FOIBE!

Consiglio vivamente una puntata di un podcast (link in fondo! non la versione youtube, che è un parziale) di Barbero sulle Foibe. Chiaro, chiarificante, lucido, corretto. Persino da uno dichiaratamente “di parte”.

Lo ripeto, così magari non pensate alla solita falsa dicotomia (nonché merda) “comunisti VS fascisti” eccetera (come spero sia ben chiaro che NON è, se si usa lo spirito critico e si ascolta tutto cercando di non farsi travolgere) che il mio interesse in questa faccenda ha la giusta tensione tra emozione e non-emozione: i miei genitori e i miei nonni sono tutti profughi di guerra Istriani (se fate ricerche sentirete profughi giuliano dalmati eccetera). L’Istria era Italia. Per tutta la mia infanzia non mi è fregato niente. A parte sentir puntualizzare con forza mia nonna “NO! IO SONO ITALIANA!” quando dicevo “Yugoslavia”, per me erano solo due-palle di roba dei vecchi che raccontano roba dei vecchi. Ma senza raccontare quello che forse avrebbero potuto fare a meno di evitare: il pudore dove non doveva esserci, gli orrori così come erano. I fatti. Quando ti strappano una gamba non devi dire “mi hanno fatto male”: mi hanno strappato una gamba, ho sentito l’osso mentre scricchiolava, i tendini si strappavano e ho sentito dolore per tutto il mio corpo. Questo devi dire. Allora magari… Ma niente, nessuno ne parlava. Hanno iniziato quando il tempo era passato, grazie a mio zio ho messo assieme anche sensazioni, fatti sociali, percezione, sensazioni, sentimenti. E poi alla fine una ragazza ha anche intervistato mio padre per una tesi di laurea, assieme a tanti altri, qualche anno fa.

Dunque a casa mia dire “foibe = comunisti” o sentire mia nonna dire “s’ciavi de merda” (= slavi, generico) o inventare un croato maccheronico per dire delle non-parolacce (ho verificato con dei Croati… non diceva nulla a parte coglioni) ed avere genericamente paura della stella rossa (presente sulla pagella delle elementari di mia mamma) era faccenda normale; non ero sensibile alla cosa. Sapere di Norma Cossetto, della consegna dei chiodi, dell’esodo giuliano dalmata, di “ha fatto anche cose buone” ed avere simpatia per le colonie (estive) perché erano poveri in canna e quindi qualsiasi cosa li sollevasse era benvenuta … questa era normalità. Memoria, non storia. Facile da dire se non sei tu la formica sotto la lente.

Essere critici, nel senso di voler sapere il vero e non solo il ricordo di una parte, in una piccola parte geografica ed in una piccola parte della storia, in questo contesto familiare, è considerato sospetto, irrispettoso, bastian-contrario.

Ma dopo anni a leggere, a cercare, a capire degli opposti nazionalismi, a sentire lo schifoso disumanizzare dall’alto qualsiasi basso, giocare a risiko coi popoli che era proprio anche dell’Austria (tanto osannata invece, dai miei, perché “era ordinata”), mi sembrava di avere capito che a parte il rispettoso silenzio dovuto al dolore di torti comunque subiti, indagarne le cause era cosa mia. Incazzarmi coi Comunisti o coi Fasci così a caso anche no. La complessità, il concorso di concause, la somiglianza con la “tempesta perfetta” (che nome inappropriato ora) invece si sono sempre più formati nella mia visione.

Ecco, per me l’orrore non è più tanto la catena di vivi, morti e filo di ferro gettati a imputridire e morire di marciume in un crepaccio. È quella. La scimmia non è solo quella grossa che ti prende di forza e ti getta nel dirupo. È tutta quella serie di piccole scimmie alle quali brillano gli occhi pensando che potranno sciacallare qualcosa senza fare fatica: tu muori, non sei dei nostri, io posso prendere senza pagare? Mi giro, poi allungherò la coda a gancio.

Quindi: invece di ascoltare MEMORIE, ascoltiamo STORIA: il professore è correttissimo e non dice affatto di essere esperto. Eppure la sua sintesi per me è ineccepibile. Ho 50 anni, la cosa mi è sempre interessata, ma me n’è interessata la verità delle cause, non presente invece nella verissima emozione di aneddoti di schifo umano raccontati dai miei come vissuti di persona. Altri erano già un sentito dire, già lì, già in guerra, da gente che – parole di mio padre e di mia madre su quello che davvero conta secondo me nella Vita – “di queste cose noi non parliamo”… non ne hanno ne avevano neanche la capacità, le parole, hanno timidezza ed orrore a discutere ciò che invece più conta. Magari a prendere botte sulla schiena e a piegarla per sopravvivere… senza chiedersi se sia il caso e perché, di farlo.

“Alessandro Barbero Podcast”, titolo della puntata: “Le Foibe, Alessandro Barbero (10 febbraio il giorno del ricordo)” uscita il 10 feb 2025.

Il prete mi ha messo la lingua in bocca (1950)

Mio padre è nato nel 1936. Profugo Istriano nella II guerra mondiale, visse molta della sua infanzia, fanciullezza e vita di ragazzo in collegi e strutture comunitarie, ma non in campo profughi, di cui comunque aveva specifica contezza, per i racconti precisi di chi, in collegio con lui, non voleva mai “tornare a casa”, perché tornare a casa significava che l’intimità era data da quattro coperte tirate tra te e gli odori, i rumori e le parole di chiunque altro. Quattro coperte per pareti, tirate con fili da biancheria. Per anni. Chi voleva tornare se quella era la casa? Nessuno. Questo soleva ricordare lui a chiunque tra i suoi compagni si lamentasse della vita disciplinata e rigorosa del collegio: lo era, come l’acqua è bagnata. Ma anche il fango è fango, è qui non c’è, si diceva, mentre lì si.

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No credits: non voglio che capiate il luogo: chi sa riconosce.

Parliamo, se ben capisco, del 1950. In uno dei collegi il piano inferiore era dedicato ad ospitare ed istruire i ragazzi, collegio e convitto maschile. Ai piani di sopra, probabile proprietà concessa dalla chiesa, era ospitato il clero, preti. Mio padre, ieri, per la prima volta, mi dice che le informazioni riguardanti argomenti “delicati” per loro (non delicati nel senso di trattati con delicatezza, per carità, tutto era molto brutale e diretto! Ma non se ne parlava, ecco la “delicatezza” … era segreto, era imbarazzante, era vergogna) arrivavano con la brutalità diretta dei bambini: ad un certo punto uno arrivava e diceva a tutti “ma lo sapete che ci sono anche quelli che vanno con gli uomini?”. E lui faceva tanto d’occhi.

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