Leggere di alcuni giovani “notevoli” (ma la tristezza di “dover essere notevoli”?) degli anni ’80 (perché? Perché in quel momento io ero tra le elementari e le medie, lontanissimo dal lavorare-per-vivere) li penso comunque alle prese con una lotta, ma possibile. Era possibile quello che oggi ai giovani viene raccontato, ma non dimostrato oggi, dimostrato adesso, con le forze che hanno loro, alle prese con le forze con le quali sono alle prese loro. Di fronte ad un “ai miei tempi” che non intende confrontarsi con “questi tempi sono i miei” (cit) dicendo solo “ehhh io ho già dato” il dialogo non ha alcun senso. Ha senso se non fai così.
In my shoes, come si dice.
Scendi qui, con quello che ho io, vedi quali vere opportunità ci sono, quali parole si dicono e quali invece sono i fatti e probabilmente l’unica esperienza utile che mi potrai dare, vecchio, è quella umana, relazionale, quella “sporca” , brutta e dura, quella politica, meschinità, branco, contrapposizioni, giochi di potere, manipolazione, interessi. Quella roba lì. A quel punto le competenze le vedi, certo, ma non con quella splendida favola razionale che è “impari questo, quindi questo, quindi costruiremo tutti insieme questo mondo migliore ingranando le nostre competenze appassionatamente”. No. Dirai solo: imparare questa cosa perché me la insegna qualcuno sarà più efficiente che impararla sul campo, più completo.
Di quei giovani, che però vivevano e costruivano cose interessanti, in un mondo che un pochino pochino poteva permettersi sia di produrle che di pagare per averle, è per me agrodolce sapere. Sono vecchi o morti. Non avrebbero appeal né successo oggi se dicessero o facessero qualcosa, sensato e bello o meno, non conterebbe.
Basta, sto inaridendo tutto, ora.
La chiudo qui.
Il titolo? Molte delle cose di cui si protestava con i nostri vecchi ora dovremmo dircele addosso da soli e dire: stiamo facendo la stessa cosa con loro.