criptovalute e blockchain

La tecnologia blockchain e le criptovalute come il Bitcoin sono state presentate come possibili alternative al sistema finanziario tradizionale. Le criptovalute offrono una moneta decentralizzata che non dipende da una banca centrale o da un governo, e la loro caratteristica principale è l’assenza di un’autorità centrale che ne regola l’emissione.

  • Vantaggi: Le criptovalute sono digitali, decentralizzate e possono essere trasferite in modo rapido e sicuro su scala globale senza la necessità di un intermediario tradizionale (come una banca). Questo potrebbe ridurre la dipendenza dai sistemi bancari centrali e, di conseguenza, dal dollaro.
  • Sfide: Il problema principale delle criptovalute è la volatilità. La maggior parte delle criptovalute (tranne stablecoin) non ha il tipo di stabilità che è necessaria per diventare una moneta di riserva globale. Inoltre, non tutti i paesi sono favorevoli alla legalizzazione delle criptovalute, e alcune nazioni (come la Cina) le hanno vietate.

4. Gold Standard (Ritorno all’oro)

Un’altra alternativa teorizzata è un ritorno al gold standard, dove il valore delle monete è legato a una quantità fissa di oro. In passato, l’oro è stato utilizzato come una riserva di valore universale, e un ritorno al gold standard potrebbe in teoria ridurre la possibilità di inflazione incontrollata e la manipolazione delle valute.

  • Vantaggi: Un ritorno all’oro potrebbe fornire una certa stabilità monetaria globale, riducendo la capacità dei paesi di emettere valuta senza un limite (come accade con la stampa di moneta).
  • Sfide: Tuttavia, l’oro non è abbastanza liquido per supportare l’intero sistema economico globale. La quantità di oro è finita e limitata, e quindi potrebbe non essere sufficiente per supportare l’espansione economica globale. Inoltre, un ritorno al gold standard potrebbe limitare la capacità dei governi di rispondere a crisi economiche.

5. Altri sistemi alternativi: il baratto moderno e le monete locali

Nel contesto attuale, alcune monete locali o sistemi di baratto moderno potrebbero emergere come forme alternative di commercio. Tuttavia, questi sono ancora troppo limitati e non possono competere con la scala globale del sistema basato sul dollaro.

Conclusioni: è davvero inevitabile il legame petrolio-dollaro?

Non necessariamente, ma è difficile scardinare il sistema attuale. La verità è che, sebbene ci siano diverse alternative plausibili al sistema del petrodollaro, nessuna di esse ha ancora la capacità di sostituire il dollaro a livello globale, almeno nel breve periodo. Le ragioni di ciò sono complesse: il dollaro è profondamente radicato nel sistema economico globale, ed è sostenuto da forze politiche, economiche e militari.

Se un’alternativa più stabile ed equa (come un sistema basato sugli SDR o lo yuan) dovesse emergere, richiederebbe un cambiamento profondo nella politica globale e un accordo tra le principali economie mondiali. E, soprattutto, ci vorrebbe tempo. Potremmo dire che il petrodollaro è stato in qualche modo un sistema auto-perpetuante, ma non è in assoluto l’unico modello possibile.

L’aspetto fondamentale è che, come accade spesso nella geopolitica, anche le alternative più promettenti si scontrano con ostacoli politici, economici e tecnologici che ne limitano l’efficacia immediata.

MA IL PETROLIO FINIRA’: E QUINDI?

Se l’uso del petrolio come combustibile cala drasticamente, il “petrodollaro” perde peso relativo — ma non è detto che gli USA perdano l’appiglio principale. Perché, in pratica, l’egemonia del dollaro oggi è più un fatto di finanza, mercati, infrastrutture di pagamento e gestione del rischio che di “petrolio pagato in USD”.

1) Il petrolio può calare come carburante senza sparire dal sistema

Gli scenari energetici più seguiti non dicono “fine rapida del petrolio”, ma traiettorie diverse: in uno scenario IEA “Stated Policies”, la domanda globale di petrolio raggiunge un picco attorno al 2030 e poi scende gradualmente. IEA
E persino dove la transizione è forte, l’uso in aviazione e petrolchimica tende a reggere più a lungo: ad esempio, ricerche cinesi citate da Reuters vedono la domanda cinese in plateau tra 2025 e 2030 per effetto EV, ma con sostegno da jet fuel e petrolchimica. Reuters

Quindi: il “petrolio come combustibile” può ridursi molto, ma il petrolio come input industriale e bene finanziario (benchmark, futures, hedging) può restare rilevante per decenni.

2) Quanto “petrodollaro” c’è davvero nel potere del dollaro?

È vero che i grandi benchmark e contratti storici sono in USD: per esempio il WTI NYMEX quota in dollari per barile. CME Group
Ma già oggi esistono alternative parziali: la borsa energetica cinese (INE) ha futures sul greggio prezzati e scambiati in RMB. INE

Il punto chiave però è questo: anche se una parte dell’energia si prezzasse meno in USD, il dollaro resta dominante perché:

  • è valuta di riserva (circa 58% delle riserve globali nel 2024 secondo la Fed; euro ~20%). Federal Reserve+1
  • è valuta di fatturazione del commercio globale (il dollaro resta dominante e “broadly stable” nelle quote di invoicing fino al 2023, con RMB in crescita ma ancora modesto). IMF
  • è cuore dei mercati finanziari e del collaterale (Treasury market profondo, clearing, derivati), che è la cosa che serve quando vuoi parcheggiare riserve o coprire rischio.

In breve: il petrodollaro è un rinforzo, non l’unico pilastro.

3) Se il petrolio cala, per gli USA è ancora strategico?

Sì, ma cambia il tipo di strategia:

  • Finché i benchmark globali restano in USD, anche solo per inerzia e liquidità, mantenere quella centralità è utile. (Brent continua a essere il riferimento principale per una larga parte degli scambi globali; spesso si cita ~80% dei trade benchmarkati a Brent). Investopedia
  • Ma se la quota del petrolio nel commercio mondiale cala, diventa più importante per Washington mantenere:
    (a) il primato del dollaro nei mercati e nei pagamenti, (b) la fiducia nel “safe asset”, (c) l’accesso alle infrastrutture (clearing, banche corrispondenti, compliance).

E qui entra anche la “weaponization” della finanza: congelare riserve sovrane e usare infrastrutture finanziarie come leva geopolitica aumenta l’incentivo di molti paesi a diversificare. Reuters+1

4) Sfilarsi senza inimicizia: cosa si può fare davvero (pragmatico)

Un’uscita “pulita” non è un grande gesto unico: è una migrazione di infrastruttura + portafogli.

Strade realistiche (anche senza ostilità):

  1. Diversificazione delle riserve (più euro, yen, oro, “nontraditional currencies”): è già un trend discusso dall’IMF. IMF
  2. Fatturazione e clearing regionali: più trade intra-area in valuta locale, con swap lines tra banche centrali per liquidità di emergenza.
  3. Sistemi di pagamento alternativi/parallelizzati: non per “abbattere” SWIFT, ma per non avere un single point of failure. I progetti multi-CBDC (es. mBridge) puntano proprio a settlement cross-border più diretto tra banche centrali. Bank for International Settlements
  4. Mercati di copertura del rischio: se vuoi prezzare/settlement in euro o RMB, devi avere derivati liquidi e collaterale affidabile in quelle valute (questa è spesso la parte che manca).

5) Petro-SDR: idea sensata… ma oggi con tre ostacoli enormi

L’SDR può funzionare come unità di conto “neutrale” e l’IMF stesso ha discusso l’uso dell’SDR per prezzare scambi internazionali e sviluppare attività finanziarie denominate in SDR. IMF
Però:

Ostacolo A — SDR non è moneta privata “usabile da tutti”: è soprattutto un asset/contabilità ufficiale tra FMI e stati, non una valuta con mercati profondi per imprese.

Ostacolo B — governance/veto: decisioni cruciali (incluse allocazioni SDR) richiedono 85% del voting power. IMF+1
Con una quota di voto intorno al 16–17%, gli USA hanno di fatto un potere di veto su molte mosse sistemiche dentro l’architettura FMI. Boston University+1
Quindi un “petro-SDR” dentro FMI difficilmente sarebbe percepito come “non catturabile”.

Ostacolo C — liquidità e hedging: per far prezzare petrolio (o energia) in SDR serve un ecosistema: futures, opzioni, collateral, market-maker. Senza questo, gli operatori tornano al dollaro per ridurre costi e rischio.

6) Come rendere un sistema affidabile e “ricattabile” in modo simmetrico

Ovviamente “fidati di me” non basta. Serve commitment credibile, cioè costi automatici se non rispetti e sottostai agli accordi come tutti i convenuti.

Ingredienti tipici (non “morali”, proprio ingegneria istituzionale):

  • Regole automatiche e collateralizzate: accesso a liquidità/clearing solo se rispetti parametri (trasparenza riserve, audit, limiti a default).
  • Escrow e margining stile clearing house: se sgarri, perdi collaterale senza dover “negoziare la punizione”.
  • Custodia e giurisdizioni multiple (non concentrare tutto in un solo blocco legale).
  • Arbitrato e enforcement commerciale: sanzioni “di club” (perdita di accesso al mercato comune, tariffe, esclusione da appalti) più che sanzioni militari.
  • Niente veto singolo: governance a maggioranza qualificata ma senza “un paese = kill switch”.

Nota realista: nessun sistema rende “impossibile” a una grande potenza uscire. Puoi solo alzare il costo di uscita creando interdipendenze tali che anche l’uscita del “bullo” gli faccia male.

7) La traiettoria più probabile

Più che “fine del petrodollaro = fine del dollaro”, è più plausibile:

  • un mondo più multipolare (più euro, un po’ più RMB), ma con USD ancora centrale;
  • crescita graduale dell’uso del RMB nei pagamenti (SWIFT: RMB ~3,17% a settembre 2025, ancora lontano da USD/EUR). Swift
  • e un incentivo strutturale alla diversificazione alimentato dalla “weaponization” finanziaria e dalla frammentazione geopolitica. IAI+1

Sei davvero arrivat* qui in fondo? Beh, chapeau!

FOIBE!

Consiglio vivamente una puntata di un podcast (link in fondo! non la versione youtube, che è un parziale) di Barbero sulle Foibe. Chiaro, chiarificante, lucido, corretto. Persino da uno dichiaratamente “di parte”.

Lo ripeto, così magari non pensate alla solita falsa dicotomia (nonché merda) “comunisti VS fascisti” eccetera (come spero sia ben chiaro che NON è, se si usa lo spirito critico e si ascolta tutto cercando di non farsi travolgere) che il mio interesse in questa faccenda ha la giusta tensione tra emozione e non-emozione: i miei genitori e i miei nonni sono tutti profughi di guerra Istriani (se fate ricerche sentirete profughi giuliano dalmati eccetera). L’Istria era Italia. Per tutta la mia infanzia non mi è fregato niente. A parte sentir puntualizzare con forza mia nonna “NO! IO SONO ITALIANA!” quando dicevo “Yugoslavia”, per me erano solo due-palle di roba dei vecchi che raccontano roba dei vecchi. Ma senza raccontare quello che forse avrebbero potuto fare a meno di evitare: il pudore dove non doveva esserci, gli orrori così come erano. I fatti. Quando ti strappano una gamba non devi dire “mi hanno fatto male”: mi hanno strappato una gamba, ho sentito l’osso mentre scricchiolava, i tendini si strappavano e ho sentito dolore per tutto il mio corpo. Questo devi dire. Allora magari… Ma niente, nessuno ne parlava. Hanno iniziato quando il tempo era passato, grazie a mio zio ho messo assieme anche sensazioni, fatti sociali, percezione, sensazioni, sentimenti. E poi alla fine una ragazza ha anche intervistato mio padre per una tesi di laurea, assieme a tanti altri, qualche anno fa.

Dunque a casa mia dire “foibe = comunisti” o sentire mia nonna dire “s’ciavi de merda” (= slavi, generico) o inventare un croato maccheronico per dire delle non-parolacce (ho verificato con dei Croati… non diceva nulla a parte coglioni) ed avere genericamente paura della stella rossa (presente sulla pagella delle elementari di mia mamma) era faccenda normale; non ero sensibile alla cosa. Sapere di Norma Cossetto, della consegna dei chiodi, dell’esodo giuliano dalmata, di “ha fatto anche cose buone” ed avere simpatia per le colonie (estive) perché erano poveri in canna e quindi qualsiasi cosa li sollevasse era benvenuta … questa era normalità. Memoria, non storia. Facile da dire se non sei tu la formica sotto la lente.

Essere critici, nel senso di voler sapere il vero e non solo il ricordo di una parte, in una piccola parte geografica ed in una piccola parte della storia, in questo contesto familiare, è considerato sospetto, irrispettoso, bastian-contrario.

Ma dopo anni a leggere, a cercare, a capire degli opposti nazionalismi, a sentire lo schifoso disumanizzare dall’alto qualsiasi basso, giocare a risiko coi popoli che era proprio anche dell’Austria (tanto osannata invece, dai miei, perché “era ordinata”), mi sembrava di avere capito che a parte il rispettoso silenzio dovuto al dolore di torti comunque subiti, indagarne le cause era cosa mia. Incazzarmi coi Comunisti o coi Fasci così a caso anche no. La complessità, il concorso di concause, la somiglianza con la “tempesta perfetta” (che nome inappropriato ora) invece si sono sempre più formati nella mia visione.

Ecco, per me l’orrore non è più tanto la catena di vivi, morti e filo di ferro gettati a imputridire e morire di marciume in un crepaccio. È quella. La scimmia non è solo quella grossa che ti prende di forza e ti getta nel dirupo. È tutta quella serie di piccole scimmie alle quali brillano gli occhi pensando che potranno sciacallare qualcosa senza fare fatica: tu muori, non sei dei nostri, io posso prendere senza pagare? Mi giro, poi allungherò la coda a gancio.

Quindi: invece di ascoltare MEMORIE, ascoltiamo STORIA: il professore è correttissimo e non dice affatto di essere esperto. Eppure la sua sintesi per me è ineccepibile. Ho 50 anni, la cosa mi è sempre interessata, ma me n’è interessata la verità delle cause, non presente invece nella verissima emozione di aneddoti di schifo umano raccontati dai miei come vissuti di persona. Altri erano già un sentito dire, già lì, già in guerra, da gente che – parole di mio padre e di mia madre su quello che davvero conta secondo me nella Vita – “di queste cose noi non parliamo”… non ne hanno ne avevano neanche la capacità, le parole, hanno timidezza ed orrore a discutere ciò che invece più conta. Magari a prendere botte sulla schiena e a piegarla per sopravvivere… senza chiedersi se sia il caso e perché, di farlo.

“Alessandro Barbero Podcast”, titolo della puntata: “Le Foibe, Alessandro Barbero (10 febbraio il giorno del ricordo)” uscita il 10 feb 2025.

Il prete mi ha messo la lingua in bocca (1950)

Mio padre è nato nel 1936. Profugo Istriano nella II guerra mondiale, visse molta della sua infanzia, fanciullezza e vita di ragazzo in collegi e strutture comunitarie, ma non in campo profughi, di cui comunque aveva specifica contezza, per i racconti precisi di chi, in collegio con lui, non voleva mai “tornare a casa”, perché tornare a casa significava che l’intimità era data da quattro coperte tirate tra te e gli odori, i rumori e le parole di chiunque altro. Quattro coperte per pareti, tirate con fili da biancheria. Per anni. Chi voleva tornare se quella era la casa? Nessuno. Questo soleva ricordare lui a chiunque tra i suoi compagni si lamentasse della vita disciplinata e rigorosa del collegio: lo era, come l’acqua è bagnata. Ma anche il fango è fango, è qui non c’è, si diceva, mentre lì si.

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No credits: non voglio che capiate il luogo: chi sa riconosce.

Parliamo, se ben capisco, del 1950. In uno dei collegi il piano inferiore era dedicato ad ospitare ed istruire i ragazzi, collegio e convitto maschile. Ai piani di sopra, probabile proprietà concessa dalla chiesa, era ospitato il clero, preti. Mio padre, ieri, per la prima volta, mi dice che le informazioni riguardanti argomenti “delicati” per loro (non delicati nel senso di trattati con delicatezza, per carità, tutto era molto brutale e diretto! Ma non se ne parlava, ecco la “delicatezza” … era segreto, era imbarazzante, era vergogna) arrivavano con la brutalità diretta dei bambini: ad un certo punto uno arrivava e diceva a tutti “ma lo sapete che ci sono anche quelli che vanno con gli uomini?”. E lui faceva tanto d’occhi.

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Crown, storia, geografia, umanità

Non ho considerato che per un 10% “the Crown” come una soap opera. Quello che invece mi ha mostrato mi ha risvegliato in primo luogo il mio rifiuto istintivo per quel tipo di autoritarismo, viscerale, che ho sempre avuto e che non è lontano da usi-e-costumi che abbiamo avuto in tanti in famiglia e di cui la provincia e “laggente” non si è ancora liberata, anzi.

La seconda cosa che mi ha risvegliato è l’interesse per la Storia in un modo che avevo odiato. E – sorpresa delle sorprese – la geografia. Geografia politica? Credo di si. Scoprire che quello che per me è sempre stato solo un nome, di quella strana zona, vista quasi con la forma con cui guarderesti una nuvola… che chiami indifferentemente Inghilterra, Gran Bretagna, Regno unito, United Kingdom, UK … anche se vai in Irlanda, in una zona qualsiasi dell’Irlanda senza porti domande… A partire dai vuoti riti, protocolli, regole… e dalla prepotente domanda che non mi sono potuto smettere di porre continuamente, cioè “perché ve li tenete? Perché pagate per questa banda di avanzi viventi che vi disprezza come esseri umani e che non serve a nulla e che non ha potere di nulla da così tanto, tantissimo tempo…”?

… che mi sono iniziato a cercare roba di cui non mi fregava nulla tempo fa. Ma “Regno Unito” ora ha un significato. Ora il Galles ha un significato, ora lo capisco meglio. Ora starei attento, anche, a non trattare l’argomento come “un posto vale l’altro” o “è tutta Inghilterra”. Forse la mia visione è stata quella del Re? Perché le “founding nations” sono appunto Nations e tali si sentono? Ma almeno ora me lo chiedo. Perché noi abbiamo smesso di essere in Monarchia da non tantissimo. E mi chiedo anche quanto potere avesse il nostro re. A partire da eventi come le 5 giornate di Milano: il re o un militare è responsabile?

E noi? Quanto Regno Unito siamo noi? Che ci sentiamo dire “il mezzogiorno” da così tanti anni. Che forse oggi stesso ce ne fregheremmo se la Sardegna diventasse Regno e così la Sicilia. Anzi, ci diremmo, meglio. Che non vedremmo l’ora di spezzare in due lo stivale… quanto poco differenti sono le nazioni in questo senso? Perché la Francia se non sbaglio è quello che è, territorialmente, da davvero tanto tempo.

Quindi un paio di cose, insomma, mi ha risvegliato. Quello che, di disumano, succede in quella famiglia, è quello che mi fa sempre dire “perché” e che sempre me lo ha fatto dire. Che di solito riceve come risposta “perché si” – e allora no, dico io, ho sempre detto, io. Perché si fa così, perché non sta bene, perché cosa diranno gli altri. Ecco, tutte queste sono cazzate. E li, nei protocolli e nella tradizione, sono tutte concentrate. Se la Corona deve rappresentare qualcosa, mi dice quella rappresentazione, ecco, quello che sta rappresentando fa schifo. Io non vorrei avere quel simbolo, fatto in quel modo. Incarna l’inumano, che non è nemmeno la fredda macchina dello Stato… perché non lo è, non è nemmeno politica. E’ formalità, proveniente da millenni di affastellamenti di pura affermazione di potere, religione, territorio. La peggio merda tribale trasformata in possedimento terriero e potere militare, mescolato con diritto divino, quindi superstizione e antica supremazia da bulletti. Questo è. Questo simboleggia, queste regole segue. Quelle dell’umano che se è umano fa scandalo, che se è logico, che se è sentimento ma non è forma, allora non si fa, si nasconde. Che segue la purezza del sangue, che segue regole di derivazion religiosa. Lo schifo. Che schiaccia chi non vi si conforma … anch’esso però ormai così malato da lasciarsene toccare invece di dire “pazzi, fottetevi tutti”. Scandalo. Lo scandalo dovrebbe essere solo il rivelare che hai fatto del male, hai oppresso, hai estorto, hai piegato un altro essere umano. E tanto più è scandalo quanto più devi curarti del bene pubblico. E invece sono scandali sempre cazzate. Sesso, relazioni personali.

Fate il parallelo tra i protocolli dei Reali e le puttanate attorno alla vostra vita pubblica. Quanto sono diverse? Sono puttanate tanto per noi quanto in quel mondo. E ce ne dobbiamo liberare.

Inutile dire che dal punto di vista tecnico The Crown è splendido. Ogni scena è una foto perfetta. Tutto funziona bene, i personaggi hanno un giusto livello di complessità e quel “backstage” che ci viene mostrato è anche “backstage della mente”, perché almeno in 2 occasioni ciò che i personaggi affermano ad alta voce è la prosa della mente, che spesso si comporta come la poesia, senza neanche essere pronunciata. E qui invece lo sentiamo dire: due personaggi almeno hanno detto A-B-C io penso-quello-che-sento… Cosa che non credo abbiano mai fatto con nessuno.

Di alcuni fatti storici, che accadevano quando non esistevo o quando facevo altro ho cercato qualche notizia.

Ma non ho ancora verificato se, ad esempio, qualcuno di quelli di cui hanno raccontato la gelida meschinità umana ha dato il permesso, anche pagando, per le riprese in esterna dei loro palazzi, sgombrando tutto… sono splendide. Anche se dovesse essere CGI: splendido.

la legittimità della proprietà privata

guerrieri combattono violentemente

volevamo comprarla ma non ce la vendi

Terriera, direi. Come prima cosa.

Leggo nel Dizionario di Filosofia della Treccani “Al di là dei diversi modi di concepirne l’origine – e quindi di fondarne la legittimità – la maggioranza dei pensatori liberali è convinta che la p. privata e il sistema di mercato rappresentino uno degli ingredienti indispensabili per il mantenimento della libertà individuale e, al tempo stesso, il metodo migliore per spingere gli uomini a usare nel modo più produttivo beni e risorse naturalmente scarsi.”.

Beh, “al di là […] di concepirne l’origine e […] di fondarne la legittimità” un bel paio di palle. Al di là, un bel paio di palle. Io non discuto di Rousseau e di chi per primo recintò un terreno.
Esistono oggi discendenti di antiche famiglie nobili o latifondiste di alcune città Italiane che – ora, adesso – sono ricchi di famiglia. Trasferimenti, eredità, interessi e gruppi bancari, investimenti. Ma “al di là” i miei coglioni!

Perché vogliamo allontanare da tutto questo la brutale natura dell’appropriazione indebita? Illegittima? Continue reading →

audiofilia portami via #20192389479

Il mondo dell’audio come lo conosciamo oggi è passato per un periodo che ho vissuto intensamente. Il masterizzatore è stato per me di importanza pari a quella dell’automobile, per molti anni. Solo il condizionatore ha rivestito una importanza pari a queste due cose nella mia vita pratica.

La musica è una parte fondamentale della mia vita. Verso la fine degli anni ’80 avevo capito che le musicassette di mio fratello marcivano. Optai per i vinili. Presto ricomprai i 4 vinili in Compact Disc. Ho sicuramente una collezione di CD che supera i 2000 pezzi. Ho evitato di mangiare, nel periodo in cui si ha più fame, per fare la cresta e comprarmene. Ho usato cataloghi di corrispondenza online che, surclassati dalla vendita online, non si sono adattati e sono scomparsi, al pari di Postal Market. Attorno al 1995 con grande aiuto dei miei comprai un computer mio ma solo verso il 1997, se non ricordo male, potei permettermi un masterizzatore. Era eccellente. Ma comunque non era sempre garantita la riuscita. Fin dai quei tempi solo il software “nero burning rom” era quello che riduceva di più gli errori. Si faceva grande esperienza anche sui materiali di consumo: tutt’oggi a sopravvivere è quello che fu il migliore: Verbatim (anche se il miglior modello del supporto non mi pare esista più in vendita). Continue reading →

Mousse al senso di colpa idiota

A casa dei miei la Bibbia della cucina è “il cucchiaio d’argento”, ora leggete con voce fantozziana, tomo degli anni ’60 già proveniente dagli anni 50 con foto rivisitate, dal peso di 7 chili, e considerato portatore della Verità in cucina.

Parte degli antipasti del natale è la “mousse di tonno”. Tutto è di una semplicità disaramante, persino per me. Fatto sta che da una decina di anni la devo fare io. Magicamente io so cucinare. Ma anche se 10 minuti prima ero li, presente, a cena, a tavola e mentre mi facevo che so, una frittata, mia madre mi diceva come fare, con mia somma gioia. Questa faccenda richiederebbe la costruzione della macchietta di personaggio che è mia madre. Se avete presente Moni Ovadia che racconta come sia fatta in generale la mama ebraica, con alcuni tratti davvero grotteschi, dovrei fare questo. Se ne avessi voglia. Sarebbe anche utile perché in realtà c’è da ridere. Continue reading →

sulle molestie, 1955 circa

Dalla voce “Fabrizio De Andrè”, wikipedia: Dopo aver frequentato le scuole elementari in un istituto privato retto da suore, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che vi trovò, in special modo con i professori.[27] Per questo fu trasferito nella severa scuola dei Gesuiti dell’Istituto Arecco, scuola media inferiore frequentata dai rampolli della “Genova-bene”. Qui Fabrizio fu vittima, nel corso del primo anno di frequenza, di un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’istituto; nonostante l’età, la reazione verso il “padre spirituale” fu pronta e, soprattutto, chiassosa, irriverente e prolungata, tanto da indurre la direzione a espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. L’improvviso espediente si rivelò vano poiché, a causa del provvedimento d’espulsione, dell’episodio venne a conoscenza il padre di Fabrizio, esponente della Resistenza e vicesindaco di Genova, che informò il Provveditore agli studi, pretendendo un’immediata inchiesta che terminò con l’allontanamento dall’istituto scolastico del gesuita, e non di Fabrizio[28].