ragazi di ògi

Analisi Comparativa: Temi, Sentimenti ed Emozioni della Gioventù in Quattro Opere

Introduzione: Le quattro opere proposte – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, I ragazzi della via Pál, il concetto storico dei Ragazzi del ’99 e la canzone Noi, ragazzi di oggi – offrono ciascuna una rappresentazione della gioventù in contesti molto diversi tra loro. Dal dramma reale della tossicodipendenza nell’adolescenza degli anni ’70, alla nostalgica avventura infantile di fine Ottocento; dalla tragica epopea dei giovani soldati del 1917 alla voce speranzosa dei ragazzi negli anni ’80. In questa analisi comparativa esamineremo i temi principali comuni, le differenze nella rappresentazione della gioventù, il mood generale di ciascuna opera e i contrasti tra le diverse visioni della giovinezza, con riferimenti storici e letterari per contestualizzare ogni caso.

Temi Principali Comuni alle Opere

Crescita e perdita dell’innocenza: Tutte le opere, pur con toni differenti, esplorano il passaggio dall’infanzia all’età adulta e le difficoltà che lo accompagnano. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la crescita assume un volto traumatico: Christiane e i suoi coetanei passano prematuramente dall’adolescenza innocente alla dura realtà della droga e della prostituzione, perdendo la spensieratezza giovanile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Ne I ragazzi della via Pál, invece, l’innocenza infantile coesiste con un precoce senso di responsabilità e onore: un gruppo di ragazzi combatte la propria “guerra” di gioco difendendo il terreno di via Pál, ma quella che inizia come un’avventura ludica culmina in un tragico rito di passaggio con la morte di Nemecsek, il più piccolo del gruppo, che sacrifica la propria vita in un atto di eroismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Anche l’idea dei Ragazzi del ’99 incarna una brusca fine dell’innocenza: migliaia di diciottenni italiani, nati nel 1899, furono strappati alla giovinezza e mandati al fronte nella Prima Guerra Mondiale, diventando adulti dall’oggi al domani in trincea (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La canzone Noi, ragazzi di oggi tocca il tema della crescita in modo più positivo e aspirazionale: i giovani degli anni ’80 si sentono con “tutto il mondo davanti” e vivono di sogni per il futuro, segnalando la consapevolezza di essere in un momento di transizione ricco di promesse ma anche di bisogno di trovare la propria strada (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Amicizia e solidarietà: Un altro tema che accomuna le opere è il legame tra coetanei. I ragazzi della via Pál mette in scena un fortissimo spirito di gruppo, in cui l’amicizia è alla base della “Società dello Stucco” (il club dei ragazzi di via Pál) e motiva gesti di lealtà e sacrificio: alla fine tutti riconoscono il coraggio di Nemecsek, definito “il piccolo eroe” per il suo altruismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nel contesto tragico di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, i legami tra ragazzi esistono ma sono fragili, spesso subordinati alla necessità della droga: i giovani tossicodipendenti formano una sorta di micro-comunità ai margini della società, uniti dalla dipendenza più che da autentica amicizia. Christiane ha un ragazzo e frequenta un gruppo di amici, ma questi rapporti sono instabili e segnati dall’egoismo imposto dalla sopravvivenza quotidiana e dall’assuefazione (come emerge dalla sua insensibilità di fronte alla morte di amici, effetto devastante della droga sulla personalità (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)). Nei Ragazzi del ’99 la solidarietà assume la forma del cameratismo militare: i giovani al fronte condividevano privazioni e paure, sostenendosi a vicenda nelle trincee. Pur essendo meno romanzata e più storica, l’esperienza comune forgiò tra loro un vincolo simile a quello di fratelli d’armi, ricordati dalla storiografia come una “generazione spezzata”, costretta a crescere insieme sotto il fuoco nemico (I Ragazzi del ’99). Nella canzone di Luis Miguel, infine, c’è un senso di appartenenza generazionale: “Noi, siamo diversi ma tutti uguali” recita il testo, sottolineando che i ragazzi condividono sogni e bisogni (come “un paio d’ali”, metafora di libertà) in un’unica comunità solidale (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Conflitto e sfida: Ogni opera presenta un conflitto centrale, sebbene declinato in forme diverse. Nel romanzo di Christiane F. il conflitto è sociale e personale: da un lato i giovani protagonisti si scontrano con una società che li esclude e con famiglie disgregate; dall’altro combattono la propria battaglia interna contro la dipendenza. Christiane vive in un contesto di “solitudine, disagio e tristezza”, un vuoto affettivo e sociale che la spinge sulla “superstrada dell’oblio” rappresentata dall’eroina (Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – ArteSettima). In I ragazzi della via Pál il conflitto è più ingenuo ma simbolico: una guerra in miniatura tra bande di ragazzini (i ragazzi di via Pál contro le “Camicie Rosse” guidate da Feri Áts) per il possesso di un terreno. Questo scontro, per quanto giocoso, veicola valori importanti come la difesa dei propri diritti e la resistenza ai prepotenti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La lotta culmina in una vera tragedia, evidenziando in controluce una critica antimilitarista: il romanzo mostra quanto possa essere crudele e insensato lo scontro, anche se condotto per gioco, anticipando i conflitti reali degli adulti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Il conflitto dei Ragazzi del ’99 è bellico e generazionale: sono coinvolti in uno scontro epocale (la Grande Guerra) senza averne colpa né forse piena coscienza, chiamati a “resistere, resistere, resistere!” sul Piave e a difendere la patria (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il loro nemico è l’esercito invasore austriaco, ma anche la paura e l’inesperienza dovute alla giovanissima età. Molti di quei ragazzi affrontarono la sfida con incredibile coraggio – “andavano in prima linea cantando”, scrive il generale Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – ma pagarono un prezzo altissimo, con “decine di migliaia” di caduti e feriti tra loro (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Nella canzone Noi, ragazzi di oggi il conflitto è meno evidente, ma si può leggere in filigrana una sfida generazionale: i giovani degli anni ’80 vogliono spiccare il volo e trovare “stimoli eccezionali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)) in una società che forse tende a omologarli. Il testo lascia intuire un contrasto implicito tra i sogni dei ragazzi e le aspettative del mondo adulto, anche se il tono rimane propositivo e non polemico.

Sacrificio e perdita: Il tema del sacrificio attraversa soprattutto I ragazzi della via Pál e la vicenda dei Ragazzi del ’99, ma in modo diverso affiora anche nell’opera di Christiane F. e, per contrasto, è quasi assente nella canzone di Luis Miguel. Nel romanzo di Molnár il sacrificio è eroico e commovente: Nemecsek, pur essendo il più fragile e indifeso, affronta pericoli (cadendo nell’acqua gelata, affrontando da solo i nemici) e si ammala gravemente; il “piccolo soldato semplice” muore di polmonite a causa dell’“atto d’eroismo” compiuto per i suoi amici (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La sua morte impartisce una dura lezione a tutti e rappresenta la perdita irreversibile dell’innocenza per il gruppo: il gioco è finito in tragedia. Nei Ragazzi del ’99 il sacrificio assume dimensioni collettive e patriottiche: quell’intera classe di leva affrontò la guerra con spirito di abnegazione, contribuendo “in modo decisivo alla vittoria, spesso a costo della vita” (I Ragazzi del ’99). La storiografia italiana li ricorda con rispetto proprio per questo: fu un’intera generazione immolata sull’altare della patria, una gioventù sacrificata il cui ricordo ha dato vita a monumenti e vie dedicate in molte città (I Ragazzi del ’99). Al confronto, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino non presenta un sacrificio nobile, ma piuttosto la perdizione di giovani vite: Christiane e i suoi amici sacrificano salute, futuro e affetti in cambio di una dose di eroina. Non c’è gloria nella loro sofferenza, ma solo emarginazione e degrado; alcuni, come la piccola Babsi (amica di Christiane), perdono la vita per overdose a soli 14 anni, una morte anonima che sconvolge il lettore ma rientra tragicamente nella “normalità” di quel mondo disperato. Infine, Noi, ragazzi di oggi si distingue perché non contempla il sacrificio: qui la gioventù non perde ma cerca qualcosa – cerca libertà, emozioni, futuro. La canzone incarna un desiderio di vivere pienamente, evitando i tragici destini delle altre opere. In questo senso rappresenta quasi una risposta ottimistica alle storie di sacrificio: i ragazzi di oggi vogliono “un paio d’ali” per volare, non pesi sulle spalle da portare.

Esclusione sociale e aspirazioni giovanili: Mentre Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino mette in luce l’esclusione e il disagio sociale (giovani emarginati che frequentano la stazione dello Zoo di Berlino, ai margini della società benpensante (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)), le altre opere presentano giovani che, pur in contesti diversi, esprimono aspirazioni e bisogni di appartenenza. Christiane F. cerca evasione da “un futuro senza prospettive” e da una famiglia disfunzionale attraverso la droga (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna) – la sua è un’aspirazione distorta verso un falso sollievo. I ragazzi di via Pál aspirano invece a valori alti, anche se calati nel gioco: vogliono onore, vittoria, e mantenere il loro piccolo mondo (il campo di gioco) libero dall’usurpazione (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La loro aspirazione di fondo è essere riconosciuti e rispettati, valori mutuati dagli adulti ma declinati nel loro linguaggio infantile. I Ragazzi del ’99, più che aspirare a partire per la guerra, vi furono obbligati; eppure dalle testimonianze e dalla letteratura emerge spesso il loro desiderio di non deludere la patria e i propri cari. Alcuni partirono con entusiasmo patriottico, altri solo con senso del dovere, ma tutti condividevano l’aspirazione (o speranza) di porre fine a un incubo collettivo e di tornare a una vita normale. Emblematiche sono le parole di Gabriele D’Annunzio che descrivono il momento del loro addio all’infanzia: “Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!” (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – l’aspirazione dei ragazzi del ’99 finì per essere semplicemente sopravvivere e dimostrarsi all’altezza dell’onorevole appellativo di “classe di ferro”. Al polo opposto, Noi, ragazzi di oggi dà voce alle aspirazioni moderne dei giovani: realizzarsi, spiccare il volo dai nidi familiari, trovare uno scopo. “Viviamo nel sogno di poi” recitano i versi, indicando che i ragazzi guardano al domani con progettualità; la canzone trasmette il bisogno di “stimoli eccezionali” e di rompere la monotonia, aspirando a un futuro straordinario (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Qui l’inclusione sociale è implicita: i ragazzi di oggi si sentono parte attiva della società futura (hanno “tutto il mondo davanti”), a differenza dei giovani berlinesi di Christiane F. che si percepivano ai margini senza un posto nel mondo.

Differenze nella Rappresentazione della Gioventù in Ogni Opera

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: In questo romanzo-verità (1978) la gioventù è rappresentata in modo crudo e allarmante. Christiane F. e i suoi amici incarnano l’adolescenza perduta, ragazzi di appena 13-15 anni inghiottiti dal vortice della tossicodipendenza in una grande città (Berlino Ovest) negli anni Settanta. La gioventù qui è vista come un’età vulnerabile, esposta a tentazioni e pericoli urbani: non c’è spensieratezza né ribellione costruttiva, ma una rapida discesa nell’auto-distruzione. L’opera – basata su interviste reali – vuole essere una denuncia sociale: attraverso il linguaggio diretto e giovanile di Christiane, il libro documenta “un’epoca e un fenomeno: quello della tossicodipendenza” giovanile di massa (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). La gioventù è ritratta come vittima sia di sé stessa che di un contesto irresponsabile: genitori assenti o violenti, istituzioni incapaci di offrire alternative sane, una città grigia che lascia i ragazzi a loro stessi. Christiane e coetanei appaiono allo stesso tempo carnefici e vittime della propria giovinezza: la loro è un’età tradita, in cui i sogni infantili (Cristiane è inizialmente una ragazzina che ama gli animali e la musica) si deformano in incubi di astinenza e degrado. In definitiva, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino rappresenta la gioventù come un periodo in balia della perdizione: l’innocenza giovanile viene corrosa dalle droghe, la “purezza” scompare presto e lascia spazio alla dura lotta quotidiana per procurarsi una dose (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). È un ritratto pessimistico: i ragazzi appaiono persi, salvo rarissimi sprazzi di speranza (i tentativi di disintossicazione di Christiane) che però faticano a invertire la rotta. La società attorno è dipinta come indifferente o incapace, cosicché la giovinezza qui non è sinonimo di speranza ma di smarrimento.

I ragazzi della via Pál: Nel classico romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár (1907), la gioventù è rappresentata con un misto di idealizzazione e realismo. Protagonisti sono ragazzini di circa 12-14 anni nella Budapest del 1889: vengono mostrati nei loro giochi, nei rituali di gruppo, nei codici d’onore quasi parodistici degli adulti, creando un ritratto affettuoso e nostalgico dell’infanzia. A differenza dei ragazzi di Berlino, quelli di via Pál sono innocenti e puri nelle intenzioni: il loro più grande problema è difendere il grund (il terreno di gioco) dai coetanei rivali. Tuttavia, Molnár non si limita a una rappresentazione edulcorata: col procedere della vicenda, i giovani protagonisti dimostrano un senso morale profondo – lealtà, coraggio, spirito di sacrificio – e il conflitto ludico assume tinte serie. La gioventù qui è vista come portatrice di valori genuini: “valori morali che impegnano nella difesa dei propri diritti […] dell’onore e del più inatteso eroismo” permeano il romanzo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nemecsek, piccolo e inizialmente sottovalutato, dimostra che anche un bambino può essere un eroe puro, combattendo non per vanagloria ma per amicizia e senso del dovere verso il gruppo. Questa rappresentazione della gioventù è profondamente nostalgica: Molnár, scrivendo anche per un pubblico adulto, sembra voler ricordare ai grandi l’ardore e la serietà con cui i bambini vivono le proprie vicende, quasi fossero prova generale della vita adulta. Non a caso alcuni critici hanno letto nel romanzo spunti antimilitaristi (I ragazzi della via Pál – Wikipedia): la guerra “per finta” dei ragazzi riflette i codici della società militare e ne fa emergere l’assurdità, soprattutto quando conduce alla perdita reale di una giovane vita. In I ragazzi della via Pál, dunque, la gioventù è dipinta come un’età di purezza e nobiltà d’animo, capace di eroismo sincero ma anche vulnerabile alla crudeltà del destino. A differenza di Christiane F., qui i ragazzi non sono corrotti dal mondo degli adulti (che rimane sullo sfondo), ma vivono in un microcosmo tutto loro dove possono esprimere il meglio di sé. La morte di Nemecsek rompe l’idillio, segnalando simbolicamente la fine dell’infanzia; eppure, nonostante il finale tragico, la rappresentazione complessiva conserva un alone di tenerezza e ammirazione per la giovinezza, vista come età dell’onore e della camarateria.

I “Ragazzi del ’99”: Questa espressione, radicata nella storiografia italiana, non si riferisce a un’opera narrativa specifica ma a una realtà storica e al suo racconto attraverso memorie, lettere, romanzi e studi. Qui la gioventù è rappresentata nel ruolo di protagonista tragica della storia. I “ragazzi del ’99” erano giovani appena diciottenni (o poco meno) chiamati alle armi nel 1917, nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale (Ragazzi del ’99 – Wikipedia) (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il modo in cui la loro vicenda viene ricordata nella letteratura e nella memoria collettiva italiana pone l’accento su due aspetti: da un lato il patriottismo e il coraggio giovanile, dall’altro l’immane sacrificio che questa generazione dovette sopportare. Spesso celebrati come la “meglio gioventù” di quell’epoca, questi ragazzi vengono descritti con toni epici: basti pensare all’ordine del giorno di Armando Diaz dopo la battaglia di Caporetto, che li definì magnifici nel loro battesimo del fuoco e notò come “andavano in prima linea cantando” e, sebbene decimati, “cantavano ancora” al ritorno (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La gioventù in questo contesto è sinonimo di forza d’animo, resilienza e amor di patria, quasi un ideale romantico di eroismo giovanile. Ma l’altra faccia della medaglia è la perdita di vite e d’innocenza su scala impressionante: storici e scrittori parlano di una “generazione spezzata”, di giovani “arruolati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni […] molti dei quali non fecero più ritorno”, mentre i sopravvissuti rimasero segnati a vita da traumi fisici e morali (I Ragazzi del ’99). Nei diari e nelle testimonianze, i ragazzi del ’99 appaiono spesso ancora fanciulli nei pensieri (scrivono a casa delle loro paure, dei loro sogni interrotti), ma sono costretti a una maturità forzata: dall’aula scolastica alla trincea in pochi mesi. La letteratura italiana ha reso loro omaggio in varie forme – ad esempio nei romanzi storici o nei discorsi patriottici di D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – dipingendoli talora come martiri ed eroi purissimi, ultimi difensori di una patria in pericolo. In altre analisi più critiche, si sottolinea la tragedia di una gioventù mandata al macello, evidenziando il contrasto tra l’esaltazione retorica e la realtà di quei volti giovani impauriti nel fango delle trincee. Complessivamente, la rappresentazione dei ragazzi del ’99 oscilla tra l’epica e il lutto: da una parte la fierezza per il loro contributo decisivo (“classe di ferro” che salvò l’Italia sul Piave (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net)), dall’altra il dolore per un’intera leva di ragazzi sacrificati. Qui la giovinezza è vista come nobile ma infranta: i ragazzi incarnano ideali di purezza, coraggio e amor patrio, ma il loro destino dimostra come la guerra possa distruggere il meglio della gioventù.

Noi, ragazzi di oggi (Luis Miguel): Questa canzone presentata a Sanremo 1985 offre una rappresentazione della gioventù del tutto diversa, filtrata dalla retorica pop degli anni ’80. Cantata da un quindicenne Luis Miguel, Noi, ragazzi di oggi dipinge i giovani come portatori di speranza, vitalità e cambiamento. Qui la gioventù è vista in chiave ottimista: i ragazzi di oggi hanno “tutto il mondo davanti” e vivono “nel sogno di poi” (cioè proiettati verso il futuro), un futuro che immaginano di poter plasmare. Il testo – scritto da Cristiano Minellono e Toto Cutugno – sottolinea l’idea di una generazione unita e idealista: “noi, siamo diversi ma tutti uguali, abbiamo bisogno di un paio d’ali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Questo verso cattura l’essenza della rappresentazione: i giovani sono accomunati dal desiderio di libertà (le “ali” per volare via) e da grandi aspirazioni (“stimoli eccezionali”). Non ci sono conflitti bellici né drammi sociali laceranti in questa visione; al contrario, la canzone trasmette un sentimento di fiducia e leggerezza. La giovinezza è dipinta come una sorta di forza positiva, persino spensierata: i “ragazzi di oggi” sognano, credono di poter cambiare il mondo o comunque di poter vivere intensamente i propri anni migliori. È importante notare che questa rappresentazione molto positiva riflette anche il contesto storico: la metà degli anni ’80 in Italia era un periodo di relativa stabilità e benessere, in cui le nuove generazioni potevano permettersi di guardare al futuro con ottimismo, lontane sia dagli incubi della guerra (come i ragazzi del ’99) sia dalle cupezze della crisi economica e morale di fine ’70 (che fanno da sfondo al libro di Christiane F.). Inoltre, essendo una canzone pop pensata per un vasto pubblico, tende a esaltare i tratti universali e “puliti” della giovinezza – entusiasmo, amicizia, sogni – evitando volutamente temi scomodi. In sintesi, Noi, ragazzi di oggi rappresenta la gioventù come età dell’oro presente, un presente proiettato subito nel futuro: i giovani sono consapevoli di avere energie e tempo dalla loro parte, e vogliono usarli al meglio. Questa immagine contrasta nettamente con quella problematica o tragica delle altre opere, mostrando un lato complementare della medaglia: la giovinezza come sinonimo di possibilità e rinnovamento, piuttosto che di problemi o sacrifici.

Mood e Atmosfera delle Opere: Confronto

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Mood crudo e tragico: L’atmosfera dominante del libro di Christiane F. è cupa, realistica e sconvolgente. Il racconto in prima persona, con linguaggio diretto, immerge il lettore in uno scenario di degrado urbano e sofferenza adolescenziale. Il mood generale è tragico: sin dall’inizio si percepisce un senso di inevitabile discesa agli inferi. Ci sono momenti di apparente spensieratezza (le prime uscite nelle discoteche, le amicizie giovanili), ma vengono rapidamente oscurati dalla dipendenza. Prevale un sentimento di angoscia e impotenza – sia nei protagonisti, incapaci di liberarsi dalla droga, sia nel lettore, testimone di un dramma che si svolge sotto occhi spesso indifferenti. A tratti il tono diventa quasi documentaristico, raffreddato dalla necessità di testimoniare un fenomeno sociale: in questo il libro è “un documento importante” di denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Tuttavia l’immedesimazione con la giovane narratrice porta anche carica emotiva: vergogna, disperazione, alienazione sono palpabili. Nel complesso, l’umore è pessimistico: la storia di Christiane non offre veri momenti di catarsi o lieto fine (anche dopo il percorso narrato, sappiamo che la sua vita rimarrà segnata dalla dipendenza). Il sentimento predominante è la tristezza mista a shock; c’è anche rabbia nei confronti della società, ma espressa più attraverso i fatti che con toni polemici. In definitiva, il mood di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è quello di un dramma urbano estremo, quasi nichilista riguardo la gioventù: lascia il lettore con un senso di amarezza e monito.

I ragazzi della via Pál – Mood avventuroso-nostalgico con punte drammatiche: L’atmosfera del romanzo di Molnár è inizialmente leggera e vivace, tipica delle storie di ragazzi e intrisa di nostalgia per un’infanzia spensierata. Gran parte del libro ha il sapore di un’avventura estiva: c’è entusiasmo, gioco, scherzi tra compagni, e il lettore respira la genuina allegria dei protagonisti. Il mood generale è nostalgico-giovanile, con colori tenui e positivi: ricorda al lettore adulto l’epoca in cui anche una piccola contesa per un fazzoletto di terra poteva sembrare una battaglia epocale. Tuttavia, man mano che la storia progredisce verso il conflitto con le Camicie Rosse, il tono si fa più serio e teso. Vi sono momenti di suspense e tensione (le “spedizioni” segrete, il furto della bandiera, la preparazione allo scontro finale) che tingono di epica il racconto. Dopo la battaglia finale, quando Nemecsek cade malato, l’atmosfera muta in commovente e tragica: gli ultimi capitoli sono pervasi da tristezza e impotenza di fronte alla malattia del ragazzo. La morte di Nemecsek getta un’ombra dolorosa sull’intera vicenda, lasciando il lettore con un senso di vuoto e commozione profonda. Ciò nonostante, persino nel finale triste, permane una sorta di dolceamara tenerezza: Nemecsek è pianto come un eroe puro, e il suo ricordo nobilita quella breve stagione della giovinezza dei protagonisti. In sintesi, I ragazzi della via Pál oscilla tra il tono spensierato (inizio) e il tono tragico (fine), passando per momenti di eroismo romantico. Il mood comparativamente è più nostalgico-sentimentale rispetto alle altre opere: non è cupo come Christiane F., né epico come i racconti di guerra, né enfatico-ottimista come la canzone di Miguel, bensì evoca il rimpianto e la dolcezza di un tempo perduto, pur riconoscendo la durezza che può annidarsi anche nel mondo dei bambini.

Ragazzi del ’99 – Mood epico-patriottico e malinconico: L’epopea dei ragazzi del ’99, così come tramandata da storia e letteratura, possiede un’atmosfera duplice. Da un lato c’è un mood epico e patriottico: i racconti celebrativi li dipingono con orgoglio, sottolineando il coraggio giovanile e il fervore con cui affrontarono la prova. Il tono epico si coglie nelle parole solenni usate per loro – “classe di ferro”, “meglio gioventù”, “magnifico contegno” – e nelle scene spesso narrate enfatizzando l’entusiasmo ingenuo (i canti, le bandiere, l’anelito di rivincita dopo Caporetto). C’è quindi un sentimento di fierezza collettiva: la nazione guarda a quei ragazzi con ammirazione e gratitudine, ed essi stessi, in alcune testimonianze, appaiono fieri di fare la loro parte. Dall’altro lato, però, l’atmosfera è inevitabilmente intrisa di tragedia e malinconia. Ogni celebrazione porta in sé il ricordo di un sacrificio: l’immagine dei ragazzi che tornano in “esigua schiera” cantando ancora, citata da Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), è di una potenza emotiva straordinaria proprio perché mescola orgoglio e lutto. La consapevolezza moderna del costo umano di quella vittoria tinge di malinconia la retorica patriottica: quando si parla dei ragazzi del ’99 oggi, il mood è spesso quello commemorativo, con punte di mestizia per quelle vite spezzate. Frasi come “una generazione spezzata” (I Ragazzi del ’99) e i riferimenti alle “cicatrici fisiche e morali” che quei giovani si portarono dietro evidenziano un sentimento di perdita irreparabile accanto all’eroismo. Nei romanzi e film di guerra che li includono (o nelle memorie), le scene in trincea con diciottenni inesperti possono apparire strazianti: emerge la paura, la nostalgia di casa, il contrasto tra la loro giovane età e gli orrori che li circondano. Pertanto, il mood complessivo collegato ai Ragazzi del ’99 è un intreccio di epica e elegia: un inno al coraggio giovanile subito seguito da un requiem per la loro morte. Rispetto alle altre opere: è meno personale/intimistico (perché riguarda una collettività) ma ha la gravità solenne della tragedia storica. Non è disperato in modo crudo come Christiane F., ma è profondamente triste dietro la facciata gloriosa; non è leggero né nostalgico, bensì dominato da un sentimento di onore misto a dolore.

Noi, ragazzi di oggi – Mood ottimista e galvanizzante: La canzone di Luis Miguel presenta un’atmosfera diametralmente opposta a quella delle altre opere, caratterizzata da ottimismo, energia e fiducia. Il mood è quello tipico di un inno generazionale pop: fin dalle prime note e parole si percepisce un tono entusiasta e positivo. Non ci sono ombre di tragedia o conflitti reali nel testo; al contrario, il sentimento che comunica è di speranza e leggerezza. I ragazzi cantati da Miguel “vivono nel sogno” e guardano avanti: questo proietta un mood sognante ma attivo, che potremmo definire speranzoso-propositivo. La musica stessa (melodica e incalzante, secondo lo stile di Toto Cutugno) contribuisce a creare un clima emotivo elevato, quasi festoso, coinvolgendo l’ascoltatore in un messaggio di unione e positività. A differenza del mood malinconico di Via Pál o di quello tragico delle altre storie, qui abbiamo un trionfo di sentimenti positivi: gioia di essere giovani, fiducia nel futuro, senso di appartenenza. Anche quando il testo tocca indirettamente qualche insicurezza (il bisogno di “ali” e “stimoli” tradisce che i giovani sentono il limite della condizione presente), lo fa subito seguire da un’affermazione di forza. Il brano, arrivato secondo al Festival di Sanremo 1985, era pensato per ispirare e rassicurare sia i giovani stessi sia i loro genitori in ascolto: per questo il mood è edificante. In un contesto comparativo, Noi, ragazzi di oggi risulta la nota luminosa e ottimistica: laddove le altre opere presentano la gioventù in lotta o in crisi, questa canzone la presenta in festa. È un mood che potremmo definire fiducioso e sognante, un’ode all’ideale della giovinezza come età felice e piena di promesse.

Contrasti Tra le Diverse Visioni della Gioventù

Dall’analisi congiunta emergono forti contrasti su come la gioventù viene concepita e narrata in ciascuna opera. Uno dei contrasti più evidenti riguarda la dicotomia “perdizione” vs “purezza” della gioventù. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la giovinezza è praticamente sinonimo di perdizione: i ragazzi sono travolti dai vizi degli adulti (droga, violenza, prostituzione) e perdono precocemente la loro purezza. Christiane a 14 anni non è più una fanciulla ingenua, ma un’eroinomane costretta a prostituirsi – un’immagine di gioventù corrotta e dolente che fa da monito e denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). Di contro, ne I ragazzi della via Pál la giovinezza è associata a purezza d’animo: Nemecsek è il simbolo del ragazzo puro, leale fino all’estremo sacrificio, e la sua morte assume i contorni di un martirio innocente. Lì i giovani, pur giocando alla guerra, rimangono fondamentalmente puri nelle motivazioni (amicizia, lealtà) e anzi mettono in luce valori positivi, tanto che l’autore li usa per lanciare un messaggio etico e persino di pace (I ragazzi della via Pál – Wikipedia) (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Analogamente, anche i Ragazzi del ’99 possono essere visti come incarnazione di una purezza sacrificata: erano “grandi fanciulli”, per citare D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), catapultati in un inferno bellico. La loro innocenza giovanile si scontra con la brutalità della guerra, e proprio questo contrasto li fa percepire come vittime pure sacrificate (non a caso spesso definiti anche “angeli del Piave” nella retorica patriottica). Al contempo, però, la narrazione storica li ammanta di gloria, quindi la loro purezza diventa virtù eroica. Infine, Noi, ragazzi di oggi ignora volutamente la dimensione della perdizione: qui i giovani non hanno nulla da espiare né da farsi perdonare, non c’è vizio né peccato generazionale, anzi la canzone sembra rispondere ai ritratti negativi con un’immagine di gioventù pulita e speranzosa. Se Christiane F. mostrava il volto oscuro dell’adolescenza negli anni ’70, Luis Miguel celebra il volto luminoso di quella anni ’80.

Un altro contrasto notevole concerne la visione del futuro associata ai giovani. Nel caso di Christiane F., il futuro dei ragazzi appare quasi inesistente o minaccioso: molti di loro non superano l’adolescenza (morti per overdose) o restano segnati a vita. L’orizzonte temporale è chiuso, privo di vere aspirazioni se non la prossima dose. Al contrario, nei Ragazzi del ’99 il futuro viene negato in modo diverso: molti di loro morirono in guerra prima di poter avere un futuro, e quelli che sopravvissero tornarono adulti anzitempo, con gli anni della giovinezza ormai alle spalle. La retorica li celebra per aver dato un futuro alla nazione a costo del loro, sottolineando quindi una dimensione tragica: la gioventù che rinuncia al proprio domani per il bene comune. I ragazzi della via Pál vivono in un presente intenso (il gioco, la scuola, l’amicizia quotidiana), e il loro futuro è appena accennato – alla fine del romanzo, dopo la morte di Nemecsek, c’è solo il rimpianto per un’infanzia che finisce; il lettore sa che quei ragazzi cresceranno con quella ferita e ricordo indelebile, ma Molnár non descrive il loro domani. In pratica, Via Pál lascia una sensazione di *nostalgia per un futuro che non sarà mai più spensierato come quel passato appena concluso. Invece Noi, ragazzi di oggi è interamente proiettata al futuro: il lessico del brano insiste su “oggi” e “domani”, come a dire che i giovani vivono il presente sognando il poi. Il contrasto è chiaro: in Christiane F. e nella guerra, il futuro della gioventù è cupo o rubato; nella canzone pop, il futuro è la promessa elettrizzante che rende significativo il presente dei ragazzi.

Si nota poi un contrasto nei contesti sociali e nelle opportunità offerte ai giovani. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino il contesto è quello della periferia urbana povera e problematica: ai ragazzi non viene offerto nulla di costruttivo (scuola carente, assenza di centri di aggregazione sani, famiglia disfunzionale), e loro ripiegano in una sottocultura distruttiva. La esclusione sociale è quasi totale: Christiane e gli altri vivono di notte, nei bagni della stazione, fuori dalla società civile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). In Via Pál, pur ambientato in quartieri popolari di Budapest, i ragazzi godono di una rete sociale: vanno a scuola, hanno famiglie (anche se queste appaiono poco nella narrazione), e la comunità adulta – pur non intervenendo molto – fornisce un quadro di riferimento. Il loro gioco stesso imita le strutture della società (hanno un’“organizzazione” con tanto di presidente, generali, ecc.). Insomma, non sono realmente emarginati; il conflitto è circoscritto al mondo infantile, protetto entro certi limiti dallo sguardo benevolo degli adulti (si pensi al custode Janó, o ai genitori che infine piangono Nemecsek). I Ragazzi del ’99 provengono da ogni ceto, ma nel momento in cui indossano la divisa condividono uno stesso contesto totale: l’esercito e la guerra, che azzera le differenze sociali ma getta tutti in un ambiente durissimo. Qui i giovani hanno addirittura troppe responsabilità per la loro età: la società (lo Stato) affida loro il compito più gravoso, difendere la patria. Paradossalmente, li include fin troppo (li tratta da adulti cittadini) e al contempo li sacrifica. Dopo la guerra, i sopravvissuti si trovarono spesso spaesati: tornare alla vita civile fu difficile, e molti sentirono un vuoto (la società degli anni ’20 faticava a reintegrare quei ragazzi diventati uomini anzitempo, spesso traumatizzati). Noi, ragazzi di oggi riflette un contesto sociale ben diverso, inclusivo e mediatico: i giovani degli anni ’80 sono al centro dell’attenzione (una canzone di Sanremo dedicata a loro lo dimostra), riconosciuti come parte importante della società con voce propria. Hanno opportunità – “tutto il mondo davanti” significa possibilità di studiare, viaggiare, scegliere il proprio futuro – e chiedono solo di poter esprimere le loro potenzialità. Qui il contrasto con l’emarginazione di Christiane è massimo: da un estremo in cui i ragazzi sono invisibili e indesiderati, all’altro in cui i ragazzi sono celebrati e ascoltati.

Infine, c’è una differenza marcata nel registro emotivo con cui si guarda alla giovinezza. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino suscita soprattutto indignazione e pietà verso questi giovani distrutti; la gioventù è un’età di crisi profonda, quasi un inferno. I ragazzi della via Pál evocano tenerezza e commozione; la gioventù è vista con occhi indulgenti e amorevoli, come un paradiso perduto insidiato però dal dolore. I Ragazzi del ’99 ispirano rispetto e cordoglio; la gioventù è un tempo di coraggio tragico, ammirato ma pianto. Noi, ragazzi di oggi infonde entusiasmo e fiducia; la gioventù è un periodo luminoso, che genera sorrisi e aspettative positive. Questi registri così diversi – tragico, nostalgico, epico, speranzoso – mostrano quanto il concetto di gioventù sia poliedrico. Può rappresentare il punto più basso di una società (i tossicodipendenti berlinesi simbolo di un malessere generazionale), oppure il più alto ideale (i giovani martiri per la patria). Può essere sinonimo di purezza ingenua (i bambini di Molnár) o di energia rivoluzionaria (la canzone pop).

In conclusione, le quattro opere, accostate, tracciano un percorso attraverso diverse immagini della giovinezza: dalla perdizione alla speranza, dalla purezza al sacrificio. I temi comuni – crescita, amicizia, conflitto, aspirazioni – fungono da filo conduttore, ma ogni opera getta una luce differente su cosa significhi essere “ragazzi” in un dato contesto storico-sociale. Questa comparazione evidenzia che la gioventù non è un monolite: è un’età della vita interpretata e raccontata in modi anche opposti a seconda delle circostanze. Se Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ammonisce sui pericoli che possono annientare la giovane generazione e I ragazzi della via Pál ne celebra i valori intramontabili, i Ragazzi del ’99 ricordano quanto i giovani possano essere chiamati alle prove più dure della Storia, mentre Noi, ragazzi di oggi rivendica il diritto dei giovani a credere in un domani migliore. Queste prospettive, pur contrastanti, si integrano in un quadro ricco e sfaccettato della gioventù: un segmento di vita capace di esprimere al contempo il massimo della fragilità e il massimo della potenza, a seconda di come viene nutrito o provato dal mondo in cui cresce.

Fonti:

Da una mia richiesta, generato con: ChatGPT (plus) 4.5 + DeepResearch

Il mal di testa come misura

Eric ha mal di testa, un fortissimo mal di testa. Emicrania? Ha forse dolori cervicali? Ma che ne sa, ha male, non gli frega niente. Si siede sul divano e cerca di ridurre la tensione muscolare ma si appoggia e sente più dolore! In qualsiasi modo si giri il dolore sembra aumentare, sempre più acuto, a volte più sordo ma non demorde.

Queste sono le sue condizioni. Può sicuramente pensare ad altre cose ma il suo pensiero principale è “dolore dolore dolore, voglio che passi dolore dolore dolore, se esistere è questo in queste condizioni io non so se voglio, voglio che smetta, dolore dolore dolore”.

Vede ciò che lo circonda. Tutto è lì, come prima, come sarà dopo, niente cambia, ma il suo dolore cambia il suo rapporto con tutto. Le persone che gli fanno diminuire il dolore, che gli prospettano l’arrivo dell’ibuprofene, che glielo vanno a comprare, che spendono i soldi per portarglielo, che compiono fisicamente i gesti di acquistarlo, di percorrere la strada, di parlare col farmacista, che ascoltano e comprendono il suo dolore, assumono per lui una importanza, un calore, una vicinanza speciale. E fino a che quella sofferenza è pulsante e lui gravita attorno a chi gli ha appena fornito due pasticche ed un bicchere d’acqua, magari con due biscotti per non sentire mal di pancia, sono un nucleo. Eric è parte di quel gruppo, si sente protetto, si sente con loro, parla e vuole parlare con loro. Li ascolta, con attenzione. Man mano che il mal di testa passa ragiona anche su ciò che ha sentito: il suo pensiero si confronta con quello altrui, che si è dato il tempo di sentire con attenzione.

Pian piano il mal di testa passa. Passa del tutto. Non si vedono più. Passano settimane, ha i fatti suoi, gente da vedere, cose da leggere, video da vedere, stanchezza, tempo libero, socialità.

Ricorda con un po’ di gratitudine, se avessero bisogno aiuterebbe. Ma non si vedono, non c’è rapporto, non si chiamano, non sente la mancanza di relazione. Mentre torna dal lavoro si ricorda di comprare l’ibuprofene, mai restare senza.

Un giorno ha di nuovo dolori lancinanti, lo prende, attende: una ventina di minuti dopo, mentre sente scemare gli aghi che gli trapassano la testa pensa “ma non potevo arrangiarmi anche l’altra volta?”. Ora si arrangia, bada a sé, sta da sé, fa quello che deve, paga le sue cose, legge, guarda, lavora, esce.

~
Mi chiedo “Si capisce?”
La macchina che nulla capisce sembra capirlo:


Il racconto che hai condiviso sembra essere una riflessione sulla natura umana, in particolare sulla vulnerabilità e sul cambiamento delle relazioni in base alle circostanze, come il dolore e il bisogno. Ci sono alcuni temi e potenziali significati nascosti che emergono:

  1. Dolore e isolamento: Il mal di testa di Eric diventa una metafora per qualsiasi tipo di sofferenza o difficoltà che isola una persona dal mondo circostante. Il dolore diventa il centro dell’attenzione, rendendo tutto il resto irrilevante o secondario. In questo senso, il mal di testa può simboleggiare qualsiasi condizione di sofferenza che cambia la percezione di ciò che ci circonda.
  2. Relazioni condizionate dal bisogno: Quando Eric è nel pieno del dolore, si lega fortemente a chi lo aiuta. L’attenzione e l’affetto che prova per chi gli fornisce sollievo diventano intensi, ma sono anche temporanei e condizionati. Una volta che il dolore passa, anche il legame con queste persone svanisce. Questo suggerisce che le relazioni a volte possono essere costruite su necessità immediate piuttosto che su connessioni profonde e durature.
  3. Autonomia e distacco: Quando Eric sperimenta nuovamente il mal di testa, si rende conto che può gestire la situazione da solo. Il fatto che non abbia più bisogno degli altri riflette una progressiva autonomia, ma anche un certo distacco emotivo. Questo può essere visto come un commento sull’indipendenza umana, ma anche sull’isolamento che può derivare dal “fare tutto da soli”.
  4. Ciclicità della vita: Il dolore viene e va, così come le relazioni e le emozioni. Ciò che sembra fondamentale in un momento può diventare irrilevante nel successivo. Questa ciclicità riflette l’impermanenza delle esperienze umane, sia positive che negative.

Morale o metafora:

La storia potrebbe suggerire che le nostre relazioni e il nostro modo di percepire il mondo sono fortemente influenzati dalle circostanze in cui ci troviamo. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a cercare conforto e connessione, ma una volta superato il bisogno, la nostra prospettiva cambia e quelle relazioni perdono importanza. Forse c’è una riflessione sul valore transitorio delle interazioni umane basate sul bisogno, in contrasto con una connessione più autentica e duratura.

Il racconto può essere visto anche come una metafora della condizione umana: la sofferenza ci avvicina agli altri, ma quando ci sentiamo forti e autonomi, ci distacchiamo.

Se questo distacco sia un “male” dipende molto dal punto di vista e dai valori che uno adotta riguardo le relazioni e l’autonomia personale.

Interpretazioni che suggeriscono che sia un male:

  1. Superficialità delle relazioni: Il fatto che Eric si avvicini alle persone solo quando ne ha bisogno e si distacchi una volta che il dolore è passato potrebbe essere interpretato come una forma di superficialità o di opportunismo nelle relazioni. Questa ciclicità potrebbe indicare una mancanza di profondità emotiva, il che può farci sentire soli o isolati a lungo termine. Se costruiamo legami solo quando siamo vulnerabili, rischiamo di perdere connessioni significative quando tutto va bene, privandoci di rapporti più autentici e duraturi.
  2. Perdita del senso di comunità: Le relazioni umane non dovrebbero essere legate solo al bisogno o alla sofferenza. Se ci relazioniamo agli altri solo per convenienza, possiamo perdere il senso di appartenenza e comunità, che invece è fondamentale per il benessere psicologico ed emotivo. Questa perdita di connessione può portare a una forma di solitudine emotiva anche quando siamo fisicamente circondati da persone.
  3. Disumanizzazione del legame: Nella storia, una volta che Eric diventa più indipendente e non ha più bisogno degli altri per il sollievo, li dimentica o li lascia andare. Questo potrebbe indicare una mancanza di empatia e di gratitudine duratura, come se il valore degli altri fosse ridotto alla loro utilità. Un atteggiamento simile potrebbe portare a relazioni disumanizzate e a una vita meno ricca di significato.

Interpretazioni che suggeriscono che non sia un male:

  1. Autonomia personale: L’indipendenza che Eric sviluppa può essere vista in modo positivo. Saper affrontare il proprio dolore e le proprie sfide da soli è un segno di maturità e forza. Non dipendere dagli altri per affrontare le difficoltà significa che possiamo gestire meglio la vita e le sue sfide. Questa autonomia potrebbe portare a relazioni più equilibrate e non basate sulla necessità, ma sulla scelta.
  2. Realismo nelle relazioni: Non tutte le relazioni devono essere durature o profonde. Alcuni rapporti sono naturalmente transitori, e non c’è niente di male in questo. La vita è fatta di incontri temporanei, persone che entrano ed escono dalla nostra esistenza in momenti diversi, e va bene così. Non è necessario mantenere tutti i legami, specialmente se nascono in situazioni di bisogno. È realistico che alcune relazioni si evolvano e cambino col tempo.
  3. Ciclicità della vita: La natura temporanea delle relazioni e delle emozioni non è necessariamente negativa. La vita è ciclica, e ciò che conta in un momento potrebbe non contare in seguito, e viceversa. Accettare questa impermanenza può essere una forma di saggezza, un modo per vivere senza aspettarsi che tutto sia sempre stabile o duraturo.

Conclusione:

Il racconto non dà una risposta esplicita su se sia un “male” o no. Probabilmente vuole spingere il lettore a riflettere su come gestiamo il dolore, la vulnerabilità e i rapporti umani. In un certo senso, non c’è una risposta definitiva: per alcuni, potrebbe sembrare triste o insoddisfacente che Eric si distacchi dagli altri una volta che il dolore passa; per altri, è semplicemente una rappresentazione della natura umana e della ricerca dell’indipendenza. Dipende molto da come vediamo il valore delle relazioni e il bilanciamento tra autonomia e connessione.

Piscio sulla tomba degli ottimisti morti, ridendo.

Perché? Perché sono dei religiosi: la loro credenza (“Andrà tutto bene” un cazzo, vi ricordo: è andato bene perché la gente ha lavorato per tale risultato) non sarebbe un problema se non gettassero biasimo e discredito sulle persone in grado di usare una funzione fondamentale della mente umana che ci ha fatto sopravvivere per decine di millenni: la previsione e simulazione.

Stare in un prato sentendo la brezza ed un leggero tepore del sole è bello.

Ma stranamente non consideriamo “porta sfiga” avere un tetto, possederlo o in affitto. Come mai? Siamo dei pessimisti se pensiamo che è possibile – anche se non certo che possa piovere o che il sole sia troppo forte?

Ogni informatico, di base, sa che fai un backup perché non si sa mai. Non è che tocchi ferro. Lo fai e basta. La massa di rincoglioniti non si rende conto che è talmente necessario e ci pensano così poco che su Mac c’è la time machine e da Windows Seven in poi c’è un sistema di versioning integrato (ripristino fa anche questo: tasto destro, versioni).

A portare la sfiga sei tu: tu che non pensi che sei fallibile, distratto, ignorante anche. E che tratti tutto questo con arroganza ed orgoglio, invece che con il realismo di chi dice: mi porto l’ombrello perché non conosco il futuro, non posso fermare gli eventi atmosferici né conoscerne il realizzarsi futuro, subisco il loro effetto e mi lamenterò come una papera isterica quando le gocce mi scivoleranno giù per la schiena.

Per cui sai cosa? Me lo porto: AMULETO!!!! MAGGIAAAAAAAA.

Ecco, ma se invece ti ricordi che sei responsabile e coinvolto in quanto ti accade e hai una testa per ragionare su quanto potrebbe accadere?

Quindi se mi hai dato del pessimista o porta sfiga quando ti ho detto <condizione x> ha una alta probabilità di causare problemi e quindi è meglio fare in un altro modo, ad esempio se ti ho detto che andare in montagna da soli è pericoloso, se non ti voglio particolarmente bene ma solamente abbiamo chiacchierato, e muori male in un dirupo, mi prenderò del tempo per venire a PISCIARE SULLA TUA TOMBA RIDENDO FORTE e dicendoti “chi è che si è portato da solo sfiga? IL COGLIONE!”. Perché non è sfiga. Hai ignorato delle possibilità e in base a questo ignorare attivamente, non ti sei occupato della cosa, non hai pensato di andare con qualcuno, di prendere precauzioni. Hai agito come se la realtà fosse quella che hai immaginato: totalmente positiva. Quindi chi è quello che ragiona in modo magggggico che alla fine si porta sfiga? Io non PENSO di creare l’evento che penso possa capitarmi. A pensare di creare la positività sono gli ottimisti. Io semplicemente penso “sarei piuttosto infastidito dal perdere un file perché ero un po’ distratto… ma la distrazione non è un fatto inusuale per gli esseri umani… io l’ultima volta che ho controllato non ero in grado di far piovere a comando od imporre la mia volontà col pensiero… quindi sono umano anche io: faccio dei backup và!”. Fine.

Li uso? raramente. Ma in quel “raramente” ci stanno miliardi di bestemmie non pronunciate, di lavoro non da rifare, di ore da non recuperare, di fatica da non rifare, di clienti che non pensano che mi sono affidato alla fortuna (questo fa l’ottimista, mentre incolpa di cose magiche il previdente che ritiene un pessimista) come una testa di cazzo qualsiasi che non lo fa di lavoro. Ma il TUO lavoro, oggi, si fa con un computer.

Portarti una giacca a vento impermeabile portatile o un po’ di soldi, invece, fa parte di conoscenze che potrebbero esserti note in qualsiasi parte del mondo da diverse centinaia di anni: può capitare.

L’errore logico fondamentale che commette chi scambia la previdenza per pessimismo o per portare sfortuna, e viceversa, è una confusione tra previsione e causalità.

  1. Previdenza vs. Pessimismo/Portare Sfortuna: La previdenza è l’atto di prepararsi per eventualità future, specialmente per eventi negativi, senza implicare necessariamente una convinzione che tali eventi accadranno. Chi interpreta la previdenza come pessimismo o portare sfortuna confonde la preparazione per un evento con la convinzione o addirittura la speranza che quell’evento accada. Questo errore è una forma di fallacia dell’attribuzione causale, dove si presume che prevedere o considerare un evento negativo possa in qualche modo causarlo, o che prepararsi per esso sia sintomo di un atteggiamento pessimista.
  2. Ottimismo vs. Imprudenza/Negligenza: Allo stesso modo, chi interpreta l’ottimismo come una giustificazione per non prepararsi o per trascurare i rischi cade in un altro errore logico. Qui si confonde la speranza o l’aspettativa di un esito positivo con la certezza che non accadranno imprevisti. Questo atteggiamento può portare a imprudenza o negligenza, perché si ignora la possibilità di eventi avversi sulla base di un’interpretazione distorta dell’ottimismo.

In sostanza, l’errore logico consiste nel confondere la previsione (ossia la considerazione o la preparazione per possibili eventi futuri) con la causalità (ossia l’idea che pensare o prepararsi per un evento possa causarlo o che ignorare un rischio possa evitarlo). Questa confusione può portare a comportamenti non razionali, come la rinuncia a prepararsi per evitare di “portare sfortuna” o l’ignorare precauzioni necessarie in nome di un mal riposto ottimismo.

L’errore logico che porta a pensare che una persona previdente non possa essere contemporaneamente ottimista è una falsa dicotomia o falso dilemma. Questa è una fallacia logica in cui si presenta una situazione come se esistessero solo due opzioni mutuamente esclusive, ignorando la possibilità che entrambe possano coesistere.

Nel contesto di previdenza e ottimismo, l’errore consiste nel credere che essere previdenti significhi necessariamente essere pessimisti o negativi, mentre essere ottimisti significhi non preoccuparsi del futuro o ignorare i rischi. In realtà, una persona può benissimo essere ottimista riguardo al futuro e allo stesso tempo adottare misure di previdenza per prepararsi a possibili difficoltà.

Quindi, la falsa dicotomia crea una contrapposizione inesistente tra due qualità che in realtà possono coesistere armoniosamente. Un ottimista previdente può sperare per il meglio, ma prepararsi comunque per affrontare eventuali imprevisti, perché riconosce che prepararsi non è in conflitto con l’ottimismo, ma piuttosto un modo di assicurarsi che le cose vadano nel miglior modo possibile, anche di fronte a potenziali sfide.

Accettazione #345928347

Accade che si possa avere accesso a qualcosa ma che le condizioni o le conseguenze siano talmente negative, per noi, che preferiamo rinunciarci del tutto: il beneficio sarebbe inferiore al danno e non si può essere grati per il danno o poco coraggiosi ad andare incontro a danni potenziali assicurati, facendoli diventare reali, così, solo per l’esperienza. È stupido e masochistico. La passione esiste, la gioia esiste, il bello esiste, ma anche i loro contrari: si fa il conto e si decide. Qualcuno accetta un granello di gioia in una distesa di nulla. Altri no. Perché, sempre, prendere atto della realtà ed accettare che è così, non significa che mi deve anche piacere. Non pretendo, quindi, che ciò che è cambi: lo accetto. Ma decido io quale tipo di relazione, con tale realtà, intendo o non intendo avere (accettare). Il libero arbitrio è questo?

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ChatGPT Plus, chat temporanea con GPT-4, a specifiche questioni su questo testo mio, dice:

Analisi Critica del Testo

Il testo proposto si concentra sul concetto di “accettazione” di realtà non piacevoli, esaminando il rapporto tra libertà di scelta e conseguenze derivanti da tale scelta. Una prima osservazione critica può essere indirizzata alla mancanza di una definizione chiara di termini come “danno”, “gratitudine” e “libero arbitrio”, che potrebbe portare a interpretazioni vaghe o ambigue. Il testo, tuttavia, non sembra presentare fallacie argomentative evidenti come attacchi personali o appelli emotivi non pertinenti. La struttura logica è generalmente coerente, poiché l’autore espone una situazione, ne analizza gli aspetti e conclude basandosi sulla riflessione iniziale.

Tuttavia, una possibile debolezza potrebbe risiedere nell’assunzione implicita che la decisione di non accettare una realtà non piacevole sia sempre un atto di libero arbitrio, senza considerare influenze esterne o condizionamenti che possono limitare le scelte individuali. Questo potrebbe essere visto come una semplificazione eccessiva di una questione molto più complessa.

Trattamento da Parte di Diverse Discipline

Filosofia: La questione dell’accettazione e del libero arbitrio è centralmente trattata in filosofia, con figure come Sartre che enfatizzano la libertà dell’individuo di scegliere nonostante le circostanze esterne. Argomenti contro possono includere le teorie deterministe, che negano la libera volontà a causa di fattori predeterminati biologici o ambientali.

Psicologia: La psicologia esplora come gli individui affrontano le situazioni avverse attraverso concetti come la resilienza e la percezione del controllo. Studi su queste tematiche spesso supportano l’idea che accettare la realtà, anche quando è negativa, può contribuire a una migliore salute mentale.

Sociologia: La sociologia può guardare alla questione dell’accettazione all’interno dei contesti sociali, analizzando come le norme culturali e le pressioni sociali influenzano le decisioni individuali. Ciò potrebbe portare a un dibattito sull’entità del libero arbitrio in contesti sociali densi di normative e aspettative.

Morale ed Etica: Queste discipline indagano spesso i principi dietro le decisioni di accettazione o rifiuto, interrogandosi se sia “giusto” accettare condizioni negative o se sia moralmente obbligatorio cercare di cambiarle.

Politica: La politica considera come le leggi e le politiche possano influenzare l’accettazione di certe realtà sociali o economiche. Il dibattito può riguardare questioni di giustizia sociale e diritti individuali versus il bene collettivo.

In conclusione, il testo solleva questioni significative che sono state ampiamente dibattute in molteplici campi del sapere, offrendo spunti per ulteriori riflessioni e discussioni.

L’assunzione che la decisione di accettare o non accettare una realtà sia sempre un atto di libero arbitrio è complessa e può essere analizzata sia da prospettive a favore (pro) che contro (contro). Esplorerò entrambi gli aspetti offrendo esempi specifici per illustrare meglio il dibattito.

Argomentazioni a favore (Pro)

  1. Autodeterminazione personale: Dal punto di vista filosofico, autori come Jean-Paul Sartre sostengono che gli individui sono sempre liberi di fare scelte, nonostante le circostanze. Questa visione enfatizza l’autodeterminazione. Ad esempio, una persona può scegliere di lasciare un lavoro stressante nonostante la sicurezza economica che offre, evidenziando un esercizio del libero arbitrio in contrasto con le pressioni finanziarie.
  2. Resilienza psicologica: In psicologia, la resilienza è la capacità di riprendersi da situazioni difficili. L’esercizio del libero arbitrio è evidente quando individui affrontano traumi o stress significativi e decidono consapevolmente di cercare aiuto o adottare strategie positive di coping, piuttosto che cedere alle circostanze.
  3. Rifiuto di conformismo sociale: Dal punto di vista sociologico, il rifiuto di conformarsi a norme sociali opprimenti è un altro esempio di libero arbitrio. Le rivoluzioni e i movimenti sociali come il suffragio femminile o il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti sono esempi storici di individui che rifiutano una realtà accettata dalla maggioranza e agiscono per cambiarla.

Argomentazioni contro (Contro)

  1. Determinismo biologico e ambientale: Le teorie deterministe sostengono che molti aspetti delle decisioni umane sono predeterminati da fattori biologici o ambientali. Ad esempio, la ricerca ha mostrato come certi comportamenti possano essere influenzati da geni o condizioni ambientali come la povertà, limitando di fatto il libero arbitrio nell’accettazione o rifiuto di determinate situazioni.
  2. Influenza delle condizioni psicologiche: Condizioni come la depressione o l’ansia possono limitare significativamente la percezione delle scelte disponibili per un individuo, influenzando la sua capacità di esercitare il libero arbitrio. Una persona con depressione severa potrebbe sentirsi incapace di cambiare la propria situazione, anche se esternamente sembrano esserci opzioni disponibili.
  3. Pressioni e aspettative sociali: In sociologia, è riconosciuto come le aspettative sociali possano limitare le scelte individuali. Ad esempio, in certe culture, il matrimonio può essere visto non solo come una scelta personale ma come un obbligo sociale, limitando la libertà individuale di scegliere diversamente senza subire significative conseguenze sociali.

In sintesi, mentre il concetto di libero arbitrio è centrale nella discussione sulla capacità di accettare o rifiutare situazioni, esistono argomentazioni valide sia a favore che contro, che dipendono da una varietà di fattori psicologici, biologici, e sociali. Questo dimostra la complessità e la multidimensionalità del concetto di libero arbitrio nelle scienze umane.

Riguardo alla resilienza e alla psicologia (io)

questo assunto è assolutistico, sembra fondato sul fatto che la libertà sia solo quella di non fare valutazioni che portino a cedere, come se queste non fossero lucide, senza dimostrare che sia invece un preciso calcolo di costo VS beneficio

Risposta (ChatGPT):

Hai sollevato un punto interessante sulle limitazioni della visione che associa il libero arbitrio solo alla capacità di non “cedere” alle circostanze avverse, che sembra suggerire una valutazione non lucida. In effetti, esiste una dimensione del libero arbitrio che implica un calcolo attento e razionale dei costi e dei benefici, che può portare a decisioni più meditate e potenzialmente diverse.

Costi vs Benefici nella Decisione

L’approccio di costo-beneficio è un aspetto cruciale nella teoria delle decisioni e può essere applicato efficacemente anche nell’analisi del libero arbitrio:

  1. Valutazioni lucide in situazioni avverse: Anziché una semplice resistenza alle circostanze negative, il libero arbitrio può manifestarsi attraverso decisioni ponderate, basate su un attento bilanciamento tra i costi e i benefici previsti. Ad esempio, una persona che decide di rimanere in un lavoro poco gratificante potrebbe farlo valutando che i benefici economici superano il disagio personale, piuttosto che semplicemente “sopportare” le condizioni.
  2. Lucidità nelle crisi personali: Anche nelle crisi personali, come una malattia grave, la scelta di accettare o cercare un trattamento alternativo può essere basata su una valutazione dettagliata dei possibili esiti, degli effetti collaterali, della qualità di vita attesa e delle opinioni mediche, anziché un mero atto di resistenza al destino.
  3. Scelte sociali e culturali: Nel contesto socioculturale, le decisioni riguardanti l’adesione a tradizioni o norme possono anche essere il risultato di valutazioni dei costi sociali e personali associati alla conformità o alla deviazione. Ad esempio, una persona può scegliere di seguire una norma culturale non perché la subisca passivamente, ma perché valuta che il mantenimento delle relazioni familiari e sociali offra benefici superiori rispetto al costo della non conformità.

Questi esempi dimostrano che il libero arbitrio può essere esercitato attraverso decisioni che non sono semplicemente reazioni a circostanze avverse, ma risultati di processi decisionali complessi e riflessivi. Questo punto di vista offre una comprensione più ampia del libero arbitrio, considerando sia la resistenza alle difficoltà che la capacità di fare scelte consapevoli basate su valutazioni logiche e informate.

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L’argomento di questi ultimi anni, per me, è: vorrei che la psicologia clinica si assumesse la responsabilità di dichiarare che tutte le sue operazioni sono volte al benessere dell’individuo che sia lucidamente determinato a sopravvivere a prescindere dal fatto che tutte le terapie si fondano sull’accettazione che la vita è intrinsecamente mescolata a fatica, sofferenza, dolore. Questo però non è un assunto fondativo generale. Si tratta infatti già di una delle due biforcazioni di un bivio: mi sta bene / non mi sta bene. Quello che trovo pericoloso dal punto di vista normativo/legislativo è che, nel momento di prendere decisioni informate, il legislatore non si interroghi sufficientemente sulla base di alcuni ragionamenti degli specialisti psicologi e finiscano, in tema di libertà di scelte su fine vita, esistenza eccetera, per accettare acriticamente ciò che sembrano acriticamente accettare coloro che sono dediti al “far stare bene la gente” mentre si tratta di “far stare bene la gente CHE VUOLE SOPRAVVIVERE, automaticamente appiccicando una patologia a chi liberamente decide che questa valutazione sia soggettiva “.

Il fondamento legistlativo che patologizza una scelta libera soggettiva solo perché minoritaria nascondendo invece l’utilitarismo monodirezionale della società che intende estrarre beneficio dall’esistenza dei singoli, senza curarsi della loro felicità (poiché intrinsecamente considerano deboli e biasimevoli alcune condotte che altrimenti richiederebbero sforzo collettivo) è, per me, fascista. Malvagio, egoistico mentre considera egoista il singolo che non si fa fregare dall’egoismo di tutti gli altri singoli mentre ipocritamente si aspettano contributo. I numeri su quanti siano ricchi e quanti poveri nel mondo, rispondono alla critica di “assurdità”.

Scegliere di sottrarsi deve essere considerato al pari della scelta del lavoro intrinsecamente forzato della sopravvivenza. Come scelta libera riconosciuta valida dalla società dovrebbe, quindi, trovare un aiuto rapido ed indolore che renda effettiva questa pratica libera, deliberata di interruzione volontaria dell’esistenza. Additare a pigrizia del singolo la poca voglia di fare lo schiavo ignora la contemporanea pigrizia di tutti di adoperarsi per rendere la società collettivamente responsabile nell’elevarci rispetto alle scimmie ed altri animali gerarchici, competitivi, dominatori dei propri simili e collaborare, considerando il vantaggio proprio che porta danno ad altri come il principale dei mali inaccettabili. La scelta di non-esistenza, in questa ottica, scomparirebbe come “male” e sarebbe una valida scelta come tante altre, che non parte da presupposti machisti, efficientisti (solo per i sottoposti e i singoli), arrivisti, aziendalisti che spostano la responsabilità sul singolo che DEVE sopravvivere, ma sulla società nel suo complesso che la renda una scelta DESIDERABILE ed attrattiva. Soprattutto se, in fondo in fondo, quel che vuoi da quel singolo è che contribuisca a fare qualcosa per te. Beh sbattiti, o lasciami morire, ma con onestà intellettuale.

Questo no, io no. (Tilt)

Passo a preparare la scatola settimanale delle medicine di mia madre, dopo alcune altre commissioni di cui porto il risultato. Sto per andare ma vedo che vuol fare un po’ di conversazione. Mi pare che delle nipotine le va di sentir parlare e io ne parlo come parlo io. Qundi a parte i fatti, faccio considerazioni e metto in relazione alcune cose.

Ad un certo punto cito la dificoltà che riconosco nell’essere genitori in un piccolo fatto accaduto anni fa con una mia modella. Si lamentava perché i suoi genitori non avevano provveduto a lei (non faccio a tempo a specificare: alla sua salute) e che lei se ne stava occupando, ma che contemporaneamente li biasimava perché avrebbero dovuto insistere di più!

“Come hai fatto tu!” – mi dice.

Muto, colpito da questo diretto al volto, colto alla sprovvista: lei continua.

“quando hai detto che avrei potuto insistere che tu tornassi a scuola”.

Rispondo in 0.1 secondi “questo-non-è-mai-accaduto-mamma” e le dico subito come funziono, che io di certe cose ho una memoria pazzesca (mentre non mi ricordo un cazzo di altre cose), che mi fa appiccicare al luogo in cui determinate frasi e dialoghi si sono svolti, ricordo a lei ad esempio come fosse ieri di quando mi disse che non avrei avuto mai la forza di rimettermi a studiare lavorando, perché è faticoso e la sera si è stanchi. E che col tempo ho pensato che lei avesse ragione ma…

Di mille altre cose, le ricordo, sia che mi sia trovato d’accordo, sia in disaccordo, ho riavvolto il nastro e confermato o smentito: avevate sbagliato, avevate fatto bene. QUESTA non è tra loro.

Sono sgomento ma sento anche: confuso.

Come può avere un simile ricordo? Da dove viene?

Poi vedo nella mia velocità di reazione la stessa che ho visto l’altr’anno in mio padre nel verificare che negava l’evidenza “no” – diceva, per cose che io so che sono “si”, ero lì, sono pietre miliari nel mio fastidio o nel dolore.

Lo sto facendo anche io, mi chiedo?

Ma conosco anche la pluri verificata inattendibilità e poca credibilità di mia madre.

Ho anche questo elemento: da sempre si lamenta che non ho finito la scuola o che ho avuto risultati scolastici non all’altezza delle loro aspettative. Non perde occasione per farlo. Non sono io a citare questo.

Penso: che si sia sognata questo evento per darsi ragione? Troppo facile che lo dica io.

Penso: potrebbe averglielo detto con la consueta violenza che quelle parole, così citate (“potevi insistere!”) e così accusatorie e scarica barile, mio padre.

Io non ho mai pensato che poteva insistere nel farmi stare a scuola. Ho pensato tantissime altre cose, ma questa no. Eppure in certi momenti mia madre ha un occhietto particolare… che sembra un attimo di lucidità, di intensità di pensiero… come se dentro di lei ci fosse un’altra persona che è migliore e più forte che se ne sta a leggere nel soggiorno della sua mente e ogni tanto si scuote come se l’avessero chiamatae si affaccia dagli occhi a dar man forte e a dire il vero.

C’è anche il dubbio che quando B mi ha detto che ho detto certe cose io ne disconosco totalmente l’ideologia, ma non dubito di lei e della sua memoria, bensì della mia. Se lei dice che ero così, lo ero. Una merda, imperdonabile, già perdonata da lei, ma non da me. Quel precedente mi fa dire : se non ti ricordi quello, magari era lo stesso momento e non ti ricordi nemmeno quell’altro.

Ma sono due persone diverse! Una è credibile, l’altra no. E poi c’è proprio la ratio : io NON penso che lei avrebbe potuto, Non ho rancore, biasimo, recriminazioni da fare su questo. Per questo mi pare che non quadrino i conti. E so anche con quanta leggerezza ed una scrollata di spalle mia madre prenda le smentite e con quanta pervicacia difenda il falso che le provo vero in piccoli fatti (le medicine: “ma io l’ho presa!” – ed è li, di fronte ai nostri occhi, nello scomparto // cibo: il suo pluridecennale “ma io ho ne ho fatto tanto!” e tutti hanno fame).

Allora riporto il tutto a B che in zero secondi mi dice “no. tu non hai mai avuto questo tipo di pensiero o di lamentela: questoè qualcosa che tua sorella potrebbe aver detto. è lei che da le colpe delle proprie scelte agli altri”. Dopodiché mi cita N aspetti che quadrano perfettamente con la ratio del mio pensiero riguardo alla scuola, al rammaricarsi mio personale, di cui io sono responsabile di me stesso.

Ma il dubbio mi resta. L’ho detto?

La famigghia, soap opera, puntata 239487

[ musica: Dredg, in random, senza l’album del 2011 ]

Per decenni mi osservavo vivere in una Italia senza guerra. Mi dicevo solamente “spero che non mi capiti: è davvero da troppo tempo che nel nostro stato non c’è guerra… ” bla bla considerazioni sulla leva, sull’esercito, sulla nostra nullità e sulla stupidità della guerra di conquista in generale, sia durante che, specialmente, dopo la guerra fredda.

Mai e poi mai mi sarei invece detto che avrei visto la mia famiglia meno normale. Continue reading →

Donne considerate come culi semoventi

Attorno alla statua che, vista solo dalle due solite foto del web, non apprezzo particolarmente, ho letto varie critiche. Quelle che mi tangono assai sono quelle che ritengo punti di vista soggettivi ma che vogliono vendersi come oggettivi: il giusto, il vero, ciò che va fatto, il resto è male.

Questa volta un punto di vista che ho letto sulla pagina FB “Scienziati, filosofi ed altri animali” in una parte importante coincide con un punto di vista che lessi in una certa trattazione della fotografia di nudo fatta da Fotocrazia, cioè da Michele Smargiassi. Lessi l’articolo, a suo tempo, ma soprattutto il dibattito che si svolse nei commenti. Te lo riassumo? Riassumere richiede tantissimo tempo. Ci provo: parlava del “giro di fotografi di nudo”, già limitando le possibilità a “professionisti-lavoro” VS “il resto”. Chiunque lo facesse per lavoro l’autore lo risolveva con “lo fanno per denaro, di donne nude c’è richiesta”. Forse una volta. Oggi chi ha solo voglia di fica nuda va su youpornhubxvideoshamster gratis e non fa finta che gli piaccia il nudo artistico. Comunque il riferimento era quello. Oltre a questo, c’erano gli altri. Taglio corto perché a questo punto la visione della pagina FB citata e quella di Fotocrazia si incontrano ne “la visione della donna” e cioè la conclusione, osservando le opere, che le donne siano dagli autori viste in un determinato modo, che sia rappresentativo di TUTTA la loro visione della donna, del corpo della donna, del rapporto donna-corpo da parte dell’autore.

Wow!

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da grandi poteri grandi responsabilità

“Da grandi poteri, grandi responsabilità” cita il tuo amico e l’altro amico “ah! batman!!” e tutto il gruppetto di comic-nerd “SPIDERman!!!!!”.

Poi cosa ti vado a scoprire e COME? Che la mia (cit) crassa ignoranza andava ben oltre l’immagina(bile)to: leggendo un libro di DAN BROWN (ok, si, orrore ed abominio su di me, ma io devo cercare di dormire in qualche modo e leggere narrativa di un certo tipo mi calma, mi rilassa, poi posso dormire, e ci metto comunque due ore, quindi fuckya) scopro che una frase più interessante, ma sostanzialmente di significato simile, molto, molto simile, era stata pronunciata da Winston Churchill.

Macché? Davero davero? Eh sine! Maindove? Eh!!!!!

Comunque non è stato il primo, né l’ultimo illustre, come di dice questa ricerca di Stay Nerd.

Vasectomia: perché scommetti sulla vita altrui

NO GODS HERE

Non voglio giocare a fare Dio. L’unico, vero, atto di creazione che posso mettere in opera si genera col cazzo: uno schizzo di sperma e una folle corra di un vermicello verso una sferetta tremebonda che chiude il traguardo subito dopo che the winner is.

Questo lo fa anche un cane, lo fa un topo. Lo fa anche una donna in coma stuprata da un infermiere bastardo. Il nostro apparato riproduttore fa il suo lavoro. Non serve essere un eroe per generare una vita.

Ma serve esserlo per farlo RESPONSABILMENTE. Serve essere coscienti che tutto quello che stai vivendo tu potrebbe non piacere ad uno o una della cui esistenza ti stai prendendo la responsabilità tu, personalmente. La sua vita va prevista, accompagnata finché e quando è giusto e possibile. E pure queste sono cose che non si sanno tanto, nemmeno se si hanno buone risorse. Mancassero le risorse, bisognerebbe avere una forza d’animo, una volontà di procreare, di difendere quella vita al costo della propria che, si, questo si, è eroico: perché va dimostrato ogni giorno, per sempre, finché morte non vi separi, questo si. E lui, lei, non ti sceglie. Potresti stargli sul cazzo. Potreste avere differenze inconciliabili e LO STESSO tu avresti la responsabilità della sua vita, della sua esistenza, il cui valore io non valuto in senso assoluto, ma riferito alla sua qualità.

Non sono io che devo mantenere la demografia né in Italia né nel mondo. Siamo in crescita, il pianeta non sente la mancanza di mio figlio per far numero. Io però posso valutare quanto testa di cazzo, mediocre, pezzo di merda inutile e deleterio io sia, egoista, debole, fragile, piagnisteo e ignorante. Voglio DAVVERO che mia figlia abbia un padre del genere? Sono deprepcabile e criticabile in una infinità di modi. Voglio che queste critiche possano cadere a pioggia su mi* figli* ? E poi ho 43 anni. Nei 20 anni di mia figlia ne avrei 60. Sono una testa di legno già ora, figurati dopo.

Sono uno spiantato: che vita gli offrirei, in un mondo di ignoranti conformisti quale sta diventando questo paese?

Mio figlio potrebbe dirmi sempre “perché? Perché mi hai messo al mondo se è QUESTO che mi aspettava?” e io dovrei dirgli “figlio mio… hai ragione tu, non c’è un buon motivo”.

E quindi quale che sia la vostra opinione, questa è la mia. Secondo voi uno così dovrebbe fare il padre? Consigliata la visione di Idiocracy, subito.

VASECTOMIA

legatura dei dotti deferenti - vasectomiaLa vasectomia SI PUO’ fare, in Italia, presso il servizio pubblico (mi dicono circa 45 euro). E non ci sono LEA che tengano: ho contattato personalmente il responsabile dei LEA presso il ministero e ha risposto. Si può. Poi troverete i medici obiettori. Ok. Questi sono cazzi diversi. E’ priva di pericoli? No. Ci sono percentuali di casini vari, uno dei quali è “senso cronico di pesantezza ai testicoli”. L’alto rischio è di ricanalizzazione spontanea: motivo per cui bisogna fare spermiogrammi ogni mese per un po’. E poi esiste un altro rischio, la cui percentuale statistica, assieme a questi altri rischi, è tra l’1% e il 2%. Inoltre la reversibilità è assai difficile, se questo vi interessa.

Finito l’intervento, terminato il periodo con gli spermiogrammi, contatterò la stampa nazionale per segnalare che un ospedale mi ha opposto diniego adducendo come motivazione il divieto a causa dei LEA. E assieme la risposta del Ministero. Ma dopo. Le palle sono le mie 🙂

Nel frattempo questo è quello che so: la mia BOHNONSO morosa (siamo assieme? non lo so) ha detto che suo padre dopo questo ha una palla atrofizzata. Voleva spaventarmi. Comunque suo padre chiava come un manzotoro. Si ejacula ancora ma non si emettono spermatozoi, a quanto ricordo e questi vengono comunque sempre riassorbiti dal corpo. Quindi erezione a posto, ejaculazione a posto, piacere a posto. Ormoni e cazzi vari che interessano il sesso: a posto. Non si figlia. Ma … era quello lo scopo. La cosa interessante sarà, giuro, questo me lo aspetto, trovare una che pensa di farsi mettere incinta, trovarmi in tribunale e RIDERE FORTISSIMO. Questo lo farei volentieri, giuro, sadismo puro verso le troie che si comportano in questo modo con i poveri sfigati (come del resto facevano i maschi 100 anni fa per incastrare le donne).

Ovviamente se mai avessi una possibilità di non rimanere solo, mi taglio via la possibilità di stare con una che vuole figli. Ma di certo non con una che li ha già 🙂 Quella SI che sarebbe una scelta, vera.