La tristezza è indicibile?

La tristezza è indicibile?

No. La tristezza è dicibile. Nessuno mi capisce? Nessuno sa cosa provo? No. Il mio amore è unico e nessuno ha mai provato una simile gioia / tristezza / passione / logoramento / perdita ? No.

No, sono io che sono solo io. Tutto qua. Non è che sia pochissimo, ma è tutto qua.

Se c’è una ed una sola cosa di buono che ricordo e non scorderò mai di “Sgarbi quotidiani” (si, di tanto in tanto lo vedevo: l’anticamera di un post su un social antelitteram, per quando per permettertelo dovevi essere un performer/autore e accedere ad una piattaforma che ti esponesse) è questa: la disamina puntuale e forse puntigliosa di quanto poco unico e irripetibile sia quanto più ci colpisce, interessa ed attraversa umanamente. Lo proviamo tutti, perlomeno il meglio e sicuramente il peggio. Ciò che fa in noi e come ci cambi, questo no, non è detto ci accomuni. Taluni vengono attraversati dal dolore e reagiscono con rabbia di varie intensità, magari distruttive, aggressività, violenza. Altri diventano empatici, capiscono che gli altri provano quello che tu conosci… fino a divenire così empatici da provare qualcosa che tu non stai vivendo personalmente.

Ma l’amore, la perdita, il desiderio, la solitudine. Tutti li proviamo.

Alcuni hanno la capacità di descriverlo, altri no. Ma è dicibile eccome. Potremmo non averne la forza. Oppure il tempo, quando l’amore è felice: devi viverlo e basta vederti sorridere per capire che la coppa trabocca.

Quando trabocca di dolore la prima roba che cola giù è il dicibile. Accompagnato da lacrime, se ce lo permettiamo. Da urla e strazio, se ce ne freghiamo anche.

Ma no, non è indicibile. A volte è semplicemente così grande che il dicibile occuperebbe troppo… e abbiamo altro da fare. Anche solo dormire, respirare. E troppo spesso… lavorare. Che diventa terrificante pena, peggio di quanto non fosse prima, per chi non svolge un’attività che apprezza.

Musica è (2025)

Recentemente alcune notizie relative alla musica – una delle cose che mi interessa di più o che sento più vicine a me, di nuovo, nella vita –  hanno contribuito a fissare delle tessere di un mosaico che difficilmente si staccheranno da me.

120.000 brani al giorno vengono caricati online.

Giovinezza ed adolescenza e gusto soggettivo: non c’è un vero “bello” che passa attraverso tutte le generazioni in generale: ciò che sentiamo da piccoli e in adolescenza, cioè quando proviamo forti emozioni, si fissa, si lega dentro di noi: le due cose si amalgamano. Forti emozioni: rabbia, gioia, amore, perdita, confusione, risentimento, stupore, scoperta, illusione, delusione, disillusione, solitudine, eccetera. In quel momento la “colonna sonora” che ci accompagna diventa “il bello”. E così ha fatto per le generazioni precedenti.

Questo rende “il bello” ancora più soggettivo ma in modo… deterministico. Anche se qualcuno ha altre cose da dire in merito, più carine.

La iper-produzione che svaluta, inoltre, mi rattristava. Ma una volta staccato tutto dal guadagno, dal riconoscimento economico o di fama…

Se ti piace qualcosa… beh da questi anni ne avrai a valangate che non hai mai sentito… ti basterà cercare “2018” e troverai miliardi di cose tra le quali scegliere e per te sarà “roba buona”.

Quindi … che vi dia o non vi dia soddisfazione economica: caricate la vostra musica, e dotatela di buoni metadati. Non è detto che non diventi un gioiello che incontri una vita rendendola migliore di prima.

E se non sapete che il tipo di Spotify investe in iA per le armi: ve lo ricordo. Potete evitare spotify, tanto sapete che vi da centesimi. È vero che è la piazza sulla quale presentarsi… ma adesso è lastricata di pietre insanguinate, vedete voi. BandCamp è lì. E poi perché non creare una piattaforma migliore, alternativa, non stronza, che non si tiene tutto e non da un cazzo agli artisti? Non si sa mai, ci si potrebbe persino riuscire.

era un grande lavoratore, quindi

Di tanto in tanto mio padre mi parla del riversamento che una mia… boh, cugina? fa nei suoi confronti della sempre crescente frustrazione e disprezzo, recriminazioni rispetto al suo corrente (RIP – 103 anni) secondo marito. Ora è morto e lei sollevata non fa che reiterare quanto sbagliato fosse con lei, per lei. Anche io mi sono sempre chiesto e chi te l’ha fatto fà? Sei ricca sfondata, che te ne frega? “Ha insistito tanto”… beh lui ti amava, ma se non ti piaceva facevi a meno.

Cmq, il tipo di prima, che è morto, era fantastico e lei lo amava ecc, ecc. Quello che però mi dice molto di mio padre è che lui mette dentro a tutto questo il successo professionale come se avesse una importanza centrale nel rapporto di relazione. Gliene farei anche io una colpa se ormai non avessi passato questo segno: penso più al dispiacere di una visione della vita così legata alla sopravvivenza comoda. Il che non significa che non piaccia a tutti. Ma se fosse tutto qui significherebbe che due poveracci con le pezze al culo hanno una situazione sentimentale e relazionale non rilevabile, inesistente, se il fatto che sei povero, che sei incapace in un lavoro determinano il tuo valore personale e, in seguito, quello che tu fornisci alla relazione. In realtà nella relazione questo non c’entra niente.

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La foto falsa di Lou Barlow

M. mi scrive testuale “…gli [nomedelgruppo] ho provato a sentirli, ma mi provoca troppe emozioni non riesco. Me li metto in una chiavetta e ascolto in macchina forse è meglio. Poi ti descriverò le sensazioni”.

Voglio bene a M. e questo tipo di messaggio me lo conferma. In qualche modo sento scalpitare l’impazienza dentro di me: da quanto ho recuperato il “demo-backup” fatto approssimativamente nel 1998, in formato solo audio (e pure parziale!) ho sentito O. , batterista, osservando il quale F., il nostro batterista, prendeva spunto ed imparava. Gli ho fatto sentire un pezzo alla volta, ogni volta era “wow”. Si dice onorato che gli abbia chiesto di recuperare e ri-registrare la batteria. Alla fine anche M. , con la cui chitarra sgangherata ma ispiratissima ad un certo suono e ad un certo gusto, mi confrontavo e si costruivano i pezzi, anche lui ha voluto sentire. Abbiamo tutti quasi 50 anni.

Col passare degli anni, ma attorno al 2001-2003, mi accertai che sia a F. che a C. (voce) non gliene “fregasse niente” e “fai quello che vuoi” fu la risposta generale. Ma M. no, sentito in questi mesi, mi dice che a lui importa eccome. Ne avrei fatta una questione di libertà artistica più che di copyright: pensavo “dai, fammi il favore di ri registrare le chitarre in modo che eventualmente possa lavorarci” … ed eccoci qui.

Quando bruciammo quelle calorìe? Io credo tra il ’94-95 e massimo il ’97-98. Poca roba. Tantissimissimisssima roba. Ossessione, interesse, concentrazione, convinzione, impegno, fatica, confronto, lavoro, contrasto, esercizio, ripetizione, freddo, difficoltà, viaggi e chilometri, vita di gruppo, poca figa ma anche tanta, la scena che esisteva.

Credo di poter elencare i luoghi dove fisicamente suonammo. Pochissimi. Ma i pezzi erano il succo spremuto di quattro persone diversissime con gusti diversissimi che solo una certa educazione, io credo, riusciva a far stare assieme producendo qualcosa di bello. O perlomeno per me lo è, lo è stato in questi anni, lo è ancora. E vorrei che esistesse una versione ascoltabile dal mondo. Persino con dei video.

Speriamo che a M. queste emozioni facciano bene, non male. Magari si tuffa in qualcosa in cui io vivo molto spesso: il passato.

Il titolo del post si riferisce ad un ritaglio di giornale, che mi ricordo fotocopiato su carta blu e probabilmente arrivato via fax. Era un articolo nella cronaca locale che parlava di noi. Non avevamo una foto e così FDM (ora cantantautore dei NVCC) che scriveva per il giornale decise di mettere la foto di Lou Barlow e dire che era C. … o qualcosa del genere “tanto la gente non sa un cazzo”.

Tenevo quel foglio nella custodia del basso di mio cugino, custodia rigida con interno in pelosetto rosso. Forse per testimoniare che “eravamo qualcuno”. Che eravamo esistiti.

a livello umano chissenincula

i veri ritratti odierni o raprpesentano vecchie o ragazzine ma di donne non ne ho trovate

Per la prima volta ho lavorato con una giapponese. L’ho incontrata al sushi dove ho importunato il suo whippet (che ormai ho capito: è il mio cane; io amo i gatti, si, ma se dovessi avere un cane sarebbe un whippet) e lei … mi ha ringraziato. E di nuovo questa sera dove ho trovato una signora con un whippet… al quale ho fatto due carezzine… pure questa mi ha ringraziato. Basisco.

Bello questo verbo inventato eh Moon? Tutto per te :-*

Comunque fine del coccolume, parto. Poi mi rendo conto che è un’asiatica, che mi ha tranquillamente rivolto la parola invece di fuggire faccendo una risatina dietro la mano, che io di asiatici non ne becco mai disposti e quindi faccio la mia mossa. E la mia mossa va. Quindi dopo qualche giorno mi ricontatta e alla fine ok, verrà a posare.

Ma non mi dice che verrà a posare e basta. No, verrà a posare perché “mi trovo in una fase un po’ difficile della mia vita e vorrei fare le cose nuove – sarei contenta se riesce a contattarmi” nome e cognome. Via whataspp.

Oggi è arrivata, mi racconta che si sta separando, che ha tre figli, ha un anno più di me (ne dimostra tipo 15 di meno) e ovviamente mi chiede se vanno bene le vecchie e non posso dirle cosa farei a questa vecchia e che come pervertito ho un debole per le asiatiche. Per fortuna è un po’ troppo in carne e quindi i bollenti spiriti se ne vanno in 6 secondi. Questo lo dico per voi, per farvi schifo. Per ricordarvi chi sono, che non vi venga in mente di scordarvelo, metti mai che vi commoviate: dovete sempre sentire quella strana puzza che ve lo fa ricordare. Dicevo? Vecchia. Si. Certo, vecchia come me. Comunque bla bla bla, si divide tra lavoro, figli, fare la spesa. Non sa niente della zona e vive qui da tantissimo. Era la capa di un’altra mia modella, l’ha vista nelle foto e allora si è anche decisa, visto che lei le aveva già detto “dai dai, vai anche tu!”. Continue reading →

La fiamma non si riaccende (46ma puntata)

Il mio rito del 29 del mese mi aveva fatto sbloccare whatsapp. Così lei mi ha contattato. Lei era confusa, anaffettiva, si era fatta altri 2-4 tizi, aveva detto ad un tale che doveva essere “testimone imparziale” che a mancarle davvero ero io. E me lo aveva fatto sapere. La rivolevo, subito, come prima, ma diventando più bravi a non essere due cani che abbaiano. Ma no, non era pronta, allora ribloccami per un mese – mi aveva detto. E io per 5 minuti l’ho fatto. Poi sono uscito da questa cosa e le ho proposto di no, di starle vicino senza altro (che io non ho scopato per un decennio, sono capace di ignorare il sesso e il corpo, anche se lo farei 3 volte al giorno con lei), per capire chi eravamo, se provava qualcosa, saperndo, che fosse chiaro, che comunque io facevo questo tentativo perché la volevo, non come amica.

E’ finito tutto, me ne accorgevo, non provava nulla. L’ho accompagnata al lavoro, via dal lavoro, dopo e prima del lavoro, a imparare il lavoro, all’ospedale per via del lavoro, a zonzo… ma io non sentivo arrivare nulla. Era distaccata. E alla fine me l’ha detto “sei stato un angelo, sempre … e mi sento in colpa e basta, mi fa stare più male che bene… sento che quando cerchi il contatto io non lo voglio… la fiamma si è spenta”.

E l’ho spenta io, credo. Di colpo. E ora la pago. Ma non sono sicuro. Non sono sicuro che non si possa fare un litigio, una discussione, avere FORTI divergenze di opinione o un confronto tra due impulsivi del cazzo senza per questo lasciarsi. Lasciarsi, cancellare tutto, smettere di provare amore. Io non ho smesso, mai, per un solo istante, persino mentre eravamo due stronzi. Mai. E nemmeno ora. Mi manca anche ora, ma non ho insistito per un solo secondo per riavere questo involucro che non contiene più quello che volevo. Questa donna non è più la mia piccola. Non c’è più dentro l’amore. E lo sentivo ad ogni istante… speravo che si scongelasse e lo lasciasse andare… che fosse come mi ha detto con un meme … che aveva paura di fidarsi. Continue reading →

If you love somebody, set them free (26ma puntata)

Soffriva sempre. Per lei ero uno stronzo, ma non poteva fare a meno di me, di vedermi di nuovo, di tornare da me, straziata.

L’amore col dramma lo conosco, può piacere, si tira più lungo, si sente tanto. Ma si soffre anche. Io ho votato la mia vita alla pace: il mio cambiamento non è solo di parole, cerco la pace, la serenità, l’armonia (non fate ohmm stronzi) con tutto me stesso. Perché sono andato fuori di testa, se seguite questo blog lo sapete. Ho sofferto e ora io voglio rapporti ottimi. Non voglio che i rapporti con la gente mi facciano soffrire.

Ma dal canto mio di certo non voglio essere fonte volontaria, consapevole, di sofferenza per qualcuno.

Per cui realizzato che per lei ero un amore tossico, una droga, una malattia le ho proposto lontano dagli occhi, lontano dal cuore: non ce la fai a dirmi addio, ok. Io non ho motivi miei per dirtelo: io ti voglio, per me sei un regalo del cielo. Ma io per te sono una maledizione: se li vuoi mettere sui piatti della bilancia i motivi per stare con me non li trovi neanche se li cerchi per tutta la giornata, mentre i motivi per sentirti offesa, insultata, in disaccordo rabbioso, gelosa con ragione, sminuita nel tuo dolore e quanto altro di brutto possa fare un uomo senza essere attivamente violento fisicamente o psicologicamente … queste cose in me le trovi. Dunque… perché? So che quando ami uno non sai perché. Mi stava bene, benissimo, che stessi con me perché io sono io. Non perché ti servisse qualcosa. Ma se cerchiamo cosa ti faccio di male lo troviamo, mentre cosa ti faccio di bene no. Continue reading →