Quanto ti importa di cosa scrivono i critici, della loro analisi, se è bellissima e nessuno ti legge, se è pessima e lo stadio è pieno o hai milioni di visualizzazioni o tutti comprano quello che hai fatto?
Il primo atto creativo è per te. Devi vomitare fuori quello che hai da vomitare fuori. Devi dirlo, devi agire, lo faresti comunque. Almeno embrionalmente, se non puoi produrre un film (per ora, perlomeno) sarà il soggetto. Poi vuoi, vorresti, che potesse essere preso in considerazione da quante più persone possibile. Piacerà loro? Farà loro schifo schifone? Questo ti importa di più del severo, puntuale, colto e COMUNQUE soggettivissimo ma più pungente e referenziatissimo giudizio di una microscopica parte di queste persone che ascoltano, leggono, vedono, in modo più immediato e superficiale, ma sentono qualcosa di vicino alla propria vita subito, prima di ogni altro livello o strato?
Domani sarai morto. E allora del fatto che cento anni fa eri vivo ed era viva la tua audience non resterà gran segno. Resterà la tua opera se ogni 5 anni, ogni 10 anni, la si ascolterà, citerà, guarderà, clickerà, coverizzerà, ne si farà una versione, vi si farà riferimento. Non resterà, che piacesse o meno a tutti, se non supererà la prova del tempo. Ma a te, che non esisti, non interessa. Ti interessa mentre esisti.
Eppure non sono due scelte. Potrebbero essere di più: ti interessa fare quello che vuoi, ti interessa che la tua espressione parli quando sei morto… e non ti interessa che persone colte, specializzate, ma che non sono uguali alla gente di cui tu stesso sei parte, mediocre e superficiale in molte cose, esprimano voti favorevoli, non più della massa. Oppure no, oppure per te la massa ama lammerda. Sei come i critici succitati, eppure li trovi troppo cagacazzi pure loro. A te piace più roba di loro, molta di più, sei meno selettivo, eppure sei selettivo. O selettivA, non è una questione di genere.
Mentre sei vivo, tra l’altro, ti interessa essere famoso/a o che sia la tua opera ad esserlo, ad arrivare agli altri? Il tuo nome, è importante? La tua persona, vuoi quello?
Essere nessuno e ricevere le royalties stando allegramente in una casetta in campagna ti piace o invece vuoi essere star, a feste e fasti con gente che piscia sul popolo e che frequenta solo gente di cui sia noto che sono arrivati, aggrappati e mai caduti?
Fare una crosta di quadro a la “Teomondo Scrofalo” ma che si trova in una casa su 20 in tutta Europa o … vendere un quadro che dopo la tua morte frutta due palazzi e mezzo?
Cosa ti interessa? Cosa è importante? Fare una cosa che adori, il cui risultato ti soddisfa e che magari ti unisce ad altri che fruiscono? O farla, si, ma poi ricevere apprezzamento da raffinati ed esperti valutatori e finire per ricevere dei “troppo difficile per me” dall’umanità?
Che la pizza piace a tutti. Averla inventata: mi sentirei una divinità buona. Come quella del gelato.
Di fare il tuo lavoro, un lavoro che queste cose non le contempla, quanto ti frega? Deve darti lo stipendio, qualsiasi cosa sarà dimenticata la prossima settimana? Dipende: quel ponte resterà dopo di te, lontano dal pensiero di te, ma utile a milioni di persone. Quel fegato che ti è quasi costato la carriera ora vive nel nonno di qualcuno e tu non esisti più oppure sei in pensione, ma nessuno pensa a quell’intervento, a quel momento con quell’infermiera, quell’istante con i colleghi. Critici? Lavoro che rimane?
Cosa importa?
Tag / arti visive
Adesivi e cotillon, 2021
Interessante come qualsiasi forma merdosa di “contenuto divertente” poi in mano alla gente davvero creativa diventi – effettivamente – divertente. Un sacco di adesivi di merda, oppure modi orrendi di appiccicare in modo kitsch assieme stili completamente differenti di arti visive sono diventati interi universi “stilistici” o comunicativi di una generazione che si comprende, si esprime e si trasferisce informazioni e sensazioni, emozioni. Creazioni originali divertenti, significative, coinvolgenti e a supporto di contenuti sensati, storie che hanno una trama e uno svolgimento niente affatto banale, sono supportati da stili che forse, a volte, o anche in tanti casi, sono frutto di errore, incapacità di usare, imparare… e si sono trasformate in altro. Altro che funziona, che è un nuovo stile, che addirittura inizia a darsi una struttura e dire “si fa così”: è diventato regola in un suo piccolo recinto. Soprattutto si sono trasformate attraverso l’intervento combinato di migliaia di persone in tempi brevissimi. La generazione Z forse fa questo in un modo che toglie loro qualcosa ma sicuramente crea qualcos’altro.
Non dobbiamo per forza abbracciare tutto. Nemmeno siamo obbligati a comprendere tutto.
Però questo momento storico, nel cosiddetto occidente civilizzato, è caratterizzato da manifestazioni che riguardano l’espressione e la comunicazione che hanno tratti legatissimi alle contrapposizioni, che potrebbero essere mescolanze, all’accettare e rifiutare, al comprendere e voler essere compresi.
della tecnica e del contenuto
Nel ’79 i Pink Floyd, precorrendo gli attuali tempi di Sky, Netflix, YouTube, digitale terrestre con 999 canali cantavano “I got thirteen channels of shit on the T.V. to choose from“. E non è certamente finita: perché HD? Perché FULL HD? Perché 4K che oggi già va verso 6 e poi 8K ? Tecnica al servizio della merda. Tanta tecnica, perfezione. Una chiarezza di visione possibile che non rispecchia nemmeno il contenuto prodotto. Io stesso produco clip video in 4K solo perché serviranno. E già mi preoccupo di doverle produrre in 8K solo per questo. Perché serviranno. La fotocamera che uso in studio è una full frame 35-mm equivalente, ma produce immagini ad una quantità di megapixel che poco tempo fa usavano solo le medio formato. Che ovviamente si sono messe e raddoppiarli. Per? Dovreste tutti sapere a che cazzo servono i megapixel una buona volta per tutte (riassumo: a stampare in grande), ma non voglio parlare di questo. Continue reading →