Cosa non sono

Ascolto Paolo Colombo leggere con ottima voce in un podcast, credo del 2020-21 :

“…L’essere coraggiosi non richiede nessuna qualità speciale, nessuna formula magica, nessuna speciale combinazione di tempo, luogo e circostanza, è un’occasione che presto tardi si presenta a noi tutti.
La politica fornisce semplicemente una delle arene che impongono speciali prove di coraggio.
In qualunque arena della vita possiamo incontrare la sfida del coraggio quali che siano i sacrifici che egli affronta seguendo la coscienza, la perdita degli amici, della fortuna, della contentezza, persino della stima dei suoi fratelli concittadini.
Ciascun uomo bisogna che decida da sé il corso che seguirà, i racconti del coraggio passato possono definire quell’ingrediente, possono insegnare, possono offrire speranza, possono fornire ispirazione, ma non possono fornire il coraggio stesso.
Per questo ogni uomo bisogna che frughi nella propria anima”.

Parole di JFK, dal suo libro “Profili di coraggio”.

Mi pare che un personaggio molto meno epico, di un nostro precedente autore, lo dicesse da un differente punto di vista: “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.

Solo un trucco è quello di chi pensa di dire che tutti hanno paura ma chi decide di trasformarla BLA. Ecco, quello è coraggio, non è paura. Quella parte lì, quell’istante, quel superamento. E dunque torniamo sempre li: noi merde esistiamo. Pretendete, dichiarandolo, girandovi e andando via senza proseguire il discorso, di avere superato la brutale legge della natura, di sacralizzare e rendere assoluto il valore della vita. Noi però esistiamo. Non valiamo un cazzo, nel sistema di valori che ci misura tutti oggi. Uccideteci, no? Ci biasimate, vi facciamo schifo, siamo codardi, non abbiamo lo slancio vitale, la voglia di vivere “assoluta”, la grinta di considerare la fatica e la sofferenza come compagna di vita che si, dai, c’avrà pure i suoi difetti ma in fondo…

Il senso della vita non cambia. La speranza, per i giorni in cui decidi di vivere, può darla questa frasetta per bambini di cui ancora ringrazio Paolo Colombo per averlmela ricordata:

la paura bussò

il coraggio andò ad aprire

dietro la porta non c’era nessuno.

Una piccola ricerchina per non santificare nessuno, senza smerdare comunque nessuno.

… e chi stenta.

Ricordo d’infanzia, frase spesso pronunciata alle medie da una che mi piaceva:

C’è chi può,

chi non può

e chi stenta.

Accompagnato con le adeguate sopracciglia, il tono e tutto il resto, dava una sufficiente immagine di quello che è, istintivamente, un sentire comune sulla immediata valutazione della persona che facciamo in modo automatico. Un giudizio immediato.

Prestanza fisica, bellezza, attrattività sessuale.

Potere del denaro e di accesso a cose ed esperienze.

Nell’espressione era chiaro anche “e io sto con chi può, perché io posso”.

Poteri che danno accesso ad altri poteri.

Infantilità, mi direte, si cresce. Mi direte. Ingenuamente pensando ad alti ideali. Ma guardatevi attorno, calmi, razionali. Guardate telegiornali, leggete dati, guardate la soddisfazione od il suo contrario nei volti.

Poi ditemi se si cresce poi tanto.

Questo no, io no. (Tilt)

Passo a preparare la scatola settimanale delle medicine di mia madre, dopo alcune altre commissioni di cui porto il risultato. Sto per andare ma vedo che vuol fare un po’ di conversazione. Mi pare che delle nipotine le va di sentir parlare e io ne parlo come parlo io. Qundi a parte i fatti, faccio considerazioni e metto in relazione alcune cose.

Ad un certo punto cito la dificoltà che riconosco nell’essere genitori in un piccolo fatto accaduto anni fa con una mia modella. Si lamentava perché i suoi genitori non avevano provveduto a lei (non faccio a tempo a specificare: alla sua salute) e che lei se ne stava occupando, ma che contemporaneamente li biasimava perché avrebbero dovuto insistere di più!

“Come hai fatto tu!” – mi dice.

Muto, colpito da questo diretto al volto, colto alla sprovvista: lei continua.

“quando hai detto che avrei potuto insistere che tu tornassi a scuola”.

Rispondo in 0.1 secondi “questo-non-è-mai-accaduto-mamma” e le dico subito come funziono, che io di certe cose ho una memoria pazzesca (mentre non mi ricordo un cazzo di altre cose), che mi fa appiccicare al luogo in cui determinate frasi e dialoghi si sono svolti, ricordo a lei ad esempio come fosse ieri di quando mi disse che non avrei avuto mai la forza di rimettermi a studiare lavorando, perché è faticoso e la sera si è stanchi. E che col tempo ho pensato che lei avesse ragione ma…

Di mille altre cose, le ricordo, sia che mi sia trovato d’accordo, sia in disaccordo, ho riavvolto il nastro e confermato o smentito: avevate sbagliato, avevate fatto bene. QUESTA non è tra loro.

Sono sgomento ma sento anche: confuso.

Come può avere un simile ricordo? Da dove viene?

Poi vedo nella mia velocità di reazione la stessa che ho visto l’altr’anno in mio padre nel verificare che negava l’evidenza “no” – diceva, per cose che io so che sono “si”, ero lì, sono pietre miliari nel mio fastidio o nel dolore.

Lo sto facendo anche io, mi chiedo?

Ma conosco anche la pluri verificata inattendibilità e poca credibilità di mia madre.

Ho anche questo elemento: da sempre si lamenta che non ho finito la scuola o che ho avuto risultati scolastici non all’altezza delle loro aspettative. Non perde occasione per farlo. Non sono io a citare questo.

Penso: che si sia sognata questo evento per darsi ragione? Troppo facile che lo dica io.

Penso: potrebbe averglielo detto con la consueta violenza che quelle parole, così citate (“potevi insistere!”) e così accusatorie e scarica barile, mio padre.

Io non ho mai pensato che poteva insistere nel farmi stare a scuola. Ho pensato tantissime altre cose, ma questa no. Eppure in certi momenti mia madre ha un occhietto particolare… che sembra un attimo di lucidità, di intensità di pensiero… come se dentro di lei ci fosse un’altra persona che è migliore e più forte che se ne sta a leggere nel soggiorno della sua mente e ogni tanto si scuote come se l’avessero chiamatae si affaccia dagli occhi a dar man forte e a dire il vero.

C’è anche il dubbio che quando B mi ha detto che ho detto certe cose io ne disconosco totalmente l’ideologia, ma non dubito di lei e della sua memoria, bensì della mia. Se lei dice che ero così, lo ero. Una merda, imperdonabile, già perdonata da lei, ma non da me. Quel precedente mi fa dire : se non ti ricordi quello, magari era lo stesso momento e non ti ricordi nemmeno quell’altro.

Ma sono due persone diverse! Una è credibile, l’altra no. E poi c’è proprio la ratio : io NON penso che lei avrebbe potuto, Non ho rancore, biasimo, recriminazioni da fare su questo. Per questo mi pare che non quadrino i conti. E so anche con quanta leggerezza ed una scrollata di spalle mia madre prenda le smentite e con quanta pervicacia difenda il falso che le provo vero in piccoli fatti (le medicine: “ma io l’ho presa!” – ed è li, di fronte ai nostri occhi, nello scomparto // cibo: il suo pluridecennale “ma io ho ne ho fatto tanto!” e tutti hanno fame).

Allora riporto il tutto a B che in zero secondi mi dice “no. tu non hai mai avuto questo tipo di pensiero o di lamentela: questoè qualcosa che tua sorella potrebbe aver detto. è lei che da le colpe delle proprie scelte agli altri”. Dopodiché mi cita N aspetti che quadrano perfettamente con la ratio del mio pensiero riguardo alla scuola, al rammaricarsi mio personale, di cui io sono responsabile di me stesso.

Ma il dubbio mi resta. L’ho detto?

Calci nell’acqua

Mentre l’inferno in terra è sceso su gran parte dell’Italia, qui nel meravigliosonordest , siamo (relativamente) “in montagna”, si passa dal caldissimo alla pioggia ogni 2 ore in questi giorni. Se resta verso sera, di solito, il cielo coperto produce fresco serale e poi notturno.

Dunque in uno di quei momenti, ancora in tempo per i negozi, esco. Ho fatto l’insalata di riso per quando non avrò affatto voglia di cucinare col caldo, la tengo lì. Dopo essere stato a fare commissioni per i miei vecchi mi è venuta fame. Un toast, un panino. Ma fico lo voglio. Fresco dai finestrini, piano piano, buio, con una depressione mortale mi dico quanto mi faccio schifo ma la golosità per fortuna mi traina. Ulteriore motivo per rendere negativo il positivo: ovviamente mantengo la panza con questa attività.

Ma tant’è. Vado laddove si produce carne per ricchi usando fisicamente altri meno ricchi per maggior pregio e mi piglio due burritos. Scelgo di andarmene in un parco. Il cielo è così grigio che promette pioggia e non c’è qualsi nessuno. Mentre sto per parcheggiare uno mi guarda come se volesse dire “cazzo vuoi” ma potrebbe anche essere ciecato come me.

Vedo solo che c’è un uomo vecchio, verso i 70, al cento del parco che parla troppo forte al cellulare vicino ad una bici. Potrebbero sentirlo fino al 5o piano del condominio adiacente. Me ne fotto, devo solo mangiare: il parco è pieno di verde, fresco, pieno di panchine: rarissimo. Lo oltrepasso e mi scelgo una panchina. Lui cambia panchina per tenermi d’occhio. Sento ogni cosa, cerco di ignorare, assaporo il mio cibo, mi arrotolo sul mio farmi schifo, cerco di ragionare sul mio solito planning vita-morte.

Finché questo tipo smette di parlare e viene da me. E mi parla. Forse ha notato dei peli grigi che evitano il solito “capellone di merda comunista ricchione radicalchic tagliaticapellievaialavorare” et similia. Va subito al punto ma partendo dai discorsi sul tempo. Non ho paura a stare qui a mangiare fuori, con questo tempo incerto? Rispondo che sono a 15 metri dall’auto e ho una giacca che mi accompagna dal 1995 e da quell’anno mi protegge dalla pioggia, in caso di emergenze. Ma non era a questo che voleva arrivare.

Questo tempo assurdo, non ho forse sentito dei disastri in giro? Allude, credo, al terribile caldo e alle precipitazioni improvvise e violente. Tutta roba che – penso – è stata predetta in modo scientifico, non da Nostradamus. E da parecchio tempo. Ora ci siamo. Che sta succedendo, che faremo, perché?

Ed eccomi qui, piccolo e stronzo meschino.

Ora ho quasi 50 anni. Ho tutto quello che serve per parlare con una persona così: un tutto inutile accumulato come inutile polvere nel cranio. Un mediocre parassita che parla con un mediocre che ha fatto il proprio dovere di sicuro, che ne sa ancora meno. Che bello spettacolo, che grandissima utilità persa nel nulla del nulla più assoluto.

La mia predicazione alle genti è certamente stata efficace, perché se n’è andato salutandomi sconsolato, dandomi del lei, come io ho continuato rispettosamente adeguato ad una regola di altre generazioni, a fare.

Penso di poter intuire, signore, che lei nel corso della sua vita ormai non più breve, deve avere, tanto per citare un esempio a caso a noi familiare, sentito parlare un certo numero di volte – quante? le chiedo – di sistemare gli argini e gli alvei dei fiumi, ma in generale della manutenzione idrica e forestale delle nostre zone. Quante di queste volte, in tutti questi decenni messi uno dietro l’altro ad invecchiare, è stato effettivamente fatto fisicamente qualcosa?

Dei cambiamenti climatici di cui lei ed io ora vediamo gli effetti non si parla da ieri, ma dagli anni 60. E così come per quelli citati, così per questi, non abbiamo fatto nulla. A pagarla saranno i suoi figli e nipoti, non certo noi, non si preoccupi. Cito la versione dialettale di from nothing comes nothing – accumulo potenza e credibilità perché assorbo energia dal dialetto e dalla tradizione, quindi ne so. Ricordo altri proverbi e detti facili da comprendere e che comunque approvo perché ne ho scavata la saggezza dopo averli inizialmente derisi: il tetto non si ripara mentre piove. E lui capisce e già, dice “non si fa certo legna in dicembre”.

Vedo che capisce, carissimo signore. Non abbiamo fatto nulla per cambiare condizioni di pericolo rilevate 60 anni fa. Avevamo tutti questi anni per prendere attivamente provvedimenti. Ora i buoi stanno scappando e io mi mangio il mio burrito.

Ha tanta voglia di dire che “quelli a roma bla bla bla bla”. Ma forse ha capito.

Sono un dissennatore. Un buco nero di tristezza e disperazione, di negatività e morte, faccio così schifo che se venite a me, riesco a percepire dove sono le lacrime per attrarle goccia dopo goccia verso il canale lacrimale. Sono un orrore vivente di schifo di persona. Un povero vecchio voleva solo dare la colpa al governo e al precedente incidente locale, cercando di parlare di cause che non conosce e che ha ignorato fino all’altro giorno… perché diavolo rompergli i coglioni?

Hai toccato il mio alito di morte.

Per un attimo Dio ha deciso di esistere e mi ha spezzato un incisivo la cui riparazione magistrale resisteva da 32 anni.

Me lo merito.

Se vince la Russia, Se vince la Cina

Quando qualcuno vince bisogna negoziare con quel vincitore, che detterà le proprie condizioni da una posizione di forza. Le battaglie di civiltà – se fatte con la coscienza di questo, cioé che combattiamo per “diversi stili di vita” – possono passare, sul campo fisico, per battaglie che in sé di civile non hanno nulla. Quando sei passato dal livello del dialogo a quello dello scontro, solo il potere, la potenza, vince.

L’orso e la tigre non hanno nulla da rimproverarsi per la propria natura, ma nemmeno noi se ci difendiamo dai grandi carnivori, quando siamo al loro stesso livello, quello di animali che devono sopravvivere e proteggere i propri cuccioli.

La guerra con l’Ucraina, per me, simboleggia qualcosa. Un test, un risveglio, un allarme suonato abbastanza in tempo per svegliare le coscienze nell’unico modo che ci sembra percettibile: la guerra. Ma non a noi. Laddove la Nato prima per noi non era nulla, ecco che si risveglia. Laddove l’Unione Europea sembrava non dover essere nulla, ecco che forse qualcosa si sveglia. Ma in chi, in che modo?

Tra persone civili la pace e anche la guerra si fanno dialogando, si fanno in tribunale. Quando si abusa di tale civiltà usandola come foglia di fico per abusare di un accumulo di potere si può pensare tranquillamente che alla gente girino i cinque minuti e vogliano ribaltare il banco.

Personalmente quindi sono per “buoni all’interno, buoni con i buoi, cattivissimi con i cattivi all’esterno”.

Volete l’inferno tra le vostre mura? Noi vi criticheremo dall’esterno, ma non venite a portare l’inferno da noi. Volete cambiare davvero, riuscite a cambiare davvero, mostrate impegno a lungo termine per cambiare davvero perché davvero volete abbracciare altri valori, cultura che li ha prodotti in lungo tempo e consuetudini ? Ne parliamo e osserviamo lungamente, con calma, nel corso di una intera vita, l’impegno perché i vostri figli possano beneficiarne. La Turchia è un esempio che mostra quanto non si affatto un tempo esagerato: non sono cambiati, hanno uno spirito antidemocratico.

Negoziare con chi organizza lo stato in modo medievale non è possibile per moltissime cose. E di sicuro trovarsi a negoziare in posizione di debolezza, di sconfitti in battaglia, con questo tipo di mentalità, non è desiderabile, a mio avviso.

Onestà uguale aggratise?

Non sarete affatto sorpresi di ricevere la parola “onesto” pronunciato comunemente come se il suo significato condiviso fosse “mi ha fatto pagare un prezzo che io accetto senza grossi problemi” o “gratis”.

Ora mettetevi nei panni di essere un dipendente. Quando il vostro capo pensa che siete “onesti” intende dire che vi paga meno del minimo sindacale o che non rubate, che lavorate invece di non farlo o che non mentite?

Ecco, in effetti il significato ha più a che fare con il contrario del disonesto. Non decidete voi il prezzo che dovete pagare a qualcuno che vende qualcosa od offre un servizio: chiedete quanto costa e se non vi sta bene nessuno di voi è disonesto. Disonesto è pretendere di pagare meno di quanto ha faticato o speso la persona che vi fornisce quel bene o servizio e di far sentire la persona che non si adatta a questa vostra pretesa come e commettesse un atto immorale, non etico.

Ma come, non me la dai? Ma allora io me la prendo! Perché non me la dai? Questo si chiama stupro. Non puoi avere l’aspettativa che te la diano. Non puoi pretendere che te la diano: è disonesto.

E disonesto è anche dire “sali da me e scopiamo” e poi non accade. Lo è, hai mentito. Questo non giustifica alcun tipo di violenza. Ma una ritorsione di pari misura te la meriteresti: tipo, dai ti accompagno in centro. Ma poi non ti dico che ti lascio lì.

L’onestà deve essere come altre forme di rispetto: reciproca e che non sminuisca il lato problematico percepito dell’altra parte in causa oltre a quella del tuo lato. Difficile. Ma possiamo semre ignorarci tutti quanti vicendevolmente? Non credo.

Non sto affatto dicendo che tutto deve essere pagato e che non esista la possibilità che le persone si diano vicendevolmente agli altri, che donino tempo, fatica, cose, parte di sé e della propria vita, anche per poche ore, minuti, qualcosa. Anzi, forse sono le cose più belle. Ma sono volontarie, non sono esigibili, non puoi pretenderle.

Non fare confronti (thanks to the penis)

Egrazialcàzzo – tu non fare confronti! – ti dicono. Eraclito avrebbe riso parecchio forte. Eppure la mia regressione, il mio declino iniziato già da un punto non poi troppo alto, circa trent’anni fa, è evidente sempre, quando chiedo, parlo e – mi confronto, così si dice – con altre persone.

Certo magari seleziono le persone interessanti. Lo sono, quindi ecco che sono sopra la media, media di cui io invece faccio – lo dico io – parte. La rapidità di risposta e pensiero critico complesso a domande abbastanza astratte che ho ricevuto su questioni spinose e controverse è stata stupefacente.

Ed era “ho sparato a caso”. Eh beh, cara amica, se hai sparato a caso in quel modo, non voglio immaginare che succede quando ti metti lì a pensare con calma.

Era tutto cervello? Era preparazione accademica e muscoletti fatti con questa?

Carlo Hitler, perché hai pensato solo all’efficienza? Se avessi pensato ad un modo indolore, io mi auto-assumo nelle fila degli eliminandi. Inferiori in corpo, spirito e mente. Lenti, deboli, di mente, di corpo, di spirito. Sono io. In questo mondo queste cose sono vive e presenti, necessarie.

~

Oggi me ne vado al vaffanpride della mia zona. Ne sarei moderatamente entusiasta, mi va di dare il mio supporto, se non fosse che è alle 14.30 SOTTO IL CAZZO DI SOLE BATTENTE ZIOMAIALE.

Ma lo farò. Ovviamente dopo aver sentito anche solo parlare di virtue signaling non so più che cazzo sto facendo: sto dando il mio supporto o sto ostentando ed esibendo il fatto che lo faccio? E’ indistinguibile ed intrinsecamente legato alla natura dell’evento che, appunto, rende necessaria la manifestazione esteriore della cosa per dire “smetti di stupirti, noi esistiamo” ?

La faccenda della sessualità, del sesso vero e proprio, è una questione in tutto questo? Domanda che mi è stata posta ieri. E sono d’accordo: sul porsela. La mia, di risposta, è che si, lo è, anzi, è tutto li. Chi infila cosa dove, chi manifesta che ama chi – e per amarlo fisicamente ci farà sesso.

Ok la mia risposta è si.

Ma per darla ci ho messo un tempo infinito ed ho argomentato in maniera poco solida.

ValigiaBlu, questo articolo potrebbe averMi smosso qualcosa

https://www.valigiablu.it/we-are-social-molestie-sessismo/

Certo, ci sono alcune cose di metodo che mi fanno storcere il naso. Ma nel complesso è così ben argomentato che è quello di cui sentivo il bisogno, anche se è difficile, anche se rattrista per l’autocensura preventiva che impone in luoghi di massima socialità e del convivere civile. Che, appunto, civile, potrebbe non essere affatto per tante soggettività che tale – civile – non la vivono.

Elenco solo quelle che mi ronzano in testa, tra quelle che mi disturbano inutilmente:

  • il fatto che una cosa sia banale non la rende falsa, se si rende necessario citarla è perché è evidente che nonostante la sua banalità, questo argomento viene ignorato dai seguenti o concatenati
  • un ragionamento che ha delle falle non va definito per sfregio “pseudoragionamento” se si ha rispetto dei propri interlocutori. Ne si evidenzia il problema e si prosegue. Cosa che – senza quella connotazione “non-stai-ragionando” sarebbe stato un semplice “rilevo un problema qui”.

Basta, non ho altro da dire per rompere i coglioni. Invece quello che c’è da dire è che si tratta di un ottimo spunto e che forse sarà il caso di stamparlo e tenerlo sempre vicino, rileggerlo prima e dopo i pasti, verso sera prima o dopo una passeggiata. E ragionare, rimescolarlo col proprio vissuto sia subito che partecipato.

Mi risolve, soprattutto, quel senso di ricaduta collettiva sull’essere parte di un gruppo che sa essere costantemente distruttivo e violento che opprime qualcuno, anche se tu non lo fai. Qui viene spiegato con chiarezza. Perché se anche ne parli con le donne che frequenti e glielo dici, spieghi “io quando vedo quanta violenza subite mi sento di scomparire, di eliminarmi come parte del problema e ridurre il numero e chiedere scusa per chi non lo fa” poi naturalmente ti si dice con gentilezza “si ma tu non lo fai”. Ma questo non lo spiega… mentre l’articolo tratta questa ricaduta specifica.

Resta il mio problema, che mi rattrista e mi opprime. Quando si scontrano due soggettività e una soccombe mentre l’altra dice “no, convivono pacificamente”, tu sai che non è vero. Lo senti, proprio come l’articolo spiega, ma dal lato di una delle due.

Quella che preme a me è proprio una vita meno formale e più disinvolta tra i sessi, meno sessuofoba ed introversa per stile British imposto a tutti, meno autocensoria e che cammina sulle uova… mentre invece si va proprio in quella direzione, per ottime ragioni storiche. A ribilanciare e tornare a respirare un’aria meno ingessata ci vorranno secoli, senza esagerare.

Naturalmente penso che determinati comportamenti sono sistemicamente premiati dal lato sessuale, che è importante, non secondario, parte dei bisogni primari e presentissimo nel pensiero, come bere liquidi o respirare senza impedimenti. Lavorare ti tocca, scopare vuoi, ci pensi spesso, lo desideri, ti rende felice quando lo hai fatto. Questo è anch’esso un fatto soggettivo e va trattato nel modo che descrive l’articolo oppure siamo alla divisione corpo-male anima-bene ? E’ una vera domanda, non è retorico.

Negli orribili esempi dell’articolo linkato nell’articolo ci sono queste disumanizzazioni (oggettificazioni, qui sono chiare e non le discuto come farei altrove) in cui i maschi parlano di donne quanto farebbero di motori.

Fare la domanda “perché non lo fate con gli uomini?” sarebbe stupido: non lo fanno nemmeno di pietra arenaria e di mille altre cose che non interessano né attraggono. Ma nel senso negativo e denigratorio accade anche con i corpi degli uomini. Nel gossiping della maldicenza il bodyshaming non fa distinzioni di genere. E le donne questo lo sanno bene, spero ammetteranno. Quando vuoi essere cattiva/o ci stai un attimo a dire “quel tappo” o “quel pelato di merda” o “ha una faccia che sembra un picasso” ridotto a “faccia di picasso” nelle chat, a prescindere dal fatto che si sia donne o uomini a spettegolare malignamente. La meschinità ha questa pratica: quando il freno del rispetto viene sganciato, non ha più importanza se volevi parlar male della professionalità di Gianni o della sua maleducazione: diventa “il dentone castoro” tanto a 40 anni come alle elementari. Magari dai 25 in poi dirai anche “maniaco” solo perché invece di uno che ti piace ti ha guardato uno non-attraente. Lui è maniaco, quello fico no.

E’ facile che si alzi il polverone e che ci sia polarizzazione perché l’aspetto basilare ed impulsivo della cosa è dentro di noi ma questi discorsi vorrebbero sradicare un aspetto vivo e presente per lasciarlo ad una idealizzazione desiderata da una delle soggettività in campo. Non è che “siamo così e basta”, ma che “siamo così” (qualunque “così” statisticamente rilevante sia, misurabile, non come “bene” o “male”, ma come numero) sia necessario considerarlo come fatto di base.

Biasimo “la natura” ed “il gene ignorante” per questo: dentro di noi ci sono spinte a determinate dinamiche sia individuali, sia sociali, che non sono frutto di una entità solo-pensante o solo-sentimento, ma che esiste in corpi che hanno una storia fisica sociale più lunga di quella della cosiddetta civiltà. Ed è ancora presente. Siamo delle bestie, maschi e femmine.

Le persone gentili scopano di meno? Abbiamo dati? Non li abbiamo. Sarebbero tanto utili.

Ma – aneddotico – qualsiasi donna con una sessualità vivace che io abbia incontrato mi dice “se sei amico non scopi” , cosa che a ben vedere giustifica l’esistenza del concetto frenzonare, che non nasce certo dal nulla. Sempre che sia così disinibita da non doverlo dire in lenti stillicidi di parole di due settimane per dire, alla fine, la stessa cosa, ma in modo polite.

Articolo LO-DE-VO-LE. Mi farà pensare per decenni, se resto vivo, cosa che non desidero.

Calmati e muori, ma se ci tieni, vivi

Paura, ansia, caos mentale, iperconcentrazione di stimoli e compiti, nessuna possibilità di rallentare, forse di prendere un respiro. E tutto questo va fatto, per sopravvivere. Non è cacciare nella foresta: è il suo corrispondente moderno.

Afflitti dalla sofferenza non possiamo pensare, mi dico, sembrandomi contemporaneamente di rispondere a me stesso e confutando: dunque rimuovi la sofferenza, la causa della sofferenza e penserai… ma allora anche il tuo desiderio di vivere o non farlo cambierà, rendendo vaneggiamenti gli apparenti esistenzialismi frignoni miei.

Solo se si parla poco e si elide molto. L’intensità della sofferenza è diversa. Tutti, sempre, nei confronti di un dolore acutissimo ne accettiamo la soppresione con anestetici, antidolorifici di qualsiaisi entità, amputazioni, rimozioni della parte.

Verso dolori inferiori invece, culturalmente, pensando, solitamente si considera il dovere di accettare la sopportazione: te lo tieni, ci fai l’abitudine e il callo.

Ecco quindi che sotto una certa soglia, un dolore sordo e costante, sembra dover essere accettato, perché si, perché si deve, perchè è la vita, e via stronzeggiando.

Prendendo un bel respiro, dando il tempo ai compiti da svolgere, alla testa di ragionare su quella o l’altra complicazione, arrivando al fondo del barile e trovando finalmente il tempo di alzare la testa, rimuovendo dunque l’intensità e la concentrazione di pesi sul pollicione, potremo comunque decidere che questa pena, questa fatica, non c’è niente che lo valga. Di per sé molte cose valgono, ma la fatica le supera di gran lunga. La fatica resta, si reitera, permane ed aumenta. Le belle cose finiscono, durano poco, si diradano.

Mi chiama mia sorella perché, preda comprensibile dell’agitazione, si è dovuta costringere a ricorrere a questo, a “disturbarmi” (quando non è certo questo che mi “disturba”, ma abbiamo capito che consideriamo “disturbo” solo ciò che sentiamo ci rende meno in controllo e dobbiamo appoggiarci agli altri, ma magari non quando siamo invadenti e arroganti e davvero disturbiamo gli altri senza porci alcun problema) a causa dello SPID. Una questione pratica, la versione di oggi di “mi si è rotta la serratura”. Eppure lei – lo capisco bene, lo ho vissuto nel 2012 assieme ad altra gente impazzita, per un cambio di gestionale ma in una situazione in cui ti senti in pericolo di vita, per il lavoro, il futuro – ha aspettato giorni anche solo per guardare un’accesso alla pubblica amministrazione per ritirarsi le buste paga a causa di questo spauracchio tecnologico. Per lei invece si tratta di un ostacolo insormontabile. Boomer di nascita (“solo i boomer usano la parola boomer ormai” cit) la tecnologia la spaventa e di rimando ci ragiona in modi suoi. Ma sono tante queste persone. Più di una volta ho pensato a corsi di “accesso alle cose”. Hanno sempre e solo problemi di password, di login, alla fin fine.

E “hanno” forse è ingiusto: ne ho anche io con un certo conto online che ha esagerato davvero.

Ma lei è in stato di prostrazione, ha già depressione e altro casino, paura per il lavoro, cose da fare, sensi di colpa accatastati, eccetera. Sfangarla ogni giorno da sola contro il mondo, sentire di mancare a dare una mano ai miei, o di non fare quelle cose che le hanno chiesto – burocratiche anche queste, relative alla casa – sono tutti pesi. E la tecnologia diventa letteralmente metallo rovente su cui non vuole mettere le mani.

Questo lo risolveremo, e ok, non è davvero di questo che vi parlo.

Ma del caos di doveri e pensieri dolorosi, di stress fisico e psicologico che, una volta rimosso, non necessariamente lascia spazio alla voglia di esistere. Togli l’infiammazione, togli il dolore e vedi comunque l’insensato ed il bilancio. Nonostante ciò, ha senso, proprio per non agire (a meno che non si voglia usarlo consapevolmente come un trampolino) sotto un impulso di fitta di dolore. Lo togli, ci pensi, capisci se vuoi davvero vivere. Il dolore potrebbe essere più sistemico, più intrinsecamente correlato alla indesiderabilità di vivere, lontano dalla spinta biologica di sopravvivere, in una qualità per noi non soddisfacente. Certo, se intanto ti prendono a sprangate in testa, per me, vale la pena impegnarsi a porre fine a quella situazione contingente. Poi, una volta ragionato, potresti decidere che al prossimo che spranga puoi chiedere di farlo con colpi più secchi e decisi, senza opporre resistenza e grato/a dell’aiuto.