Ronin-S e Canon EOS 5D-markIV cavo di connessione

Come connettere una Canon EOS 5D MarkIV ad un Ronin-S? Quale cavo è quello giusto?

Il cavo è quello marcato “MCC-B” , con una estermità con otto forellini ed una con una micro-usb.

NON fatevi fuorviare dal fatto che lato fotocamera c’è una USB 3.0 micro-b che normalmente connettereste ad un computer (esempio qui sotto)

usb3aub50cmb.b

questo cavo NON va bene

Perché la parte di connessione-dati è comunque una micro-usb, come quelle di tutti i cellulari prima che esistesse la usb-c (cioé tutt’ora la maggior parte), tant’è vero che se guardate il video, vedrete che viene usata MEZZA porta, visto che il cavo entra perfettamente. Questo casino non me l’ha risolto né la DJI stessa, né Amazon. Anzi, mi hanno incasinato perché non ci sono sufficienti istruzioni visuali scritte e disegnate nei manuali ed il personale non sa comprendere e parlare bene e quindi mi hanno confermato cose sbagliate. Oltre a questo nel sito di DJI i cavi sono disegnati come un cerchietto con due pallini neri alle estremità … sembrano tutti identici. E la cosa assurda è che in chat con loro ti mandano un pezzo di screenshot di quella stessa roba… grande come una icona ed in cui è impossibile distinguere le teste dei cavi.

Questo video aiuta:

 

non tanto smargiasso

Non vado avanti come una schiacciasassi, un rullo compressore, un trattore con questa cosa. Con i nudi di donna. Ho una mia visione, un mio sentire. Ma quando mi trovo di fronte a visioni ed obiezioni di un certo tipo, pur sapendo quel che voglio fare, io non sono insensibile alle obiezioni. Le contesto, ne discuto, non mi piego o mi fermo solo perché qualcuno mi giudica. Tuttavia quello che prima di tutto non posso accettare è che una mia modella si senta offesa nei pressi della sessione fotografica di nudo alla quale partecipa. Continue reading →

su “femminicidio”

Non sul, ma su. Sulla parola. La parola mi ha lungamente infastidito, dal punto di vista della pedanteria, pignoleria, del ragionier rompinelli, dei conti che non mi tornano. E tutt’ora, quelle ragioni non scompaiono. Tuttavia la spiegazione fornita dall’aforisma attribuito a Michela Murgia mi spinge a riflettere sul fatto che la parola mi spinge a riflettere, la usiamo per quello. La citazione dice

A cosa serve chiamarlo femminicidio? La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi!

No, la parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa.

Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne.

Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché

Michela Murgia

e così la prendo.

La mia palinculaggine (o pigna, se siete più moderni) mi spinge a ricordare che se questa fosse la logica dovremmo avere dei termini di sottoinsiemi di omicidio-con-causa-e-autore infiniti. Non abbiamo il tradicidio (omicidio-assassinio ai danni del traditore operato dal tradito quale che siano i sessi degli interessati) o il “sindacalisticidio” o una parola unica pari ad “infanticidio” ma dedicata a “omicidio-per-mafia”. Continue reading →

nel mezzo del cammin di nostra vita: la morte

A little help from my friend, forse: un link con degli indizi e poi alcune indicazioni più precise.

C’entra il Rum, vedo. Purtroppo questa cosa mi fa schifo. Non sono un bevitore. Magari col tempo trovo un superalcolico che mi piace e trovo il modo. Intanto andiamo nella direzione. Mi ha anche indicato due farmaci, ma si passa sempre per la via “dì al tuo dottore che hai molto molto dolore e vedi se ti da questo o questo”.

Si ma che cazzo di dottore è se non verifica? Mica ho un dottore del menga. Vedremo, magari qualcuno che lavora con gli anziani.

Hey! La mia stalker!

Si ma lei mi vuole vivo, cazzo. E poi non credo che abbia accesso; sicuramente lavora con “i suoi nonni” come dice lei… e magari potrebbe. Va beh, io comunque ho moltissimi punti fermi ora. 25 anni, 12+4 mila euro da procurare (10 debito ad amico x casa, 2 a B perché sono un pezzo di merda, 4 per le mie stesse spese funerarie, che dovrebbero coprire una morte “basic”).

E nel frattempo si va avanti. Ma meglio. Pronti a premere il tastino.

donne nude a un depresso cronico

Sono anni che G viene a posare da me (vestita!). Almeno un paio. È sempre stata entusiasta, gioiosa. Anche se aveva un sacco di storie in mezzo di maschi idioti e (mal) giudicanti. Da un po’ si è decisa che le va di posare nuda. Meraviglioso, bene. F mi ha scritto che non sa più cosa decidere di stampare perché per lei sono una più bella dell’altra (nudi).

Eppure io mi sento la morte nelle vene, mi viene da piangere sempre più spesso in questi giorni, mi faccio schifo, mi sento una merda. Non mi odio eh. Se penso a quanto ho fatto perdere il tempo della vita a B, questo si, allora mi odio. Lei no, mi ha perdonato in un attimo ora e forse prima, col tempo. Ma è una cosa “localizzata” e specifica, non generalizzata come la demoralizzazione che provo per il fatto che … sono inutile. Se fossi ricco non sarebbe un problema. Non mi interesserebbe. Ma sento la pressione della sopravvivenza utile, l’autosufficienza economica passa per la necessità altrui. In qualche modo mi fa sentire schiavo e contemporaneamente inadatto ad essere persino quello. Uno schiavo che non comprerebbe nessuno.

Assurdo, no? Cosa fa la chimica di questo cervello. Ci sono persone che mi invidierebbero la capacità e la possibilità di fare quello che faccio. E io lo faccio nel modo in cui voglio: senza interesse economico (le ragazze che posano nude lo fanno perché vogliono). In effetti ormai funziona come una droga. Mi da contentezza per il tempo in cui questo succede. E poi mi sento di nuovo una merda.

La portinaia. (Il mio angelo della morte?)

Forse l’ho trovata. La mia farmacista. Come la chiamerebbero in un poliziesco qualsiasi, di una serie qualsiasi, magari vecchia, magari scontata come tante, per indicare uno spacciatore.

Quando mi sono risolto a parlarci e chiedere, lei sembrava fosse abituatissima. Ma abituatissima a roba che si considera droga, immagino.

Le ho chiesto di parlare un attimo, ma era ovvio che era “importante”. Dopo un paio di settimane siamo riusciti a trovarci dieci minuti al mac e mi fa “farmacia, immagino”. Siccome avevamo – è una mia modella – parlato di DJ Fabo e della nostra visione della vita e del diritto di decidere di morire e farlo decentemente (oltre al fatto che non vedeva di buon occhio mettere al mondo bambini suoi in un mondo di merda, quando invece sarebbe stato utile diventare madre di altri già nati ma senza risorse – cosa che mi è piaciuta tantissimo)… le ho solo ricordato che non scherzavo. Mi ha detto che avrebbe fatto una ricerchina per il rapido-e-indolore, ma che c’erano un sacco di trucchi per usare sovradosaggi di roba quasi normale. Poi mi è venuto in mente il fatto della scadenza: mi conferma che si, i farmaci scadono, tutti. Quindi averlo li “pronto uso” all’infinito non è praticamente possibile. Esiste la natura, ovviamente. Ma in sostanza l’ho trovata, mi può aiutare, non si scandalizza, credo sia persino dello spirito di aiutare anche mettendosi nei guai. Cosa che non voglio, ovviamente. Ma apprezzo, molto, lo spirito di chi cerca di fare comunque ciò che ritiene giusto, in modo altruistico e rischiando, per te. Continue reading →

riesce ad inquietarmi ancora

lei mi dice che ha litigato col suo tipo. Mi chiede se dovrebbe lasciarlo. “Per un litigio?” chiedo io. Ma in effetti mi viene più da dire se la prima cosa che ti viene da fare quando ti incazzi è lasciare, lascia. Se dopo la ventesima volta senti che stai bene così, hai capito che non fa per te stare con qualcuno fissa. Altrimenti magari inizi a chiederti se sia il sistema giusto di affrontare le cose. Se non lo è alla fine, forse, le cose per cui ti incazzi le dovrai affrontare per il loro contenuto.

Purtroppo tornano sempre fuori quelle: non è economicamente e logisticamente indipendente. Se lo fosse il suo stile di vita potrebbe essere solo “mi piace / non mi piace”. Ma se mangi a casa di qualcuno, vivi a casa di questo qualcuno, non sei indipendente, ma anzi, il suo contrario, sei dipendente. Quanto lo sei? Quanto contribuisci? Continue reading →

Filosofo de ‘stocazzo #201909102389

Arrivo a pranzo con A e L. Mi sottopongono il battibecco del momento: un ragazzo si è schiantato con la cinquina su un platano, è morto, quante possibilità perse. A era più dell’idea “o anche no, non lo sappiamo”. L era dell’idea “sicuramente si”. Mi chiedono di dirimere la questione (in realtà il mio pensiero vale zero, è solo un “dica, dica lei come la pensa” di un passante, per il peso che ha davvero nella loro vita).
Mi viene da sorridere, visto che tutto sommato si tratta proprio dello stesso tipo di ragionamento sul fatto del miglioramento e su quello che ho scritto l’altro giorno. Quindi, fresco di ragionamento dico la mia: dal punto di vista prettamente logico la mera non-esistenza implica la non-possibilità, sia del bene, sia del male. Quindi si, ovviamente da questo punto di vista L ha ragione. Ma dal punto di vista della possibilità di cose positive, questo è inconoscibile a priori. E soprattutto quello che mi interessa è il punto di vista del morto. Lui che ne pensava? Il suo presente quanto pesava? Aveva prospettive?
Credo che tutti noi dovremmo misurare la quantità di felicità ed infelicità e probabilmente il riassunto statistico sarebbe che non vale assolutamente la pena vivere. La pena, si. Senza pena, ovviamente è un bel gioco, si può giocare. Ma la pena esiste. Ha un costo. E sono più le uscite che le entrate.
Ad ogni modo ad L bastava la parte logica, che era “esistere = possibile tutto”. Lo stato di totipotenza è completamente ipotetico, ma è innegabile che il suo contrario aiuta nel ragionamento: “non esistere non-possibile tutto”.

Dei paesi tuoi #2019091842

Su Instagram avevo trovato una modella interessata/disponibile a posare nuda, che aveva lavorato con altri fotografi che seguo e mi piacciono dall’abbastanza al parecchio. Mi aveva detto ci sentiamo dopo settembre leggo e ti faccio sapere. Ha finto di non aver letto (posso sapere se leggi o meno le e-mail e lei lo ha fatto allo scoccare del 1 settembre) e poi i soliti bla ho moto da fare eccetera. Le faccio “ok, non ti interessa più, ciao!” , bla bla cazzate scusami sbrodolamenti. Pazienza. Sarebbe stato interessante ma avrei dovuto viaggiare davvero parecchio, senza soldi, a rischio. Quindi un po’ mi solleva (comfort zone) e un po’ mi rompe il cazzo. Ma ovviamente so che trovare una modella di nudo non è facile. E moltissime sono “perché mi dovrei spogliare se non per soldi?” … cosa che non mi interessa più. Giuro, potessi permettermelo, dovrei trovare dove collocare un tipo di collaborazione del genere. Ma credo dovrei trovare specifici committenti. In generale però lo escludo, non mi interessa. Non voglio che qualcuno dica mai “mi ha pagato, ho fatto”. No no, grazie. Oltre al fatto che questo tipo di atto si presta perfettamente ad essere giudicato prostituzione: l’esercizio del commercio di sé lo rende tale. E io non voglio farne parte.

Credo che, semplicemente, abbia letto la liberatoria e qualcosa non le sia piaciuto. Possibilissimo.

Pian piano mi faccio l’idea che sia sempre una frequentazione, una serie di passaggi. E la cosa richiede la presenza fisica. La distanza non lo consente. Serve tempo e presenza.

Quindi paradossalmente mi sa che mi troverò davvero a fotografare nude ragazze di questa zona dell’Italia così difficile, chiusa, distaccata, diffidente. Eppure, paradossalmente, è più facile che succeda qui solo perché “so da dove vieni”. Quanto siamo provinciali. Stesso accento, so da che paese vieni. E quindi? Non potresti trovarti con un machete piantato sullo sterno solo perché vengo da meno chilometri di qualcun altro? Mi pare che le cronache siano piene di orrori tutti molto molto locali. E violenze sessuali sono quasi sempre parentali.

Ma tant’è.

Levi/Ensler – brava Piemme!

Nel 2007, Eve Ensler scrisse “A Memory, a Monologue, a Rant and a Prayer” assieme a Molly Doyle. Nel 2012 la Piemme ha avuto la brillante idea di intitolare la versione italiana niente meno che “Se non ora, quando?” seguito da altra roba. Se si tratta di un deliberato affronto “ribelle” è un po’ idiota. Primo Levi è stato un uomo, quindi un maschio. Molto male. Primo Levi è stato anche un ebreo. Sul fatto che fosse un male ad Auschwitz sono stati sicuramente d’accordo.

Inizialmente ho pensato solo che alla Piemme fossero un po’ scemi. Poi che a qualcuno in testa risuonasse il vecchio titolo ma si fosse dimenticato che stava copiando un premio Campiello del 1982. Io non l’ho mai letto ma mia madre, non ebrea ma profuga di guerra, lo ha letto e spesso ne citava il titolo, motivo per cui risuona in testa anche a me.

Poi però ho pensato che buona parte del pensiero della Ensler scaturisce dalle violenze subite dal padre (maschio, ebreo). Paranoico io? Cervellotico? Può essere. Continue reading →