Tempo fa il mio supremo maestro in un giorno di mestizia (frequente, recentemente) mi disse che “a dire il vero sei l’unica persona che frequento, praticamente“, ad eccezione della moglie, I suppose. Qualche giorno fa il mio amico, quello che potrei dire il mio migliore amico, mi ha fatto la dichiarazione “posso dire che sei il mio migliore amico”. Si tratta di un collega di lunga data, ex collega ormai, che vedo tutti i mercoledì, cascasse il mondo. E loro non sanno quanto sono unici per me? Io credo di si. Sono persone rare. Io non frequento tutti. Non ci riesco. Magari posso fare una conversazione da bar (come dice il sottotitolo qui) per un po’ … convenevoli, quattro chiacchiere. Le so fare. Ho questa preparazione. Ma fino ad un certo punto e sentendomi in prestito, con il pepe al culo.
A volte mi chiedo quanto questa unicità sia importante. Lo è, ovvio. Ma quanto? Quando non hai quello che vuoi, tutto quello che hai ti sembra poco. Quando non sei quello che vorresti, quello che sei ti sembra poco.
Ora vado a berci un caffè, con il supremo maestro. Che poi l’altro giorno ha anche ventilato pessime notizie per il nostro settore: dice che loro non stanno migliorando, che non c’è spazio di manovra. E loro spaccano. Figurati io.
Beh, ora caffè.