autoeliminazione #2398472,5

Vi rendete conto di quanto questo posto possa essere totalmente invisibile?

Immaginiamoci tutti, qui su wordpress com, org … come in una specie di boschetto, una capannetta in cui appariamo di tanto in tanto. Uscendo dalla capanna poi ci sarà una foresta come fu quella amazzonica, il rio delle amazzoni. Lontano, lontanissimo da tutto, in mezzo ad un tipo di vita che non necessariamente è ostile ma nemmeno necessariamente umana.

Nella tua capanna puoi leggere, scrivere, ascoltare o produrre musica e la lasci li, nella capanna. Chiunque potrebbe passare, entrare, ascoltare, parlarti, leggere.

Ma tutti vivono non solo lontano: in un altro continente.

Sapete che l’Ai-Overview di google ha drasticamente ridotto l’accesso a qualsiasi sito web. I ragazzini quasi non sanno che esiste tutto quello che nella generazione precedente si sapeva. Non serve. Serve sempre meno. Il “web” come si visse non avrà più senso (economico) per quintalate di persone. La macchina delle risposte disincentiverà ad esporre la fonte? Molto probabilmente si per tantissime realtà e persone. Il tuo probabile interlocutore sarà una Ai. Il lettore, il crawler di una Ai.

Quindi ecco a chi sto scrivendo. A nessuno. Forse proprio come feci quando iniziai: non qui in forma di “blog” (su splinder, nel 2003/2004), ma quando iniziai il mio diario. Era per una ragazza. La prima che mi diede la misura dello scemare del mio dolore, del mio lutto, di sette anni, per essere sopportabile. Niente cellulari, telefono ohmygod, distanti. Per farle sapere chi ero le scrissi non tanto una lettera… ma cose che avevo scritto pensando a lei ma senza intenzione di dargliele. Fino a che lo feci. Gliele diedi. Bla bla, un giorno finì.

Ma quell’abitudine ormai era presa. Dopo il cartaceo passai al PC. Mentre usavo un editor ne progettavo un altro, fino a cercare di pensare ad un correttore … e per un correttore serviva un dizionario.

Così scrivevo un diario “come se” scrivessi a lei. Ma poi piano piano scrivevo a nessuno in particolare. E piano piano questo è andato avanti per un bel po’. Forse mi sono fermato in certi anni. Poi non so… ma di sicuro qualcosa è ripreso con il blog. Tra l’altro incontrando anche altre menti. Questo è il luogo. E ora che scrivo sto ascoltando qualcosa di quello che forse ascoltavo anche allora, quando iniziai, in questo istante (poi vedremo) : Pull me under.

L’altro giorno, sempre nell’atmosfera del progetto dal demo del 98 a qualcosa stavo cernitando musicassette. Si. Alla fine sono tornato al mio buon vecchio stereo. Quello col quale sono state registrate alcune di loro, presumibilmente. Certo non quelle che sto cercando.

Molte erano compilation, una vera e propria serie. Con gli anni avevo pensato “le prendo e le shazammo tutte”. L’altro ieri ne ho buttate via 9. Nel secco.

Avevo sia una serie “cose che mi piacciono” , singoli brani di LP, mezzi LP, anche piccoli pezzettini… sia una serie “lentoni” o roba d’ammmmmOre et similia.

Ecco come scegli: pensi che avrai vita, pensi shazammo. Pensi: ho 51 anni, voglio solo morire, ma prima ho delle cose da fare. Non shazammi. Butti via molte, moltissime cose. E se ce la fai, se non senti il dispiacere straziante, l’inutilità del tuo sforzo passato, del tuo dolore passato, esperienza, tener duro o risparmiare o qualcosa. Che alla fine ti interessa solo di fare una cosa che non serve a nessuno, nemmeno a te quando avrai finito.

Penso agli oggetti da milioni che ora non valgono nulla, di mio padre: tecnologia che si è deprezzata e la senti come disprezzata. Così deprezzata e disprezzata che ne ho trovata in un negozio dell’usato… e non la prende nessuno. Quindi quando penso alla mia… non so nemmeno perché non sono rapido a farla sparire, buttare via. Alcune cose possono essere riusate all’infinito: libri eccetera. Ma… potrebbero. Lo saranno?

Così butto altre cassette. Trovo alcuni spezzoni che avevo avuto cura di registrare “dal vivo” (dal televisore anche, ma anche dal… telefono! dalla linea fissa: roba tipo il segnale orario!!!) e riconosco un pezzo di “indovina chi viene a cena”: verifico, tutto su youtube, è del 1967. Dice cose che ho ripensato cento volte come se le avessi inventate io.

Un altro pezzo veniva sicuramente da “ER, medici in prima linea”; era una definizione circostanziata di un preciso modo di amare. E del riconoscimento di lei che no, lei non lo amava così come lui. C’è anche un pezzo della voce della mia ragazza tra il 1994 e il 1995 ? 96? che mi dice affettuosamente “CICIONE” … (non lo ero, era davvero affettuoso; ma poi ho capito davvero che era una stronza colossale come forse non avevo voluto vedere… complice un film con Meg Ryan in cui era chiaro che lei sfidava i tipi con cui stava a lasciarla, a vedere chi rimaneva davvero. E io – vero coglione – pensavo “beh io resisterò”.

Coglione.

Una buona parte della mia difficoltà di erezione deve essere stata la chiara percezione che non mi stimava. Forse voleva il mio cazzo. E io glielo avrei dato volentieri. Ma qualcosa dentro di me mi diceva disprezzo. Come essere umano. Che tempo perso, anche li. Quando sei così giovane che potresti fottertene, se ci riuscissi, se questa macchina di merda te lo consentisse.

Butto via altre cassette. Arrivo a quelle che nel 2014 avevo già, credo, vagliato. Ma è il mio limite per quel giorno. Mi viene da vomitare. Ho già dato. E ho anche deciso di buttare fisicamente qualcosa. Non male.

E oggi? Qui, queste scatole?

Ma per fortuna non ho buttato alcune cose che “non si sa mai”. Una DAC/Ampli-cuffia miniaturizzato forse lo posso usare per amplificare delle Sennheiser HD600 per mix/mastering quando sarà ora. Quando lo testavo (ce l’ho gratis per quello) mi chiedevo “ma che cazzo??? qual’è lo scopo?” e la base della spiegazione, ossia lo scopo di una DAC invece di una scheda sonora, non me la diceva nessuno. Poi ho compreso. Ma poi i driver sono scomparsi come quella ditta in quella divisione e quella divisione in italia.

Per fortuna funziona. Ho tutta la scatola, come ampli diretto funzia, c’è il suo caricatore. ChatGPT lo conosce abbastanza.

Ah si. Vi conviene scaricare tutti i documenti, i PDF, le pagine web con contenuti che vi interessano. Se non avrà un senso per chi ce le ha messe… spariranno. I vostri documenti di istruzioni potrebbero interessare solo a voi tra un po’. Meglio archiviare e condividere. Anche con sistemi di P2P filesharing.

Non vi conviene pensare (non conveniva neanche prima, ma ora è peggio) “tanto è su internet”. Potrebbe sparire davvero. Un file, una pagina, un sito. Ricordatevi che i dataset dei chatbot NON sono un imagazzinamento di internet. Non lo sono affatto. E il professor Walter Quattrociocchi si sta sbattendo parecchio per cercare di farci capire bene che i gli LLM / Chatbot non sanno niente.

Se avete culo… ma se non ce l’avete?

Spero di riuscire a buttare via tutto bene. Non ho, spesso, la forza di fare niente. Mi faccio schifo anche per quello.

il vento ci fa vedere quanto è vicino il burrone*

Questa, dai 17-18 anni, è la seconda volta in cui ho una di quelle “epifanie” di chiarezza su “questa cosa cambia la prospettiva”. La prima? A suo tempo ero in giro con D, su un baracchino di motorino 35 di clilindrata. In due. Senza casco. Non si usava ancora? Forse stava iniziando? Non ricordo. Ce la facevamo quasi sempre. Ma quel giorno aveva iniziato a piovere troppo lontano dalla partenza tanto quanto dall’arrivo. Non avevamo mezzi, non avevamo soldi. Muoverci, andare nei posti era quello che volevamo sempre fare. Probabilmente inutilmente, ma era vita, esperienza, il non-nulla. E alla fine era uno stare-insieme andando nella direzione che intendevamo.

Immagino per giochi infantili miei o suoi ci siamo procurati un sacco della spazzatura grosso per ciascuno, fatti 3 buchi et-voilà, avevamo degli impermeabili per ridurre il danno. Credo tra il 1989 e il 1992.

Dev’essere stato in uno di quei momenti… non so se il ponte l’ho immaginato o ci sono passato sotto, mentre lui spingeva a manetta quel catorcio e qualche goccia diventava rivolo sulla mia schiena che ho pensato a me stesso che pensavo così spesso di andarmene via da casa. Ma l’alternativa è un bosco, la pioggia e il freddo, le intemperie, l’uomo preistorico. Dalla mia condizione ci si muoveva, nella civiltà, in qualche altro modo: era accertato, non sarei fuggito di casa. La pioggia mi stava mostrando con chiarezza cosa significa. La “ragionevolezza” mi è corsa addosso e non mi ha mai lasciato, giusto un filo, mica sono mai maturato. Solo un po’ di buon senso con esempio.

Ieri invece un mal di schiena poderoso, credo uno strappo muscolare, mi ha fatto sentire quanto debilitante possa essere la situazione: disabilità. Non riesci a fare normalmente praticamente nulla.

La seconda epifania? Che cosa avrei voluto tantissimo aver fatto prima di smettere di poter fare qualsiasi cosa (senza morire, ma ci assomiglia): musica.

Era potente: la prima cosa era musica. Era irrilevante che non frega a nessuno, che non ci si fanno i soldi. Era più “questa cosa non l’abbiamo finita bene e lo meritava”.

Le mostre di nudi.

Ma la primissima cosa era: non ho il mio veleno, il mio tasto rosso, mi hanno fregato tutti? Beh no, non mi sono, come nelle altre cose, impegnato abbastanza io. Forse dove hanno droga. Del resto se qui, in provincia, ho trovato degli assassini (anche se abbiamo appurato, giustizieri con un loro codice del cazzo), immagino che andare in una grande città tipo Milano possa farmi trovare la gente di merda necessaria. Andare in Ucraina e farsi sparare? Ma si rischia di rimanere solo paralitici o morire di setticemia, dolore dolore dolore, quello che io rifuggo.

Credo che alla fine sarà doloroso ma breve. Cianuro? sopra un ponte, un dirupo, un luogo dove è un attimo cadere giù, magari sopra il lago di una diga, un posto che mi piace tanto per la sua tranuillità ed isolamento. Ma se dovessi essere dolorante così tanto da non riuscirci?

Ma prima… sfiammare, fisioterapia e … musica. O durante: la ricerca di una cosa non esclude l’altra: ad esempio per fare le mostre.

Graffiti moderni, ma scritti sull’acqua.

~

* The wind shows us how close to the edge we are, da “Slouching Towards Bethlehem”, Joan Didion, 1968

Prospettive mortali #2389472

I miei ultimi atti, come vivente, devono avere a che fare con i viventi. Questo mi sta costando un po’ di fatica e, nonostante quanto ho appena detto, avere a che fare con altri non mi dispiacerebbe. Sono combattuto. La mia sensazione, che è tutta mia, è di essere respingente, ributtante, repellente fisicamente. Questo, si sa, non definisce una persona, ma concorre e partecipa a farlo, se ci si vede e si interagisce personalmente. Sembrano tutte ovvietà, eppure nel “successo” di ogni azione questo fattore esiste. Siamo così scimmie che ci stiamo sul cazzo a pelle. Io non sono un puro spirito che gli altri hanno facoltà di vedere con un corpo che a loro ispira amicizia, simpatia e voglia di collaborazione. Sono quello che sono. Ed essi, tutti, reagiscono a questo prima che a qualsiasi altra cosa.

Ed è faticoso. Penoso.

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MySecretBlog

Ogni tanto lo devo ripetere. Nel 2003 iniziai un blog su splinder tanto per dire “embé che è sta roba? ma che panzane ‘sto 2.0”. In effetti si, ma contemporaneamente no: il 2.0 rendeva possibile alcune cose a tutti. Cose che prima erano possibili ad alcuni. Era davvero la facilità di accesso a dare un mezzo.

Avendo avuto un passato di diarista, presto l’addiction a questa cosa ha preso il sopravvento. E sul vecchio splinder, conobbi anche della gente molto interessante e di certo migliore di me.

Di “Piretto” mi chiedo sempre se sia ancora vivo. Era pieno di quella rabbia da ventenni che magari ora è sfumata ed essendo di grande valore ora avrei qualcosa da imparare. Mi ha segnalato dei bei gruppi, gli feci anche una parte per una copertina, che immagino non abbia mai usato, e mi sa che ha fatto bene, chissà che pessimo lavoro ho fatto quella volta.

Poi si passò qui. Ad un certo punto dopo anni, ho incontrato fisicamente una donna: ho violato tutto quello che per me era il blog. Lei si è innamorata, io no, questo le faceva male, si sparì.

Dovetti però portare via tutto il blog. Quel vecchio blog, anche se aveva le stesse ZERO intenzioni di essere notato, con la stessa idea di “io voglio scrivere, non voglio essere riconosciuto, mi aiuta, non mi dispiace se anonimamente si dialoga con qualcuno che vuole leggere e ci si trova”, ma in qualche modo aveva dei numeri.

Qui i numeri sono ai minimi storici, forse perché orglioNamente taggo con argomenti che qualsiasi politica vuole tenere lontana, cioè il suicidio, la morte, il dolore chiamati così.

Lontano dalla vanità, però, si sta bene ad esprimersi. Lo fai e basta, non ti interessa molto di stili, lettori, contenuti. Ci sono lettori? Bene. Non ci sono? Bene lo stesso.

Diventa molto più meandro della rete, ritorna un luogo poco frequentato, nascosto, lontano, che non è di moda. Che non cerca di esserlo.

Calci nell’acqua

Mentre l’inferno in terra è sceso su gran parte dell’Italia, qui nel meravigliosonordest , siamo (relativamente) “in montagna”, si passa dal caldissimo alla pioggia ogni 2 ore in questi giorni. Se resta verso sera, di solito, il cielo coperto produce fresco serale e poi notturno.

Dunque in uno di quei momenti, ancora in tempo per i negozi, esco. Ho fatto l’insalata di riso per quando non avrò affatto voglia di cucinare col caldo, la tengo lì. Dopo essere stato a fare commissioni per i miei vecchi mi è venuta fame. Un toast, un panino. Ma fico lo voglio. Fresco dai finestrini, piano piano, buio, con una depressione mortale mi dico quanto mi faccio schifo ma la golosità per fortuna mi traina. Ulteriore motivo per rendere negativo il positivo: ovviamente mantengo la panza con questa attività.

Ma tant’è. Vado laddove si produce carne per ricchi usando fisicamente altri meno ricchi per maggior pregio e mi piglio due burritos. Scelgo di andarmene in un parco. Il cielo è così grigio che promette pioggia e non c’è qualsi nessuno. Mentre sto per parcheggiare uno mi guarda come se volesse dire “cazzo vuoi” ma potrebbe anche essere ciecato come me.

Vedo solo che c’è un uomo vecchio, verso i 70, al cento del parco che parla troppo forte al cellulare vicino ad una bici. Potrebbero sentirlo fino al 5o piano del condominio adiacente. Me ne fotto, devo solo mangiare: il parco è pieno di verde, fresco, pieno di panchine: rarissimo. Lo oltrepasso e mi scelgo una panchina. Lui cambia panchina per tenermi d’occhio. Sento ogni cosa, cerco di ignorare, assaporo il mio cibo, mi arrotolo sul mio farmi schifo, cerco di ragionare sul mio solito planning vita-morte.

Finché questo tipo smette di parlare e viene da me. E mi parla. Forse ha notato dei peli grigi che evitano il solito “capellone di merda comunista ricchione radicalchic tagliaticapellievaialavorare” et similia. Va subito al punto ma partendo dai discorsi sul tempo. Non ho paura a stare qui a mangiare fuori, con questo tempo incerto? Rispondo che sono a 15 metri dall’auto e ho una giacca che mi accompagna dal 1995 e da quell’anno mi protegge dalla pioggia, in caso di emergenze. Ma non era a questo che voleva arrivare.

Questo tempo assurdo, non ho forse sentito dei disastri in giro? Allude, credo, al terribile caldo e alle precipitazioni improvvise e violente. Tutta roba che – penso – è stata predetta in modo scientifico, non da Nostradamus. E da parecchio tempo. Ora ci siamo. Che sta succedendo, che faremo, perché?

Ed eccomi qui, piccolo e stronzo meschino.

Ora ho quasi 50 anni. Ho tutto quello che serve per parlare con una persona così: un tutto inutile accumulato come inutile polvere nel cranio. Un mediocre parassita che parla con un mediocre che ha fatto il proprio dovere di sicuro, che ne sa ancora meno. Che bello spettacolo, che grandissima utilità persa nel nulla del nulla più assoluto.

La mia predicazione alle genti è certamente stata efficace, perché se n’è andato salutandomi sconsolato, dandomi del lei, come io ho continuato rispettosamente adeguato ad una regola di altre generazioni, a fare.

Penso di poter intuire, signore, che lei nel corso della sua vita ormai non più breve, deve avere, tanto per citare un esempio a caso a noi familiare, sentito parlare un certo numero di volte – quante? le chiedo – di sistemare gli argini e gli alvei dei fiumi, ma in generale della manutenzione idrica e forestale delle nostre zone. Quante di queste volte, in tutti questi decenni messi uno dietro l’altro ad invecchiare, è stato effettivamente fatto fisicamente qualcosa?

Dei cambiamenti climatici di cui lei ed io ora vediamo gli effetti non si parla da ieri, ma dagli anni 60. E così come per quelli citati, così per questi, non abbiamo fatto nulla. A pagarla saranno i suoi figli e nipoti, non certo noi, non si preoccupi. Cito la versione dialettale di from nothing comes nothing – accumulo potenza e credibilità perché assorbo energia dal dialetto e dalla tradizione, quindi ne so. Ricordo altri proverbi e detti facili da comprendere e che comunque approvo perché ne ho scavata la saggezza dopo averli inizialmente derisi: il tetto non si ripara mentre piove. E lui capisce e già, dice “non si fa certo legna in dicembre”.

Vedo che capisce, carissimo signore. Non abbiamo fatto nulla per cambiare condizioni di pericolo rilevate 60 anni fa. Avevamo tutti questi anni per prendere attivamente provvedimenti. Ora i buoi stanno scappando e io mi mangio il mio burrito.

Ha tanta voglia di dire che “quelli a roma bla bla bla bla”. Ma forse ha capito.

Sono un dissennatore. Un buco nero di tristezza e disperazione, di negatività e morte, faccio così schifo che se venite a me, riesco a percepire dove sono le lacrime per attrarle goccia dopo goccia verso il canale lacrimale. Sono un orrore vivente di schifo di persona. Un povero vecchio voleva solo dare la colpa al governo e al precedente incidente locale, cercando di parlare di cause che non conosce e che ha ignorato fino all’altro giorno… perché diavolo rompergli i coglioni?

Hai toccato il mio alito di morte.

Per un attimo Dio ha deciso di esistere e mi ha spezzato un incisivo la cui riparazione magistrale resisteva da 32 anni.

Me lo merito.

Essere una merda, fare schifo, ep.#192837

Ecco che la sensazione di essere completamente inadatto, inadeguato, non all’altezza che di una media che si arrabatta per la sopravvivenza, ma neanche, neanche all’altezza di quello, di fare schifo ed essere una merda diventa una schiacciante vergogna di esistere, una impresa il cui proprietario insiste a fare debiti su debiti per tenere in piedi una baracca che è l’unica cosa che sa, ma che non serve a nessuno, nessuno la vuole, nessuno vi si reca più. Un edificio che se ci si impegna molto esiste nel buon ricordo di un istante di qualcuno, ma era tanto, tantissimo tempo fa.

Sto perdendo tempo. Devo muovermi. So quello che devo fare. Devo ringraziare di poterlo fare in relativa calma. Pensavo che l’azoto fosse una soluzione accettabile e preferibile, più facile da reperire del monossido. Ma temo che procuri crampi, vomito, dolori. Porca quella granputtana. Un gelido dottore, senza IPPOcrasia, che mi dica “guarda, è molto semplice, basta fare click qui e hai finito di esistere e nemmeno te ne sei reso conto”.

Cosa causerebbe la morte cerebrale in un istante, mentre mi avvicino al bordo di un lago attorniato dal ghiaccio? Scivolare li dentro, assideramento… ma senza sentire assolutamente niente. Certo poi per cremarmi bisognerebbe essiccarmi! 😀

Un tasto che non inventai (per primo)

46 anni e hop, un giorno, così, su YouTube, ascoltando RickDuFer (Riccardo Ferro) su una monografica… e il mio pensiero ne tocca un altro quasi identico proveniente dal passato.

Il mio tempo che scorre, la mia vita, la mia sofferenza, la mia idea… come sempre: identica all’idea di qualche altro essere umano, da qualche altra parte. La rete di menti che potremmo essere, al di là della delusione di non aver avuto un pensiero originale (ma era spontaneo, tutto mio, non ho letto ciò che hanno letto loro) è grandiosa, affascinante ed il mio primo pensiero è che sia anche desiderabile. I nostri saperi, di ogni tipo, correlati.

Quando si sposta questa idea dalla pura speculazione e lo vedi materializzato in qualcosa che ti tocca… che VOLENDO, potresti sempre metterti in relazione con un altro essere umano del pianeta e collaborare… è strano. Anzi, da nerd mi sto chiedendo ora: ma perché non mettiamo sempre fuori il nostro problema? Nella ideale piazza mondiale ci sarà sempre qualcuno che non ha problemi di segreti a dirti “io ho fatto così, prova”. La mia esperienza di tante cose che penso e che mi pare di inventare passa anche per cazzate, nomi scemi. Ma anche cose più importanti.

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dead man walking #201907293847

Il bilancio della mia intera esistenza è deplorevole.
Ma ecco il programmino aggiornato. Ora come ora ho una rinnovata voglia di morire. Cioè, una grande tristezza del vivere, più che altro. Sconforto, sensazione di inadeguatezza, ecc, ecc, ecc. Bilancio negativo.
Quindi: devo altri 2000 euro a B. Devo guadagnarli. Devo 10000 euro a T, che ce li prestò per iniziare con la casa. Mai restituiti, santo santo santissimo. So che non ne ha bisogno, ora, ma santissimo, è giusto restituirglieli.
E poi se non voglio mettere nei casini qualcuno devo guadagnare i soldi del mio funerale, come ogni vecchio che si rispetti. Non che io sia “uno che si rispetti”, ma cercherò di fare del mio meglio, anzi, un po’ meglio eh? Per fare in modo che nessuno si debba accollare le spese di smaltimento del mio cadavere.
E questo è appunto il programmino “main”; tutte le altre cosine che posso fare nel frattempo magari ribaltano la cosa, ma intanto ho questo progetto principale. Sono un sacco di soldi.
L’altro giorno ho versato tutto quello che avevo messo via a B, 3000 euro. Ma ho calcolato che nel periodo in cui sono stato una merda schifosa, senza ricordare di esserlo stato, senza capacitarmi di poter essere stato uno che pensa davvero così, potrei averle sottratto (lei ha speso volentieri, lo so, ma questo non cambia il mio lato dell’atteggiamento) l’equivalente odierno di 5000 euro.
Così anche se pensavo di prendere un paio di fari e il Ronin per fare le riprese, ho azzerato tutto. Non ho più niente come “capitale”. Ma lei cosa aveva quando io ero così una merda con lei? Ha potuto attingere da qualche parte? No. E lo so. Non “credo”. So.
Fare schifo mi è sempre riuscito bene. Sono un professionista dello schifo. Ma sempre mediocre.
Vermi, mi dovrete attendere un po’. Ma ho debiti da saldare prima di schiattare.
Oggi, nonostante il programmino, non ero assolutamente in grado di fare un cazzo. Depressione-full, di quelle che ti distendi e basta.
Avevo portato il PC a vedere, perché è troppo potente e scalda: volevo vedere se era raffreddabile: mi hanno detto di mettere un condizionatore, proprio come per me stesso. Mi piacerebbe. Ma non credo proprio.
‘sta sera lei mi ha chiamato, era tornata dalle vacanze col suo tipo, aveva la tristezza post-ferie, così voleva un po’ di compagnia. Raccontarmi cose. Non dico che non me ne freghi niente. Ma ero in un momento così, mi sembra di essere un fantasma che parla con i vivi, con qualcuno che ha prospettive di vita. Ero uno che era vivo, che l’aveva conosciuta. Non capisce che vederla nell’acqua del mare con il salvagente, così carina, mi distrugge. Non glielo dico. Ma dovrebbe vedermi piuttosto noioso, poco partecipe. Non era una posa, solo faccio già fatica a non piangere. Mi fa sentire bella musica che ha sentito giù al sud. Carina davvero, in effetti.
Aspetto che esca quello dei TOOL ad agosto, sperando che sia all’altezza.
Comunque oggi credo di aver decretato che Lateralus è il mio preferito. A fatica però.

Menefreghismo esistenziale ed altre quisquilie

Sono sempre io. La stessa persona. Sono in grado di ascoltarmi i Dream Theater, i TOOL e i Liquid Tension Experiment tanto quanto spararmi, con piacere, cercandolo, quanto Cliff Martinez nella colonna sonora di “Solaris” come “The Shutow Assembly” di Brian Eno. Roba che è anche perfettamente in grado di farmi addormentare, chiaramente. Ma spesso anche di rilassarmi e basta, mentre lavoro spesso. Con piacere.

Sono sempre io.

Questo essere questo e quello disorienta sempre gli altri. A tutti piace essere, o anzi, gli piace che tu sia questo OPPURE quello. Il questo E quello che vorrebbero, di solito riguarda altri argomenti. Ma i gusti, il carattere… mi pare, dico mi pare di non contraddirmi, di solito non lo accettano, non lo gradiscono.

O fai casino, o silenzio. O sei quello dark oppure tarantelle. O ti piacciono i supereroi oppure i film francesi pallosi. Un po’ di questo e un po’ di quello no, non è possibile. Se io sto bene con te e tu con me e io mi innamoro allora anche tu devi, tu non puoi solo stare bene tuttigliuominisonouguali.

Eppure io, da solo nella mia fottuta solitudine, sono qui che ascolto Martinez. E poco fa ascoltavo i TOOL veramente ad alto volume.

La calma e il casino nella mia mente invece sono strani. Stavo quasi pensando di smettere l’Efexor ora. Di sbattermene ed entrare in modalità tasto rosso “distaccata”, cioè senza disperazione: per necessità economiche qualora sopraggiungessero. Quindi invertire notte e giorno con calma, andare avanti con tutto, iniziare a smettere, iniziare a disperarmi sinteticamente (astinenza-assuefazione) … e ad agosto, inizio settembre avrei finito, forse. E poi basta anestetico. Basta medicina. Basta. Poi potrei tornare a lasciar scorrere nelle vene il pericolo, la paura, la disperazione autentiche, non filtrate, come facevo prima. 7 anni fa. Ironico.

Come sempre. Anche se non voglio. Anche se non ci penso. Quando sento che il dolore forte scema, di solito sono passati sette anni. Questa volta il dolore non era l’amore e basta. Era … tutto. Era disperazione, burnout, tutto compresso. Niente è scomparso, credo.

La prospettiva della morte facile, a portata di mano (il tubo col monossido, oppure buttarsi in un lago gelido di montagna, come suggeriva un’avventrice che secondo me ha idee un po’ PULP su cosa sia soffrire tantissimo per non soffrire… io non sono autolesionista: io sono cacasotto, non voglio soffrire: figurati congelamento con terrore e soffocamento: una delle morti più dolorose e terrificanti che esistano) – la prospettiva dico, della morte facile, mi rende più facilmente avvicinabile quella sensazione di “chissenefotte” che tutti ti suggeriscono con il classico “non farti le seghe mentali”. Il menefreghismo esistenziale, la sensazione che per quanto possa andare male, tu puoi sempre morire, in un istante. Andartene via.

Mi ripeto che mio padre, credo, vorrebbe andare, sia stufo di vivere. Ma resta per noi, per noi poveri tre sfigati ed in particolare per me, che sostanzialmente mantiene in una situazione in perdita. E mio fratello che mantiene tout-court, non dico vitellone, ma quantomeno depresso e “neet”.

Adesso, in questo momento, dico queste cose con un certo distacco. Non vado in palestra da mesi, sento la pancia gonfia. Il resto sarebbe a posto, ma questo richiede serio impegno. E a suo tempo mi dissero: devi allenare la resistenza. Certo seguito da un “dico per te, non per me”. Eppure se non fosse per la controparte io non sentirei nessuna necessità di avere maggiore resistenza.

Ora sono completamente notturno. Sistemo altre 40 foto, poi mi faccio un caffè in qualche merdosa sala da gioco: almeno per me hanno una precisa utilità. E ho sempre un cazzo di matrimonio da sistemare. Puttana eva.

Ad ogni modo forse sono riuscito a vendere l’85 Sigma Art, che è un bel gioiello, ma ha davvero un problema di autofocus “strutturale”. Non è il mio ad averlo. Lo hanno e basta, in condizioni di scarsa luminosità devi avere una 1D e comunque fa fatica.

Continuo a pensare a quella cosa terribile di Watzlawick secondo cui non esiste una sola realtà e mi domando cosa ne direbbe Odifreddi o un qualsiasi laureato in Fisica.

Ci penso continuamente: questa sera al ristorante cinese il cameriere indiano ha detto “se mi dici che vuoi il caffè non lavo la caffetteria”. L’immagine evocata dalla parola caffetteria è un ambiente, un locale. La caffettiera, anche se non si trattava specificamente della “macchina per fare il caffè”, comunque è un oggetto, un macchinario. La caffettiera è comunque una caffettiera. Non è la Magrittiana Trahison des images, non è nemmeno il trucchetto di Eraclito relativamente al fiume che non è mai lo stesso. Questo piegare la lingua lo gradisco, mi piace, offre alternative comunicative al didascalico. Ma la descrizione della realtà materiale è possibile, univoca, inequivocabile e corrispondente al vero, misurabile. Daltonico o non daltonico, la radiazione di luce emessa e riflessa è misurabile da uno strumento. Quella è: se tu ne percepisci una differente, questo non cambia la realtà. Non percepiamo la materia oscura. Eppure ci sono modi per comprenderne l’esistenza e a colpi di successivi perfezionamenti si arriva ad una regola, ripetibile.

Poi anche se ci penso continuamente, poi penso che a discettare di simili questioni siamo davvero uno sparuto numero di individui e probabilmente ci riteniamo vicendevolmente indisponenti se non addirittura detestabili.

La complessità di una persona non esclude la compresenza e l’apprezzamento sia della capacità espressiva della parola distaccata dall’univoca e precisa individuazione di concetti astratti o concreti mai ambibigui, sia quella che invece inchioda la realtà alla comunicazione.

Questo è questo. E poi c’è poesia, utilizzo della caffettiera per farci un vaso o un fermaporta. “per me è un fermaporta” non esiste. Non sai cos’è. Oppure “io lo uso come” è corretto. Ma una caffettiera è una caffettiera. Potrebbe persino essere un oggetto a forma di caffettiera che non funziona. Senza il foro. Allora non lo sarebbe. Si verifica. E alla fine è quello che è e non altro. Del resto è una questione di cui dibattevano alcune testine già 2500 anni fa.