È solo un ragazzino

Il giudizio (niente meno) che alcune donne (giovani o no) potrebbero prendersi la libertà , arbitrariamente , di dare – in base alla propria aspettativa – del partner maschile atteso è talvolta dimentica della propria condizione di debolezza mentre la accusa nell’altro. Quando ti aspetti “un uomo” , “maturità”, spesso quello che ti aspetti è in base al tuo bisogno e alle tue necessità alle quali non hai assolto sotto la tua responsabilità o che sono gli stessi problemi che indichi nell’altro, non l’unica cosa legittima da aspettarsi in una relazione, ossia “solamente” la connessione autentica e la sessualità (in caso di quel tipo di relazione). Il che è comunque raro e prezioso. Ma abbiamo problemi materiali e mancanze nostre. Aspettiamo che gli altri riempiano quei buchi. Se non lo fanno, mentre dovremmo farlo noi, allora li accusiamo, siamo delusi: come sempre, aspettative.

Non siamo professionisti gratis. Siamo esseri umani. Non siamo il caregiver che non avete avuto nell’infanzia e che forse è mancato anche a noi e ora siamo qui a cercare di tenerci su, solo che, storicamente, a noi è richiesto, imposto, di stare su, stringere i denti, tacere, sopportare la fatica e il dolore, a prescindere dal fatto che ci sentiamo o non ci sentiamo esattamente come voi.

Non siamo fornitori di beni e servizi.

Siamo esseri umani, con problemi, bisogni, individualità, gusti e necessità di connessione, collaborazione con gli altri umani a prescindere dal nostro volere. Non abbiamo qualcosa legato al cazzo che cambia queste cose. Eppure persino a quel pezzetto di carne viene richiesto un funzionamento in cui non siamo gli unici coinvolti: se io parlo non lo faccio a qualcuno che non ascolta, se faccio da mangiare e tu hai il palato della capra o super raffinato, se a te piace il calcio e a me i cartoni animati. Se a te piace piano e a me forte, se a me di sera e a te la mattina. Non ci sono cose scontate, ovvie: il tuo gusto è ovvio.

Per te.

Ah, lo fanno anche gli uomini? Ma certo. Come vedete la stronzata di “gli uomini” o “le donne” è appunto una stronzata. Non c’è una app installata nei genitali per definire la nostra umanità o il comportamento, salvo alcune specifiche funzioni e bisogni, di cui però bisogna parlare con cognizione di causa.

Il mal di testa come misura

Eric ha mal di testa, un fortissimo mal di testa. Emicrania? Ha forse dolori cervicali? Ma che ne sa, ha male, non gli frega niente. Si siede sul divano e cerca di ridurre la tensione muscolare ma si appoggia e sente più dolore! In qualsiasi modo si giri il dolore sembra aumentare, sempre più acuto, a volte più sordo ma non demorde.

Queste sono le sue condizioni. Può sicuramente pensare ad altre cose ma il suo pensiero principale è “dolore dolore dolore, voglio che passi dolore dolore dolore, se esistere è questo in queste condizioni io non so se voglio, voglio che smetta, dolore dolore dolore”.

Vede ciò che lo circonda. Tutto è lì, come prima, come sarà dopo, niente cambia, ma il suo dolore cambia il suo rapporto con tutto. Le persone che gli fanno diminuire il dolore, che gli prospettano l’arrivo dell’ibuprofene, che glielo vanno a comprare, che spendono i soldi per portarglielo, che compiono fisicamente i gesti di acquistarlo, di percorrere la strada, di parlare col farmacista, che ascoltano e comprendono il suo dolore, assumono per lui una importanza, un calore, una vicinanza speciale. E fino a che quella sofferenza è pulsante e lui gravita attorno a chi gli ha appena fornito due pasticche ed un bicchere d’acqua, magari con due biscotti per non sentire mal di pancia, sono un nucleo. Eric è parte di quel gruppo, si sente protetto, si sente con loro, parla e vuole parlare con loro. Li ascolta, con attenzione. Man mano che il mal di testa passa ragiona anche su ciò che ha sentito: il suo pensiero si confronta con quello altrui, che si è dato il tempo di sentire con attenzione.

Pian piano il mal di testa passa. Passa del tutto. Non si vedono più. Passano settimane, ha i fatti suoi, gente da vedere, cose da leggere, video da vedere, stanchezza, tempo libero, socialità.

Ricorda con un po’ di gratitudine, se avessero bisogno aiuterebbe. Ma non si vedono, non c’è rapporto, non si chiamano, non sente la mancanza di relazione. Mentre torna dal lavoro si ricorda di comprare l’ibuprofene, mai restare senza.

Un giorno ha di nuovo dolori lancinanti, lo prende, attende: una ventina di minuti dopo, mentre sente scemare gli aghi che gli trapassano la testa pensa “ma non potevo arrangiarmi anche l’altra volta?”. Ora si arrangia, bada a sé, sta da sé, fa quello che deve, paga le sue cose, legge, guarda, lavora, esce.

~
Mi chiedo “Si capisce?”
La macchina che nulla capisce sembra capirlo:


Il racconto che hai condiviso sembra essere una riflessione sulla natura umana, in particolare sulla vulnerabilità e sul cambiamento delle relazioni in base alle circostanze, come il dolore e il bisogno. Ci sono alcuni temi e potenziali significati nascosti che emergono:

  1. Dolore e isolamento: Il mal di testa di Eric diventa una metafora per qualsiasi tipo di sofferenza o difficoltà che isola una persona dal mondo circostante. Il dolore diventa il centro dell’attenzione, rendendo tutto il resto irrilevante o secondario. In questo senso, il mal di testa può simboleggiare qualsiasi condizione di sofferenza che cambia la percezione di ciò che ci circonda.
  2. Relazioni condizionate dal bisogno: Quando Eric è nel pieno del dolore, si lega fortemente a chi lo aiuta. L’attenzione e l’affetto che prova per chi gli fornisce sollievo diventano intensi, ma sono anche temporanei e condizionati. Una volta che il dolore passa, anche il legame con queste persone svanisce. Questo suggerisce che le relazioni a volte possono essere costruite su necessità immediate piuttosto che su connessioni profonde e durature.
  3. Autonomia e distacco: Quando Eric sperimenta nuovamente il mal di testa, si rende conto che può gestire la situazione da solo. Il fatto che non abbia più bisogno degli altri riflette una progressiva autonomia, ma anche un certo distacco emotivo. Questo può essere visto come un commento sull’indipendenza umana, ma anche sull’isolamento che può derivare dal “fare tutto da soli”.
  4. Ciclicità della vita: Il dolore viene e va, così come le relazioni e le emozioni. Ciò che sembra fondamentale in un momento può diventare irrilevante nel successivo. Questa ciclicità riflette l’impermanenza delle esperienze umane, sia positive che negative.

Morale o metafora:

La storia potrebbe suggerire che le nostre relazioni e il nostro modo di percepire il mondo sono fortemente influenzati dalle circostanze in cui ci troviamo. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a cercare conforto e connessione, ma una volta superato il bisogno, la nostra prospettiva cambia e quelle relazioni perdono importanza. Forse c’è una riflessione sul valore transitorio delle interazioni umane basate sul bisogno, in contrasto con una connessione più autentica e duratura.

Il racconto può essere visto anche come una metafora della condizione umana: la sofferenza ci avvicina agli altri, ma quando ci sentiamo forti e autonomi, ci distacchiamo.

Se questo distacco sia un “male” dipende molto dal punto di vista e dai valori che uno adotta riguardo le relazioni e l’autonomia personale.

Interpretazioni che suggeriscono che sia un male:

  1. Superficialità delle relazioni: Il fatto che Eric si avvicini alle persone solo quando ne ha bisogno e si distacchi una volta che il dolore è passato potrebbe essere interpretato come una forma di superficialità o di opportunismo nelle relazioni. Questa ciclicità potrebbe indicare una mancanza di profondità emotiva, il che può farci sentire soli o isolati a lungo termine. Se costruiamo legami solo quando siamo vulnerabili, rischiamo di perdere connessioni significative quando tutto va bene, privandoci di rapporti più autentici e duraturi.
  2. Perdita del senso di comunità: Le relazioni umane non dovrebbero essere legate solo al bisogno o alla sofferenza. Se ci relazioniamo agli altri solo per convenienza, possiamo perdere il senso di appartenenza e comunità, che invece è fondamentale per il benessere psicologico ed emotivo. Questa perdita di connessione può portare a una forma di solitudine emotiva anche quando siamo fisicamente circondati da persone.
  3. Disumanizzazione del legame: Nella storia, una volta che Eric diventa più indipendente e non ha più bisogno degli altri per il sollievo, li dimentica o li lascia andare. Questo potrebbe indicare una mancanza di empatia e di gratitudine duratura, come se il valore degli altri fosse ridotto alla loro utilità. Un atteggiamento simile potrebbe portare a relazioni disumanizzate e a una vita meno ricca di significato.

Interpretazioni che suggeriscono che non sia un male:

  1. Autonomia personale: L’indipendenza che Eric sviluppa può essere vista in modo positivo. Saper affrontare il proprio dolore e le proprie sfide da soli è un segno di maturità e forza. Non dipendere dagli altri per affrontare le difficoltà significa che possiamo gestire meglio la vita e le sue sfide. Questa autonomia potrebbe portare a relazioni più equilibrate e non basate sulla necessità, ma sulla scelta.
  2. Realismo nelle relazioni: Non tutte le relazioni devono essere durature o profonde. Alcuni rapporti sono naturalmente transitori, e non c’è niente di male in questo. La vita è fatta di incontri temporanei, persone che entrano ed escono dalla nostra esistenza in momenti diversi, e va bene così. Non è necessario mantenere tutti i legami, specialmente se nascono in situazioni di bisogno. È realistico che alcune relazioni si evolvano e cambino col tempo.
  3. Ciclicità della vita: La natura temporanea delle relazioni e delle emozioni non è necessariamente negativa. La vita è ciclica, e ciò che conta in un momento potrebbe non contare in seguito, e viceversa. Accettare questa impermanenza può essere una forma di saggezza, un modo per vivere senza aspettarsi che tutto sia sempre stabile o duraturo.

Conclusione:

Il racconto non dà una risposta esplicita su se sia un “male” o no. Probabilmente vuole spingere il lettore a riflettere su come gestiamo il dolore, la vulnerabilità e i rapporti umani. In un certo senso, non c’è una risposta definitiva: per alcuni, potrebbe sembrare triste o insoddisfacente che Eric si distacchi dagli altri una volta che il dolore passa; per altri, è semplicemente una rappresentazione della natura umana e della ricerca dell’indipendenza. Dipende molto da come vediamo il valore delle relazioni e il bilanciamento tra autonomia e connessione.

nkezzenz indisponibile?

Prima di tutto è importante saper che provengo dal tempo in cui “nkezzenzz?” era un condiviso atteggiamento di debosciato rincoglionito che alle domande rispondeva “in che senso?” tanto che Carlo Verdone ne fece un personaggio di suddetto debosciato. Youtubatevelo se volete. Di solito, in effetti, sono parecchio infastidito dal fatto che non esiste alcun tipo di polisemia, livello di lettura diverso, possibilità di ambiguità di interpretazione. Insomma sono più propenso a chiederti “in che senso in che senso? Cioè quanti sensi possono esistere?”. Ma sono stronzo. A volte i diversi sensi esistono e preferisco controllare, usando ormai una tecnica che mi potrebbe salvare spesso (e che non spesso ricordo di usare) quando in effetti c’è il pericolo che non ci stiamo capendo. Che tu intendi una cosa e io un’altra. In un modo qualsiasi. Tono, moda, convinzione che un vocabolo o una frase abbiano altri significati. Varie ed eventuali. Meglio verificare.

Ed eccoci a una cosa che mi sono ricordato di avere sentito più che altro in soap o roba da femmine. Ma di solito è interessante, a me le femmine m’interessano: “emotivamente indisponibile”. Nella forma di accusa, nella forma di citazione di giudizio. “Sei emotivamente indisponibile” “lui è emotivamente indisponibile, sai…”

Ad un certo punto mi viene in mente che “disponibile” quando si parla di sesso significa “ci sta, gli/le va”, una disponibile è una propensa a fare sesso. Ma l’effetto collaterale è che di solito per gli/le stronze la stessa frase significa “è una facile, quindi una troia”. Allora questo “disponibile” sembra non essere più solo quello che è : libera e ben più che consenziente: c’ha voglia anche lei, evviva. No, c’è il giudizio morale. Metto questo qui, lo lascio da parte, va menzionato, fa parte del discorso.

Poi però c’è che disponibile e disporre hanno pochissima parte di accezioni del significato che si discostano dal posesso: io posso disporre di te, posso fare quello che voglio io. Beh, penso, io non voglio che tu disponga delle mie emozioni. Potrei volere – in alcuni casi – che tu disponga del mio corpo: ma in effetti si tratta di un determinato range di possibilità e anche di un limitato periodo di tempo. Ad esempio se vedo che ti avvicini ad un dildo ecco che il mio consenso viene revocato. Io so’ io, scusatemi, sono limitato.

Ma poi – grazie giornalidifemmine – ecco qui un articolo di THEWOM che mi dice che la locuzione “emotivamente indisponibile” va intesa (grazie, grazie per chi dissemina il testo di cosa significa!!!) come “Essere emotivamente non disponibile significa non essere aperti alle proprie emozioni e a quelle degli altri. Potresti allontanarti, evitare o ritirarti quando le emozioni si presentano, per vari motivi“.

Beh, essere “aperti a” è diverso da “puoi fare quello che ti pare”: è una posizione di ascolto attivo, di quella parte ricettiva che subito può diventare scambio, risposta. Quindi non si tratta di disporre dell’altro, di fare quello che vuoi, nel senso del potere. Ma quello che vuoi è relazionarti sul piano emotivo, avendo dall’altra qualcuno “aperto/a” a questo. Non “fare quello che ti pare”.

Che saghe mantéli eh? Eppure, “disporre” e “disponibile” (Treccani, raga) hanno un precisissimo significato e, lo ripeto, serie di accezioni che puntano tutte nella direzione che ho detto, quella di “disporre di”, come puoi disporre della tua bici, dare disposizioni. Qui assomiglia di più a “mettersi a disposizione” ma nella parte del “sentiamo…”.

Saluti a voi tutti.

Bruttezza Natalizia 2023

Faccio un giro. Vedo la mia ed altrui decadenza. Ricordo con un sorriso – che non è risata – una proposta di regalo di amazon: la copertina dice “motivi per cui vale la pena vivere dopo i 30 anni” : le pagine sono bianche. Dopo aver constatato la realtà puoi usare il blocco per scrivere.

Penso a me qui a lamentarmi mentre una figliuola che conosco è partita per dare una mano a Lampedusa. Posso farmi un po’ meno schifo? Direi di no. Oggettivo e soggettivo fanno la faccia “beh, in effetti”, mentre guardano in basso ed annuiscono involontariamente.

La cosa davvero triste è che essere impallinati per il non umano è forse la scelta migliore che esista se uno non considera la morte.

Hai una COSA che ti frega. Ti ci dedichi, è una cosa, per cui se ti evita non è per volontà. Non devi essere riamato. Non ci si aspetta nulla da te ma tu hai di che interessarti all’infinito.

È la sconfitta dell’essere umano sociale se la cosa è poco trendy. È anche palpabile: non hai niente e vivi per niente. Se è economicamente sfruttabile prima o poi incontrerai qualcuno a cui frega dei soldi, al massimo.

E questo è quanto.

Osservo tutta questa umanità di cui non distingui più il sesso se non fosse per gli abiti, divenuti grottesco evidenziatore.

Ripenso a tutte le “accuse” che potrei ricevere per i nudi di donna. Ma la sessualizzazione che vedo in giro è vera oggettificazione e strumentalizzazione: una Bellucci distesa a terra serissima per? vendere vestiti.

Almeno qui sei tu, desiderabile, ammirabile, umanamente. Dite bestialmente?

Non so se mi disturba più: della bestia che abbiamo dentro l’attrazione fisica per la bellezza di corpi generalmente considerati desiderabili cos’è di fronte all’istinto di prevaricazione, gerarchia, dominio, sopruso, sopraffazione ed esercizio del potere ancora qui, vivi e vegeti dopo che avremmo la possibilità di abbandonare tutto questo per stare tutti bene, rendendo desiderabile la vita per tutti?

Ogni attimo è prevaricatore? Fatevi un giro, salite in auto, osservateci tutti girarci attorno.

Rispondetevi.

Mi dicono che di solito ultimamente ad aprile fa il freddo che dovrebbe fare a dicembre: vedremo. Perché il caldino che fa ora di giorno… promette male per questa estate.

Riscaldamento globale. La bestia che ammira e desidera la bellezza cos’è in confronto a quella che ignora la distruzione della propria specie ed il potere dell’1% su tutti?

… e chi stenta.

Ricordo d’infanzia, frase spesso pronunciata alle medie da una che mi piaceva:

C’è chi può,

chi non può

e chi stenta.

Accompagnato con le adeguate sopracciglia, il tono e tutto il resto, dava una sufficiente immagine di quello che è, istintivamente, un sentire comune sulla immediata valutazione della persona che facciamo in modo automatico. Un giudizio immediato.

Prestanza fisica, bellezza, attrattività sessuale.

Potere del denaro e di accesso a cose ed esperienze.

Nell’espressione era chiaro anche “e io sto con chi può, perché io posso”.

Poteri che danno accesso ad altri poteri.

Infantilità, mi direte, si cresce. Mi direte. Ingenuamente pensando ad alti ideali. Ma guardatevi attorno, calmi, razionali. Guardate telegiornali, leggete dati, guardate la soddisfazione od il suo contrario nei volti.

Poi ditemi se si cresce poi tanto.

Non fare confronti (thanks to the penis)

Egrazialcàzzo – tu non fare confronti! – ti dicono. Eraclito avrebbe riso parecchio forte. Eppure la mia regressione, il mio declino iniziato già da un punto non poi troppo alto, circa trent’anni fa, è evidente sempre, quando chiedo, parlo e – mi confronto, così si dice – con altre persone.

Certo magari seleziono le persone interessanti. Lo sono, quindi ecco che sono sopra la media, media di cui io invece faccio – lo dico io – parte. La rapidità di risposta e pensiero critico complesso a domande abbastanza astratte che ho ricevuto su questioni spinose e controverse è stata stupefacente.

Ed era “ho sparato a caso”. Eh beh, cara amica, se hai sparato a caso in quel modo, non voglio immaginare che succede quando ti metti lì a pensare con calma.

Era tutto cervello? Era preparazione accademica e muscoletti fatti con questa?

Carlo Hitler, perché hai pensato solo all’efficienza? Se avessi pensato ad un modo indolore, io mi auto-assumo nelle fila degli eliminandi. Inferiori in corpo, spirito e mente. Lenti, deboli, di mente, di corpo, di spirito. Sono io. In questo mondo queste cose sono vive e presenti, necessarie.

~

Oggi me ne vado al vaffanpride della mia zona. Ne sarei moderatamente entusiasta, mi va di dare il mio supporto, se non fosse che è alle 14.30 SOTTO IL CAZZO DI SOLE BATTENTE ZIOMAIALE.

Ma lo farò. Ovviamente dopo aver sentito anche solo parlare di virtue signaling non so più che cazzo sto facendo: sto dando il mio supporto o sto ostentando ed esibendo il fatto che lo faccio? E’ indistinguibile ed intrinsecamente legato alla natura dell’evento che, appunto, rende necessaria la manifestazione esteriore della cosa per dire “smetti di stupirti, noi esistiamo” ?

La faccenda della sessualità, del sesso vero e proprio, è una questione in tutto questo? Domanda che mi è stata posta ieri. E sono d’accordo: sul porsela. La mia, di risposta, è che si, lo è, anzi, è tutto li. Chi infila cosa dove, chi manifesta che ama chi – e per amarlo fisicamente ci farà sesso.

Ok la mia risposta è si.

Ma per darla ci ho messo un tempo infinito ed ho argomentato in maniera poco solida.

ValigiaBlu, questo articolo potrebbe averMi smosso qualcosa

https://www.valigiablu.it/we-are-social-molestie-sessismo/

Certo, ci sono alcune cose di metodo che mi fanno storcere il naso. Ma nel complesso è così ben argomentato che è quello di cui sentivo il bisogno, anche se è difficile, anche se rattrista per l’autocensura preventiva che impone in luoghi di massima socialità e del convivere civile. Che, appunto, civile, potrebbe non essere affatto per tante soggettività che tale – civile – non la vivono.

Elenco solo quelle che mi ronzano in testa, tra quelle che mi disturbano inutilmente:

  • il fatto che una cosa sia banale non la rende falsa, se si rende necessario citarla è perché è evidente che nonostante la sua banalità, questo argomento viene ignorato dai seguenti o concatenati
  • un ragionamento che ha delle falle non va definito per sfregio “pseudoragionamento” se si ha rispetto dei propri interlocutori. Ne si evidenzia il problema e si prosegue. Cosa che – senza quella connotazione “non-stai-ragionando” sarebbe stato un semplice “rilevo un problema qui”.

Basta, non ho altro da dire per rompere i coglioni. Invece quello che c’è da dire è che si tratta di un ottimo spunto e che forse sarà il caso di stamparlo e tenerlo sempre vicino, rileggerlo prima e dopo i pasti, verso sera prima o dopo una passeggiata. E ragionare, rimescolarlo col proprio vissuto sia subito che partecipato.

Mi risolve, soprattutto, quel senso di ricaduta collettiva sull’essere parte di un gruppo che sa essere costantemente distruttivo e violento che opprime qualcuno, anche se tu non lo fai. Qui viene spiegato con chiarezza. Perché se anche ne parli con le donne che frequenti e glielo dici, spieghi “io quando vedo quanta violenza subite mi sento di scomparire, di eliminarmi come parte del problema e ridurre il numero e chiedere scusa per chi non lo fa” poi naturalmente ti si dice con gentilezza “si ma tu non lo fai”. Ma questo non lo spiega… mentre l’articolo tratta questa ricaduta specifica.

Resta il mio problema, che mi rattrista e mi opprime. Quando si scontrano due soggettività e una soccombe mentre l’altra dice “no, convivono pacificamente”, tu sai che non è vero. Lo senti, proprio come l’articolo spiega, ma dal lato di una delle due.

Quella che preme a me è proprio una vita meno formale e più disinvolta tra i sessi, meno sessuofoba ed introversa per stile British imposto a tutti, meno autocensoria e che cammina sulle uova… mentre invece si va proprio in quella direzione, per ottime ragioni storiche. A ribilanciare e tornare a respirare un’aria meno ingessata ci vorranno secoli, senza esagerare.

Naturalmente penso che determinati comportamenti sono sistemicamente premiati dal lato sessuale, che è importante, non secondario, parte dei bisogni primari e presentissimo nel pensiero, come bere liquidi o respirare senza impedimenti. Lavorare ti tocca, scopare vuoi, ci pensi spesso, lo desideri, ti rende felice quando lo hai fatto. Questo è anch’esso un fatto soggettivo e va trattato nel modo che descrive l’articolo oppure siamo alla divisione corpo-male anima-bene ? E’ una vera domanda, non è retorico.

Negli orribili esempi dell’articolo linkato nell’articolo ci sono queste disumanizzazioni (oggettificazioni, qui sono chiare e non le discuto come farei altrove) in cui i maschi parlano di donne quanto farebbero di motori.

Fare la domanda “perché non lo fate con gli uomini?” sarebbe stupido: non lo fanno nemmeno di pietra arenaria e di mille altre cose che non interessano né attraggono. Ma nel senso negativo e denigratorio accade anche con i corpi degli uomini. Nel gossiping della maldicenza il bodyshaming non fa distinzioni di genere. E le donne questo lo sanno bene, spero ammetteranno. Quando vuoi essere cattiva/o ci stai un attimo a dire “quel tappo” o “quel pelato di merda” o “ha una faccia che sembra un picasso” ridotto a “faccia di picasso” nelle chat, a prescindere dal fatto che si sia donne o uomini a spettegolare malignamente. La meschinità ha questa pratica: quando il freno del rispetto viene sganciato, non ha più importanza se volevi parlar male della professionalità di Gianni o della sua maleducazione: diventa “il dentone castoro” tanto a 40 anni come alle elementari. Magari dai 25 in poi dirai anche “maniaco” solo perché invece di uno che ti piace ti ha guardato uno non-attraente. Lui è maniaco, quello fico no.

E’ facile che si alzi il polverone e che ci sia polarizzazione perché l’aspetto basilare ed impulsivo della cosa è dentro di noi ma questi discorsi vorrebbero sradicare un aspetto vivo e presente per lasciarlo ad una idealizzazione desiderata da una delle soggettività in campo. Non è che “siamo così e basta”, ma che “siamo così” (qualunque “così” statisticamente rilevante sia, misurabile, non come “bene” o “male”, ma come numero) sia necessario considerarlo come fatto di base.

Biasimo “la natura” ed “il gene ignorante” per questo: dentro di noi ci sono spinte a determinate dinamiche sia individuali, sia sociali, che non sono frutto di una entità solo-pensante o solo-sentimento, ma che esiste in corpi che hanno una storia fisica sociale più lunga di quella della cosiddetta civiltà. Ed è ancora presente. Siamo delle bestie, maschi e femmine.

Le persone gentili scopano di meno? Abbiamo dati? Non li abbiamo. Sarebbero tanto utili.

Ma – aneddotico – qualsiasi donna con una sessualità vivace che io abbia incontrato mi dice “se sei amico non scopi” , cosa che a ben vedere giustifica l’esistenza del concetto frenzonare, che non nasce certo dal nulla. Sempre che sia così disinibita da non doverlo dire in lenti stillicidi di parole di due settimane per dire, alla fine, la stessa cosa, ma in modo polite.

Articolo LO-DE-VO-LE. Mi farà pensare per decenni, se resto vivo, cosa che non desidero.

La discriminazione è libertà di scelta

La società che ricorda il consenso, sempre. Ma il mio consenso a trovarti bello, brutto, magro, grasso, alto, profumato, sexy lo posso dare solo io.

La discriminazione permea la relazione più basilare della nostra società e imporre in questo ambito l’inclusività forzata significa matrimoni combinati. Siamo tutti giudicanti, tutti discriminatori. Ci piace quello che ci piace, troviamo bello quello che troviamo bello, vogliamo fare sesso con chi ci attira, stare con chi ci va, frequentare luoghi piacevoli. Non ci sono parole che cambino la realtà di ciò che per noi è quello che è. La retorica dell’accettazione non deve essere spostata di contesto così come l’inclusività. Ciò che conta in un posto non deve discriminare in un altro se non è pertinente. Se sono grasso e brutto ed il mio ruolo lavorativo o nella fruizione di beni e servizi non comporta confronto indispensabile con questi aspetti, questi aspetti non devono essere coinvolti. Ma in tutti gli altri casi, ad esempio la libera espressione, il come io sono è un aspetto coinvolto dai sensi, dalle menti, dai gusti altrui.

Il re è nudo. Siamo obbligati da una forma di coercizione a non dirlo ad alta voce? Allora è sbagliato. Il re ha un problema se non vuole che si affermi la realtà e lo ha ancora di più se questa realtà, affermata, gli causa fastidio. O si veste – quindi non accetta la sua condizione – oppure risponde “si, è vero, io sono così come voi dite”.

Ci sono molti casi in cui la sensibilità altrui può non venire urtata perché non c’è necessità di esprimere un giudizio non richiesto. Ma quando una forma di espressione è “richiesta”? Affermare il vero. Tacere il vero. Quanto sentiamo forte che una delle due cose è sbagliata?

Fare del male, far stare intenzionalmente male, volontariamente, con l’intenzione di nuocere, è una cosa, ma fare un’affermazione che ha tra le altre conseguenze (la semplice affermazione di un fatto è la prima) quella di rattristare, ferire, coloro che sono parte di quella verità, è un’altra cosa.

Se non dico che sei grasso non sarai meno grasso. Se non dico che non mi piaci, non starò comunque con te. Se non dico che hai un’alito di merda, comunque non ti bacerò o vorrò conversare fisicamente con te. Se non dico che sei basso comunque tantissime donne ti schiferanno come lammerda.

Alla base della discriminazione c’è la libertà di scelta. Il contesto di questa “sceglibilità” cambia ed è quindi nell’ambito di questi contesti che ci si deve muovere. Resta, per me, che tra i due diritti, quello di affermare il vero – ossia anche una propria sensazione “per me sei brutto” (lo sei per me, è questione di gusto) – vince in caso di disputa culturale prima, legale poi.

Ma io conto zero. Eppure ecco, mi sono espresso. Senza che nessuno lo chiedesse.

Maschilismo/patriarcato VERO. #1289371

Come, per fortuna, Alessandro Masala “Shy” di Breakin Italy recentemente non manca di ricordare, cose come le desinenze delle parole, lo schwa, il liquid gender ed altre amenità sono infinitamente lontane dai problemi attualmente sul terreno, nel cosiddetto, appunto, “paese reale”. Quello di quando (cit) vai dal macellaio.

Mio padre è vivo. Mia madre è viva. Quello che io vi racconto ORA era vero e vissuto da quando ho coscienza e capacità di osservazione: sono un maschio bianco etero cisgender nato negli anni ’70, loro sono nati negli anni ’30.

Oggi sono vecchi.

Mio padre è semplicemente, mediamente, un prodotto standard del maschilismo tradizionale, non particolarmente conservatore per i tempi, ma entro i margini. Mia madre anche: ma mia madre è stata dentro il mondo che cambiava: le sue amiche avevano fatto scelte diverse; non tutte certo, ma era possibile: era proprio lì che le cose stavano iniziando a cambiare. Non si tratta di victim blaming, ma di corresponsabilità.

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