mi-dispiace

Lei aveva un uso molto disinvolto del vocabolario. Una delle cose che avresti dovuto sempre dire, preso atto di questo, era l’odioso “in che senso”. Oppure, meglio, cosa intendi dire con … ?

Mi accadde, una volta, di capire che il suo “mi dispiace” non era : sento tristezza per quanto ti accade. No. Il significato era “ciò-è-spiacevole-per-me”. Dispiace-a-me, non-mi-piace.

E sembrava che la formula “mi dispiace che tu pensi che” fosse stata imparata da sua madre in una sorta di politically correct per dire che provi risentimento, offesa, tristezza per il pensiero dell’altro.

Un bel casino quando siamo abituati a dire che ti dispiace per tizio, ovvero che ti rattrista la SUA condizione. Non che lui provoca in te del disappunto.

In effetti sembra di spaccare il capello in quattro, perché se tu tieni ad una persona e provi sofferenza per lui, comunque la provi tu. Ma il punto non è poi così sofistico.

In una relazione, qualsiasi, la comunicazione è fondamentale. E il fatto che si condivida un vocabolario comune per me è basilare. Sempre. Mi cruccio riguardo a questo problema da 20 anni, quando l’ho visto diventare una realtà in disastri lavorativi. Due ebeti si parlavano dall’Italia alla Cina, tutti ebbri del sacro furore dell’etica lavorativa, del darsi da fare, ma parlando come babbuini con bonobo: uno diceva una cosa, sbagliata (rispetto a quello che sapevo che intendeva) e l’altro ne capiva un’altra, ancora più sbagliata di quella sbagliata originale. E poi proseguivano incazzandosi. Il risultato di queste conversazioni era lavoro di merda per tutti.

In una relazione amorosa … beh, lo sapete. O volete la parte 2?

Comunque io avevo deciso e ho chiesto “vuoi che ti rompa le palle su roba tipo i congiuntivi o cacate di questo tipo?” – lei “no, ti prego”. Poi però ho dovuto dirle solo che con il significato delle parole non potevo sorvolare. Perché diceva cose offensive ad altri pensando che fossero altre parole.

Comunque mi manca, io lavoravo su questo. Pensavo “ok, tu capisci, capisci anche che forse intendeva… e ti interessa quello che ha da comunicarti questa ragazza, la ami!” … ma era difficile. E si finiva per litigare.

Mi manca.

“problematica” ha rotto i coglioni: BASTAAA!

Gente, “problematica” non è sinonimo di “problema”.

eh, c’ho delle problematiche a scuola…

il nostro territorio, già interessato da altre problematiche … 

MA CHE CAZZO DITE??!!! come cazzo parlate???!!!!

“Problematica” è aggettivo femminile , ad esempio riferito a persona. Oppure – ma non va comunque confuso! – si riferisce ad un INSIEME di problemi. E ora sicuramente mi potrete stare a cavillare che “io intendevo infatti proprio l’insieme!” si… e allora avevi difficoltà non con UN insieme di problemi ma con VARI insiemi di problemi?! “delle problematiche” ???

su per favore: la verità è che ti faceva figo usare “problematica” al posto di “problema” , magari credendo che fosse una parola con le cromature, più lucida e fica, senza sapere che non è sinonimo della parola corretta.

Dal Treccani: “L’insieme dei problemi fra loro connessi relativi a un dato argomentola pdella disoccupazione giovaniletutta la psulla questione si riduce a pochi dati; con sign. più specifico, la particolare impostazione e classificazione dei problemi propria di un autore, di un movimento culturale, di un periodo storico, ecc.: la pcrocianala pstrutturalista.”

E sicuramente il ragazzo di 21 anni che scrive la petizione AL MINISTRO (Cristosanto, ok la democrazia, ma prima di scrivere ad un ministro, almeno imparare la lingua …) dovrebbe sapere che cosa dice, quando lo dice. E invece usa parole a cazzo.  A 21 anni puoi sapere, se hai fatto una scuola di un certo tipo e con dei prof di un certo tipo (io la critica strutturalista l’avevo fatta, ad esempio) sai chi sia il Croce. Ma ho come il non-troppo-vago sospetto che chi usa “problematica” a sproposito non comprenda quell’uso indicato nel dizionario, relativa alla classificazione dei problemi propria di un autore.

Quindi smettetela: dite PROBLEMA quando intendete quello. Lasciate la problematica a chi la tratta davvero. Ben pochi.