Faccio Schifo e sono un coglione e faccio schif

In questo periodo mi sto chiedendo (senza andare costruttivamente a verificare) se per caso tutti quei riferimenti di storie e narrazioni di “sentire le voci” non siano così simili ai pensieri di merda che ti accompagnano talvolta quando non ti metti attivamente lì a fare qualcosa, a spingere quella crosta di merda seccata come un guscio in cui fare una crepa, mettere fuori il becco e cercare, appunto, di fare qualcosa, invece di pensare a qualsiasi cosa. Non che pensare faccia schifo in sé. Ma se appena pensi “potrei fare quest…” SEI UNAMMERDA “ci sarebbe questo da sistem”FAISCHIFOCAZZOSCHIFOSCHIFOSCHIFO” ma anche questo, dai che magariSEITALMENTEUNCOGLIONE, CHE SSSSCHIFO, BLEAH.

Difficile, ma possibile, prendere la voce che le sue ragioni le ha, e chiedere solo: ma non eravamo a mediocre di merda ? Cioé: non eccello, ma so per certo di non essere il TOP della merda. Ci sono i criminali intenzionali per quello. Gente che rifiuta prove di verità e sulla propria credenza produce dolore su altri. Tipo questa gente. Oppure che so… gente che dice “K” di “accappatoio”. Io no, dai.

Quindi, almeno, stabiliamo la scala dello sch…

… ed ecco che un po’ diminuisce. Un po’. Ma ci devi un attimo ragionare. Comunque il piùmmigliorissimo è stato il TED di Mark the Hammer. Un vero faro nella notte. Di tanto in tanto… prendi, e fai schifo, segui quella strada… e migliora. Ma intanto fai pure schifo.

L’inutilità di quel che sei

Nausea, nel mio cerchiobottismo di sopravvivenza, cerco di seguire l’iter del tergiverso del mio universo in un ditale di voltastomaco, mi giro a destra e sinistra, cerco di fare appello alla morte pur di avere calma, alla storia pur di avere pace. Batticuore, ansia. Ogni granello di spostamento, di avanzamento, di “progresso” di questa “giornata” è difficile. Come sempre solo disfare e rifare lavastoviglie con un ascolto che – appunto – provenga dal passato remotissimo della storia o di una storia inventata, è la cosa più calma ed accettabile.

Provo ad andare in cantina ufficio, ma niente, ogni cosa mi fa tremare un pochino, mi fa un pochino venire da vomitare, mentre mi faccio schifo. Cerco di dire che no, che non “faccio” schifo in assoluto, è falso e lo so. Ho preso con regolarità la mia medicina? Ma si, si, davvero si, regolarissimo, domani-oggi è martedì, il cellulare dice martedì, la scatola portapillole dice martedì-fatto, quindi niente, la parte della chimica gestibile l’abbiamo fatta. Niente, sarà ottobre, sarà il tempo, sarà che so delle mie magagne e delle minacce economiche e non le sto tenendo in un armadio blindato della mente abbastanza chiuse.

Non so, comunque per mandare avanti un po’ di lavoro, faccio piccoli passetti. E lo so fare questo lavoro. Ma non interessa a nessuno, non più, non c’è abbastanza bisogno o comunque non lo so fare in una certa misura. Sbaglio contenuto, alla fine sto solo meccanicamente caricando vecchio materiale super standard di cui ci sono milioni di miliardi di copie che forse vengono acquistate in un-pezzo (cosa insensata nello stock) per fare machine learning che mi fotterà definitivamente.

All’improvviso questa sensazione di quel vecchio ricordo di intenso imbarazzo, inadeguatezza. Quanti anni avrò avuto? Eppure alla fine mi sento così nell’intero esistere. Condiscendenza è una parola che non conoscevo, ma sentivo bene cosa stava succedendo, e lo sentivo probabilmente per la prima volta. Cinque? Sette? Quanti? Dieci?

Le figlie del padrone di casa e forse una vicina… gioco da loro, al piano di sopra, a qualcosa “da femmine”, qualcosa come ballo o danza, non so. Nel gioco forse era previsto un ruolo “insegnante alunni”? Ricevo sicuramente un rimprovero per la mia incapacità di eseguire qualcosa. Sicuramente piango e per le altre bimbe c’è preoccupazione: ci daranno la colpa, “lo abbiamo fatto piangere” e quindi BAM, ricordo la sensazione di “giochiamo a quello a cui sai giocare tu, tipo le macchinine? dai giochiamo a quello” e la forte sensazione di essere un coglione che muove una macchinina mentre qualcuno mi osserva fingendo approvazione e pronunciando parole tra il conforto e il complimento con il solo scopo di farmi smettere di piangere.

Questa merda non è mai sparita da me. La sensazione. Patetica commiserazione, contenimento della lamentela per evitare giudizio delle autorità – che probabilmente avrebbero del tutto ignorato la cosa – ma distanza, distacco, esclusione anche in presenza: non sei come noi, non sai fare quello che facciamo noi, quello che a noi piace fare e la cosa è risibile.

Beh la sensazione è la stessa a cinquant’anni. Quello che sai fare? Chissenefrega. Wow, sai fare questo? Come miliardi di altri. E comunque non serve. Non ci serve. A nessuno interessa se tu ti vai bene, non se il frutto della propria fatica è moneta di scambio. La mia fatica non vale la tua, ne faccio a meno, sceglierò qualcosa d’altro. Amati pure, Fattici le seghe con il tuo te stesso.

Quanto potere hanno gli altri su di noi, anche quando non c’è alcuna minaccia per loro, per cui sarebbe giusto avere del potere, per respingerla?

So delle cose, ma le sanno altri. Ed alti svalutano talmente tanto ciò che fanno da rendere quella contropartita irrilevante, non vale niente per loro e la fanno diventare di scarso valore in generale: varrà poco per tutti.

Ma la sensazione è quella: ti può piacere quello che fai, quello che sei. Ma questo non lo renderà attraente, interessante, piacevole, desiderabile fuori dai confini del tuo stesso essere.

Però mi ha fatto bene scriverlo, sento un leggero svuotamento, meno pressione alle viscere. Si, è il futuro, il rischio di miseria e rovina. Non è la morte il mio problema, ma la sofferenza, lo sapete. E la rovina non è solo la miserabilità economica, ma del sopravvivere per questa e basta “a qualsiasi costo”.

riempire il vuoto con l’utilità non funziona (sempre)

Nel 98 suonavo con vari gruppi. Con uno di questi facemmo un CD in studio, cosa totalmente fica e poco comune, per il tempo. Un obiettivo, un impegno economico, di tempo, di forze. Lo ricordo, tra l’altro, come uno dei momenti che ti dicono che cosa significa quando vivi, invece di quando sopravvivi. Fai qualcosa che vuoi fare. Quello che me lo diceva, lo sapete se vi è successo, è che anche se dormi poco, appena apri gli occhi con la sveglia ad ore assurde, BAM, ti alzi, come una molla, fai tutto e parti, fai chilometri, non vedi l’ora. E stai pure pagando!

Tornavo di sera così stanco che mi ricordo di essere passato drittissimo col rosso.

L’esperienza in sé era gratificante, gasante. Come direbbe Gennaro Romagnoli, in quel momento ero affezionato al processo più che al risultato? Oddio, il CD lo volevo veder finito. Ma nel fare c’era energia, si stava bene, come andare in gita, fare quello che vuoi fare. Dico che ero più innamorato del processo perché la musica che facevamo con quel gruppo mi faceva cacare. Se vi dicessi il nome la trovereste su spotify ed iTunes. Lasciai il gruppo per questo: la musica mi faceva venire il sangue acido mentre loro, tutti, mi stavano simpatici e non volevo guastare tutto; mi rendevo conto che non vedevo l’ora di finire le prove per andare al bar dopo. E io non bevo alcol, sia chiaro.

Il loro batterista, dopo anni, quando io cercavo da 2 anni uno studio a prezzi abbordabili, mi ha semplicemente ascoltato e si è preso davvero a cuore ciò che gli dicevo, proponendo dove aveva una entratura di farmi avere l’affitto che io potevo permettermi, laddove loro prima non prendevano assolutamente nulla. Ma io così ero a posto! Da quella volta ho lo studio. Non solo, mi ha aiutato fisicamente a fare un sacco di lavoro di merda, anzi: lo ha fatto lui. Lui ed un altro paio di amici. Io non ho fatto quasi niente, cazzate ho fatto.

Ecco, con lui e con l’ente presso il quale tutt’ora ho lo studio, ho certamente un debito. Con l’ente cerco di fare tutti i lavori gratis che posso, avendo messo in chiaro di non approfittarsi, cosa che non è accaduta nemmeno di striscio.

Ora lui, post-covid ha intrapreso la via del commercio; prima faceva 3 lavori e in uno di questi era dipendente presso un negozio di compravendita dell’usato che svuota soffitte, cantine, eccetera. Ad un certo punto gli hanno proposto di subentrare in una delle due sedi.

Il precedente negozio lo avevo seguito per i social, quindi come ho fatto con loro, ho promeso anche a lui: la prima dose è gratis. Cioè: ti avvio la faccenda, ti spiego, poi ti dico quale è il mio lavoro e quanto costa. Oggi però sono spuntate tutte le parti tecniche di base, di rete eccetera. Lo avevo avvertito di ogni singolo futuro passaggio e necessità e tutte puntualmente accadono. Del resto ho fatto quasi vent’anni in una PMI come sysadmin, dei servizi tecnici di base diciamo che le basi le so. Non sembra essere cambiato molto. Anche oggi ho preso, etichettato tutto, smontato il casino che c’era prima, ripulito, rietichettato, costituito uno schema per raccapezzarsi su cosa-va-dove e chiarire le stronzate che vari dicevano. Pensavo costantemente che sono un inutile pezzo di merda, lo schifo fatto schifo. Che almeno in quel momento, per qualcuno che proprio non sa niente di niente e agli occhi del quale quindi sembro qualcuno che sa tanto, come ogni orbo per il cieco, stavo dando qualcosa di utile, perché credo davvero che almeno lui sia uno che vuole vivere, che si è sempre speso per gli altri, che ha lasciato andare tantissime minacce accomodando, vivendo per i figli, per la ex moglie che non lo amava, per la sua attuale tipa che non lascia il marito. Lavora, si spacca la schiena, faceva assistenze domiciliari a disabili ed anziani. Figurati se non cerco di fargli andare internet, reti, telefoni, gestionali e social e altre puttanate.

Chiaramente io avvio le cose in modo da consegnare le chiavi e spiego sempre: io non voglio occuparmi di risolvere problemi, questo non è risolvere problemi, per me. Cioè, ora hai la roba che funzia, non toccare dove ti ho detto di non toccare, non fare casino, usa quello che ti ho detto e vivi felice senza fare “eh ma se io facessi…” solo per, che so, risparmiare, oppure perché “ma magari così è più facile” quando ti ho detto passo passo come fare le cose, perché io NON verrò a sistemare casini.

Ma: chiamami pure come content creator, o insomma copy, aiuto a postare, strategia, video, visual, tutta quella merda lì; io ti seguo per dire cose, storyminchia eccetera.

Ma con lui, che tra l’altro non si mette in mezzo come quelli che sanno loro, ho potuto aiutare a fare le parti tecniche in modo più sicuro, ovunque ho potuto usando sistemi di qualità, accortezze anti-inculata o come diceva quello “future proof” (ma senza il senso profondo che ci metteva lui) … insomma un po’ di prevenzione merda.

Questo perché lui lo vale. Ho debito e lo vorrei felice. So che comunque spenderà soldi, che è stanco, che è preoccupato, vive con la zia perché ha dato e continua a dare ad altri, che prima che inizi ad essere in attivo per un po’ di anni di seguito avrà spese e sarà sotto. Farlo per lui contribuisce a qualcosa, a qualcuno, che vale qualcosa.

Va bene farlo e sono felice di aver fatto quelle quattro cosette che per lui sono invece importanti. Dubito fortemente che dopo, quando sarebbe bello avere un rapporto continuativo per la creazione e promozione, vedrò qualcosa: non per scarsa stima di qualcuno in qualcuno, ma per risparmiare, per sfangarla, per starci dentro.

Anche solo dopo aver finito e consapevole che per lui aveva valore, contemporaneamente sentivo il dolore di esistere come schifo, una cosa che sento io. So bene che c’è di peggio, si trova sempre di peggio. Ma la mia mediocrità, la vecchiaia, il solito bilancio … schifo. Capita, a volte, come oggi, che ci sia qualcuno di cui vedi chiaramente la stima: persone che non conoscono il tuo lavoro, che vedono andare avanti qualcosa dove non sanno mettere le mani, sembri qualcuno. Suo figlio era così, vedevo che un po’ gli stavo simpatico e un po’ valutava positivamente il mio operato. Ma chiunque sappia fare qualcosa in questo settore sa che non è nulla e che io non sono nulla di più di uno che in un cantiere edile pianta un chiodo e trasporta una carriola senza cadere troppo spesso.

Felice di aver fatto la malta per chi ne aveva bisogno – restando in metafora. Ma quel sottile strato di felicità per altri, per me era il solito disgusto. Credo sia il disgusto di … si, sprecare risorse. Ossigeno, tempo, spazio. Com’è assurdo vero? Visto da fuori oggi ho fatto solo cose giuste, buone, forse persino più cose utili e corrette del solito, numericamente.

Eppure non mi vengono i conati solo perché assumo un blando antidepressivo, immagino.

E non ho la minima idea di come procurarmi il monossido al giusto grado di purezza. Inutile pezzo di merda.

Ecco, che non sia una parte dell’istinto “della vita” a dirmi che faccio schifo? Mnah: il risparmio energetico (essere un mantenuto) dovrebbe essere valutato, insieme al fatto che sopravvivo. Forse però il non avere prole né fare sesso “dicono” al mio programma : questo ingranaggio non gira come dovrebbe e quindi …

ma che cazzo dico.

Reflusso acido di coscienza

Allora funziona così, a volte.

Il dolore arriva – Faccio schifoschifoschifoDIOMIOCHESCHIFO no, cosa dici lo sai che è troppo, sai che sei mediocre non puoi dire che fai schifo si ok ma io sento che devo moriresubito, ma se hai appena fatto la lavastoviglie non mi pare che ci sia qualcosa di , si ok ok ma senti il dolore che ti attanaglia per nessun motivo, certo, questa è depressione, cioè dolore così senza alcun motivo, oggi abbiamo sentito chiaramente il dottor Gennaro Romagnoli Psicologo e psicoterapeuta dire a chiarissime lettere la base del tutto e che cioè se vuoi smettere di avere problemi devi smettere di vivere e non lo sapevamo già, certo che lo sapevamo già ma non riesco a trovare un modo per procurare il monossido di carbonio puro e poi dai hai dei debiti con alcune persone, non ti hanno fatto niente, non lo meritano, potevi fare a meno di farti dare cose o di prenderle in fondo, già non servi a niente perché devi essere anche di danno si ok ma solo tu pensi di fare così schifo ok ma non è davvero il punto lo sappiamo è la mediocrità la velocità del mondo e la meta che si sposta in tutte le cose che in qualche modo ti interessano perché dai, sei un mediocre, quindi ti interessano cose facili o la parte facile delle cose, che magari impressionerà qualche inesperto ma che non ha niente che non sia più che sorpassato da secoli, vivi solo in periferia e in provincia e siamo indietro di vent’anni e tu sei indietro del tutto, sei vecchio e quello che ti interessa e che sapresti meglio ora non è più nel tuo mondo e il resto costa troppa fatica per goderselo davvero, e adesso non vuoi vedere nessuno, vuoi distenderti sul divano ma sei stato così bravo a pensare che avresti sistemato tutto e invece il divano è pulito e se vuoi distenderti così come sei sporcheresti e ci sarebbe O che aspetta, che a te non costa niente davvero fare quella stronzata col font, per lui è complicato e per te è una bazzecola ma gli occhi ti si chiudono o sono lacrime? Sei solo stanco o sei così deficiente che non vuoi andare di nuovo dall’oculista si ma ci sono andato l’altra volta e alla fine sti cazzo di occhiali non mi risolvono e poi erano anche brutti eh bravo ma saran mica belli questi da 2 euro che prendi al super dai, ma almeno se li perdi, visto che li perdi, non son sta gran perdita, si ma poi vedo alcune cose leggermente deformate e niente che vuoi farci continuo a penasare ciclicamente al sesso, non a una sega, ad uno sfogo, ma all’incontro con un altro essere umano il cui corpo ti attiri… ma è assurdo perché il tuo non è più desiderabile e allora perché cazzo devi avere questo fottuto desiderio e stimolo che non serve a nessuno se non alla solita fottuta bastarda vita e si certo che non ha senso la fottuta bastarda, tu sei solo un piccolo ingranaggio una pedina che viene mossa da un meccanismo che perpetua sé stesso e nemmeno ha una volontà più di quanto non ce l’abbia un sasso che rotola dal monte e tu non hai altro che una caratteristica collaterale che ti provoca l’autocoscienza ma in rapporto a che cosa a chi a nessuno, sei un mezzo per lo scopo di una macchina nata per caso e i vecchi che sono vecchi e diventano vecchi ma soffrono e basta e tutti hanno anche loro quel fottuto meccanismo di autoconservazione che è solo un istinto che ti schiavizza ma che bello ora possiamo invecchiare e goderci più anni di quel pezzo di vita che fa schifo al cazzo e soffrire più a lungo e poi che tristezza scoprire che alla fine ci sono situazioni che rendono la libertà personale un diritto per alcuni di rimangiarsi la parola ed essere solo in balia dellosperiamochenonsiricordi e non capisco poi perché mi interessa di quello che succede di come cambia il mondo che poi non sono cazzi miei eppure mi prende forse perché non riuscendo a risolvere me mi distraggo col resto ma io mi distraggo volentieri con della buona fantascienza ma cazzo ce n’è poca anche se in effetti Legion era proprio carino cazzo non avrei mai immaginato che fosse così flashato certo la serie su disney la serie non quegli altri due con l’angelo in copertina che sono delle merdecolossali poi non vorrei perdermi dune seconda parte ecco dai almeno un motivo per esistere anche domani

Luddista, ma tecnologico

Non sono le macchine a togliere il lavoro agli uomini. Sono altri uomini. Un numero inferiore di uomini. Questo lo rende “togliere”. Fino a qualche secolo fa gli spazi si muovevano, le possibilità c’erano, cambiavi, imparavi altro. Ma lo scopo della tecnologia è fare di più, permettere di fare di più ad un numero inferiore di persone, o meglio, con inferiore sforzo umano. Il che sarebbe bello, se facessi lo sforzo perché ne hai voglia. Per diletto.

Purtroppo il modo in cui le macchine e la tecnologia diventano negative è quando rendono le persone come pezzi di un macchinario, soggetti al trattamento che si riserva alle cose, agli strumenti, alle risorse non-umane. Ad togliere il lavoro ad un uomo è un altro uomo che fa uso di una macchina, o meglio, anzi, questa è la realtà più pericolosa, che ne possiede l’accesso esclusivo. Che ha i mezzi economici per accedere a quel mezzo, escluderne altri e, nel senso più letterale della parola, avvantaggiarsene.

Non sono le macchine nè la tecnologia ad essere il male, ma la necessità di un modo di progettare la vita della comunità di esseri umani improntata alla necessità di un vantaggio competitivo, per il semplice fatto che questa competizione esiste. Devo competere per vivere. Devo meritarmi di vivere. Ma se è già faticoso farlo senza competizione e senza che lo si consideri un dono, perché mai, a parte che il tuo obiettivo non sia di per sé “esistere” ?

Una vita desiderabile per tutti, non detestabile, non faticosa, non conflittuale, non competiva, in cui essere felici di aver aperto gli occhi la mattina e con un sacco di voglia di mettere giù i piedi ed alzarsi… per tutti gli esseri umani , questo potrebbe essere un obiettivo dell’umanità.

E la tecnologia ha tutte le potenzialità per offrircelo. Quindi non sono un luddista “perché si”. Sono un luddista perché i proventi dell’eliminazione dei lavoratori da ogni settore progressivamente, mentre la demografia mondiale aumenta, non sono a favore della popolazione, ma di una microscopica, esigua, minoranza.

In una qualsiasi altra società animale credo che 8 miliardi di persone sarebbero riuscite a sbriciolarne un miliardo che li stanno facendo strisciare a terra.

Evidentemente siamo schiavi per natura? Schiavi si, della paura di morire, dell’esistenza “in quanto tale”. Di quello siamo schiavi e pochissimi trovano la forza per liberarsi da questo imperativo biologico. Di cui raramente i vantaggi sono godibili per la maggior parte dell’esistenza.

Nel frattempo: https://www.lastampa.it/cultura/2023/07/18/news/io_obama_vi_dico_basta_proibire_i_libri_di_neri_e_lgbtq-12951467/

Calmati e muori, ma se ci tieni, vivi

Paura, ansia, caos mentale, iperconcentrazione di stimoli e compiti, nessuna possibilità di rallentare, forse di prendere un respiro. E tutto questo va fatto, per sopravvivere. Non è cacciare nella foresta: è il suo corrispondente moderno.

Afflitti dalla sofferenza non possiamo pensare, mi dico, sembrandomi contemporaneamente di rispondere a me stesso e confutando: dunque rimuovi la sofferenza, la causa della sofferenza e penserai… ma allora anche il tuo desiderio di vivere o non farlo cambierà, rendendo vaneggiamenti gli apparenti esistenzialismi frignoni miei.

Solo se si parla poco e si elide molto. L’intensità della sofferenza è diversa. Tutti, sempre, nei confronti di un dolore acutissimo ne accettiamo la soppresione con anestetici, antidolorifici di qualsiaisi entità, amputazioni, rimozioni della parte.

Verso dolori inferiori invece, culturalmente, pensando, solitamente si considera il dovere di accettare la sopportazione: te lo tieni, ci fai l’abitudine e il callo.

Ecco quindi che sotto una certa soglia, un dolore sordo e costante, sembra dover essere accettato, perché si, perché si deve, perchè è la vita, e via stronzeggiando.

Prendendo un bel respiro, dando il tempo ai compiti da svolgere, alla testa di ragionare su quella o l’altra complicazione, arrivando al fondo del barile e trovando finalmente il tempo di alzare la testa, rimuovendo dunque l’intensità e la concentrazione di pesi sul pollicione, potremo comunque decidere che questa pena, questa fatica, non c’è niente che lo valga. Di per sé molte cose valgono, ma la fatica le supera di gran lunga. La fatica resta, si reitera, permane ed aumenta. Le belle cose finiscono, durano poco, si diradano.

Mi chiama mia sorella perché, preda comprensibile dell’agitazione, si è dovuta costringere a ricorrere a questo, a “disturbarmi” (quando non è certo questo che mi “disturba”, ma abbiamo capito che consideriamo “disturbo” solo ciò che sentiamo ci rende meno in controllo e dobbiamo appoggiarci agli altri, ma magari non quando siamo invadenti e arroganti e davvero disturbiamo gli altri senza porci alcun problema) a causa dello SPID. Una questione pratica, la versione di oggi di “mi si è rotta la serratura”. Eppure lei – lo capisco bene, lo ho vissuto nel 2012 assieme ad altra gente impazzita, per un cambio di gestionale ma in una situazione in cui ti senti in pericolo di vita, per il lavoro, il futuro – ha aspettato giorni anche solo per guardare un’accesso alla pubblica amministrazione per ritirarsi le buste paga a causa di questo spauracchio tecnologico. Per lei invece si tratta di un ostacolo insormontabile. Boomer di nascita (“solo i boomer usano la parola boomer ormai” cit) la tecnologia la spaventa e di rimando ci ragiona in modi suoi. Ma sono tante queste persone. Più di una volta ho pensato a corsi di “accesso alle cose”. Hanno sempre e solo problemi di password, di login, alla fin fine.

E “hanno” forse è ingiusto: ne ho anche io con un certo conto online che ha esagerato davvero.

Ma lei è in stato di prostrazione, ha già depressione e altro casino, paura per il lavoro, cose da fare, sensi di colpa accatastati, eccetera. Sfangarla ogni giorno da sola contro il mondo, sentire di mancare a dare una mano ai miei, o di non fare quelle cose che le hanno chiesto – burocratiche anche queste, relative alla casa – sono tutti pesi. E la tecnologia diventa letteralmente metallo rovente su cui non vuole mettere le mani.

Questo lo risolveremo, e ok, non è davvero di questo che vi parlo.

Ma del caos di doveri e pensieri dolorosi, di stress fisico e psicologico che, una volta rimosso, non necessariamente lascia spazio alla voglia di esistere. Togli l’infiammazione, togli il dolore e vedi comunque l’insensato ed il bilancio. Nonostante ciò, ha senso, proprio per non agire (a meno che non si voglia usarlo consapevolmente come un trampolino) sotto un impulso di fitta di dolore. Lo togli, ci pensi, capisci se vuoi davvero vivere. Il dolore potrebbe essere più sistemico, più intrinsecamente correlato alla indesiderabilità di vivere, lontano dalla spinta biologica di sopravvivere, in una qualità per noi non soddisfacente. Certo, se intanto ti prendono a sprangate in testa, per me, vale la pena impegnarsi a porre fine a quella situazione contingente. Poi, una volta ragionato, potresti decidere che al prossimo che spranga puoi chiedere di farlo con colpi più secchi e decisi, senza opporre resistenza e grato/a dell’aiuto.

Divertimento.

Dopo un eritema/qualcosa che ha procurato delle brutte piaghe a mia madre ed il ricovero in ospedale invece di tornare ok, adesso non riesce a mettere giù un piede. Quindi a casa sua è tornata, ma non riesce che a stare sul letto.

Faticosamente, mi ha raccontato lei, mio fratello (generazione boomer) e mio padre (un vecchietto del ’36) l’hanno dovuta portare su per le scale. Cosa che è sempre bello ricordare: che nella vita SI INVECCHIA e mettere le camere da letto in alto, dopo DUE rampe di scale dalla porta di entrata non è saggio. Anche perché poi ti intestardisci, ovviamente ti intristisci, non vuoi cambiare niente…

Quando ci viveva la signora A ed io ero piccolo, in quella casa, nell’attuale salotto “TV” c’era una camera. Non è scritto nella pietra che quello deve essere un salotto.

Ero andato li per la spesa : la salvezza di quelle generazioni è che con la giusta quantità di libri – avendo la vista – potrebbero essere in cella per sempre e mia madre stava finendo a letto il giallo di Scerbanenco che le avevo portato all’ospedale. Trovo la porta aperta. Guardo in giro: vedo mio padre smanettare in salotto-TV con il cellulare mentre salgo la scala. Trovo mia madre mogia, con una comoda di fianco al letto, ma contenta che le abbia portato la spesa, altrimenti mio padre rompe finché non è fatto, a prescindere che serva o meno.

Facciam due parole, dico – scendo e saluto papà, e vado. Sbircio da mio fratello: sta giocando col pc, una leggera barbetta che lo invecchia: non è da lui non essere tutto sbarbato ordinato. Fa quello. Non ha montato il secondo monitor che risultava dalla miglioria a mio padre. Chiaramente è un “a che scopo?”, capisco. Lo lascio alla sua quiet desperation.

Scendo, vedo che mio padre è a testa indietro e bocca aperta che dorme. Non lo disturbo.

Poi si dispiacerà perché non mi ha visto.

Oggi porto un secondo libro, lui era in doccia.

Poi di dispiacerà che non mi ha visto.

Almeno quel grosso libro che io e B usiamo, ormai, sempre scherzando per tenere su il divano quando cerchiamo le cose nascoste dalle gatte, ora qualcuno lo leggerà.

E la gioia di tutto questo? Ma quanta gioia? Quanta quasi-morte, disperazione, mancanza di futuro in tutto questo?

Detto da me, morto vivente… figata eh?

Bellissimo.

Durezza e sopravvivenza

Quando si guardano generazioni di genitori o popolazioni che, grazie alla loro vita dura, sono sopravvissuti ed hanno cercato di insegnare tale durezza dove questa non serviva, si può osservare che ognuno non considera il contesto dell’altro.

Apprezzare ogni cosa ed assaggiare tutto, mi diceva mio padre, e non fare “il palato di capra” e apprezza le cose buonissime che non saranno come quelle inferiori … ma poi mangia la crosta del formaggio anche se ti fa cagare, che non si butta, finisci anche se non hai fame, mangia quello che c’è. Istruzioni per un mondo povero in uno moderatamente ricco, che comunque non ha bisogno della sopportazione del peggio.

Comprensibile. Non giustificabile. O si? Si, in visione di un mondo di merda, di una vita di stenti. Di una sopravvivenza.

Per il sopravvivente tutto è energia, tutto è risorsa, come in guerra “quel che no sofega ingrasa” dicono nel Triveneto e nella Venezia Giulia, quel che non ti uccide ti nutre (non dicono che ti rafforza, non sono venuti da Hollywood). Venendo dalla povertà, impari il valore delle cose, non esageri, non ti annoi con le cose che sono godibili perché sei abituato ad averle.

Ma la sopravvivenza non è vita. Il “vizio” di una vita con determinate condizioni lo decidi tu. Non è un valore, per me, una vita in cui la fatica ed il dolore sono maggiori delle soddisfazioni. In cui il grigiore e la banalità sono nutrite dal freddo della solitudine, ceh sia colpa o caratteristica tua, fa lo stesso, per quel che senti.

Insomma la vita non ti ama. La vita fa quel che può per ucciderti, per sfidarti ogni giorno, non è un’amante, è una puttana, che può certametne farti godere, ma devi sempre poterti permettere il suo prezzo, ogni volta, ogni singola volta, fino a che comunque i servigi veri non te li darà più, fa selezione all’entrata.

Non tutti vogliono vivere

Ieri MD mi diceva che “almeno con me può dire liberamente che spesso vuole morire senza sentire le solite eh ma no ma dai” e cagate non correlate col problema ma con una ideologia assolutista.

Non che mi faccia piacere che lui stia male e che non veda una prospettiva di bilancio positivo tale per cui valga la pena sbattersi. Ora impostate una bella voce da spot sportivo, o di macchina fica… un Luca Ward o ancora meglio come si chiama il Merovingio*? O ancora meglio meglio meglio… potrebbe essere lo stronzo degli stronzi supremo… fantastico… Iansante! Si, lui può sfottere e disprezzare: ecco immaginate una bella frase sputazzata-sbavata fuori come un inizio di vomito machista

“le partite si giocano anche se non sai se vincerai”.

Non che Sun Tzu concordi.

Neanche un qualsiasi business plan sarebbe così: il bilancio è negativo, si chiude.

Così penso sempre più che, anche se molti film sembrano parlarne (vedi L’urlo dell’odio – The Edge) ma nessuno ne discute apertamente, esista una divisione basilare tra gli esseri umani: quelli che vogliono vivere e quelli a cui non interessa in senso assoluto, non se “ne vale la pena”, no, nessuna pena, che ho fatto da meritare una pena? E con vivere intendo sopravvivere. E che per farlo pagano ogni giorno qualsiasi prezzo.

Credo che sia un tale tabù, quello di parlare di questo argomento, da falsare moltissimi dei ragionamenti che tutti facciamo partendo da una base arbitraria, che prescinde dalle basi.

ChatGPT oggi dice : In breve, ci sono alcune evidenze a supporto dell’idea che esista una parte della popolazione umana che preferirebbe non vivere, ma è importante sottolineare che questa è una questione molto complessa e soggettiva.

*Massimo Lodolo

reazionari/regressione #2347826-2

Una delle cose che mi pare evidente da tutto quello che scrivo è del senso di nostalgia, rimpianto, rimorso, qualcosa che “se potessi ricostruire il passato con quello che so adesso o cancellarlo del tutto” …

Capito, no?

Invecchiare. Non essere aggiornati, al passo coi tempi, all’altezza, contemporaneo (questo mi ricorda che Benedusi è sparito dal sito “competenze” … mh, interesting).

Penso speso al background comune, al linguaggio, ai riferimenti culturali che sono semplicemente l’acqua in cui si nuota insieme: se non ci nuoto, le mie branchie non la setacciano con le vostre… non c’è recupero, corso, studiare. Si tratta di viverci dentro.

Oggi però uscivo con MD che non ha ancora 30 anni… si va dal kebabbaro, dietro di noi dei 15enni.

I quali iniziano a fare dei discorsi e dell’umorismo cantereccio che si sarebbe potuto fare allegramente in una bettola di vecchi, in caserma 40 anni fa oppure in generale 50 anni fa in giro.

Penso che rispetto a loro non sono indietro affatto. E che questo senso di “con loro non dovrei vergognarmi” possa coinvolgere vecchi, uomini, donne che non vanno avanti, per tranquillizzarsi, circondarsi di regresso e stagnazione, per stare tranquilli e non sentirsi fermi a causa del fatto che gli altri si muovono. Lo sei, ma lo sono anche gli altri: tutto bene.

Li capisco, li capirei.

Vorrei dire che non è sano… ma non è sano per il progresso. Per il singolo è un sollievo, è tanta meno fatica.

Assurdo tutto sommato, per una mentalità che fa del “sacrificio” un valore in sé.