Boomer ang

Una mia anzianità. Oggi un piccolo battibecco su quella che lei considera una mia rigidità. I fatti: oggi pomeriggio l’ho pigliata per andare a prenderci un caffè; in casa di sua madre perché è gratis, non vedeva l’ora di uscire. Arriviamo in loco, arriva telefonata del suo attuale tipo, si premura di “non farsi sgamare”, poi lo fa e sta a giustificarsi con lui che “non ci vediamo tutti i giorni” (al quale non interessa, anche fosse) … lei che è per il femminismo. Indipendenza non ci siamo, né come autosufficienza, né dal maschio. Se la prima è ok per l’età, la seconda non è coerente per ciò su cui attualmente si infervora. Mette giù, prendiamo il caffè, mi racconta un video e poi me lo vuol far vedere. Mi rifiuto, di persona voglio te, poi il video l’ho capito, non è un film, me lo hai raccontato. Si offende credo, vedo, si trattiene, ce ne andiamo.

Verso sera le mando un video, premurandomi di specificarle che per i suoi standard è lungo: ogni volta che le mando qualcosa mi dice che è lungo, i messaggi erano lunghi, ogni cosa era lunga, gli scritti lunghi. Visto che il video riguardava un argomento che le sta a cuore e di cui parliamo, la avverto che è lungo, ma che il suo contenuto vale la pena.

Mi dice “ma è di Mercadini, non importa se è lungo, lui mi piace! E poi sei tu che non vuoi vedere un video di due minuti, che sei rigido!”.

A parte che la differenza dalla tua solita rigidità è che “è di mercadini” e io non posso sapere l’eccezione alla regola, io non voglio vedere video di nessun minutaggio, di persona, quando le persone possono parlarsi. Non la ritengo la stessa cosa però. Non ti LEGGO un libro. Te lo racconto, ti dico il titolo e tu te lo leggerai. Certo, si va anche al cinema a vedere un film assieme… ma il concetto è che si è due singoli che fanno la stessa cosa verso uno schermo. Se si è fidanzati magari si sente il corpo dell’altro. Ma la visione di un’opera è una esperienza spettatore-spettacolo. Ad una conversazione, un rapporto vivo con una persona io non voglio togliere nulla sostituendola con un “guarda qua”. Andando a vedere il film e tornando si sta assieme, così a teatro, concerto. Non mentre si fruisce dell’opera.

Ma ad un certo punto battibeccando con lei, mi dico: no, questa cosa non è solo una rigidità mia… questa è proprio generazionale, è vecchiaia. Appena li ho visti fare questa cosa di mostrarsi gli schermi invece di parlarsi mi è venuta la tristezza e anche lo schifo. Ne ho fatta rappresentazione fotografica per lo stock, come fenomeno comunicativo di questo mondo. E in questo … mi sento boomer, vecchio. Quando vedo persone che si mostrano schermi, di persona, quando sono li di persona e possono parlarsi… non ce la faccio, mi fa schifo, mi dà urto. Glielo dirò: non si tratta solo di una rigidità: è peggio, è proprio una cosa che fa parte di un mondo che non è il mio. Non si tratta della tecnologia: sono più tecnologo di te, ne conosco i meccanismi, la storia, il funzionamento, usavo internet che non eri nata, mentre gli altri non lo usavano, non sapevano cos’era. Si tratta proprio dell’uso umano, di un “costume” di questi tempi… che io non sento affatto. Proverò? Non lo so, gliene parlerò.

Ma in questo, proprio in questa specifica modalità comunicativa, io non vedo nulla.

Poi ripenso a mia madre che recita poesie a tavola, che si vuol spiegare con quelle. E forse non c’è niente di nuovo. È la stessa cosa. È un vecchio “senti qua” che è come un “guarda qua” di una volta. La poesia me la leggo? Me la vado a sentire a teatro? Si, io lo sento così. Mi sembra un siparietto tra due persone, un buffo spettacolino come una interruzione pubblicitaria, ma sempre interruzione, tra noi che ci parliamo, non una citazione che tu fai, ma una ripetizione papale papale, in cui io devo aspettare la fine, in silenzio, togliendo alla vita. Lo sento così, non lo godo, non lo godo-assieme, nemmeno. Problema mio, pare.

Del resto io sono proprio per il rapporto uno-a-uno. Forse mi ci sono anche abituato radicalizzandomi sempre più, andando a vedere le cose, sentire, godere di produzioni artistiche, spettacoli, per conto mio, perché avrei dovuto aspettare gli altri, se avevano o meno voglia / tempo / occasione di farle. E così le facevo per conto mio. Alla fine il concerto lo sentivo, il film lo vedevo, la trasmissione televisiva, la serie, la puntata, il brano. Oggi i video. Mi mandi un link, lo vedo. E di persona ne parliamo, se vuoi. Vi facciamo riferimento. Ma quando siamo li, tutti e due… cosa cazzo mi fai vedere un video che posso vedere quando NON ci sei? Tra l’altro DOPO che me lo hai raccontato, me ne hai trasmesso il nocciolo?

Ed ecco che mi sento, davvero ‘sta volta, boomer. Vecchio, nelle modalità, nel godere delle cose, nel rapporto, nella comunicazione. Anche mentre parlavamo mi sono arrivati da un altro tavolo un paio di “FRA” (che qualche anno fa erano “bro”) ma con la stessa cadenza che dalle mie parti si usa per la parola “VECIO”, il cui uso è quello del “vecchio mio / amico mio” letterario o teatrale. In inglese forse si usa “man” o “dude”. Quel “fra” mi arriva come un pugnetto all’orecchio, ridicolo, fastidioso e forzato. Ma sicuramente è la norma, è moda. “mainstream” avrebbe citato il video – quel video – che percula chi rifiuta le cose se SONO o DIVENTANO mainstream, anche se tu ascoltavi il “gruppospalla”. Bello il video. Ma dopo che me lo hai raccontato, anche solo due parole, fa già meno ridere.

Meno ridere di tutto è accorgersi di essere così vecchio. In quel modo.

Rigido, scortese.

A poca distanza dall’aver spiegato, distaccato come una didascalia forse, a mia sorella piangente (a telefono, perché – non glielo dico – non considera di avere una casa che non frequenta, di andare in posti e vivere autonomamente con ciò che possiede) che in sostanza non mi sta simpatica, a lei che soffre! prova dolore come se io fossi stato l’unica ancora di salvezza rimasta in un mondo di merda in cui non ha più voglia di vivere. Una ennesima situazione in cui mi sento di provocare del male perché o non amo, o mi sono disamorato. Per non provocare dolore dovrei amare. Per non provocare dolore non dovrei provare ciò che io provo, ciò che io sento. Ama! Sogna! Non soffrire! – ordini a cui non si può obbedire.

A poca distanza da un vocale di chi mi dice che sono gentile e complimenti e meraviglia.

Cresciuto nel cattolicesimo, mi risuona un “facile così” … perché non “sopporto le persone moleste” o perché non porgo guance, perché non mi sforzo di star bene con atteggiamenti e situazioni in cui non sto bene. Quello che mi sforzo di fare è spiegarmi. Quello che mi sforzo di fare è cercare di comunicare, di avere confronto anche nel dissenso.

Ma funziona raramente.

“non so che farci” è che in realtà io provo a farci questo, questo che faccio. Non funziona sempre. Quasi mai. Ma mi sembra questo ciò che va fatto, ciò che io posso tentare di fare.

Questo quando sto sul lato del vivere. Sul lato del morire, non so come uscirne bene. Non è cambiato nulla. Sapete già tutto.

Curioso – se posso usare questo termine tiepido – è scoprire che anche mia sorella, come mio fratello ed io sicuramente, non tolleriamo di stare a casa dei miei non perchè non vogliamo loro bene, ma perché non sopportiamo di assistere al modo in cui mio padre tratta mia madre e tutti e tre, in un modo od in un altro, ci siamo risolti nel non far nulla perché la cosa è troppo avanti, perché i diretti interessati hanno una visione troppo diversa, perché per loro è così, è storia, è vissuto, è “una volta era così”.

Ma allora mi dico, pronuncio dentro di me per lei “ma allora non riesci a capire? TU fai lo stesso. Tu ti comporti in un modo che io trovo fastidioso, antipatico, irritante, invadente, inconciliabile con il mio modo di ragionare, di sentire, di considerare, di concepire la realtà, la reazione alla realtà, al conflitto, al dissenso … e non perché non voglia il tuo bene, certo, io voglio il tuo bene! Ma non sto bene con te, e per quante volte ti sia stato detto in modo chiaro, tu fai e sei così, ma lo ignori, ci passi sopra come se fosse un nostro difetto, di noi altri da te, di non capire e non accettare e non una caratteristica che in una relazione non funziona, che non si può mettere da parte e non guardarla come se non ci fosse – l’elefante nella stanza – perché c’è qualcosa che conta di più secondo te?” La relazione si alimenta, l’alimentazione ha una costanza. Non basta esserci, è il come ci sei. E quanto ti importa di come quel come venga percepito dall’altro a prescindere dal tuo modo di emetterlo. E non è una colpa. Se tu sei elefante e io topolino, la tua carezza è morte per me. Ma da te è partita carezza.

Che ci siano occasioni in cui si è stati bene non significa che nella quotidianità sia così, nella normalità, nella ripetitività.

Così come mio padre è capace di gesti generosi e grandi, di sforzi e sacrifici, così è incapace di un atteggiamento gentile e giusto nel rapporto con mia madre e con altri quando si presenti una contrapposizione animata. Diventa scorretto, violento, ingiusto e incapace di vedere che si comporta come un bambino che però ha in mano un’ascia e che si offende se gli dici che non si tagliano le persone. Che diventa lui la vittima. Che ti prende per il culo perché ti lamenti. E che se con fatica, tu che sei suo figlio, anche il più piccolo, glielo spieghi e anche ti da ragione, non cambia un cazzo.

Allora non vai avanti e basta, allora tu cambi qualcosa.

Io so che non posso aiutare lei. E che anche se frequenta tanti “aiutatori”, alla fine nessuno riesce ad essere davvero ascoltato, sentito, tanto da rinunciare a qualsiasi cosa tranne al suo aiuto perché quello ti serve e ti fa fare tutto il resto. Nessuno. Alla fin fine mio fratello, lei, io, abbiamo lo stesso fottuto problema. Quindi figurati se non so perfettamente che non stai ascoltando.

Ad un certo punto mi sono accorto che chiedevo consiglio e poi continuavo a contestare. Eppure non avevo ragione, anche se avevo ragioni. Era il non star bene a darmi torto. Quelle cose le ho cambiate o considerate in modo diverso. Non cambia, per me, la qualità della vita senza amore. Ma ci sono tante altre sfaccettature che, se resti in vita, puoi migliorare.

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