Red-Anzian 578348957

Nel 2015 (credo sia reperibile scartabellando nei link) finalmente ottenevo la mia sala di posa. Dopo 2 anni di incessante ricerca, scontro con condizioni impossibili, tentativi di lavorare in studi di amici, scoperta di alcuni limiti umani dolorosi, scoperta di tantissima umanità nel cammino, finalmente si poteva lasciare la roba lì, trovarla il giorno dopo, avere un posto dove lasciarla, la roba, ti permetteva di averla, anche: furono gli ultimi soldi della liquidazione del vecchio lavoro insieme alla mia ultima ed attuale auto (puttana di una puttana di auto che adesso mi stai facendo morire).
Anziani che volevano aiutare “i giovani” (chi, io, signora? mi ha visto? Le faccio vedere la carta d’identità?), gente del posto che non mi ha aiutato ma MANCOPELCAZZO, stranieri che mi avrebbero aiutato anche con un centimetro quadrato gratis. Prima facevo altro, la storia la sapete, la fotografia l’ho toccata davvero a partire dal 2003 eccetera eccetera. Ho festeggiato i 10 anni di “studio” ?

Per ora no.

Sono un coglione ingrato?

Coglione si. Ingrato non lo devo essere né voglio esserlo. Ora mi devo inventare che sbarabaus posso permettermi per “festeggiare”. Manifestare gratitudine: senza quelle persone io non potrei fare quello che faccio. Niente di quello che faccio “dipende solo da me”. Certo, niente potrebbe essere fatto se non lo facessi, ma thanks to the dick, many thanks to graziella too.

Ok ci penserò. Non manca molto alla fine del 2025. In realtà quando pago l’affitto le mie buste sono diventate una raccolta attesissima dalle segretarie di sopra. Visto che consegno personalmente la busta al presidentissimo e che lo conosco, anni fa ho iniziato timidamente con una stronzata: ho scritto allusioni a bustarelle, corruzione. Trattandosi di un luogo ad altissimo impegno sociale, invece, era divertente. Per fortuna lo è, continua ad esserlo. Ma ad ogni mese alzavo l’asticella, alzavo il tiro: mafia, terrorismo, connessioni internazionali, prostituzione di disabili, Al Qaida talebani e Isis, criminali di guerra, malaffare di qualsiasi genere. Prima di dare quella fottuta busta studiavo per fare una cazzata migliore!

Un mese non ero ispirato e ho solo scritto il mese e l’anno. Mi è arrivato un messaggio whatsapp inquadrato-selfie con il presidentissimo e la segretaria che registra le entrate con la busta e le loro facce che dicevano “CHE CAZZO SUCCEDE QUI?”. Ha ha!!! 🙂 Mi sono scusato per non essere idiota.

Questo è già bello.

Però sono anche un vecchio rompicoglioni. Passo presso i loro uffici perché c’è armonia… ma credo che nei miei confronti, presidentissimo a parte che conosco, ci sia più che altro tolleranza. Non so.

Nel 1992 che facevo? E che c’entra? Niente, una inaspettata visitatrice del mio blog aveva alcune date nella sua bio che mi hanno fatto pensare. Nel 1992… credo io fossi ancora in un dolente mondo interiore che iniziava… ma fisicamente? Liceo? Terza? Quarta. Si, la mia prima quarta. 120 ore di assenze. Non credo avessimo già iniziato a suonare, a mettere assieme il gruppo, penso fosse più 1994-1995.

Ma ora che ci penso: come fu che mettemmo su il gruppo? Cioè, io me lo ricordo esattamente il momento. F, T, C mi dissero “eh non è giusto che tu sappia suonare uno strumento! (pianoforte / tastiera NDr) Devi anche tu suonare qualcosa che non sai suonare!!!” – non faceva una piega, ero d’accordo, mi piaceva il basso, mio cuGGGGino aveva un basso, a occhio a nessuno fregava di suonare il basso. Una combinazione di fattori che mi ha immediatamente reso Marcus Miller mescolato a Jaco Pastorius? AHAHAHAHAHHAHHHA manco pe’l’cazzo. Merda ero, merda sono rimasto. Ma con gusto. Ovviamente primo pezzo che ci vide “imparare a suonare”: come as you are (e Kurt era vivo). Si, ovviamente senza chorus, chi sapeva che il chorus esisteva? Mia madre (che va verso i 90 attualmente) quando cito C dice sempre “ah quello che sembrava un gallo a cui tirano il collo?” – apprezzando il suo canto melodioso.

Ricordo il luogo, il momento. Le 6 gestioni di pizzerie che oggi sono invece un susharolo. Ma la colonna attorno alla quale c’erano le panche presso le quali dicemmo le fatali parole… è ancora lì, è tutto ancora vivo, in questa provincia per il resto morente: lì decidemmo di mettere su il gruppo.

Ma com’era successo? Perché ci incontrammo, ci incontravamo e alla fine decidemmo di suonare? Figa? A mia memoria non è mai stato l’obiettivo principale. Gradito, sarebbe stato, ma non eravamo un gruppo acchiappone. Ci fregava di fare la nostra musica, era “la scena degli anni 90” … una cosa che pensavo normale, ma oggi so che è stato un miracolo. Si suonava ovunque, tutti suonavano, tutti ascoltavano, gente con la birretta in mano e la fettina di limone infilata (cose che osservo come un antropologo: io non bevo, non fumo, non altero la mia percezione con le TTTTTTTroke, sorry, strano & noioso since 1974).

M lo vedevo perché eravamo in classe insieme e basta? Boh. E anche lui… so perfettamente perché ci siamo visti: non so come cazzo faceva a saperlo ma arrivò in spogliatoio della palestra del liceo, timidissimo (e per questo coraggiosissimo, comprendo ora) a dirmi “mi hanno detto che hai [nomedivideogioco] con tutti i codici… me lo passi?”. Avventato… pirateria in luogo pubblico… birbantello. Eravamo entrambi degli sfigati, ai miei occhi. Riguardando le foto oggi devo dissentire: non facevo cagare come sembrava a me. E lui è sempre stato sportivo. Ma gli sfigati sono sfigati inside. Credo che dissentirebbe lui, oggi, se lo dicessi. Ma se lo inducessi a ripensarci lentamente, a come si sentiva davvero… ricordo chiaramente che era la prima volta – e lo ringrazio per essersi aperto – che sentivo qualcuno pronunciare qualcosa che comprendevo bene, ma che non era affatto pronunciato da maschi che conoscessi: sentirsi una nullità, invisibile, irrilevante, qualcosa del genere. Per qualche assurdo motivo io non ne ero ancora cosciente, non mi sentivo ancora così. Forse fu così che facemmo amicizia? Oppure nerdaggine informatica? Io avevo l’abitudine di autoinvitarmi dalla gente: in provincia anni 90 no macchine, no cellulari, no mezzi di trasporto… se arrivavi da una parte ad una certa ora… tornare indietro non era un’opzione. Mangiare? Beh soldi. tempi molto diversi dalle laute paghette che ci si attende di avere oggi. I miei mi davano due soldini da quando avevo 8 anni per comprenderne l’uso. Fine.

Nella mia seconda quarta però con M finimmo per essere compagni di classe. E non mi ha mai fatto copiare il compito di matematica. Bastardo. Glielo ricorderò per sempre, anche se mi ha prestato 10000 euro per la caparra di casa che gli sto restituendo euro su euro con fatica e lui non ne ha alcun bisogno perché guadagna i milionardi.

Si, alla fine io ero un lupo solitario e quindi C era amico d’infanzia di M? per questo ci incontrammo? Lui che scuola faceva? Forse no, forse era in classe con M ed era anche amico d’infanzia. T era il fratello di M e probabilmente nel loro mondo erano influenzati da quelli che oggi sono i (nonpossodirlo*) … moltissime influenze ed interessi “alti”, stimoli.

Si, ecco. Grazie blog!

E oggi, per ripagare una parte del mio debito con M sto pianificando un servizio a dicembre per la sua Azienda, così non abbiamo casini di transazioni, iva, tasse, cazzi e mazzi, lui ottiene un servizio vero professionale, si fida, io tiro via parecchio del mio debito. Ma la cosa più importante è che mentre sarò lì gli scasserò la minchia per tirare fuori i pezzi di chitarra del demo del ’98. Fanculo se muoio prima che quela roba sia pubblicata. Non mi frega niente se non lo ascolterà neanche una iA. Deve essere fatto.

Il titolo? riferimenti culturali per meme d’altri tempi.

Merda adesso mi tocca ascoltare smell. Ma… io lo so, lo so che ai tempi non li ascoltavo!!!!!!

* Nome di gruppo musicale Italiano – attuale – apprezzato da gente che se la tira parecchio e che ha ragione di farlo, ma i cui componenti fanno altri lavori per campare, non stiamo parlando di star del pop. Se ve lo dico divento troppo identificabile e non voglio.

La non interessanza

La Premessa: Devo chiaramente premettere che ho scelto questo specifico posto per non essere facilmente riconoscibile, trovabile. Che vengo da quella internet dell’anonimato “perché si”. Che i dialoghi su “ma così non so chi sei, non ti vedo, non sei sincero” eccetera li abbiamo fatti, li abbiamo fatti in chat furiose, in room di WinMX persino. E i miei argomenti restano, forti, non sono bianco-o-nero. Hanno una forza però, r-esistono. E più passa il tempo più mantengono e prendono nuovo senso. Se io non intendo (come invece ho fatto in questo post dall’inizio) darvi un’idea di quanti anni abbia o quale sia il mio sesso, la forma del mio corpo, il suono o il tono della mia voce, il mio gesticolare, le espressioni o la loro mancanza sul mio volto, il mio respiro, il mio eventuale odore o profumo, i miei occhi, denti, capelli e abiti, la prossemica eccetera, non è affatto vero che non rimane nulla. Così come non lo sarebbe se considerassimo un libro qualsiasi senza le indicazioni su autore, editore, tipografia eccetera. Ad esempio l’Odissea. Rimane quello che è, e tu puoi masturbarti le meningi a capire se Omero sia o meno esistito e come fosse e perché e psicanalizzarlo o fare a “lui” una analisi sociologica. Oppure puoi leggere quello che c’è scritto e quanta roba e a quanti livelli ti venga comunicata.

Molte volte iniziavo un libro e aspettavo mezzo libro per dire “lo ha scritto un uomo o una donna?” e rispondermi. Perché non dovrebbe essere importante. Potrei (e lo farò) dilungarmi ma sto parlando d’altro qui.

Così vedo quanta differenza ci sia con questo modo di vedere le cose: https://www.ilpost.it/2025/11/10/impatto-salute-mentale-twitch/

Credo che si possa considerare quello dell’artista. L’artista che vuole che tutti lo conoscano e che tutti – quando vuole l*i – facciano finta di non conoscerl*. Roba che è sempre esistita. Ma adesso? Adesso la democratizzazione del mezzo , il buon vecchio (ormai) UGC hanno reso “tutti tutto”. La disintermediazione, no? Eccomi qui, infatti. Ma quanto è bello sbattermene il cazzo se mi leggete o no? E come mai non l’ho scritto – come facevo prima del 2003/2004 – in un luogo non-su-internet? Io so la mia motivazione: il modo in cui io ho iniziato a scrivere questo genere di roba era per farmi conoscere da una ragazza tra i 17 e i 18 anni. Niente cellulari al tempo, niente e-mail. Certo avremmo potuto scriverci lettere. Scrissi per sfogo, così, perché il tempo che non avevamo per sapere vicendevolmente chi eravamo io lo avevo in abbondanza. Scrissi “come se”. Come se scrivessi a lei. Cosa mi piaceva, cosa pensavo, cosa era stato frainteso. Ma il tempo passava e scrissi tantissimo. Così cambiai fogli, modo di scrivere, penne, colori, direzioni di scrittura, grandezze, tutto con carta e inchiostro. Un giorno le diedi tutto, Una settimana dopo mi restituì tutto e chi lo sa, sapeva qualcosa di più di me. Ci mettemmo assieme dopo o prima? Non lo ricordo.

Da quel gesto iniziai a scrivere su pc, che era più la mia cosa, sempre di più e sempre più velocemente. Al momento di arrivare al mio primo vero lavoro la mia velocità alla tastiera era incredibilmente più alta di quella delle “segretarie”, che avevano studiato dattilografia. Almeno a qualcosa era servito.

Ma scrivevo eccome, sempre e tanto. Come se avessi scritto a lei. Ma lei non c’era più da tanto.

Scrivere come se scrivessi a qualcuno che può leggere, che ha una testa, che potrebbe fraintenderti, che non è dentro la tua testa… è diverso dallo scrivere solamente per sé. Quindi in quelo che scrivo qui c’è un 99% di chisseneincula se mi leggete. C’è un 1% di “se passi e mi incontri e la mia e la tua umanità si fermano a conoscersi… mi fa piacere; mi leggi e ti fa cagare? Bene lo stesso: non sai chi sono, non so chi sei, hai avuto accesso diretto ad un istante di mente e cuore di questo tizio e non potevamo farci troppo del male con le nostre esistenze fisiche“. Però potevamo, possiamo, spiegarci, parlarci, interrogarci e risponderci, discutere, litigare persino. Ma preferisco sempre di no. Appassionarsi non comporta necessariamente odiare la controparte tanto da volerla ferire come persona. Il suo argomento, esso, non merita nulla che meriti un umano: è un argomento, non soffre.

Così osservo con sentimenti di straniamento che molte persone possano considerare la loro espressione umana “pressoché lavorativa” come il totale del sé: ho poche visual, non sono interessante. Magari ha un modo di essere vero: ma la psicologia ci dice che è normale i veri amici (con dei criteri per dirci quali essi siano) si contino sulle dita di una mano. E “interessante” diventa qualcosa di diverso dalla moda o dalla performance.

A me interessa la musica e la sua produzione, non solo ascoltarla. In un certo momento esibirmi live con i pezzi dei quali eravamo autori sarebbe stato figo. Ma ora? Ora so che non me ne sbatte: mi interessa produrre qualcosa e produrla come voglio, prima cosa (bene, credo io). Secondariamente sarebbe bello che questo ex-primere incontrasse altra umanità, ci si connettesse anche in differita. Ma se non accade, pazienza: io voglio fare BENE questa cosa. E bene secondo me. Certo, anche secondo chi era co-autore di quella musica. Ma ce ne sarà altra in cui farò quello che mi pare fottendomene di tutto. Tutto! E me la ascolterò io? Beh ma certo, mentre la crei lo fai. Se poi arriva qualcuno e la ascolta almeno quanto l’ho ascoltata io producendola e la gode così … beh ma che bello!

Ci conto? Ma neanche per sogno. Qui, ora, dove sto scrivendo in questo momento, è il deserto delle statistiche. E me ne frega? Ma no. Ho URGENZA di scrivere a volte. E da un po’ scrivo anche testi di canzoni: su carta! A volte solo idee, solo titoli, solo concetti ed anche su PC o solo in abbozzi in dialoghi con Chat-GPT (oggi ho coniato* Chat-CBD per voialtri TROGATI) … faranno cagare? Può darsi. Saranno incantabili perché non scrivo linee vocali? Può darsi. Io intanto scrivo.

Se non avessi scattato i nudi non li avrei. Li esporrò? Chi lo sa: ci sono molte difficoltà che non so come affrontare. Però il materiale lo ho. Oggi forse non incontro più nessuna, non avrei “materia prima”. Quindi ho fatto bene a fare quando c’era da fare. Pubblicare il nulla… non si può.

Sono interessante? L’ultima tizia che me l’ha detto non l’ho mai più vista. La gente non mi chiama granché, neanche quella che poi quando ci siamo … si parla. Ho abbandonato l’idea di essere davvero interessante, attraente. Corpo, mente, cuore: non interesso quelli di nessuno. Non mi fa stare bene: ma quanto mi fa più male illudermi che questo accada, poi accade per un po’ e poi si strappa via tutto?

Questo silenzio, vuoto, è freddo. Ma anche le fiamme dell’inferno non sono ‘sto granché.

Invece esprimere, produrre prima per sé, ma con la possibilità di una connessione… non garantita ma possibile dal momento che l’espressione è stata emessa ed esiste… questo è diverso. Arte? Questo non lo so davvero. Studiare estetica? Mh.

~

* fanculo, ho verificato subito: esisteva già! maledizione!!!!!!

ragazi di ògi

Analisi Comparativa: Temi, Sentimenti ed Emozioni della Gioventù in Quattro Opere

Introduzione: Le quattro opere proposte – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, I ragazzi della via Pál, il concetto storico dei Ragazzi del ’99 e la canzone Noi, ragazzi di oggi – offrono ciascuna una rappresentazione della gioventù in contesti molto diversi tra loro. Dal dramma reale della tossicodipendenza nell’adolescenza degli anni ’70, alla nostalgica avventura infantile di fine Ottocento; dalla tragica epopea dei giovani soldati del 1917 alla voce speranzosa dei ragazzi negli anni ’80. In questa analisi comparativa esamineremo i temi principali comuni, le differenze nella rappresentazione della gioventù, il mood generale di ciascuna opera e i contrasti tra le diverse visioni della giovinezza, con riferimenti storici e letterari per contestualizzare ogni caso.

Temi Principali Comuni alle Opere

Crescita e perdita dell’innocenza: Tutte le opere, pur con toni differenti, esplorano il passaggio dall’infanzia all’età adulta e le difficoltà che lo accompagnano. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la crescita assume un volto traumatico: Christiane e i suoi coetanei passano prematuramente dall’adolescenza innocente alla dura realtà della droga e della prostituzione, perdendo la spensieratezza giovanile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Ne I ragazzi della via Pál, invece, l’innocenza infantile coesiste con un precoce senso di responsabilità e onore: un gruppo di ragazzi combatte la propria “guerra” di gioco difendendo il terreno di via Pál, ma quella che inizia come un’avventura ludica culmina in un tragico rito di passaggio con la morte di Nemecsek, il più piccolo del gruppo, che sacrifica la propria vita in un atto di eroismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Anche l’idea dei Ragazzi del ’99 incarna una brusca fine dell’innocenza: migliaia di diciottenni italiani, nati nel 1899, furono strappati alla giovinezza e mandati al fronte nella Prima Guerra Mondiale, diventando adulti dall’oggi al domani in trincea (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La canzone Noi, ragazzi di oggi tocca il tema della crescita in modo più positivo e aspirazionale: i giovani degli anni ’80 si sentono con “tutto il mondo davanti” e vivono di sogni per il futuro, segnalando la consapevolezza di essere in un momento di transizione ricco di promesse ma anche di bisogno di trovare la propria strada (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Amicizia e solidarietà: Un altro tema che accomuna le opere è il legame tra coetanei. I ragazzi della via Pál mette in scena un fortissimo spirito di gruppo, in cui l’amicizia è alla base della “Società dello Stucco” (il club dei ragazzi di via Pál) e motiva gesti di lealtà e sacrificio: alla fine tutti riconoscono il coraggio di Nemecsek, definito “il piccolo eroe” per il suo altruismo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nel contesto tragico di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, i legami tra ragazzi esistono ma sono fragili, spesso subordinati alla necessità della droga: i giovani tossicodipendenti formano una sorta di micro-comunità ai margini della società, uniti dalla dipendenza più che da autentica amicizia. Christiane ha un ragazzo e frequenta un gruppo di amici, ma questi rapporti sono instabili e segnati dall’egoismo imposto dalla sopravvivenza quotidiana e dall’assuefazione (come emerge dalla sua insensibilità di fronte alla morte di amici, effetto devastante della droga sulla personalità (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)). Nei Ragazzi del ’99 la solidarietà assume la forma del cameratismo militare: i giovani al fronte condividevano privazioni e paure, sostenendosi a vicenda nelle trincee. Pur essendo meno romanzata e più storica, l’esperienza comune forgiò tra loro un vincolo simile a quello di fratelli d’armi, ricordati dalla storiografia come una “generazione spezzata”, costretta a crescere insieme sotto il fuoco nemico (I Ragazzi del ’99). Nella canzone di Luis Miguel, infine, c’è un senso di appartenenza generazionale: “Noi, siamo diversi ma tutti uguali” recita il testo, sottolineando che i ragazzi condividono sogni e bisogni (come “un paio d’ali”, metafora di libertà) in un’unica comunità solidale (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)).

Conflitto e sfida: Ogni opera presenta un conflitto centrale, sebbene declinato in forme diverse. Nel romanzo di Christiane F. il conflitto è sociale e personale: da un lato i giovani protagonisti si scontrano con una società che li esclude e con famiglie disgregate; dall’altro combattono la propria battaglia interna contro la dipendenza. Christiane vive in un contesto di “solitudine, disagio e tristezza”, un vuoto affettivo e sociale che la spinge sulla “superstrada dell’oblio” rappresentata dall’eroina (Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – ArteSettima). In I ragazzi della via Pál il conflitto è più ingenuo ma simbolico: una guerra in miniatura tra bande di ragazzini (i ragazzi di via Pál contro le “Camicie Rosse” guidate da Feri Áts) per il possesso di un terreno. Questo scontro, per quanto giocoso, veicola valori importanti come la difesa dei propri diritti e la resistenza ai prepotenti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La lotta culmina in una vera tragedia, evidenziando in controluce una critica antimilitarista: il romanzo mostra quanto possa essere crudele e insensato lo scontro, anche se condotto per gioco, anticipando i conflitti reali degli adulti (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Il conflitto dei Ragazzi del ’99 è bellico e generazionale: sono coinvolti in uno scontro epocale (la Grande Guerra) senza averne colpa né forse piena coscienza, chiamati a “resistere, resistere, resistere!” sul Piave e a difendere la patria (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il loro nemico è l’esercito invasore austriaco, ma anche la paura e l’inesperienza dovute alla giovanissima età. Molti di quei ragazzi affrontarono la sfida con incredibile coraggio – “andavano in prima linea cantando”, scrive il generale Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – ma pagarono un prezzo altissimo, con “decine di migliaia” di caduti e feriti tra loro (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Nella canzone Noi, ragazzi di oggi il conflitto è meno evidente, ma si può leggere in filigrana una sfida generazionale: i giovani degli anni ’80 vogliono spiccare il volo e trovare “stimoli eccezionali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)) in una società che forse tende a omologarli. Il testo lascia intuire un contrasto implicito tra i sogni dei ragazzi e le aspettative del mondo adulto, anche se il tono rimane propositivo e non polemico.

Sacrificio e perdita: Il tema del sacrificio attraversa soprattutto I ragazzi della via Pál e la vicenda dei Ragazzi del ’99, ma in modo diverso affiora anche nell’opera di Christiane F. e, per contrasto, è quasi assente nella canzone di Luis Miguel. Nel romanzo di Molnár il sacrificio è eroico e commovente: Nemecsek, pur essendo il più fragile e indifeso, affronta pericoli (cadendo nell’acqua gelata, affrontando da solo i nemici) e si ammala gravemente; il “piccolo soldato semplice” muore di polmonite a causa dell’“atto d’eroismo” compiuto per i suoi amici (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La sua morte impartisce una dura lezione a tutti e rappresenta la perdita irreversibile dell’innocenza per il gruppo: il gioco è finito in tragedia. Nei Ragazzi del ’99 il sacrificio assume dimensioni collettive e patriottiche: quell’intera classe di leva affrontò la guerra con spirito di abnegazione, contribuendo “in modo decisivo alla vittoria, spesso a costo della vita” (I Ragazzi del ’99). La storiografia italiana li ricorda con rispetto proprio per questo: fu un’intera generazione immolata sull’altare della patria, una gioventù sacrificata il cui ricordo ha dato vita a monumenti e vie dedicate in molte città (I Ragazzi del ’99). Al confronto, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino non presenta un sacrificio nobile, ma piuttosto la perdizione di giovani vite: Christiane e i suoi amici sacrificano salute, futuro e affetti in cambio di una dose di eroina. Non c’è gloria nella loro sofferenza, ma solo emarginazione e degrado; alcuni, come la piccola Babsi (amica di Christiane), perdono la vita per overdose a soli 14 anni, una morte anonima che sconvolge il lettore ma rientra tragicamente nella “normalità” di quel mondo disperato. Infine, Noi, ragazzi di oggi si distingue perché non contempla il sacrificio: qui la gioventù non perde ma cerca qualcosa – cerca libertà, emozioni, futuro. La canzone incarna un desiderio di vivere pienamente, evitando i tragici destini delle altre opere. In questo senso rappresenta quasi una risposta ottimistica alle storie di sacrificio: i ragazzi di oggi vogliono “un paio d’ali” per volare, non pesi sulle spalle da portare.

Esclusione sociale e aspirazioni giovanili: Mentre Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino mette in luce l’esclusione e il disagio sociale (giovani emarginati che frequentano la stazione dello Zoo di Berlino, ai margini della società benpensante (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna)), le altre opere presentano giovani che, pur in contesti diversi, esprimono aspirazioni e bisogni di appartenenza. Christiane F. cerca evasione da “un futuro senza prospettive” e da una famiglia disfunzionale attraverso la droga (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna) – la sua è un’aspirazione distorta verso un falso sollievo. I ragazzi di via Pál aspirano invece a valori alti, anche se calati nel gioco: vogliono onore, vittoria, e mantenere il loro piccolo mondo (il campo di gioco) libero dall’usurpazione (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). La loro aspirazione di fondo è essere riconosciuti e rispettati, valori mutuati dagli adulti ma declinati nel loro linguaggio infantile. I Ragazzi del ’99, più che aspirare a partire per la guerra, vi furono obbligati; eppure dalle testimonianze e dalla letteratura emerge spesso il loro desiderio di non deludere la patria e i propri cari. Alcuni partirono con entusiasmo patriottico, altri solo con senso del dovere, ma tutti condividevano l’aspirazione (o speranza) di porre fine a un incubo collettivo e di tornare a una vita normale. Emblematiche sono le parole di Gabriele D’Annunzio che descrivono il momento del loro addio all’infanzia: “Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!” (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – l’aspirazione dei ragazzi del ’99 finì per essere semplicemente sopravvivere e dimostrarsi all’altezza dell’onorevole appellativo di “classe di ferro”. Al polo opposto, Noi, ragazzi di oggi dà voce alle aspirazioni moderne dei giovani: realizzarsi, spiccare il volo dai nidi familiari, trovare uno scopo. “Viviamo nel sogno di poi” recitano i versi, indicando che i ragazzi guardano al domani con progettualità; la canzone trasmette il bisogno di “stimoli eccezionali” e di rompere la monotonia, aspirando a un futuro straordinario (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Qui l’inclusione sociale è implicita: i ragazzi di oggi si sentono parte attiva della società futura (hanno “tutto il mondo davanti”), a differenza dei giovani berlinesi di Christiane F. che si percepivano ai margini senza un posto nel mondo.

Differenze nella Rappresentazione della Gioventù in Ogni Opera

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: In questo romanzo-verità (1978) la gioventù è rappresentata in modo crudo e allarmante. Christiane F. e i suoi amici incarnano l’adolescenza perduta, ragazzi di appena 13-15 anni inghiottiti dal vortice della tossicodipendenza in una grande città (Berlino Ovest) negli anni Settanta. La gioventù qui è vista come un’età vulnerabile, esposta a tentazioni e pericoli urbani: non c’è spensieratezza né ribellione costruttiva, ma una rapida discesa nell’auto-distruzione. L’opera – basata su interviste reali – vuole essere una denuncia sociale: attraverso il linguaggio diretto e giovanile di Christiane, il libro documenta “un’epoca e un fenomeno: quello della tossicodipendenza” giovanile di massa (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). La gioventù è ritratta come vittima sia di sé stessa che di un contesto irresponsabile: genitori assenti o violenti, istituzioni incapaci di offrire alternative sane, una città grigia che lascia i ragazzi a loro stessi. Christiane e coetanei appaiono allo stesso tempo carnefici e vittime della propria giovinezza: la loro è un’età tradita, in cui i sogni infantili (Cristiane è inizialmente una ragazzina che ama gli animali e la musica) si deformano in incubi di astinenza e degrado. In definitiva, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino rappresenta la gioventù come un periodo in balia della perdizione: l’innocenza giovanile viene corrosa dalle droghe, la “purezza” scompare presto e lascia spazio alla dura lotta quotidiana per procurarsi una dose (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). È un ritratto pessimistico: i ragazzi appaiono persi, salvo rarissimi sprazzi di speranza (i tentativi di disintossicazione di Christiane) che però faticano a invertire la rotta. La società attorno è dipinta come indifferente o incapace, cosicché la giovinezza qui non è sinonimo di speranza ma di smarrimento.

I ragazzi della via Pál: Nel classico romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár (1907), la gioventù è rappresentata con un misto di idealizzazione e realismo. Protagonisti sono ragazzini di circa 12-14 anni nella Budapest del 1889: vengono mostrati nei loro giochi, nei rituali di gruppo, nei codici d’onore quasi parodistici degli adulti, creando un ritratto affettuoso e nostalgico dell’infanzia. A differenza dei ragazzi di Berlino, quelli di via Pál sono innocenti e puri nelle intenzioni: il loro più grande problema è difendere il grund (il terreno di gioco) dai coetanei rivali. Tuttavia, Molnár non si limita a una rappresentazione edulcorata: col procedere della vicenda, i giovani protagonisti dimostrano un senso morale profondo – lealtà, coraggio, spirito di sacrificio – e il conflitto ludico assume tinte serie. La gioventù qui è vista come portatrice di valori genuini: “valori morali che impegnano nella difesa dei propri diritti […] dell’onore e del più inatteso eroismo” permeano il romanzo (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Nemecsek, piccolo e inizialmente sottovalutato, dimostra che anche un bambino può essere un eroe puro, combattendo non per vanagloria ma per amicizia e senso del dovere verso il gruppo. Questa rappresentazione della gioventù è profondamente nostalgica: Molnár, scrivendo anche per un pubblico adulto, sembra voler ricordare ai grandi l’ardore e la serietà con cui i bambini vivono le proprie vicende, quasi fossero prova generale della vita adulta. Non a caso alcuni critici hanno letto nel romanzo spunti antimilitaristi (I ragazzi della via Pál – Wikipedia): la guerra “per finta” dei ragazzi riflette i codici della società militare e ne fa emergere l’assurdità, soprattutto quando conduce alla perdita reale di una giovane vita. In I ragazzi della via Pál, dunque, la gioventù è dipinta come un’età di purezza e nobiltà d’animo, capace di eroismo sincero ma anche vulnerabile alla crudeltà del destino. A differenza di Christiane F., qui i ragazzi non sono corrotti dal mondo degli adulti (che rimane sullo sfondo), ma vivono in un microcosmo tutto loro dove possono esprimere il meglio di sé. La morte di Nemecsek rompe l’idillio, segnalando simbolicamente la fine dell’infanzia; eppure, nonostante il finale tragico, la rappresentazione complessiva conserva un alone di tenerezza e ammirazione per la giovinezza, vista come età dell’onore e della camarateria.

I “Ragazzi del ’99”: Questa espressione, radicata nella storiografia italiana, non si riferisce a un’opera narrativa specifica ma a una realtà storica e al suo racconto attraverso memorie, lettere, romanzi e studi. Qui la gioventù è rappresentata nel ruolo di protagonista tragica della storia. I “ragazzi del ’99” erano giovani appena diciottenni (o poco meno) chiamati alle armi nel 1917, nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale (Ragazzi del ’99 – Wikipedia) (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). Il modo in cui la loro vicenda viene ricordata nella letteratura e nella memoria collettiva italiana pone l’accento su due aspetti: da un lato il patriottismo e il coraggio giovanile, dall’altro l’immane sacrificio che questa generazione dovette sopportare. Spesso celebrati come la “meglio gioventù” di quell’epoca, questi ragazzi vengono descritti con toni epici: basti pensare all’ordine del giorno di Armando Diaz dopo la battaglia di Caporetto, che li definì magnifici nel loro battesimo del fuoco e notò come “andavano in prima linea cantando” e, sebbene decimati, “cantavano ancora” al ritorno (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net). La gioventù in questo contesto è sinonimo di forza d’animo, resilienza e amor di patria, quasi un ideale romantico di eroismo giovanile. Ma l’altra faccia della medaglia è la perdita di vite e d’innocenza su scala impressionante: storici e scrittori parlano di una “generazione spezzata”, di giovani “arruolati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni […] molti dei quali non fecero più ritorno”, mentre i sopravvissuti rimasero segnati a vita da traumi fisici e morali (I Ragazzi del ’99). Nei diari e nelle testimonianze, i ragazzi del ’99 appaiono spesso ancora fanciulli nei pensieri (scrivono a casa delle loro paure, dei loro sogni interrotti), ma sono costretti a una maturità forzata: dall’aula scolastica alla trincea in pochi mesi. La letteratura italiana ha reso loro omaggio in varie forme – ad esempio nei romanzi storici o nei discorsi patriottici di D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net) – dipingendoli talora come martiri ed eroi purissimi, ultimi difensori di una patria in pericolo. In altre analisi più critiche, si sottolinea la tragedia di una gioventù mandata al macello, evidenziando il contrasto tra l’esaltazione retorica e la realtà di quei volti giovani impauriti nel fango delle trincee. Complessivamente, la rappresentazione dei ragazzi del ’99 oscilla tra l’epica e il lutto: da una parte la fierezza per il loro contributo decisivo (“classe di ferro” che salvò l’Italia sul Piave (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net)), dall’altra il dolore per un’intera leva di ragazzi sacrificati. Qui la giovinezza è vista come nobile ma infranta: i ragazzi incarnano ideali di purezza, coraggio e amor patrio, ma il loro destino dimostra come la guerra possa distruggere il meglio della gioventù.

Noi, ragazzi di oggi (Luis Miguel): Questa canzone presentata a Sanremo 1985 offre una rappresentazione della gioventù del tutto diversa, filtrata dalla retorica pop degli anni ’80. Cantata da un quindicenne Luis Miguel, Noi, ragazzi di oggi dipinge i giovani come portatori di speranza, vitalità e cambiamento. Qui la gioventù è vista in chiave ottimista: i ragazzi di oggi hanno “tutto il mondo davanti” e vivono “nel sogno di poi” (cioè proiettati verso il futuro), un futuro che immaginano di poter plasmare. Il testo – scritto da Cristiano Minellono e Toto Cutugno – sottolinea l’idea di una generazione unita e idealista: “noi, siamo diversi ma tutti uguali, abbiamo bisogno di un paio d’ali” (centocinquanta canzoni • Noi ragazzi di oggi (Luis Miguel)). Questo verso cattura l’essenza della rappresentazione: i giovani sono accomunati dal desiderio di libertà (le “ali” per volare via) e da grandi aspirazioni (“stimoli eccezionali”). Non ci sono conflitti bellici né drammi sociali laceranti in questa visione; al contrario, la canzone trasmette un sentimento di fiducia e leggerezza. La giovinezza è dipinta come una sorta di forza positiva, persino spensierata: i “ragazzi di oggi” sognano, credono di poter cambiare il mondo o comunque di poter vivere intensamente i propri anni migliori. È importante notare che questa rappresentazione molto positiva riflette anche il contesto storico: la metà degli anni ’80 in Italia era un periodo di relativa stabilità e benessere, in cui le nuove generazioni potevano permettersi di guardare al futuro con ottimismo, lontane sia dagli incubi della guerra (come i ragazzi del ’99) sia dalle cupezze della crisi economica e morale di fine ’70 (che fanno da sfondo al libro di Christiane F.). Inoltre, essendo una canzone pop pensata per un vasto pubblico, tende a esaltare i tratti universali e “puliti” della giovinezza – entusiasmo, amicizia, sogni – evitando volutamente temi scomodi. In sintesi, Noi, ragazzi di oggi rappresenta la gioventù come età dell’oro presente, un presente proiettato subito nel futuro: i giovani sono consapevoli di avere energie e tempo dalla loro parte, e vogliono usarli al meglio. Questa immagine contrasta nettamente con quella problematica o tragica delle altre opere, mostrando un lato complementare della medaglia: la giovinezza come sinonimo di possibilità e rinnovamento, piuttosto che di problemi o sacrifici.

Mood e Atmosfera delle Opere: Confronto

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Mood crudo e tragico: L’atmosfera dominante del libro di Christiane F. è cupa, realistica e sconvolgente. Il racconto in prima persona, con linguaggio diretto, immerge il lettore in uno scenario di degrado urbano e sofferenza adolescenziale. Il mood generale è tragico: sin dall’inizio si percepisce un senso di inevitabile discesa agli inferi. Ci sono momenti di apparente spensieratezza (le prime uscite nelle discoteche, le amicizie giovanili), ma vengono rapidamente oscurati dalla dipendenza. Prevale un sentimento di angoscia e impotenza – sia nei protagonisti, incapaci di liberarsi dalla droga, sia nel lettore, testimone di un dramma che si svolge sotto occhi spesso indifferenti. A tratti il tono diventa quasi documentaristico, raffreddato dalla necessità di testimoniare un fenomeno sociale: in questo il libro è “un documento importante” di denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: riassunto | Studenti.it). Tuttavia l’immedesimazione con la giovane narratrice porta anche carica emotiva: vergogna, disperazione, alienazione sono palpabili. Nel complesso, l’umore è pessimistico: la storia di Christiane non offre veri momenti di catarsi o lieto fine (anche dopo il percorso narrato, sappiamo che la sua vita rimarrà segnata dalla dipendenza). Il sentimento predominante è la tristezza mista a shock; c’è anche rabbia nei confronti della società, ma espressa più attraverso i fatti che con toni polemici. In definitiva, il mood di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è quello di un dramma urbano estremo, quasi nichilista riguardo la gioventù: lascia il lettore con un senso di amarezza e monito.

I ragazzi della via Pál – Mood avventuroso-nostalgico con punte drammatiche: L’atmosfera del romanzo di Molnár è inizialmente leggera e vivace, tipica delle storie di ragazzi e intrisa di nostalgia per un’infanzia spensierata. Gran parte del libro ha il sapore di un’avventura estiva: c’è entusiasmo, gioco, scherzi tra compagni, e il lettore respira la genuina allegria dei protagonisti. Il mood generale è nostalgico-giovanile, con colori tenui e positivi: ricorda al lettore adulto l’epoca in cui anche una piccola contesa per un fazzoletto di terra poteva sembrare una battaglia epocale. Tuttavia, man mano che la storia progredisce verso il conflitto con le Camicie Rosse, il tono si fa più serio e teso. Vi sono momenti di suspense e tensione (le “spedizioni” segrete, il furto della bandiera, la preparazione allo scontro finale) che tingono di epica il racconto. Dopo la battaglia finale, quando Nemecsek cade malato, l’atmosfera muta in commovente e tragica: gli ultimi capitoli sono pervasi da tristezza e impotenza di fronte alla malattia del ragazzo. La morte di Nemecsek getta un’ombra dolorosa sull’intera vicenda, lasciando il lettore con un senso di vuoto e commozione profonda. Ciò nonostante, persino nel finale triste, permane una sorta di dolceamara tenerezza: Nemecsek è pianto come un eroe puro, e il suo ricordo nobilita quella breve stagione della giovinezza dei protagonisti. In sintesi, I ragazzi della via Pál oscilla tra il tono spensierato (inizio) e il tono tragico (fine), passando per momenti di eroismo romantico. Il mood comparativamente è più nostalgico-sentimentale rispetto alle altre opere: non è cupo come Christiane F., né epico come i racconti di guerra, né enfatico-ottimista come la canzone di Miguel, bensì evoca il rimpianto e la dolcezza di un tempo perduto, pur riconoscendo la durezza che può annidarsi anche nel mondo dei bambini.

Ragazzi del ’99 – Mood epico-patriottico e malinconico: L’epopea dei ragazzi del ’99, così come tramandata da storia e letteratura, possiede un’atmosfera duplice. Da un lato c’è un mood epico e patriottico: i racconti celebrativi li dipingono con orgoglio, sottolineando il coraggio giovanile e il fervore con cui affrontarono la prova. Il tono epico si coglie nelle parole solenni usate per loro – “classe di ferro”, “meglio gioventù”, “magnifico contegno” – e nelle scene spesso narrate enfatizzando l’entusiasmo ingenuo (i canti, le bandiere, l’anelito di rivincita dopo Caporetto). C’è quindi un sentimento di fierezza collettiva: la nazione guarda a quei ragazzi con ammirazione e gratitudine, ed essi stessi, in alcune testimonianze, appaiono fieri di fare la loro parte. Dall’altro lato, però, l’atmosfera è inevitabilmente intrisa di tragedia e malinconia. Ogni celebrazione porta in sé il ricordo di un sacrificio: l’immagine dei ragazzi che tornano in “esigua schiera” cantando ancora, citata da Diaz (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), è di una potenza emotiva straordinaria proprio perché mescola orgoglio e lutto. La consapevolezza moderna del costo umano di quella vittoria tinge di malinconia la retorica patriottica: quando si parla dei ragazzi del ’99 oggi, il mood è spesso quello commemorativo, con punte di mestizia per quelle vite spezzate. Frasi come “una generazione spezzata” (I Ragazzi del ’99) e i riferimenti alle “cicatrici fisiche e morali” che quei giovani si portarono dietro evidenziano un sentimento di perdita irreparabile accanto all’eroismo. Nei romanzi e film di guerra che li includono (o nelle memorie), le scene in trincea con diciottenni inesperti possono apparire strazianti: emerge la paura, la nostalgia di casa, il contrasto tra la loro giovane età e gli orrori che li circondano. Pertanto, il mood complessivo collegato ai Ragazzi del ’99 è un intreccio di epica e elegia: un inno al coraggio giovanile subito seguito da un requiem per la loro morte. Rispetto alle altre opere: è meno personale/intimistico (perché riguarda una collettività) ma ha la gravità solenne della tragedia storica. Non è disperato in modo crudo come Christiane F., ma è profondamente triste dietro la facciata gloriosa; non è leggero né nostalgico, bensì dominato da un sentimento di onore misto a dolore.

Noi, ragazzi di oggi – Mood ottimista e galvanizzante: La canzone di Luis Miguel presenta un’atmosfera diametralmente opposta a quella delle altre opere, caratterizzata da ottimismo, energia e fiducia. Il mood è quello tipico di un inno generazionale pop: fin dalle prime note e parole si percepisce un tono entusiasta e positivo. Non ci sono ombre di tragedia o conflitti reali nel testo; al contrario, il sentimento che comunica è di speranza e leggerezza. I ragazzi cantati da Miguel “vivono nel sogno” e guardano avanti: questo proietta un mood sognante ma attivo, che potremmo definire speranzoso-propositivo. La musica stessa (melodica e incalzante, secondo lo stile di Toto Cutugno) contribuisce a creare un clima emotivo elevato, quasi festoso, coinvolgendo l’ascoltatore in un messaggio di unione e positività. A differenza del mood malinconico di Via Pál o di quello tragico delle altre storie, qui abbiamo un trionfo di sentimenti positivi: gioia di essere giovani, fiducia nel futuro, senso di appartenenza. Anche quando il testo tocca indirettamente qualche insicurezza (il bisogno di “ali” e “stimoli” tradisce che i giovani sentono il limite della condizione presente), lo fa subito seguire da un’affermazione di forza. Il brano, arrivato secondo al Festival di Sanremo 1985, era pensato per ispirare e rassicurare sia i giovani stessi sia i loro genitori in ascolto: per questo il mood è edificante. In un contesto comparativo, Noi, ragazzi di oggi risulta la nota luminosa e ottimistica: laddove le altre opere presentano la gioventù in lotta o in crisi, questa canzone la presenta in festa. È un mood che potremmo definire fiducioso e sognante, un’ode all’ideale della giovinezza come età felice e piena di promesse.

Contrasti Tra le Diverse Visioni della Gioventù

Dall’analisi congiunta emergono forti contrasti su come la gioventù viene concepita e narrata in ciascuna opera. Uno dei contrasti più evidenti riguarda la dicotomia “perdizione” vs “purezza” della gioventù. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino la giovinezza è praticamente sinonimo di perdizione: i ragazzi sono travolti dai vizi degli adulti (droga, violenza, prostituzione) e perdono precocemente la loro purezza. Christiane a 14 anni non è più una fanciulla ingenua, ma un’eroinomane costretta a prostituirsi – un’immagine di gioventù corrotta e dolente che fa da monito e denuncia (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). Di contro, ne I ragazzi della via Pál la giovinezza è associata a purezza d’animo: Nemecsek è il simbolo del ragazzo puro, leale fino all’estremo sacrificio, e la sua morte assume i contorni di un martirio innocente. Lì i giovani, pur giocando alla guerra, rimangono fondamentalmente puri nelle motivazioni (amicizia, lealtà) e anzi mettono in luce valori positivi, tanto che l’autore li usa per lanciare un messaggio etico e persino di pace (I ragazzi della via Pál – Wikipedia) (I ragazzi della via Pál – Wikipedia). Analogamente, anche i Ragazzi del ’99 possono essere visti come incarnazione di una purezza sacrificata: erano “grandi fanciulli”, per citare D’Annunzio (La leggenda dei Ragazzi del ’99 – Formiche.net), catapultati in un inferno bellico. La loro innocenza giovanile si scontra con la brutalità della guerra, e proprio questo contrasto li fa percepire come vittime pure sacrificate (non a caso spesso definiti anche “angeli del Piave” nella retorica patriottica). Al contempo, però, la narrazione storica li ammanta di gloria, quindi la loro purezza diventa virtù eroica. Infine, Noi, ragazzi di oggi ignora volutamente la dimensione della perdizione: qui i giovani non hanno nulla da espiare né da farsi perdonare, non c’è vizio né peccato generazionale, anzi la canzone sembra rispondere ai ritratti negativi con un’immagine di gioventù pulita e speranzosa. Se Christiane F. mostrava il volto oscuro dell’adolescenza negli anni ’70, Luis Miguel celebra il volto luminoso di quella anni ’80.

Un altro contrasto notevole concerne la visione del futuro associata ai giovani. Nel caso di Christiane F., il futuro dei ragazzi appare quasi inesistente o minaccioso: molti di loro non superano l’adolescenza (morti per overdose) o restano segnati a vita. L’orizzonte temporale è chiuso, privo di vere aspirazioni se non la prossima dose. Al contrario, nei Ragazzi del ’99 il futuro viene negato in modo diverso: molti di loro morirono in guerra prima di poter avere un futuro, e quelli che sopravvissero tornarono adulti anzitempo, con gli anni della giovinezza ormai alle spalle. La retorica li celebra per aver dato un futuro alla nazione a costo del loro, sottolineando quindi una dimensione tragica: la gioventù che rinuncia al proprio domani per il bene comune. I ragazzi della via Pál vivono in un presente intenso (il gioco, la scuola, l’amicizia quotidiana), e il loro futuro è appena accennato – alla fine del romanzo, dopo la morte di Nemecsek, c’è solo il rimpianto per un’infanzia che finisce; il lettore sa che quei ragazzi cresceranno con quella ferita e ricordo indelebile, ma Molnár non descrive il loro domani. In pratica, Via Pál lascia una sensazione di *nostalgia per un futuro che non sarà mai più spensierato come quel passato appena concluso. Invece Noi, ragazzi di oggi è interamente proiettata al futuro: il lessico del brano insiste su “oggi” e “domani”, come a dire che i giovani vivono il presente sognando il poi. Il contrasto è chiaro: in Christiane F. e nella guerra, il futuro della gioventù è cupo o rubato; nella canzone pop, il futuro è la promessa elettrizzante che rende significativo il presente dei ragazzi.

Si nota poi un contrasto nei contesti sociali e nelle opportunità offerte ai giovani. In Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino il contesto è quello della periferia urbana povera e problematica: ai ragazzi non viene offerto nulla di costruttivo (scuola carente, assenza di centri di aggregazione sani, famiglia disfunzionale), e loro ripiegano in una sottocultura distruttiva. La esclusione sociale è quasi totale: Christiane e gli altri vivono di notte, nei bagni della stazione, fuori dalla società civile (Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F. – scheda di lettura – Biblioteca Liceo Copernico di Bologna). In Via Pál, pur ambientato in quartieri popolari di Budapest, i ragazzi godono di una rete sociale: vanno a scuola, hanno famiglie (anche se queste appaiono poco nella narrazione), e la comunità adulta – pur non intervenendo molto – fornisce un quadro di riferimento. Il loro gioco stesso imita le strutture della società (hanno un’“organizzazione” con tanto di presidente, generali, ecc.). Insomma, non sono realmente emarginati; il conflitto è circoscritto al mondo infantile, protetto entro certi limiti dallo sguardo benevolo degli adulti (si pensi al custode Janó, o ai genitori che infine piangono Nemecsek). I Ragazzi del ’99 provengono da ogni ceto, ma nel momento in cui indossano la divisa condividono uno stesso contesto totale: l’esercito e la guerra, che azzera le differenze sociali ma getta tutti in un ambiente durissimo. Qui i giovani hanno addirittura troppe responsabilità per la loro età: la società (lo Stato) affida loro il compito più gravoso, difendere la patria. Paradossalmente, li include fin troppo (li tratta da adulti cittadini) e al contempo li sacrifica. Dopo la guerra, i sopravvissuti si trovarono spesso spaesati: tornare alla vita civile fu difficile, e molti sentirono un vuoto (la società degli anni ’20 faticava a reintegrare quei ragazzi diventati uomini anzitempo, spesso traumatizzati). Noi, ragazzi di oggi riflette un contesto sociale ben diverso, inclusivo e mediatico: i giovani degli anni ’80 sono al centro dell’attenzione (una canzone di Sanremo dedicata a loro lo dimostra), riconosciuti come parte importante della società con voce propria. Hanno opportunità – “tutto il mondo davanti” significa possibilità di studiare, viaggiare, scegliere il proprio futuro – e chiedono solo di poter esprimere le loro potenzialità. Qui il contrasto con l’emarginazione di Christiane è massimo: da un estremo in cui i ragazzi sono invisibili e indesiderati, all’altro in cui i ragazzi sono celebrati e ascoltati.

Infine, c’è una differenza marcata nel registro emotivo con cui si guarda alla giovinezza. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino suscita soprattutto indignazione e pietà verso questi giovani distrutti; la gioventù è un’età di crisi profonda, quasi un inferno. I ragazzi della via Pál evocano tenerezza e commozione; la gioventù è vista con occhi indulgenti e amorevoli, come un paradiso perduto insidiato però dal dolore. I Ragazzi del ’99 ispirano rispetto e cordoglio; la gioventù è un tempo di coraggio tragico, ammirato ma pianto. Noi, ragazzi di oggi infonde entusiasmo e fiducia; la gioventù è un periodo luminoso, che genera sorrisi e aspettative positive. Questi registri così diversi – tragico, nostalgico, epico, speranzoso – mostrano quanto il concetto di gioventù sia poliedrico. Può rappresentare il punto più basso di una società (i tossicodipendenti berlinesi simbolo di un malessere generazionale), oppure il più alto ideale (i giovani martiri per la patria). Può essere sinonimo di purezza ingenua (i bambini di Molnár) o di energia rivoluzionaria (la canzone pop).

In conclusione, le quattro opere, accostate, tracciano un percorso attraverso diverse immagini della giovinezza: dalla perdizione alla speranza, dalla purezza al sacrificio. I temi comuni – crescita, amicizia, conflitto, aspirazioni – fungono da filo conduttore, ma ogni opera getta una luce differente su cosa significhi essere “ragazzi” in un dato contesto storico-sociale. Questa comparazione evidenzia che la gioventù non è un monolite: è un’età della vita interpretata e raccontata in modi anche opposti a seconda delle circostanze. Se Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ammonisce sui pericoli che possono annientare la giovane generazione e I ragazzi della via Pál ne celebra i valori intramontabili, i Ragazzi del ’99 ricordano quanto i giovani possano essere chiamati alle prove più dure della Storia, mentre Noi, ragazzi di oggi rivendica il diritto dei giovani a credere in un domani migliore. Queste prospettive, pur contrastanti, si integrano in un quadro ricco e sfaccettato della gioventù: un segmento di vita capace di esprimere al contempo il massimo della fragilità e il massimo della potenza, a seconda di come viene nutrito o provato dal mondo in cui cresce.

Fonti:

Da una mia richiesta, generato con: ChatGPT (plus) 4.5 + DeepResearch

FOIBE!

Consiglio vivamente una puntata di un podcast (link in fondo! non la versione youtube, che è un parziale) di Barbero sulle Foibe. Chiaro, chiarificante, lucido, corretto. Persino da uno dichiaratamente “di parte”.

Lo ripeto, così magari non pensate alla solita falsa dicotomia (nonché merda) “comunisti VS fascisti” eccetera (come spero sia ben chiaro che NON è, se si usa lo spirito critico e si ascolta tutto cercando di non farsi travolgere) che il mio interesse in questa faccenda ha la giusta tensione tra emozione e non-emozione: i miei genitori e i miei nonni sono tutti profughi di guerra Istriani (se fate ricerche sentirete profughi giuliano dalmati eccetera). L’Istria era Italia. Per tutta la mia infanzia non mi è fregato niente. A parte sentir puntualizzare con forza mia nonna “NO! IO SONO ITALIANA!” quando dicevo “Yugoslavia”, per me erano solo due-palle di roba dei vecchi che raccontano roba dei vecchi. Ma senza raccontare quello che forse avrebbero potuto fare a meno di evitare: il pudore dove non doveva esserci, gli orrori così come erano. I fatti. Quando ti strappano una gamba non devi dire “mi hanno fatto male”: mi hanno strappato una gamba, ho sentito l’osso mentre scricchiolava, i tendini si strappavano e ho sentito dolore per tutto il mio corpo. Questo devi dire. Allora magari… Ma niente, nessuno ne parlava. Hanno iniziato quando il tempo era passato, grazie a mio zio ho messo assieme anche sensazioni, fatti sociali, percezione, sensazioni, sentimenti. E poi alla fine una ragazza ha anche intervistato mio padre per una tesi di laurea, assieme a tanti altri, qualche anno fa.

Dunque a casa mia dire “foibe = comunisti” o sentire mia nonna dire “s’ciavi de merda” (= slavi, generico) o inventare un croato maccheronico per dire delle non-parolacce (ho verificato con dei Croati… non diceva nulla a parte coglioni) ed avere genericamente paura della stella rossa (presente sulla pagella delle elementari di mia mamma) era faccenda normale; non ero sensibile alla cosa. Sapere di Norma Cossetto, della consegna dei chiodi, dell’esodo giuliano dalmata, di “ha fatto anche cose buone” ed avere simpatia per le colonie (estive) perché erano poveri in canna e quindi qualsiasi cosa li sollevasse era benvenuta … questa era normalità. Memoria, non storia. Facile da dire se non sei tu la formica sotto la lente.

Essere critici, nel senso di voler sapere il vero e non solo il ricordo di una parte, in una piccola parte geografica ed in una piccola parte della storia, in questo contesto familiare, è considerato sospetto, irrispettoso, bastian-contrario.

Ma dopo anni a leggere, a cercare, a capire degli opposti nazionalismi, a sentire lo schifoso disumanizzare dall’alto qualsiasi basso, giocare a risiko coi popoli che era proprio anche dell’Austria (tanto osannata invece, dai miei, perché “era ordinata”), mi sembrava di avere capito che a parte il rispettoso silenzio dovuto al dolore di torti comunque subiti, indagarne le cause era cosa mia. Incazzarmi coi Comunisti o coi Fasci così a caso anche no. La complessità, il concorso di concause, la somiglianza con la “tempesta perfetta” (che nome inappropriato ora) invece si sono sempre più formati nella mia visione.

Ecco, per me l’orrore non è più tanto la catena di vivi, morti e filo di ferro gettati a imputridire e morire di marciume in un crepaccio. È quella. La scimmia non è solo quella grossa che ti prende di forza e ti getta nel dirupo. È tutta quella serie di piccole scimmie alle quali brillano gli occhi pensando che potranno sciacallare qualcosa senza fare fatica: tu muori, non sei dei nostri, io posso prendere senza pagare? Mi giro, poi allungherò la coda a gancio.

Quindi: invece di ascoltare MEMORIE, ascoltiamo STORIA: il professore è correttissimo e non dice affatto di essere esperto. Eppure la sua sintesi per me è ineccepibile. Ho 50 anni, la cosa mi è sempre interessata, ma me n’è interessata la verità delle cause, non presente invece nella verissima emozione di aneddoti di schifo umano raccontati dai miei come vissuti di persona. Altri erano già un sentito dire, già lì, già in guerra, da gente che – parole di mio padre e di mia madre su quello che davvero conta secondo me nella Vita – “di queste cose noi non parliamo”… non ne hanno ne avevano neanche la capacità, le parole, hanno timidezza ed orrore a discutere ciò che invece più conta. Magari a prendere botte sulla schiena e a piegarla per sopravvivere… senza chiedersi se sia il caso e perché, di farlo.

“Alessandro Barbero Podcast”, titolo della puntata: “Le Foibe, Alessandro Barbero (10 febbraio il giorno del ricordo)” uscita il 10 feb 2025.

Questo no, io no. (Tilt)

Passo a preparare la scatola settimanale delle medicine di mia madre, dopo alcune altre commissioni di cui porto il risultato. Sto per andare ma vedo che vuol fare un po’ di conversazione. Mi pare che delle nipotine le va di sentir parlare e io ne parlo come parlo io. Qundi a parte i fatti, faccio considerazioni e metto in relazione alcune cose.

Ad un certo punto cito la dificoltà che riconosco nell’essere genitori in un piccolo fatto accaduto anni fa con una mia modella. Si lamentava perché i suoi genitori non avevano provveduto a lei (non faccio a tempo a specificare: alla sua salute) e che lei se ne stava occupando, ma che contemporaneamente li biasimava perché avrebbero dovuto insistere di più!

“Come hai fatto tu!” – mi dice.

Muto, colpito da questo diretto al volto, colto alla sprovvista: lei continua.

“quando hai detto che avrei potuto insistere che tu tornassi a scuola”.

Rispondo in 0.1 secondi “questo-non-è-mai-accaduto-mamma” e le dico subito come funziono, che io di certe cose ho una memoria pazzesca (mentre non mi ricordo un cazzo di altre cose), che mi fa appiccicare al luogo in cui determinate frasi e dialoghi si sono svolti, ricordo a lei ad esempio come fosse ieri di quando mi disse che non avrei avuto mai la forza di rimettermi a studiare lavorando, perché è faticoso e la sera si è stanchi. E che col tempo ho pensato che lei avesse ragione ma…

Di mille altre cose, le ricordo, sia che mi sia trovato d’accordo, sia in disaccordo, ho riavvolto il nastro e confermato o smentito: avevate sbagliato, avevate fatto bene. QUESTA non è tra loro.

Sono sgomento ma sento anche: confuso.

Come può avere un simile ricordo? Da dove viene?

Poi vedo nella mia velocità di reazione la stessa che ho visto l’altr’anno in mio padre nel verificare che negava l’evidenza “no” – diceva, per cose che io so che sono “si”, ero lì, sono pietre miliari nel mio fastidio o nel dolore.

Lo sto facendo anche io, mi chiedo?

Ma conosco anche la pluri verificata inattendibilità e poca credibilità di mia madre.

Ho anche questo elemento: da sempre si lamenta che non ho finito la scuola o che ho avuto risultati scolastici non all’altezza delle loro aspettative. Non perde occasione per farlo. Non sono io a citare questo.

Penso: che si sia sognata questo evento per darsi ragione? Troppo facile che lo dica io.

Penso: potrebbe averglielo detto con la consueta violenza che quelle parole, così citate (“potevi insistere!”) e così accusatorie e scarica barile, mio padre.

Io non ho mai pensato che poteva insistere nel farmi stare a scuola. Ho pensato tantissime altre cose, ma questa no. Eppure in certi momenti mia madre ha un occhietto particolare… che sembra un attimo di lucidità, di intensità di pensiero… come se dentro di lei ci fosse un’altra persona che è migliore e più forte che se ne sta a leggere nel soggiorno della sua mente e ogni tanto si scuote come se l’avessero chiamatae si affaccia dagli occhi a dar man forte e a dire il vero.

C’è anche il dubbio che quando B mi ha detto che ho detto certe cose io ne disconosco totalmente l’ideologia, ma non dubito di lei e della sua memoria, bensì della mia. Se lei dice che ero così, lo ero. Una merda, imperdonabile, già perdonata da lei, ma non da me. Quel precedente mi fa dire : se non ti ricordi quello, magari era lo stesso momento e non ti ricordi nemmeno quell’altro.

Ma sono due persone diverse! Una è credibile, l’altra no. E poi c’è proprio la ratio : io NON penso che lei avrebbe potuto, Non ho rancore, biasimo, recriminazioni da fare su questo. Per questo mi pare che non quadrino i conti. E so anche con quanta leggerezza ed una scrollata di spalle mia madre prenda le smentite e con quanta pervicacia difenda il falso che le provo vero in piccoli fatti (le medicine: “ma io l’ho presa!” – ed è li, di fronte ai nostri occhi, nello scomparto // cibo: il suo pluridecennale “ma io ho ne ho fatto tanto!” e tutti hanno fame).

Allora riporto il tutto a B che in zero secondi mi dice “no. tu non hai mai avuto questo tipo di pensiero o di lamentela: questoè qualcosa che tua sorella potrebbe aver detto. è lei che da le colpe delle proprie scelte agli altri”. Dopodiché mi cita N aspetti che quadrano perfettamente con la ratio del mio pensiero riguardo alla scuola, al rammaricarsi mio personale, di cui io sono responsabile di me stesso.

Ma il dubbio mi resta. L’ho detto?

Ragazzi interrotti

Una instagram psicologa mi ha fatto conoscere lo Zeigarnik effect, su cui si basa sicuramente la pubblicità nel momento appena prima di, o l’interruzione della puntata, della scena, nelle situazioni narrative.

“quando si incomincia un’azione si crea una motivazione per portarla a termine che rimane insoddisfatta se l’attività viene interrotta. Sotto l’effetto di questa motivazione un compito interrotto rimane nella memoria meglio e più profondamente di un’attività completata”

Secondo la instagram-psicologa il motivo per cui non riesci a dimenticare la tua ex è che il progetto di vita che ti eri prefigurato è stato interrotto e questo te lo riporta sempre alla mente.

La soluzione – dice costei – sarebbe ricordarti quale fosse il TUO progetto di vita, personale, tuo soltanto, prima che conoscessi tizia.

A parte rendere i partner della nostra vita degli accessori ed addobbi e non parte integrante del nostro progetto di vita, altrimenti potrebbe essere “metter su famiglia con qualcuno” come le tipe che, appunto “voglio fare un figlio” e NON “voglio fare un figlio con te“. Ma se il progetto di vita integra altre persone? Se il tuo progetto di vita è l’amore, condividere la vita?

Se i tuoi progetti non sono quelli del boscaiolo che vive in cima alla montagna, ma fa parte di questa società collaborativa e ne integra gli appartenenti, sarà ben difficile che esista un simile progetto.

Sarai un egotista, un egoista, un egocentrico. Forse è così che devi essere, to succeed. Forse stiamo erroneamente costruendo un’idea che la legge del più forte che sopravvive e schiaccia gli altri e gli altri chinino il capo, abbassino lo sguardo e riconoscano il migliore sia errata. Mentre dovremmo essere forse meno blandi con alcune ferree leggi e regole, inderogabili e valide sempre e comunque e per il resto ubi maior minor cessat, mors tua vita mea, fanculo a tutti noi deboli, o serviamo i forti o diamoci la morte.

Nel momento in cui rendete la morte per suicidio una ignominia, siete solo stupidi. Fortissimi, ma stupidi, incoerenti. Più cessat di così. Oppure dovete capire che senza noi altri non fate un cazzo. E allora casca il palco.

Dovremmo morire a miliardi prima che qualcuno si faccia due conti seri su questa relazione io-noi. Ma purtroppo l’istinto di sopravvivenza è troppo potente.

Dovrebbe esserci ogni giorno: oggi non ho incentivi a vivere, voi mi date incentivi a cedere in vostro favore. Ok, addio.

Così, ogni giorno.

Puf, puf, puf! Muoio io, muore tuo figlio, muore tua figlia, muore tua moglie, muoiono 25 dei tuoi dipendenti questa settimana ed altri 5000 l’anno prossimo, muore mezzo pianeta puf puf puf non ci siamo più, state meglio? Per me dovreste lasciarci andare. Se non vi piace, allora dovreste cambiare le condizioni di base.

Ma torniamo alle interruzioni: molte persone, biograficamente adulte, come me, ad esempio, sono stati interrotti in cose che non possono essere riprese. Non le hanno fatte e non le faranno mai. Il loro progetto del momento, adeguato a quella specifica età, non è stato portato a termine. Forse è questo il fallimento, più del fallimento in sé. Non è una cosa andata male, ma una che non è andata a finire da nessuna parte?

Ma che ne so: quelle andate male non mi fanno mica meglio. Non ci sono, non sono qui con me i risultati positivi, le cose, le persone. Ci sono esperienze. Di merda. Utili?

Fin là.

Comunque il film, quello vero, dovetre vederlo.

Michael Ramscar e la memoria dei vecchi – NON bufala

Visto che mi arrivano varie bufale e varie cacate via internet, vi segnalo che quella che dice che con l’invecchiamento non si perde la capacità di apprendere, solamente si diventa più lenti , ed è supportata da uno studio dell’università di Tuebingen e del “professor Michael Ramscarl” (nel frettampo dopo due whatsappate si è preso una “L” il buon professore).

Il paper di “Learning is not decline” di Michael Ramscar lo trovate cliccando qui.

Si tratta di uno studio. UNO studio. E per fortuna non è in tedesco!

Quindi l’esistenza di questo non è una bufala, ma dovete leggerlo.

TUTTO.

Quindi l’esistenza di questo studio NON è una bufala.

 

USB C, USB 3.1, XQD, ed altre nuove porte e schede

Uno schema abbastanza interessante trovato sul sito della Transcend (luogo dove, ricordo, lavorava Linus Torvalds, no, quella era Transmeta) riassume cosa siano alcuni standard nuovi come USB 3.1, superspeed, USB-C ed altre amenità che potrebbero interessarvi, con tanto di fotine delle varie porte e connettori. Lo trovate QUI.

Donna non rieducabile (su Anna Politkovskaja) – video

Nel 2010 mi è stato proposto di partecipare come storica a progetto che, partendo dal tema della shoah, studiasse se esisteva un approccio tipico delle donne rispetto alle violenze che le avevano coinvolte. Accettai e il progetto prese forma in seno a un gruppo di lavoro quasi interamente al femminile. Ringrazio per questo Loredana, Anna, […]

via Anna Politkovskaja — ruminatiolaica