Leggere di alcuni giovani “notevoli” (ma la tristezza di “dover essere notevoli”?) degli anni ’80 (perché? Perché in quel momento io ero tra le elementari e le medie, lontanissimo dal lavorare-per-vivere) li penso comunque alle prese con una lotta, ma possibile. Era possibile quello che oggi ai giovani viene raccontato, ma non dimostrato oggi, dimostrato adesso, con le forze che hanno loro, alle prese con le forze con le quali sono alle prese loro. Di fronte ad un “ai miei tempi” che non intende confrontarsi con “questi tempi sono i miei” (cit) dicendo solo “ehhh io ho già dato” il dialogo non ha alcun senso. Ha senso se non fai così.
In my shoes, come si dice.
Scendi qui, con quello che ho io, vedi quali vere opportunità ci sono, quali parole si dicono e quali invece sono i fatti e probabilmente l’unica esperienza utile che mi potrai dare, vecchio, è quella umana, relazionale, quella “sporca” , brutta e dura, quella politica, meschinità, branco, contrapposizioni, giochi di potere, manipolazione, interessi. Quella roba lì. A quel punto le competenze le vedi, certo, ma non con quella splendida favola razionale che è “impari questo, quindi questo, quindi costruiremo tutti insieme questo mondo migliore ingranando le nostre competenze appassionatamente”. No. Dirai solo: imparare questa cosa perché me la insegna qualcuno sarà più efficiente che impararla sul campo, più completo.
Di quei giovani, che però vivevano e costruivano cose interessanti, in un mondo che un pochino pochino poteva permettersi sia di produrle che di pagare per averle, è per me agrodolce sapere. Sono vecchi o morti. Non avrebbero appeal né successo oggi se dicessero o facessero qualcosa, sensato e bello o meno, non conterebbe.
Basta, sto inaridendo tutto, ora.
La chiudo qui.
Il titolo? Molte delle cose di cui si protestava con i nostri vecchi ora dovremmo dircele addosso da soli e dire: stiamo facendo la stessa cosa con loro.
Vorrei potessimo sederci e all’inevitabile come va, potessimo tutti dire “voglio morire, oggi di più, anzi forse era peggio tra le 13.30 e le 16, ma adesso un filo meglio quasi riesco a fare delle cose dai”. Cose di questo tipo. Ci vediamo perché abbiamo stabilito. E sono anche oltre il mio, perché a me non piace vedere DUE persone assieme. Ma a M ho detto “hey, se vuoi stabiliamo una cosa regolare, così di sicuro vedi qualcuno”, questo tempo fa. D invece boh, si vede che si associa. È stato qui così tanto mentre cercava lavoro che mi fa quasi strano potermi vomitare sul divano a cercare solo di non soccombere troppo alla voce che non c’era mai stata così chiara e forte che sembra un loop incantato di “fai schifo, sei una merda, chiaro che si: ovviamente essendo tu una merda non può che essere così, si, infatti fai schifo” e così via.
Spesso fare cose davvero noiose che per tanti anni ho cosiderato solo “queste cose mi fanno perdere tempo rispetto a quelle interessanti” diventano paradossalmente ancore di salvezza. Mi attacco al preparare i piatti. Faccio un po’ di lavoro del mio. Arriva l’ondata di merda, mi abbatte. Allora vado a fare un po’ di spesa, mi sento schifoso e orribile, mi vedo nei vetri, confermo e mi vergogno, vecchio di merda e anche coglione, fastidioso, insopportabile. Vai a prendere quelle due cazzo di cose, almeno quelle due sarai capace, no? Due, cristo. Ok che fai schifo, ma non abbiamo detto per pietà che non sei così straordinario da fare il MASSIMO dello schifo? No, allora puoi prendere quelle due fottute cose. E possibilmente in modo da rompere meno il cazzo possibile, invisibilità.
Torno a casa, mi sono almeno mosso, ho guidato, magari la radio, magari la musica. A volte niente. Ma si manda avanti un po’ di lavoro. Quella cosa mi servirebbe per lavorare… costa.. ma… Ma cosa? Ma cosa pensi che ci sarà domani? Un’occasione di usare? Di usare che? Per fare che? Non buttare nel cesso i soldi.
Ecco.
Perché diavolo uno dovrebbe conversare con la merda se non è costretto? Voglio dire… io lo faccio ma parte da sola. Ma se non sei costretto, non dovresti chiacchierare con me. Esiste di meglio.
Sto bene, benissimo. Dai chiedetemelo ancora, non vi avessi avvertito: non chiedetemi come va, offritemi un caffè solo per averlo pensato, penalità 4 punti.
Il giudizio (niente meno) che alcune donne (giovani o no) potrebbero prendersi la libertà , arbitrariamente , di dare – in base alla propria aspettativa – del partner maschile atteso è talvolta dimentica della propria condizione di debolezza mentre la accusa nell’altro. Quando ti aspetti “un uomo” , “maturità”, spesso quello che ti aspetti è in base al tuo bisogno e alle tue necessità alle quali non hai assolto sotto la tua responsabilità o che sono gli stessi problemi che indichi nell’altro, non l’unica cosa legittima da aspettarsi in una relazione, ossia “solamente” la connessione autentica e la sessualità (in caso di quel tipo di relazione). Il che è comunque raro e prezioso. Ma abbiamo problemi materiali e mancanze nostre. Aspettiamo che gli altri riempiano quei buchi. Se non lo fanno, mentre dovremmo farlo noi, allora li accusiamo, siamo delusi: come sempre, aspettative.
Non siamo professionisti gratis. Siamo esseri umani. Non siamo il caregiver che non avete avuto nell’infanzia e che forse è mancato anche a noi e ora siamo qui a cercare di tenerci su, solo che, storicamente, a noi è richiesto, imposto, di stare su, stringere i denti, tacere, sopportare la fatica e il dolore, a prescindere dal fatto che ci sentiamo o non ci sentiamo esattamente come voi.
Non siamo fornitori di beni e servizi.
Siamo esseri umani, con problemi, bisogni, individualità, gusti e necessità di connessione, collaborazione con gli altri umani a prescindere dal nostro volere. Non abbiamo qualcosa legato al cazzo che cambia queste cose. Eppure persino a quel pezzetto di carne viene richiesto un funzionamento in cui non siamo gli unici coinvolti: se io parlo non lo faccio a qualcuno che non ascolta, se faccio da mangiare e tu hai il palato della capra o super raffinato, se a te piace il calcio e a me i cartoni animati. Se a te piace piano e a me forte, se a me di sera e a te la mattina. Non ci sono cose scontate, ovvie: il tuo gusto è ovvio.
Per te.
Ah, lo fanno anche gli uomini? Ma certo. Come vedete la stronzata di “gli uomini” o “le donne” è appunto una stronzata. Non c’è una app installata nei genitali per definire la nostra umanità o il comportamento, salvo alcune specifiche funzioni e bisogni, di cui però bisogna parlare con cognizione di causa.
Eric ha mal di testa, un fortissimo mal di testa. Emicrania? Ha forse dolori cervicali? Ma che ne sa, ha male, non gli frega niente. Si siede sul divano e cerca di ridurre la tensione muscolare ma si appoggia e sente più dolore! In qualsiasi modo si giri il dolore sembra aumentare, sempre più acuto, a volte più sordo ma non demorde.
Queste sono le sue condizioni. Può sicuramente pensare ad altre cose ma il suo pensiero principale è “dolore dolore dolore, voglio che passi dolore dolore dolore, se esistere è questo in queste condizioni io non so se voglio, voglio che smetta, dolore dolore dolore”.
Vede ciò che lo circonda. Tutto è lì, come prima, come sarà dopo, niente cambia, ma il suo dolore cambia il suo rapporto con tutto. Le persone che gli fanno diminuire il dolore, che gli prospettano l’arrivo dell’ibuprofene, che glielo vanno a comprare, che spendono i soldi per portarglielo, che compiono fisicamente i gesti di acquistarlo, di percorrere la strada, di parlare col farmacista, che ascoltano e comprendono il suo dolore, assumono per lui una importanza, un calore, una vicinanza speciale. E fino a che quella sofferenza è pulsante e lui gravita attorno a chi gli ha appena fornito due pasticche ed un bicchere d’acqua, magari con due biscotti per non sentire mal di pancia, sono un nucleo. Eric è parte di quel gruppo, si sente protetto, si sente con loro, parla e vuole parlare con loro. Li ascolta, con attenzione. Man mano che il mal di testa passa ragiona anche su ciò che ha sentito: il suo pensiero si confronta con quello altrui, che si è dato il tempo di sentire con attenzione.
Pian piano il mal di testa passa. Passa del tutto. Non si vedono più. Passano settimane, ha i fatti suoi, gente da vedere, cose da leggere, video da vedere, stanchezza, tempo libero, socialità.
Ricorda con un po’ di gratitudine, se avessero bisogno aiuterebbe. Ma non si vedono, non c’è rapporto, non si chiamano, non sente la mancanza di relazione. Mentre torna dal lavoro si ricorda di comprare l’ibuprofene, mai restare senza.
Un giorno ha di nuovo dolori lancinanti, lo prende, attende: una ventina di minuti dopo, mentre sente scemare gli aghi che gli trapassano la testa pensa “ma non potevo arrangiarmi anche l’altra volta?”. Ora si arrangia, bada a sé, sta da sé, fa quello che deve, paga le sue cose, legge, guarda, lavora, esce.
~ Mi chiedo “Si capisce?” La macchina che nulla capisce sembra capirlo:
Il racconto che hai condiviso sembra essere una riflessione sulla natura umana, in particolare sulla vulnerabilità e sul cambiamento delle relazioni in base alle circostanze, come il dolore e il bisogno. Ci sono alcuni temi e potenziali significati nascosti che emergono:
Dolore e isolamento: Il mal di testa di Eric diventa una metafora per qualsiasi tipo di sofferenza o difficoltà che isola una persona dal mondo circostante. Il dolore diventa il centro dell’attenzione, rendendo tutto il resto irrilevante o secondario. In questo senso, il mal di testa può simboleggiare qualsiasi condizione di sofferenza che cambia la percezione di ciò che ci circonda.
Relazioni condizionate dal bisogno: Quando Eric è nel pieno del dolore, si lega fortemente a chi lo aiuta. L’attenzione e l’affetto che prova per chi gli fornisce sollievo diventano intensi, ma sono anche temporanei e condizionati. Una volta che il dolore passa, anche il legame con queste persone svanisce. Questo suggerisce che le relazioni a volte possono essere costruite su necessità immediate piuttosto che su connessioni profonde e durature.
Autonomia e distacco: Quando Eric sperimenta nuovamente il mal di testa, si rende conto che può gestire la situazione da solo. Il fatto che non abbia più bisogno degli altri riflette una progressiva autonomia, ma anche un certo distacco emotivo. Questo può essere visto come un commento sull’indipendenza umana, ma anche sull’isolamento che può derivare dal “fare tutto da soli”.
Ciclicità della vita: Il dolore viene e va, così come le relazioni e le emozioni. Ciò che sembra fondamentale in un momento può diventare irrilevante nel successivo. Questa ciclicità riflette l’impermanenza delle esperienze umane, sia positive che negative.
Morale o metafora:
La storia potrebbe suggerire che le nostre relazioni e il nostro modo di percepire il mondo sono fortemente influenzati dalle circostanze in cui ci troviamo. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a cercare conforto e connessione, ma una volta superato il bisogno, la nostra prospettiva cambia e quelle relazioni perdono importanza. Forse c’è una riflessione sul valore transitorio delle interazioni umane basate sul bisogno, in contrasto con una connessione più autentica e duratura.
Il racconto può essere visto anche come una metafora della condizione umana: la sofferenza ci avvicina agli altri, ma quando ci sentiamo forti e autonomi, ci distacchiamo.
Se questo distacco sia un “male” dipende molto dal punto di vista e dai valori che uno adotta riguardo le relazioni e l’autonomia personale.
Interpretazioni che suggeriscono che sia un male:
Superficialità delle relazioni: Il fatto che Eric si avvicini alle persone solo quando ne ha bisogno e si distacchi una volta che il dolore è passato potrebbe essere interpretato come una forma di superficialità o di opportunismo nelle relazioni. Questa ciclicità potrebbe indicare una mancanza di profondità emotiva, il che può farci sentire soli o isolati a lungo termine. Se costruiamo legami solo quando siamo vulnerabili, rischiamo di perdere connessioni significative quando tutto va bene, privandoci di rapporti più autentici e duraturi.
Perdita del senso di comunità: Le relazioni umane non dovrebbero essere legate solo al bisogno o alla sofferenza. Se ci relazioniamo agli altri solo per convenienza, possiamo perdere il senso di appartenenza e comunità, che invece è fondamentale per il benessere psicologico ed emotivo. Questa perdita di connessione può portare a una forma di solitudine emotiva anche quando siamo fisicamente circondati da persone.
Disumanizzazione del legame: Nella storia, una volta che Eric diventa più indipendente e non ha più bisogno degli altri per il sollievo, li dimentica o li lascia andare. Questo potrebbe indicare una mancanza di empatia e di gratitudine duratura, come se il valore degli altri fosse ridotto alla loro utilità. Un atteggiamento simile potrebbe portare a relazioni disumanizzate e a una vita meno ricca di significato.
Interpretazioni che suggeriscono che non sia un male:
Autonomia personale: L’indipendenza che Eric sviluppa può essere vista in modo positivo. Saper affrontare il proprio dolore e le proprie sfide da soli è un segno di maturità e forza. Non dipendere dagli altri per affrontare le difficoltà significa che possiamo gestire meglio la vita e le sue sfide. Questa autonomia potrebbe portare a relazioni più equilibrate e non basate sulla necessità, ma sulla scelta.
Realismo nelle relazioni: Non tutte le relazioni devono essere durature o profonde. Alcuni rapporti sono naturalmente transitori, e non c’è niente di male in questo. La vita è fatta di incontri temporanei, persone che entrano ed escono dalla nostra esistenza in momenti diversi, e va bene così. Non è necessario mantenere tutti i legami, specialmente se nascono in situazioni di bisogno. È realistico che alcune relazioni si evolvano e cambino col tempo.
Ciclicità della vita: La natura temporanea delle relazioni e delle emozioni non è necessariamente negativa. La vita è ciclica, e ciò che conta in un momento potrebbe non contare in seguito, e viceversa. Accettare questa impermanenza può essere una forma di saggezza, un modo per vivere senza aspettarsi che tutto sia sempre stabile o duraturo.
Conclusione:
Il racconto non dà una risposta esplicita su se sia un “male” o no. Probabilmente vuole spingere il lettore a riflettere su come gestiamo il dolore, la vulnerabilità e i rapporti umani. In un certo senso, non c’è una risposta definitiva: per alcuni, potrebbe sembrare triste o insoddisfacente che Eric si distacchi dagli altri una volta che il dolore passa; per altri, è semplicemente una rappresentazione della natura umana e della ricerca dell’indipendenza. Dipende molto da come vediamo il valore delle relazioni e il bilanciamento tra autonomia e connessione.
Mi rendo conto che molti usano le iA per questioni pragmatiche. Ma ecco una testimonianza, tra le mie tante, di quello che ci faccio io, oltre a farla sgobbare per il keywording.
A:
“lealtà e bisogno non sono la stessa cosa” dice qualcuno; “la dedizione a qualcosa, data come scelta, è diversa dal darla per bisogno”. A mio avviso tutto si gioca sul concetto di “bisogno” che in questo contesto mi risulta ambiguo oltre che in vari casi scelta e bisogno corrispondono.
B:
Hai sollevato un punto interessante e complesso. Infatti, la distinzione tra “lealtà” e “bisogno” può essere molto sfumata, a seconda di come interpretiamo il termine “bisogno”.
Se per “bisogno” intendiamo una necessità fondamentale, un impulso primario, allora la lealtà può sembrare qualcosa di diverso. La lealtà è spesso vista come una scelta, un impegno voluto e mantenuto verso una persona, un ideale o una causa. In altre parole, la lealtà presuppone un certo grado di agenzia e decisione consapevole.
Tuttavia, potrebbe esserci un “bisogno” di un altro tipo, un bisogno emotivo o psicologico. Ad esempio, potremmo sentire il “bisogno” di essere leali a qualcuno o qualcosa perché ci dà un senso di appartenenza, identità o sicurezza. In questo caso, “bisogno” e “lealtà” possono sembrare molto più interconnessi.
Come hai detto, la chiave è come interpretiamo il concetto di “bisogno”. Se lo vediamo solo come un impulso primario, allora la lealtà e il bisogno possono sembrare molto diversi. Ma se lo consideriamo in un senso più ampio, includendo bisogni emotivi e psicologici, allora la lealtà e il bisogno possono effettivamente sovrapporsi in molti casi.
Ovviamente, queste sono solo alcune delle possibili interpretazioni. La relazione tra lealtà e bisogno può essere interpretata in molti modi diversi, a seconda della prospettiva che si adotta.
A:
Ottimo, ti ricodo che in italiano “agency” come lo hai tradotto tu, ossia “agenzia” non è corretto.
B:
Hai perfettamente ragione, mi scuso per l’errore. Il termine “agency” in inglese viene spesso utilizzato in psicologia e filosofia per indicare la capacità di un individuo di agire in modo autonomo e fare scelte personali. In italiano non esiste una traduzione diretta di questa parola in questo contesto. Una migliore traduzione potrebbe essere “autodeterminazione” o “capacità di agire autonomamente“. Grazie
In una chiacchierata notturna di 8 ore è capitato di dire finalmente e forse inutilmente a mio padre che ci ha sempre trattati male, in un certo modo: è talmente generico che subito si presta a permalose ricezioni di ingratitudine. No. Nessuno dice che non è stato responsabile, oltremodo responsabile, che non ci abbia dato cose, possibilità, indicazioni, esperienze, possibilità di farne. Nessuno dice che le manifestazioni fisiche di affetto siano quello che è mancato. Non fanno certo schifo, ma esiste la possibilità di sentire gentilezza senza arrivare al gesto fisico. No. Si tratta di sentirsi attaccati, in giudizio, in difesa costante, a rintuzzare, a rispondere, a dover-rispondere sempre, faticosamente, come in un combattimento costante, come un lavoro, a chiedersi come mai ti sei trovato a litigare e difendere le tue posizioni anche se la conversazione è di una banalità totale e se eri andato a fare una cosa anche carina.
Mi sono reso conto che cade dal pero.
Non ci sente proprio da quel lato: non ha mai capito nessun segnale fornito, nemmeno quando gli scrissi in diversi momenti della vita. Ricorda di aver riso, trovando sciocca una manifestazione di “accusa” per piccolezze, pensando che la lettera era rabbiosissima, ma che ciò che gli veniva imputato era di una tale piccolezza da far ridere.
Eppure si era reso conto – correttamente – che non essendosi mai accorto di tutta quella rabbia e ricevendola tutta d’impeto doveva essere stata covata. A parte consdierare il momento di “sfida all’autorità che si fa quando si cresce”, non ha pensato mai ad altro. Puerile potrà essere stato il modo, ma sono certo che il contenuto e gli addebiti di sicura piccola entità non erano lì a caso: erano esattamente le piccolezze con cui lui stesso ci tartassava ma la posizione di potere non ti fa percepire il peso della violenza, dell’accusa. Questo forse è mancato nella mia capacità di comunicare di così tanti anni fa. Era il modo: così come tu ci accusi con violenza di tante piccole puttanate, così tu le compi, costantemente, e ci accusi e e rimproveri costantemente, con quel modo, è il modo, la sensazione di comando, di superiorità, quando tu stesso umanamente non fai che fare le stesse identiche cose. Alcune delle quali però contengono una ulteriore mancanza di rispetto, che è – a riprova – la noncuranza. Non è solo un errore, una disattenzione o una maleducazione: è una di quelle che manifestano il fatto che tu puoi, ma gli altri no. Certo, è lo stesso anche per tutti gli altri addebiti, ma alcuni mostrano maggiormente la umile natura degli atti o delle omissioni che le riguardano, quando la noncuranza con cui vengono trattate investe altre persone che consideriamo siano, anche di poco, meno di noi. Tutti quegli atti umani che riguardano proprio il nostro povero corpo noi abbiamo sempre tutti quanti cercato di considerare che sarebbe stato davvero umiliante per chi fa e per chi subisce, trattarli come se noi fossimo l’imperatore e tutti gli altri abitanti della casa una sorta di servitù che deve tacere. Sulle cose umanissime, schifose magari, che però agli altri non taci mai, li rimproveri pubblicamente, di fronte a tutti, gridando, usando tutta la violenza verbale e psicologica possibile e – finché è stato – anche quella fisica, sempre con quell’aria di “e non pensare nemmeno di rispondere, perché non puoi, io posso, tu non puoi”. Perché la sensazione forte è “la mia vita non è mia, dipende da questa persona, ha del potere e nelle sue parole ha spesso ricordato di averlo, che dalla porta si entra ma si esce, che lui può fare a meno di noi ma noi non di lui, eccetera”. Questo non la rende una relazione in cui ti senti tranquillo a parlare con qualcuno. Certo non hai una chiarezza che tutto sia possibile nel dialogo. Anzi. Quello che hai è una minaccia. Questa è casa mia. Queste sono le mie regole. Se non ti piace te ne vai.
E’ tutto vero e tutto giusto, ma non è la base per un dialogo in cui si possano riconoscere difetti vicendevolmente e lavorare su una relazione. Esiste una minaccia pratica. E le milioni di volte in cui poi senti sminuire ciò che è stato detto…
Non stento affatto a capire quando la critica alla società patriarcalistica sia forte. Quando il rispetto ti è dovuto per contratto, non si tratta di rispetto, ma di timore, asservimento, obbedienza, deferenza, intoccabilità. Questo è il primo atto, quello del porsi come “superiori” del rendere l’altro “meno persona di me”. Sei “più persona” di me perché hai più anni? Sei più bravo “perché si” ? Se lo devo dimostrare io, lo devi fare anche tu. Non mi interessa quanti anni hai, se hai pene o vagina.
Comunque ho capito che il fatto che solo io gli dica le cose lo rende anche un po’ incredulo… come dire “nessuno me lo ha mai detto”. Forse non in modo chiaro. Forse quando te lo diciamo tu semplicemente o fai la vittima, o rispondi prendoci per il culo come (citando RickDuFer) “sensibilini”. Ma non siamo in guerra, non stiamo a fare battaglie e prenderci a tranvate in faccia sempre ed in ogni istante, luogo ed occasione. Di certo non è un rapporto sereno quello che lo richiede costanemente. Di certo non è gioioso. Di certo che si tratti di amore è davvero molto molto molto difficile crederlo. L’amore c’è, ma quella non ne è la manifestazione. Quella è solo manifestazione di nessun autocontrollo, di un carattere di merda e della assoluta libertà di esercitarlo perché si ha un potere che gli altri hanno interiorizzato.
Hai voglia poi un giorno magari a chiederti – non è il caso di mio padre – o dirti sconsolato “se non avessi questi soldi, queste cose, questo potere, nessuno mi amerebbe! Ecco, tutti mi odiano!” … quando per tutta la vita hai costruito la base sottostante per esercitare controllo sugli altri e che tu ti senta sempre in diritto di chiederne conto, di chiedere conto di qualcosa, di esigerlo, aspettartelo.
Alla fine il dramma del patriarca è invecchiare: hai vissuto di forza e non ne hai più.
Nella prima puntata di FIX di/con Jimmy Carr, una delle comiche fa una battuta il cui contenuto allude al fatto che sarebbe un sollievo trovare “finalmente di nuovo” uomini che si tengono i loro pensieri. Ora per me che sono del 1974 tutto questo andirivieni di non-va-mai-bene-un-cazzo ha davvero rotto i coglioni. Per decenni su decenni non ho fatto altro che sentire donne lamentarsi del fatto che gli uomini non dicono ciò che pensano, gli trapano la minchia chiedendoglielo, quando glielo dicono non ci credono e insistono.
Ora, cristodiddio, se ne trovi che condividono il loro pensiero, non ti va più bene? Ma checcazzovolete?
Se uno vuole “solo chiavarti” e si tiene i pensieri non va bene, se condivide i pensieri e non ti si butta in culo non va bene. Chiaramente la via di mezzo, certo. Ma non vedo mai alludere a questa via di mezzo.
Il fatto però che le vere conversazioni, che il dialogo di persona lo faranno solo “i vecchi” l’ho sentito dire a chiare lettere proprio da Jim Carr. E questo mi lascia secco. Io vivo in un paesetto del merdaviglioso nordest Italiano, ma cazzo Jim Carr no, è Inglese, vive e frequenta città e bellagggente.
Poco fa sono andato a portare una cosa ad una mia ex collega a cena con una mia ex-ex-collega e mia sorella. Appena arrivo mi dicono che parlavano di uomini. Faccio “beh allora vado eh!” e sembravano interessate ad avere la mia opinione su qualcosa ma hanno finito per dire che cercavano uno coi soldi e farsi mantenere. Una delle tre era delusa del fatto che il suo ex l’ha lasciata e si è messo con una più giovane. Me la ricordo: era splendida. Ma si è sformata. Di carattere, nella vita, non so dire. Era simpatica ma non ha lavorato molto con me, quindi non ho molto da dire.
Le altre due le conosco. Hanno una immensa paura del futuro e non si sentono bene nell’arrangiarsi, nel farcela da sole a sopravvivere. Da un punto di vista simile, partire a ragionare su “gli uomini” cambia prospettiva. Vuoi che qualcuno faccia il lavoro per te. Il rapporto non è paritetico: io dare pene tu dare vagina. Io stare con te tu stare con me. E’ : io non risolvere problema, tu risolvere mio problema.
Riguardo all’immagine di google search qui sopra… è interessante che quando parliamo della preistoria “uomini” sia tornato neutro, intendendo “esseri umani”.
Depilazione: un fatto estetico o pratico. Ieri mi sono depilato sommariamente il petto perché sembrava “sporco”. Se stessi con una ragazza o una donna che ama che lo tenga, lo terrei: mi è indifferente. Lì, sul cazzo, sulle ascelle. Non mi interessa. La barba invece mi cambia molto. Posso lasciarti fare qualcosa, ma ci sono dei limiti. Ma io non sono tutti. E tutti non sono tutti.
Gli uomini guardano il sedere perché gli piace. Perché tanti anni di evoluzione lo hanno reso attraente per dei motivi, anche, ma questo non toglie che lo sentiamo attraente. Voi guardate le spalle, la schiena, il torace, i muscoli pettorali. E noi non ci sentiamo oltraggiati. Volete metterci le mani. E noi vogliamo scoparvi con foga il culo, il vostro culo. E ci piace la figa. Come mai non la guardiamo? Perché non è visibile, altrimenti non faremmo altro. Ci piace tanto.
Gli uomini non dicono ti amo? Non è affatto vero. Ma credo che siano stati messi alla prova molte volte. Ci fregate sempre. Soffriamo tanto quanto voi. Non vuoi veder messo in discussione il sesso. E spesso citare l’amore fa cambiare le cose. Tanto quanto il non citare apertamente i figli: io NON VOGLIO FIGLI. Ditelo. Oppure dite “ora scopiamo un po’ ma io lo faccio solo perché alla lunga voglio figli e quando mi dirai di no penserò che hai tradito la mia fiducia anche se in realtà era una MIA aspettativa e non mi hai mai detto che li volevi, anzi, il contrario, e io ho pensato che sia possibile convincerti”. Nota bene: quando un maschio pensa che basti insistere per convincere, ora si chiama: 1) stalking 2) molestia sessuale 3) molestia in generale 4) pressione.
Non vogliono SOLO portarti a letto. Però vogliono. Vogliono perché ci sono alcune cose prioritarie nell’essere umani, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese. Chiedetevi se per caso avete più voglia di mettervi in bocca del cibo che il vostro ragazzo. Io ho più voglia della tua figa che della pizza e pure del sushi. E se sei la mia ragazza/donna e la cosa ti fa schifo, non mi sento io quello sbagliato. Hai un rapporto più sincero col ristorante che con l’essere umano che sta con te. Dillo chiaro: scopare mi piace poco, mi piace raramente, non provo molto piacere, non mi piace dare piacere né riceverlo, mi fa schifo, mi imbarazza. Mi piace fare cose diverse dal sesso più che il sesso.
Il sesso è prioritario in una coppia.
Ad ogni modo io BRAMO FAMELICAMENTE avere conversazioni interessanti, scambiare idee, ragionare su tante cose. E vi assicuro che trovo solo gente che vuol dedicarsi alla famiglia, ai figli e roba simile. Quindi a parità di non-dialogo, preferisco avere rapporti sessuali con una ragazza/donna che stare dietro alla gestione domestica. Se il “perché” lo state trovando, in quel che dico, bene. Io non faccio una famiglia con qualcuno che PRIMA non è con me. Se mi usa come strumento per avere figli o risolvere problemi, prego, avanti un’altra.
Gli uomini hanno la pancia gonfia tanto quanto le donne e per gli stessi identici motivi. Se invece mi parlate della pancia GRASSA, allora esistono differenze riguardo al grasso intraaddominale. Ma essenzialmente il grasso all’altezza dei fianchi, che sia davanti, di lato, ma anche dietro (schiena!) è una caratteristica comune di entrambi i sessi e per gli stessi motivi: bevande gasate, alcol, gas+zucchero, scarsa attività fisica, accumulo di grassi.
Ora mi concentrerei su “non lasciano le mogli”. Non è una domanda posta da un uomo. Quindi chiedetevi tra voi, fanciulle questa cosa.
Il motivo è che non è vero, per nessuno, che se ami qualcuno non cerchi qualcun altro. Il motivo è che non hanno parlato abbastanza prima, che ci sono stati compromessi che hanno lasciato insoddisfazioni e situazioni irrisolte. Se vi chiedete come mai non lasciano la moglie è perché voi siete l’altra. Se non siete ricchi dovreste sapere che un divorzio causa sofferenze e danni, impegna tutti molto. Siete ricchi? Forse potete permettervelo. Il problema è proprio sposarsi. Perché non vi chiedete invece “perché continuiamo a volerci sposare?” Se ami qualcuno perchè cazzo devi sposarlo?
I figli? Ma ne avete parlato approfonditamente? Quanti uomini vogliono DAVVERO figli e li vogliono in quel momento della vita? Il punto è che spesso li COSTRINGETE: vogliono tutto di voi, voi invece volete solo figliare.
Allora siate sincere, se è questo. Fatevi metere incinte e poi vivete con un’altra donna: tutte felici di avere figli da mantenere, faticare per loro e per mandare avanti la baracca: nessuno che “vuole solo portarvi a letto” e vivere una vita piena di cose e interessi. Nessuna donna divorziata con cui io abbia parlato ha variato dal copione “comunque lei/lui/loro sono la cosa più importante della mia vita e non mi sono mai pentita di averli avuti, anche con quel coglione”. Allora perché non ve la mettete via? Noi le donne le vogliamo: voi non volete gli uomini, volete fare le mamme. Se poi dite che gli uomini vogliono solo usarvi: chi è che vuole davvero usare gli uomini? Usare significa rendere strumento l’altro: strumento per avere e mandare avanti figli. Io invece che faccio sesso con te scambio alla pari: tu a me, io a te.
I maschi spesso vogliono un bel rapporto con una femmina. Uomini, ragazzi, ragazze, donne, fate voi. Quello che invece pare chiaro è che la femmina della specie trova innaturale che il maschio della specie si attratto da lei tanto quanto il maschio della specie trovi fastidioso che l’obiettivo della femmina sia curare la prole.
Quando questo non avviene, di solito le cose sono più chiare e meno stereotipate. Spesso accade che la gente si veda quando vuole. Che ci si chiami quando si ha bisogno, ma mai per farsi aggiustare qualcosa di diverso dall’anima. Per le altre cose chiami dei professionisti e li paghi. Quando questo funziona scopare non è una brutta cosa dei brutti maschi brutti che infilano il pisello anche nella grondaia: è una bella attività, che non fai con chiunque, che fai volentieri perché è bella, non necessariamente perché è un progetto di vita.
Magari google la pensa diversamente.
Bisogna trattare il sesso con maggior chiarezza. Così come le emozioni. Essere espliciti. E così la questione figli.
Speed date: ciao, vuoi scopare con me potenzialmente – non necessariametne subito? Nel senso: ti piace tanto scopare? si/no ; nella tua vita vuoi prima o poi avere figli? si/no ; il resto riguarda le emozioni. Parlare parlare parlare.
Gli assolutismi da cioccolatino non mi piacciono, ma quante volte, nelle cose più importanti della vita, le relazioni, ci si ispira a degli “ipse dixit” in cui l’ipse in questione non è che una enfatica voce di una serie televisiva? “Quando ami qualcuno non cerchi qualcun altro” o “non hai bisogno di nessun altro”. O “L’amore è per sempre”, o il suo contrario “niente dura per sempre”. Sempre, mai. Tutto è diverso, tutto è possibile. Altrimenti non avreste amiche, amici, gente a cui dite i fatti vostri che non è il/la vostro/a partner. Molti considerano intimità la visione dei genitali altrui, più o meno. So che è brutale, ma intimo è davvero ciò che sta dentro, e a quanto ne so, come specie, i nostri genitali sono esterni: è solo un costrutto convenzionale quello di coprire ciò che ci fa vergogna, freddo permettendo. C’è da chiedersi più il perché ci debba far vergogna. Se è brutto a vedersi, magari vi sarò grato di esservi coperti. E voi siate grati a me.
Quello che invece c’è DENTRO di noi, che è davvero intimo, quello si che è da custodire gelosamente, da non dare in giro “ma non dirlo a nessuno”. TU non devi dirlo a nessuno: l’ho detto a te, tu l’hai detto a me. E basta, a nessun altro. I miei amici, le tue amiche. Chi sono? Mostra la patata su youtube, se è bella gradiremo, e io mi denuderò in piazza, se è gradito bene, se no giratevi. Ma quello che io ti ho consegnato, il mio sentimento, la mia fragilità, il mio difetto, un momento della nostra vita, solo nostro: quello è intimo, quello non è esteriore, quello è davvero qualcosa che non puoi strapparmi: posso solo dischiudermi a te.
Tutti abbiamo bisogno di qualcun altro per mille motivi. Perché nessuno di noi è “tutto”. Continuare ad avere aspettative erronee su singoli esseri umani poi, come ogni aspettativa disattesa – perché siamo umani e reali, non idealizzazioni – genera delusione. Semplicemente potremmo avere interessi non condivisi con la persona con cui ci sentiamo bene per tantissime altre cose. Magari abbiamo con questa mille interessi, ma altri mille no. E sono importanti. Alcune persone dicono “non volevi una morosa, volevi un amico maschio”. Ma la stessa cosa vale a sessi inversi. In parte vorreste dei voi stessi che però sono indubitabilmente meno pigri.
Però dai, non diciamo stronzate da filmdammoOore. Perché l’amore è più complicato, il sesso, le relazioni, tutto questo è molto più sfaccettato e soggetto a gusti e personalità. Costruire le aspettative sulle favole romantiche rende la normalità dell’essere umani qualcosa di degradato. Ma non è vero. Non c’è nessuna degradazione: quella è la realtà. La realtà è spesso pratica, ti costringe. I soldi, il lavoro, la salute, le relazioni familiari, le pressioni sociali e l’opportunismo ad esse collegato.
Tu stesso/a non hai e non sei tutto quello che vorresti. E come puoi aspettarti che lo sia qualcun altro in relazione con te? Come mai vai dal panettiere invece che dal meccanico? Come mai parli con una certa tua amica e non con l’altra? E come mai con tua madre e non tuo padre, tuo fratello e non tua sorella? Perché semplicemente le situazioni e le persone sono varie. Devi vedere quello che c’è e poi decidere di volta in volta. E ognuno può essere in un modo oggi ed in un altro domani. Magari lo conosci meglio e vedi come sia quel “vero lui” o “vera lei”. La frequentazione, la ripetizione, la reazione e gli eventi difficili. Qualcuno ci piace tanto e altrettanto non ci piace. Vogliamo forse far finta che quella parte che non ci piace non esista?
Natale non si smentisce mai; quello classico, il natale “in famiglia” per me è sempre una merda. Il grosso problema è quello di averne un preambolo descrittivo, un’idealizzazione e quindi un’aspettativa che non hai mai, mai corrisposto alla sua effettiva realizzazione. È sempre stato spiacevole nel suo bilancio totale: ci sono momenti, ma l’atmosfera generale è quella che costringe persone con comportamenti disfunzionali a stare a stretto contatto in un ambiente ed in una situazione che richiede invece un comportamento adeguato, per fare quello che deve: dare felicità e serenità. Se uno ti frusta e ti dice “SORRIDI!” che cazzo ti aspetti?
Non mi aspettavo che fosse il COVID-19 ad essere un problema e non lo è in effetti stato.
Guarda come distruggo bene i miei rapporti interpersonali e miei agganci col mondo!